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Il nuovo disordine mondiale/16: Il mondo con i confini di prima non esiste già più – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine considerazioni di Sandro Moiso sullo stato del caos internazionale ucraino, semplifichiamolo così, in cui in realtà si rispecchiano le politiche mondiali tutte, in un crogiolo pericoloso e vomitevole. Un estratto:

Parafrasando la gelida portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, in un’intervista a Sky News Arabia, in cui ha affermato che «L’Ucraina che conoscevamo, all’interno di quei confini, non c’è più. Quei confini non ci sono più», si può affermare che il mondo uscito sia dal secondo conflitto mondiale che dalla fine della Guerra Fredda è definitivamente tramontato. E così pure quei confini che si era dato sotto l’egida imperiale occidentale e americana. Non solo, ma anche lo stesso strumento che quest’ultima si era data per violarli ovunque almeno a livello commerciale e finanziario, ovvero la globalizzazione, sta definitivamente tramontando. Prova di ciò non sono soltanto i 120 e passa giorni di guerra in cui, proclamando fin troppo facili vittorie militari e sanzionatorie sulla Russia oppure rovistando tra le feci di Putin per individuare i segni di malattie oncologiche o d’altra natura che ne indicassero una prossima fine, i rappresentanti politici e mediatici dell’Occidente si sono comportati esattamente come i buoi borghesi di cui parlava Marx a Kugelmann nel 1871, ma anche l’andamento dei combattimenti, con la lenta ma progressiva avanzata delle forze russe sul fronte del Donbass1, e quanto si è visto ed udito al 25° Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF).
Forum a cui, dopo gli iniziali sbeffeggiamenti della stampa italiana mainstream che tendeva a definirlo come la “Davos degli sfigati”, hanno partecipato i rappresentanti economici e politici di circa 140 paesi e svariati rappresentanti delle maggiori imprese francesi, canadesi, americane e altre ancora dello schieramento occidentale “anti-putiniano” e “filo-ucraino” (tra cui Unicredit e Confindustria italiana). Come a sottolineare che se le Olimpiadi invernali di Sochi si erano potute boicottare, altrettanto non si poteva fare con il Forum tenutosi sulle rive del Baltico.
Approfittando di tale contraddittoria situazione, il 17 giugno, lo stesso Vladimir Putin è così intervenuto esponendo un visione strategica degli interessi russi, ma non soltanto, che, al di là delle chiare ragioni propagandistiche, conteneva numerosi motivi di interesse. Infatti, proprio nei giorni in cui iniziavano a chiudersi i rubinetti di Gazprom verso l’Europa, nonostante la minaccia delle temute sanzioni prospettate da quest’ultima nei confronti dell’economia russa, il presidente della Federazione Russa ha potuto affermare:

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È stato tutto inutile? Il valore delle battaglie perse in Valerio Evangelisti – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine continua l’onda lunga del ricordo di Valerio Evangelisti con un articolo che è, in realtà, un’esegesi della sua opera; vi lascio ad alcune righe esemplificative, che amplificano la portata del suo pensiero, attuale come non mai.

Nella poetica di Valerio Evangelisti i finali hanno un impatto estetico folgorante, ma anche un profondo significato politico: «Molti miei romanzi – dice in un’intervista – finiscono con una battaglia perduta che però vale pena di essere combattuta, perché già la battaglia è liberazione». Non si tratta di retorica del bel gesto che salva l’onore dei giusti dal fango della sconfitta, perché la narrazione delle avventure intraprese è capace di costituire una mitologia e un immaginario che possono risorgere nelle lotte future.
In “Sepultura”, uno dei quattro racconti della raccolta Metallo urlante (Einaudi, 1998), gli ultimi rappresentanti di una popolazione originaria brasiliana sono immersi fino alle ginocchia nell’ectoplasma, una sostanza organica che si fonde con le loro gambe impedendone il movimento. Questi prigionieri, tuttavia, utilizzano creativamente un altro composto chiamato squaglio, normalmente impiegato per le torture. Grazie a questo stratagemma entrano in simbiosi con l’ectoplasma ed evocano uno spirito appartenuto alla loro tribù morta suicida per protestare contro la distruzione della foresta amazzonica.

“Olavo vide il getto di colla erompere da Sepultura, come un pitone affamato e gigantesco avido di preda. Sotto l’urto, le pareti del carcere si sgretolarono, incise in tutta la loro ampiezza da fessure profonde”.

Le suggestioni sono molte. Lo squaglio, nella sua logica bifronte, può esser paragonato all’immaginario che in mani diverse è arma di dominio oppure di liberazione. L’ectoplasma, a sua volta, è la composizione di classe che può essere, in situazioni diverse, immobilizzante, oppure mobilitante. Infine lo spirito ancestrale simbolizza la memoria mitologica dei passati cicli di lotta.

“Il Babalaò si versò in gola un nuovo sorso di pemba. – Oshumare stanotte è scatenato, – mormorò con voce arrochita dall’alcol. – Nessuno lo potrà fermare.
Olavo alzò le spalle. – Sciocchezze. All’aria aperta la colla tornerà a solidificarsi. Vedi? Ha già smesso di fluire.
Il vecchio scrutò il buio rimpicciolendo gli occhi. – Vuoi dire che è stato tutto inutile? – chiese dopo un poco, tossicchiando piano.
– Inutile? No. Almeno abbiamo un carcere in meno -. Olavo si avviò alla porta. Mentre spalancava il battente tornò a girarsi verso il Babalaò. – Ti sembra poco?”.

Una struttura analoga è presente in Black flag (Einaudi, 2002). A tal proposito Fabio Ciabatti rileva che «l’arma utilizzata da Sheryl per sparare contro le mostruose forze dell’esercito statunitense è una vecchissima colt a tamburo dalla canna brunita molto lunga, curiosamente caricata a palle argentate, raccolta un attimo prima dalle mani di un giovane panamense ferito a morte che indossava una maglietta insanguinata con la scritta “Battallon de la dignidad”. Evangelisti non ce lo dice esplicitamente ma è chiaro che è la pistola di Pantera, passata di mano in mano per generazioni di resistenti! C’è dunque un filo rosso che unisce le lotte degli oppressi del passato e del presente. Un futuro possibile che è stato sconfitto nel passato può risorgere trasfigurato nel presente.»
Se questo avviene è grazie all’immaginario e alla narrazione che lo tramanda di generazione in generazione in un gioco di conservazione e trasformazione. Ecco perché la resistenza di fronte al mostro più orrendo non è mai inutile: «Se la causa è giusta, le battaglie perdute sono le più belle» dice un’adolescente irlandese a Pantera prima che entrambi si lancino contro le fila nemiche per ritardarne l’attacco e permettere ai rivoltosi di mettersi in salvo. È il finale del fantawestern Antracite (Mondadori, 2003) e siamo ai tempi della Comune di Saint Louis del 1877.

“Il cavallo accelerò l’andatura, tutto piegato in avanti. I soldati guardarono attoniti i folli che si gettavano contro di loro. Parevano non sapere che fare.
In quel momento Kate gridò, con la sua voce limpida: «Viva i Mollies! Viva l’Irlanda!»
Il sorriso di Pantera si allargò. Sollevò la pistola e sparò un colpo verso le mitragliatrici. Poi un altro. Poi vuotò l’intero caricatore”.

Dal Dna di Pompei una lezione sulla diffusione della tubercolosi | Il Foglio


Sul Foglio un articolo che narra e traccia considerazioni sulla recente scoperta di un pompeiano morto nel 79 d. C., che era affetto da tubercolosi. Un estratto:

L’accentuarsi dei contatti tra persone diverse dovuto all’espandersi della popolazione, all’incrementarsi dei viaggi e degli scambi su lunga distanza e ai flussi migratori fra paesi lontani è alla base del rischio epidemiologico. Abbiamo osservato più volte come sia il nostro stile di vita, la nostra numerosità e la nostra invadenza nell’ambiente circostante ad aver preparato le condizioni per la pandemia attuale, e abbiamo detto come questo rischio è aumentato recentemente a causa dell’incrementarsi rapido di queste condizioni; tuttavia, il fenomeno in sé non è nuovo, e la conferma dell’importanza di questi fattori ci giunge, sorprendentemente, da un lavoro di ricerca recente.
I batteri della tubercolosi sono suddivisi in sette gruppi originatisi, attorno al 3000 a.C., da un antenato comune in Africa occidentale. Tre di tali gruppi si trovano ancora oggi solo in Africa; gli altri sono gradualmente diventati cosmopoliti. Guardando ai dati ricavati dal genoma dei batteri, la principale ondata di espansione si verificò nel primo secolo dopo Cristo e interessò innanzitutto il bacino del Mediterraneo, proprio quando visse il povero pompeiano trovato nella casa del fabbro.
In questa epoca, anche gli studi del Dna umano degli antichi romani piazzano l’arrivo di un imponente flusso umano dal Medioriente, insieme con altri minori da altre parti del nascente impero romano: l’espansione demografica, dei viaggi e degli scambi provocò naturalmente l’arrivo sia di persone che di malattie, entrambi provenienti particolarmente dai più popolosi centri conquistati dai romani – che si trovavano in Nordafrica e nell’est del mediterraneo, non certo nell’Europa nordoccidentale. Allora come oggi, con la globalizzazione si diffusero le prime pandemie, compresa la tubercolosi che affliggeva il cittadino di Pompei appena esaminato, e che ha continuato a uccidere fino ad arrivare al mio bisnonno e alla sua giovane figlia negli anni ’30 del secolo scorso. Senza vaccini, farmaci e conoscenza scientifica, saremmo presto sopraffatti dai parassiti, perché oggi viviamo in un mondo epidemiologicamente peggiore del suo, e perché virus e batteri, come insegna la tubercolosi, non sono diventati più rispettosi della vita umana in 6000 anni.

Maieutica dell’inflazione – Carmilla on line


E se l’inflazione svolgesse un ruolo provvidenziale – come una rivelazione, un disvelamento, un lampo di verità che fa giustizia dell’ipocrisia della “scienza triste”? Lei, l’inflazione, poverina, ufficialmente non piace a nessuno. Le classi dirigenti l’hanno sempre coltivata con estrema cautela, senza dare troppo nell’occhio; in una certa misura può fare bene ai profitti, ma si è rivelata spesso imprevedibile e pericolosa come un barbecue in mezzo al bosco. Perché cos’è, alla fine, il processo inflattivo – e la celebre “spirale prezzi salari” che gli economisti temono come la peste? È l’estrema brutale sintesi del conflitto di classe – nella sua dimensione più vera e immediata, quella che si gioca sul terreno distributivo. Possiamo dire che l’inflazione incarna la potenzialità pedagogica del rapporto di classe: i percettori di profitti alzano i prezzi delle merci per ricostituire i margini, i salariati alzano il prezzo della forza-lavoro per tutelare il potere d’acquisto. Io tiro di qua e tu tiri di là. Semplice da spiegare e da capire. E se investimenti e produttività restano stagnanti, più profitto padronale corrisponde a più miseria operaia. Ecco la nuda, scandalosa verità che sta dietro tutte le montagne retoriche di economia politica, sociologia, diritto ed etica: classe contro classe – anche senza nessuna visione generale, nessuna prospettiva o coscienza o ideologia, solo come mero istinto di sopravvivenza.

Questo è l’incipit di un articolo di CarmillaOnLine, che  traccia le coordinate del disastro avvenuto trent’anni fa, quando i sindacati abdicarono al potere economico che stralciò la Scala Mobile salariale a favore di un risanamento, che ha solo spostato il profitto verso la fascia padronale, o aziendale, della nostra società.

Tra il 1992 e il 1993, mentre si consuma il tracollo della Prima Repubblica, il movimento sindacale commette il suo secondo grave peccato capitale, dopo la svolta dell’Eur. Accetta il patto del diavolo che i governi tecnico-politici della transizione impongono, sempre con la pistola della “responsabilità nazionale” puntata alla tempia: lo scambio consiste nel concedere una generosa e duratura moderazione salariale in cambio della “politica dei redditi” e del riconoscimento di un ruolo para-istituzionalizzato alla concertazione tra le parti . Che significava, sul piano legislativo, eliminare qualsiasi meccanismo di rivalutazione automatica delle retribuzioni e costruire un nuovo modello salariale e contrattuale che regolasse le relazioni industriali nel lungo periodo.

“Politica dei redditi” è categoria omnibus, in cui ognuno ha infilato desideri, attese, obiettivi ed elementi programmatici: nelle aspettative sindacali voleva dire controllo di prezzi, tariffe, investimenti pubblici, tassi di interesse – in un quadro di equità fiscale e mantenimento della progressività. Lo scambio poteva apparire vantaggioso: esorcizziamo lo spettro dell’inflazione (che ci costringerebbe ad una defatigante rincorsa contrattuale) e in cambio i lavoratori potranno accedere a mutui a tassi contenuti e ad una generale compressione del regime dei prezzi.

L’imbroglio è dietro l’angolo: l’essenza della Seconda Repubblica in fieri è la cessione di buona parte degli strumenti di intervento e controllo del ciclo economico – le famose “sacche di socialismo reale” contro cui inveiva Cossiga. Nel 92/93 gli investimenti pubblici e privati sono in drastico calo e tali rimarranno per un quarto di secolo; il debito pubblico cessa progressivamente di essere strumento di politica macroeconomica per diventare colpa nazionale; la sovranità sulla moneta viene rapidamente devoluta, man mano che si stringono le tappe forzate che separano Mastricht dall’Euro. L’impossibile politica dei redditi si convertirà in semplice prassi della concertazione: non c’è più ciccia, concentriamoci sul “metodo”. Lo scambio del ’93 si tradurrà in: moderazione salariale contro riconoscimento politico del ruolo della triplice.

La fine della scala mobile rappresenterà simbolicamente la madre di tutte le controriforme: si tirerà dietro le privatizzazioni dell’industria e del credito pubblico, l’aziendalizzazione della sanità, il passaggio al calcolo contributivo dei trattamenti pensionistici, la fine dell’equo canone – e allungherà la sua stagione infinita fino alla soppressione dell’art.18. Dal craxismo al renzismo, senza soluzione di continuità: tra Tangentopoli e il “contratto a tutele crescenti” si snoda un percorso di coerenza liberista che, al di là dei cambi stagionali di ceto politico e le retoriche nuoviste, tratteggia la nuova Costituzione materiale di questo paese.

Lankenauta | Queste montagne bruciano


Su Lankenauta una recensione al romanzo Queste montagne bruciano di David Joy, che non mi aveva inizialmente incuriosito, poi sono stato attirato dalle parole melliflue usate nell’articolo e pian piano mi sono trovato avvolto nella tela usata dal recensore, finendone per restare affascinato, come se fossi stato posto davanti a una sirena. Vi lascio a un ampio stralcio della recensione:

Nel caso specifico poi il merito non sta soltanto nell’averci fatto conoscere uno scrittore validissimo ma nell’aver proposto un genere che, a quanto pare, dalle nostre parti non sembra mai aver avuto una particolare diffusione: il “country noir”, detto anche black country oppure thriller rurale; ovvero vicende, pur sempre incentrate su un’indagine del lato oscuro dell’uomo e della società mettendone a nudo la corruzione e il degrado, ma questa volta ambientate in territori remoti o ai margini dimenticati della cosiddetta globalizzazione. Esattamente le condizioni nelle quali si trovano i protagonisti del romanzo, alle prese con il territorio occidentale della Carolina del Nord, al confine con il Tennessee, nel mezzo delle le aree tribali degli indiani Cherokee, delle loro montagne e dei loro secolari boschi, perennemente devastati da incendi. In questo contesto, bellissimo e disagiato nel contempo, vivono l’attempato e disincantato Raymond Mathis, vedovo e padre di un giovane tossico; Danny Rattler, un altro tossico di etnia cherokee, perennemente a caccia di una dose, grazie alle sue abilità di ladruncolo; gli agenti della DEA Ron Holland, il capo, e Rodriguez nelle vesti di infiltrato, che tentano fino all’ultimo di arrivare al pesce grosso del traffico di stupefacenti. La morte per overdose di Ricky, il figlio di Raymond, scatenerà una vendetta feroce contro gli spacciatori che, come effetto collaterale, cambierà nettamente sia la vita di Rattler, sia le indagini di Holland e Rodriguez. È proprio dal momento in cui Ray Mathis, grazie alla sua capacità nel percorrere di notte le foreste e grazie a un compagno esperto di esplosivi, si sarà vendicato facendo esplodere i rifugi degli spacciatori che si generano tutti gli eventi che potremmo definire più propriamente “noir” e che porteranno alla sorprendente scoperta del responsabile del narcotraffico. Ma al di là della vicenda poliziesca, che pure prende l’avvio dopo diverse pagine, l’aspetto più interessante del romanzo, e che più coinvolge, è il racconto, sempre con in primo piano i sentimenti dei protagonisti, della corruzione morale che ha portato un popolo e il suo ambiente allo sfascio: “Cherokee era un’altra città adesso. Il casinò aveva cambiato tutto […] Era in corso un rinascimento, cosa che avrebbe dovuto riempire Denny di orgoglio, invece gli dava un senso di vuoto e di vergogna. Lui era quello contro cui i forestieri puntavano il dito, l’indiano ubriacone, l’indiano tossicodipendente che accettava solo l’assegno della tribù da spararsi in vena. Nella sua mente, sentiva ancora il suono del tamburo, vedeva ancora suo zio che danzava a torso nudo tutto sudato nell’aria umida odorosa di caprifoglio, e desiderava tanto poter tornare indietro” (pp.241).

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Clonazione: l’uomo e il suo doppio nella narrativa di fantascienza


Su Delos235 un’approfondita riflessione di Franco Piccinini sul doppio, sull’automa, sul clone, e di come la letteratura di genere abbia affrontato questa tematica; vi lascio a un passo esplicativo:

I metodi con cui la fantascienza produce questi Doppelgänger sono svariati: androidi perfettamente uguali a un essere umano, duplicati virtuali nella memoria di un computer, paradossi temporali per cui un individuo incontra più volte se stesso, scivolamenti attraverso universi paralleli, trasmettitori di materia oppure apparecchi che trasformano direttamente l’energia in materia. Per ognuno di questi metodi, possiamo scegliere tra moltissime opere di valore. Se però parliamo di clonazione, dal punto di vista scientifico la maggior parte delle opere che ho letto si mostra imprecisa e superficiale: magari sono affascinanti sotto l’aspetto speculativo e dello studio psicologico dei personaggi, ma ha ben poco a che fare con la clonazione vera e propria. Succede anche quando gli autori sono scrittori di grandi qualità. Kate Wilhelm, per esempio, ha scritto un romanzo d’esordio assieme a T. L. Thomas dal titolo The Clone (1965), noto da noi come Dalle fogne di Chicago. Ora, la combinazione di batteri e sostanze chimiche che si rimescola nelle fognature e poi ne emerge, producendo un gigantesco, impressionante “blob” capace di assorbire gli esseri viventi che incontra, è tutto fuorché un clone. Clonazione, in biologia, indica la creazione asessuata, naturale o artificiale, di un secondo organismo vivente o anche di una singola cellula che ha tutte le caratteristiche genetiche del primo. Per estensione, oggi è chiamata così anche la copia genetica di un individuo (chiamato “matrice originale”). La domanda principale infatti è: se possiamo duplicare mediante clonazione un animale, oppure un uomo, che cosa ce ne facciamo? La risposta più concreta e più facile da realizzare è la seguente: pezzi di ricambio. Provate a pensarci: per ogni essere umano si potrebbero ottenere una o più copie in grado di fornire organi e tessuti intatti, da sostituire al bisogno. Badate che questa non è più fantascienza: qualcuno ci sta concretamente pensando. In fondo, le tecniche di trapianto ci sono già da tempo e sono abbastanza semplici. Il vero problema è la reazione di rigetto, ma con un clone questo non avverrebbe, come hanno provato i trapianti fra gemelli identici; purtroppo però questi cloni sono pur sempre esseri viventi, magari dotati di coscienza. Che ce ne facciamo dopo che li abbiamo “smontati”? Segnalo in quest’ottica Ricambi (Spares, 1994) di M. Marshall Smith e I segreti dello scorpione (The house of the Scorpion, 2002) di Nancy Farmer, entrambi raccontati dal punto di vista del clone, che non ci sta a fare da fornitore di pezzi di ricambio. Le spaventose implicazioni morali di una simile operazione ci riportano ovviamente al peccato di hybris del dottor Frankenstein di Mary Shelley o del dottor Jekyll di Stevenson. Forse è questo che ha spinto Kazuo Ishiguro, scrittore scozzese ma di origine giapponese, recentemente insignito del premio Nobel per la letteratura, ad occuparsene nel suo romanzo Non lasciarmi (Never let me go, 2005). Sono protagonisti due ragazzini, che vengono educati nel più perfetto dei college inglesi come se fossero destinati a far parte della futura classe dirigente britannica: solo nelle ultime pagine scoprono qual è il vero destino loro riservato. Fornire ricambi, per l’appunto.

I tuoi semi


Nei decreti immorali del tuo futuro impreciso e plastico, scorgi i semi da coltivare attraverso cladi frattalizzati

La pillola per lavorare il doppio | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di La pillola verde, ebook di Ilaria Pasqua per DelosDigital, in cui si racconta di come il sistema economico abbia trovato il modo di riprendere a guadagnare come prima della pandemia. La quarta:

Dopo la pandemia era necessario che la Lombardia ingranasse una marcia in più per recuperare lo svantaggio accumulato, per portare un’Italia sofferente fuori dalla crisi. Mara, una ragazza umbra trapiantata a Milano, ha accettato l’unica regola imposta: per vivere e lavorare deve prendere la pillola verde. È questa la soluzione per trainare il paese. Una pillola apparentemente innocua, che permette ai cittadini di dormire solo due ore e mezza e lavorare sedici ore di fila. Ma a quale prezzo?

Richiesta sindacale


Nel momento in cui implichi un discorso valoriale, le tue ideologie cessano e così hai solo bisogno di aprire le ostilità per un riconoscimento, che a te appare giusto e che termina all’istante ogni senso di superiore ideologia.

Anfratti del reale


Distopie come un fluido che permea ogni anfratto del reale.

Rebus Sic Stantibus

Timeo Danaos et dona ferentes

Fantastici Stonati

Ci vuole molta fantasia per essere all'altezza della realtà

Decades

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The Paltry Sum

Detroit Richards

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Ovvero come superare l'ombra, la curva della luna, il limite delle stelle (again)

AUACOLLAGE

Augusta Bariona: Blog Collages...Colori.

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The daily life of an addict in recovery

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