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Sinistra e critica alla Ue: a che punto è la notte? – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un interessante contributo per provare a gettare le basi di un futuro lontano dal Liberismo, un futuro avulso da questo rutilante carrozzone che genera profitto – non ho detto ricchezza – a vantaggio sì di un’élite dirigenziale, ma soprattutto di un sistema che nulla ha di umano, autogestito e vivo di un’energia che nulla ha di umano. Non si è contro una nozione europeista, si è contro l’uso criminale che si fa, a livello mondiale, del controllo sociale dato dal profitto, dal business, dal modo di vivere stringente come una garrota che è disumano o meglio, inumano. A mio giudizio, essere a Sinistra (e mioddio, come si fa a essere altrove?) significa non essere in alcun modo dalla parte del Capitale, e da ciò va in cascata tutto il resto.

Ormai giunti al 2019 possiamo trarre un parziale ma significativo bilancio sul rapporto tra la sinistra[1] e l’Unione europea. O meglio: tra la sinistra e la critica alla Ue. Una posizione, questa, che ha segnato una novità e una discontinuità nel discorso medio della sinistra italiana ed europea di questo decennio. Forse l’unica vera discontinuità concettuale che ha investito le posizioni politiche della sinistra da molti anni a questa parte. Nei fatti, il dibattito pubblico veicolato dal sistema politico-mediatico si concentra nei pressi proprio dell’Unione europea: sovranità politica o popolare, sovranismo, populismo, questione nazionale, lotta alla globalizzazione, crisi economica et similia. L’Unione europea è al centro di ogni frame discorsivo massmediatico che ci investe quotidianamente. Va però riconosciuto che siamo entrati in una fase diversa. Se negli anni attorno allo scoppio della crisi economica, e soprattutto – in Italia – nel periodo tra il 2009 e il 2012, andava introdotto a forza un pensiero critico che ponesse la Ue al centro delle riflessioni sistemiche, oggi questa critica si è assestata. Procede affinandosi, ovviamente, ma si è resa in qualche modo inaggirabile, al di là di come la si pensi sulla rottura o meno della costruzione europeista. Per essere più precisi: la critica alla Ue è andata sedimentando tre posizioni, espressioni di altrettante sinistre: da una parte la sinistra anti-Ue, che orienta la sua proposta politica attorno al tema della rottura coi vincoli europeisti; dall’altra, quella sinistra che, nonostante il posizionamento critico, persiste nel dichiararsi europeista, proponendosi al più di «cambiare dall’interno» il rigido regime liberista di Maastricht; c’è poi una sinistra che decide di posizionarsi fuori da questo schematismo, lasciando decisioni e ragionamenti in sospeso, evitando il confronto diretto con la questione europeista. Dunque, per farla breve, la critica alla Ue ha prodotto per condivisione o per reazione dei posizionamenti politico-organizzativi espliciti. A questo punto però si dovrebbe valutare cosa ha prodotto questa divisione. Dopo appunto un decennio potremmo trarre delle parziali conclusioni.

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La sofferenza estrema e il suo linguaggio – Carmilla on line


Durante la Seconda Guerra è cosa nota che ci furono uno sterminato di internati in campi di concentramento, a opera delle forze naziste; campi di sterminio, si può facilmente aggiungere, in cui ogni giorno veniva operata una feroce selezione e c’è chi, come Rocco Marzulli, si è preso la briga di comprendere quali meccanismi orali – non scritti – operassero tra prigionieri di lingue, etnie e tradizioni diverse, che dovevano interfacciarsi con gli aguzzini nazisti, prevalentemente tedeschi. Una babele di linguaggi che facilmente non si comprendevano tra loro, con tragici esiti.

Valerio Evangelisti presenta quindi su CarmillaOnLine Italiani nei lager, e lo fa con bellissime parole e argomentazioni, di cui vi incollo un breve passo.

Non è intuitivo capire che uno dei problemi maggiori con cui si dovettero confrontare i detenuti fu il linguaggio. Le SS parlavano solo tedesco, che pochissimi dei reclusi conoscevano. Non comprendere un ordine, fraintendere una frase, poteva significare percosse, frustate, morsi dei cani lupo e, a volte, l’uccisione.

Inoltre, nei lager erano rinchiusi prigionieri di varia nazionalità. La reciproca incomprensione voleva dire non poter beneficiare dell’esperienza dei più anziani, ignorare le poche regole per cercare di sopravvivere, non sapere come far fronte alle ricorrenti malattie, essere all’oscuro degli espedienti per procurarsi un po’ di cibo. Come se non bastasse, gli italiani erano particolarmente odiati, perché, se agli occhi delle SS erano dei voltagabbana, a quelli di russi, polacchi, francesi erano fascisti e basta. Da cui un supplemento di vessazioni.

Come si resisteva, il più possibile, in quegli inferni sospesi nel nulla, in cui era inevitabile perdere la nozione del tempo? Bisognava imparare le parole essenziali per non scontentare gli aguzzini, e anche un linguaggio misto, con vocaboli in varie lingue deformate e soprattutto in tedesco e in polacco, nato spontaneamente nelle camerate. Linguaggio oggi perduto, solo orale e mai scritto, a parte brevi e rare iscrizioni sulle pareti.

Lupercalia « Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitas uno studio approfondito, antropologico nonché religioso e archeologico, sui Lupercalia, festa che si celebrava proprio oggi nell’antica Roma, legata alla fecondità ma anche al concetto di stagione e quindi, alle cose passate, morte. Un estratto:

Una volta all’anno, per un giorno, si spezzava l’equilibrio fra il mondo regolato, esplorato, suddiviso, e il mondo selvaggio: Fauno occupava tutto. Ciò accadeva il 15 febbraio, nella seconda parte del mese, durante la quale (ai Feralia del 21) si stabiliva anche un vincolo necessario e inquietante fra altri due mondi, quello dei vivi e quello dei morti: fine dell’inverno, approssimarsi della primavera e dell’«anno nuovo» secondo l’antica ripartizione in dieci mesi: quei giorni rimettevano in questione ritualmente gli schemi stessi dell’organizzazione sociale e cosmica. Riti di eliminazione e riti di preparazione vi si intrecciavano, attingendo alla loro fonte comune: ciò che si trova al di là dell’esperienza quotidiana.

Al mattino del 15 una confraternita di singolari celebranti prendeva possesso delle falde del Palatino. Erano chiamati Luperci. Questo nome contiene sicuramente il nome del lupo: la sua formazione resta però oscura: forse si tratta di un derivato espressivo del tipo di nou-er-ca (secondo Mommsen, Jordan, Otto)[1], più che di un composto di lupus e di arcere (Preller, Wissowa, Deubner), poiché nulla, nei riti, è rivolto contro i lupi. I Luperci formavano due gruppi, che la leggenda ricollegava a Romolo e a Remo, e che portavano i nomi di due gentes, Luperci Quinctiales e Luperci Fabiani; sembra tuttavia che essi fossero diretti da un unico magister e associati nella loro unica esibizione annuale[2].

Vestiti unicamente di una pelle di capra sulle anche, essi rappresentavano gli spiriti della natura di cui Fauno, dio della festa, era il capofila. Cicerone (Pro Caelio, 26) li definisce come «la sodalità selvaggia, in tutto pastorale e agreste, dei fratelli Luperci, il cui gruppo silvestre fu istituito prima della civiltà umana e delle leggi». Queste parole indubbiamente traducono in termini di storia una struttura concettuale: il giorno dei Lupercalia, l’humanitas e le leges della città svanivano dinanzi al siluestre e all’agreste.

Strettamente legata alla collina palatina, la festa certo era nota già ai più antichi Romani.Un nome ritorna spesso nelle notizie un po’ confuse: quello stesso da cui deriva la denominazione del mese februarius; februum, che Varrone (De lingua Latina, 6, 13) traduce «purgamentum», e il verbo februare «purificare» (Giovanni Lido, De mensibus, 4, 20, in base ai libri pontificali) avevano un uso più vasto dei riti del 15 febbraio, i quali ne costituivano però la maggiore applicazione. Secondo Servio, gli antichi chiamavano in particolare februum la pelle di capro (Eneide, VIII 343), e Varrone (De lingua Latina, 6, 34) spiega Februarius a die februato (cfr. Plutarco, Vita di Romolo, 21, 3; Ovidio, Fasti, II 31-32), «poiché è in quel periodo che il popolo februatur, cioè che l’antico monte Palatino, con grande affluenza di popolo, è purificato, lustratur, dai Luperci nudi». Alcuni riti erano purificatori, altri fecondatori, senza che sia sempre possibile distinguere i due scopi.

Anarres, ecco il terzo numero della rivista di studi sulla fantascienza | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione del terzo numero di Anarres, la rivista di studi sulla Fantascienza, diretta da Salvatore Proietti. L’ebook è acquistabile sugli store online, in particolare su quello dell’editore DelosDigital.

La periodicità media è un po’ meno di un numero ogni due anni. Ma vale la pena di aspettare per questa rivista sofisticatissima diretta da Salvatore Proietti, un vero gioiello nel mondo dello studio della fantascienza. Collaboratori d’eccezione – in questo numero per esempio Carlo Pagetti, Brian AtteberyDaniela Guardamagna, Alessandro Fambrini, Tom Moylan, David Ketterer, Salvatore Proietti stesso e tanti altri, tutti titolari di cattedre universitarie e autori di numerose pubblicazioni sulla fantascienza e in generale la letteratura americana.

Questo numero di Anarres è unificato dall’attenzione verso dialoghi letterari e culturali, interazioni tra testi, fasi storiche, tradizioni nazionali. Innanzitutto, è un dialogo collettivo e transnazionale quello intrapreso con Ursula K. Le Guin da chi ha partecipato al forum dedicato al suo ricordo, da Raffaella Baccolini a Eleonora Federici, Carlo Pagetti, Salvatore Proietti, a prestigiosi ospiti internazionali come David Ketterer, Joseph McElroy e Tom Moylan.

Brian Attebery, riprendendo dalla biologia il modello dei mitocondri, presenta la SF, in particolare quella delle donne, come un “book club”, libri che cooperano scambiando motivi, concetti, omaggi, e che si rendono possibili a vicenda, le revisioni anche modi per dare nuova vita alla memoria di testi e scrittrici (e scrittori) precedenti. E i book club sono molti, dagli Inkling alle reti testuali di autrici che coinvolgono Le Guin, Tiptree, Fowler, Atwood, Russ, Haraway, fino alla scena odierna.

Roberta Mori legge il rapporto di Primo Levi con la critica italiana contemporanea, rivelatore sia di inattese consonanze sia di tanti preconcetti: ma davanti al dialogo sovente negato, Levi ne instaura uno con la SF che leggeva.

Anche quello tracciato da Alessandro Fambrini per Franz Fühmann, importante voce anche fantascientifica nel dissenso della Germania Est, è un dialogo possibile con figure inglesi e americane come Pohl & Kornbluth e Naomi Mitchison.

La conversazione è letteralmente la forma scelta dal compianto Riccardo Valla, in collaborazione con Antonino Fazio, per parlare dell’intrico concettuale costituito da scienza, magia, religione, fantascienza, fantasy.

Scrivendo su J.R.R. Tolkien, Proietti ipotizza una visione giustificata dai riferimenti teorici alla forma intrinsecamente dialogica del folklore, leggendo apertura e incompiutezza come intrinseche alle sue affabulazioni – una strada seguita da una parte della fantasy statunitense d’oggi.

Con recensioni di Fazio, Proietti, Giovanni De Matteo e Daniela Guardamagna.

Questione foibe : il mito e la storia


Da un vecchio articolo di ChicoMalo, incollo passi salienti di una puntualizzazione sulle Foibe istriane, dalmate e del Friuli. Necessaria, visto che talune forme di pensiero revisionista e reazionarie vogliono dare pari dignità – almeno – ai morti per vendetta e a quelli per delitto.

Le foibe sono cavità naturali, voragini della catena rocciosa del Carso, che si estende in Italia nella regione del Friuli Venezia-Giulia, continuando in Croazia nelle regioni dell’Istria e della Dalmazia. Durante la seconda guerra mondiale le foibe sono state usate in svariati modi per occultare cadaveri o per disfarsene per motivi igienici per evitare il diffondersi di epidemie.

Si presume che siano state usate: dai fascisti italiani e dai nazisti per gettare cadaveri di oppositori politici; dai partigiani per gettarvi cadaveri di criminali di guerra; per regolamenti di conti in genere; per gettare corpi di soldati e partigiani morti nelle battaglie. Addirittura animali morti, munizioni e rottami bellici.

Questi usi però sono stati sporadici, episodici, non è stato riscontrato un unico fenomeno di uso delle foibe, ma una serie di fenomeni del tutto distinti tra di loro che hanno come elemento accomunante semplicemente il fatto che si sono svolti nel corso o in conseguenza della seconda guerra mondiale. Nell’immaginario collettivo però, quando si parla di foibe ci si riferisce unicamente al presunto “genocidio” che l’esercito Jugoslavo di Liberazione avrebbe compiuto verso gli italiani nel liberare le zone carsiche  dall’occupazione nazifascista.

Viene raccontato che i partigiani jugoslavi avrebbero gettato migliaia se non addirittura decine di migliaia di italiani nelle foibe, per il solo motivo di essere italiani, e quindi solo per motivi etnici. Inoltre negli anni seguenti li avrebbero spinti ad un esodo epocale dalle loro terre. Niente di più falso e mistificatore. La verità è che ci sono state molte persone,  italiane e non, che sono state processate e successivamente condannate a morte dai partigiani Jugoslavi  in quanto riconosciuti come criminali fascisti. Tra questi figurano uomini della Repubblica di Salò, della Guardia di Finanza, della Polizia Civica, alcuni civili collusi col nazifascismo, qualche “partigiano” dell’ambiguo CLN Triestino (che all’arrivo dei partigiani Jugoslavi a Trieste,  ordinò di sparargli contro in quanto comunisti).

Questi criminali giudicati e condannati da regolari tribunali jugoslavi, furono internati nei campi di prigionia o condannati a morte. Nessuna esecuzione sommaria, nessuna uccisione di massa di italiani “solo perché italiani”. Tant’è vero che i partigiani di Tito hanno lottato spalla a spalla con molti italiani che si sono arruolati nelle loro fila. Nella politica titina c’era l’intenzione di garantire ogni minoranza nei propri territori (infatti dopo la morte di Tito sono scoppiate le guerre etniche in Jugoslavia).

Certamente, come detto, vi furono condanne mirate verso coloro che si erano macchiati di crimini e avevano collaborato con il nazifascismo. Le liste dei condannati ci sono, alcuni poi risultano tornati vivi in Italia, di altri non se ne conosce la sorte in quanto sarebbero morti nei campi di prigionia o condannati a morte.

La data del 10 febbraio è stata dichiarata dallo Stato italiano “La giornata del ricordo delle vittime delle foibe”, con riconoscimenti e medaglie ai parenti dei  presunti “infoibati”. Tra il 2006 e il 2008 ad esempio, sono state consegnate 118 medaglie, vediamo a chi: 63 appartengono  a formazioni militari, di Polizia o della Guardia di Finanza; 55 a civili.

Entriamo nei particolari: 11 Finanzieri, 2 Carabinieri, 9 poliziotti, 2 Polizia economica (istituita dai nazisti come forza antipartigiana), 1 dell’aviazione, 4 dell’esercito, 3 della Repubblica Sociale Italiana, 1 guardia civica (Forza istituita dai nazisti per i rastrellamenti), 3 camicie nere, 1 brigatista nero ex squadrista, 6 della Guardia Nazionale Repubblicana, 20 della milizia di difesa nazionale (formazione collaborazionista nel territorio della RSI), 22 delle milizie per conto dei nazisti, 1 squadrista della prima ora….

Il 73% dei riconoscimenti è andato a formazioni collaborazioniste, militari e non… Questi dati non hanno bisogno di commenti.

L’unico genocidio che conosciamo è quelli fatto dai nazifascisti contro gli ebrei, gli slavi, i rom, gli omosessuali; gli eccidi che conosciamo sono quelli di  Sant’ Anna di Stazzema, le Fosse Ardeatine, Marzabotto ecc.. fatte dai fascisti. Le deportazioni e le uccisioni su base etnico razziale rimangono pratica nazifascista. Come del resto la devastazione dei villaggi, l’uccisione di innocenti, lo stupro delle donne, le torture.

Questi sedicenti storici tendono a delegittimare la Resistenza e a parificare i repubblichini ai partigiani, i carnefici e i perseguitati. Dimenticano che una pacificazione c’è già stata con l’amnistia di Togliatti che intendeva chiudere con le questioni del passato.

Aprire gli occhi, leggere la crisi – Carmilla on line


Riflessioni approfondite, su CarmillaOnLine, sul modello economico imperante, sulle sue crisi, su ciò che le determina, su quali possono essere le vie d’uscita da questo micidiale stallo. Un estratto, che fa riferimento alla rivista Countdown:

Da troppo tempo assistiamo alla mancanza di un’opposizione teorica e pratica al sistema economico capitalistico e in gran parte gli intellettuali che frequentano i dibattiti nei mass media costantemente si propongono come salvatori del modo di produzione che domina la vita quotidiana dei lavoratori. La crescita economica diventa sempre più un miraggio e la produzione mainstream sull’economia e sulle misura da adottare è fatta di luoghi comuni fini a se stessi. Nell’avanzante caos le teorie economiche dominanti e le analisi che da esse derivano hanno perso ogni senso dimostrando, in maniera ancora più spettacolare del passato, di essere solo giustificazioni ideologiche dello stato di cose esistente. […] Precisiamo che tale operazione costituisce solo un contributo scientifico fornito a coloro che intendono comprendere le dinamiche del declino del modo di produzione capitalistico, per indirizzare l’analisi critica verso l’evidenza empirica, in contrasto con le impressioni di carattere soggettivamente deduttivo.

In questo senso sottolineare le difficoltà reali dell’economia attuale, che vede trionfatori solo un numero sempre più ristretto di autentici profittatori e rentier (26 super miliardari, secondo le analisi dell’Oxfam, che da soli possiedono la ricchezza della metà più povera degli abitanti del globo) che hanno visto nel corso dell’ultimo anno crescere le loro ricchezze dell’1,2% a fronte di un peggioramento dell’11% in meno per la parte più povera del pianeta, significa non trovare scuse per un governo populista e sovranista come quello italiano attuale, ma togliere ogni giustificazione a coloro che, mascherandosi da difensori di diritti universali, ormai soltanto presunti ma morti e sepolti proprio in grazia dell’azione di chi oggi li sbandiera in chiave esclusivamente elettoralistica, cercano ancora di giustificare l’ingiustificabile: la permanenza in vita del capitale e dei suoi funzionari economici, politici e mediatici. Secondo i quali invece l’attuale modo di produzione potrà essere sviato dal suo radioso percorso di crescita infinita soltanto da piccole anomalie del sistema oppure da errori scriteriati commessi dai suoi servitori più incompetenti o, peggio ancora, dai suoi contestatori più triviali e primitivi, come quelli che si oppongono alle grandi opere in/utili.

Ma, come dimostrano i sette saggi contenuti in questo numero di Countdown, le cose non stanno affatto così. Saggi che nell’insieme vanno a destrutturare un immaginario che delle perpetue capacità di rinnovamento del capitalismo ha fatto il suo motivo di interesse proprio per non dover giustificare la propria incapacità di pensare a ciò che sarebbe possibile in sua assenza o in alternativa. Saggi adatti, in un mondo dove le vecchie regole dello sfruttamento del lavoro umano e dell’ambiente e in cui lo Stato ha mantenute inalterate le sue funzioni repressive e la sua capacità di coagulo di forze economiche e sociali che sarebbero altrimenti disperse, a far sì che non si debba più obbligatoriamente dare per vera la formula secondo la quale oggi sarebbe “più facile immaginare la fine del mondo che non la fine del capitalismo”. Utili per rigettare la vecchia dottrina tatcheriana del There Is No Alternative (Non c’è alternativa), che è stata così pesantemente instillata nell’immaginario sociale degli ultimi decenni.

Sei volte Pompei, il sito archeologico nascosto sotto Porta di Roma – L’Unico


Su L’unico un interessante, illuminante articolo che argomenta quale potere abbiano da un bel po’ ormai alcune lobbies in Italia, luogo dove si potrebbe vivere e prosperare del passato storico e archeologico sepolto sotto i nostri piedi e dove, invece, siamo costretti ad arrancare, annaspare e affogare sotto un regime sociopoliticoeconomico che si rifà al vomitevole Liberismo e alle sue consorterie. Pensateci, quando credete di vivere nel miglior mondo possibile.

Il sito in questione si trova a Roma, nei pressi dell’antica Fidene. Leggetevi bene l’articolo e boicottate il mercato esasperante di quest’insulsa febbre commerciale, apritevi alla Cultura, alla Storia, a ciò che rende una vita interessante da vivere e da trascendere.

“Sotto Porta di Roma c’è un sito archeologico che si estende su un’area grande sei volte Pompei.”
D: Me lo dice così? Lei che ordina, un primo o un secondo?… Ripartiamo un attimo dall’inizio. Quando ci siamo incontrati la prima volta, in quel container uso ufficio a Porta di Roma (la galleria commerciale era ancora un’idea) lei era entusiasta di quel progetto. Possiamo fare il suo nome?
R: Preferirei di no. Non è opportuno.
D: D’accordo. Però lei ha collaborato come ingegnere alla costruzione di quella che fino a poco fa è stata la più grande galleria commerciale d’Europa con i suoi duecento venti negozi e 115 mila metri quadrati tra Fidene e Bufalotta. Questo dobbiamo dirlo. Per chi lavorava?
R: Porta di Roma nasce come progetto dei costruttori Toti e Parnasi, ma poi si costituì un consorzio con dentro tutti i più grandi imprenditori edili. Da Caltagirone a Mezzaroma. Da Lamaro a grandi gruppi della distribuzione come Auchan che oggi occupa circa la metà della galleria.
D: Lei sostiene che sotto il centro commerciale ci sia una città romana grande come Pompei.
R: Non ho detto Pompei. Ho detto un’area grande come sei volte Pompei.
D: E’ consapevole di quello che dice?
R: Non è una mia supposizione. Ci sono i sondaggi fatti dagli incaricati della soprintendenza che lo testimoniano. L’accordo di programma prevedeva non a caso un Parco archeologico.
D: Nel famoso Parco delle Sabine.
R: Esatto in quello che doveva essere un centro urbanistico evoluto, sul modello olandese, con siti archeologici, residenze e addirittura una metropolitana, il prolungamento della linea B che doveva arrivare da Conca d’Oro.
D: Oggi non c’è né la metro né il parco archeologico. Perché?
R: È stato tutto insabbiato. Letteralmente. Una parte della antica Fidenae di cui parla lo storico romano Tito Livio, città di origine etrusca e poi divenuta colonia romana, è stata seppellita per sempre dai 7 mila posti auto di Porta di Roma.
D: La soprintendenza romana ai beni archeologici ha parlato ufficialmente di siti di limitata importanza, impossibili da valorizzare. Troppo costosi da dissotterrare.
R: Certo, valorizzare siti archeologici distribuiti su un’area di circa due chilometri quadrati richiede sforzi notevoli. Guardi la storia della manutenzione di Pompei. Che è solo un sesto di quello che c’è sotto Porta di Roma.
D: Aspetti. Facciamo due conti perché lei non la racconta giusta. Ma se Porta di Roma, intendo la galleria, è di 115 mila metri quadrati, come può starci sotto una città grande come sei Pompei che fa poco più di 400 mila mq? Non sta in piedi.
R: Intanto l’area commerciale copre 150.000 mq, ma con albergo, uffici e parcheggi arriviamo ad una superficie di 250.000. I sondaggi dimostrarono che tutta la zona è interessata da reperti. Si tratta per lo più di ville e ritrovamenti che confermavano la presenza di un esteso insediamento urbano. Il mosaico che è stato conservato al primo piano del centro commerciale, buttato lì senza nemmeno una scheda storica, è solo la punta dell’iceberg.
D: Cosa ci dice?
R: Un mosaico di quel genere, secondo gli esperti poteva appartenere solo a ville inserite in contesti agglomerati. Romolo conquistò l’antica Fidenae nel 748 a.C. ma al di là di ogni considerazione storico-urbanistica ci sono le mappature dei tecnici della Soprintendenza che fanno testo e che io ho visto con i miei occhi. Mi creda, nel Parco delle Sabine, e in gran parte sotto il centro commerciale Porta di Roma è sotterrato e nascosto uno dei più grandi siti archeologici italiani.
D: Lei è un ingegnere dell’Ordine di Roma. Perché non parlò della cosa ai tempi della cantierizzazione.
R: Pensavo spettasse alla Soprintendenza far emergere quel patrimonio culturale.
D: Perché non l’avrebbero fatto secondo lei?
R: Perché la conseguenza sarebbe stato il blocco del progetto edile. Sia della galleria che dell’area residenziale. Vada a visitare oggi via Carmelo Bene. Cosa le sembra?
D: Cos’è ora le fa lei le domande?
R: Le piace quel quartiere?
D: Gli esperti di urbanistica ne parlano come un dormitorio.
R: Giusto. E credo lei sia intelligente quanto basta per capire che un archeologo non ha il potere di competere contro un cartello che detiene il novanta per cento del mercato edile della Capitale.
D: Lei sta accusando la Soprintendenza di non aver fatto bene il suo lavoro?
R: Io dico che c’erano delle mappe. Io le vidi al tempo dei sondaggi. Ho assistito a tutta la fase degli scavi. Faccia un accesso e se le vada a consultare.
D: L’archeologo Roberto Egidi della Soprintendenza, a cui va il merito della conservazione del mosaico a Porta di Roma e delle Giare nel parcheggio Ikea ad Anagnina sostenne che è impossibile conservare tutto di queste rovine.
R: Guardi è solo economicamente sconveniente, ma solo per una società come la nostra.
D: Che intende?
R: Che Porta di Roma ospita ogni anno 19 milioni di clienti. Più del doppio rispetto ai visitatori del Colosseo, degli Uffizi, delle Gallerie dell’Accademia di Firenze, di Pompei e Castel Sant’Angelo messi insieme. A San Pietro arrivano appena 11 milioni di visitatori l’anno, appena la metà delle persone che si recano a Porta di Roma. Credo che sia un problema di cultura. È più giusto parlare di ignoranza che di disinteresse. L’ignoranza di non capire che un parco archeologico in una società evoluta può fare PIL più che un tempio che vende stracci e mobilio nordico di qualità orientale.

 

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