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Pink Floyd – Vienna 1977 8mm Film (Part 1-2)


Ancora stralci – stavolta di bassa qualità – del passato delirante dei Floyd, quello distopico e malato: Vienna, 1977, tour di Animals.

Il declino dell’impero americano – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine alcune considerazioni di Sandro Moiso – che condivido – sui fatti accaduti due giorni fa al Campidoglio statunitense, quando i fan nazistoidi hanno provato un atto di forza al centro di potere più nazista che ci sia in questo momento – da alcuni decenni, più propriamente.

È certamente difficile scrivere nell’immediato per spiegare quanto è accaduto il 6 gennaio al centro dell’impero occidentale. Ma alcune considerazioni si possono trarre fin da ora, naturalmente cercando di andare oltre le vuote formule democraticistiche espresse dai media internazionali e nazionali e, soprattutto, andando oltre la parziale spiegazione dei fatti attribuiti ad un unico deus ex machina: il presidente ancora in carica, anche se è ormai difficile capire per quanto tempo, Donald Trump.

Certamente il piagnisteo democratico, espresso sia da Joe Biden che dai suoi colleghi stranieri, non serve a spiegare i fatti, piuttosto tende ad intorbidirli, rivendicando per gli Stati Uniti un primato nella difesa dell’ordinamento democratico che dimentica il ruolo apertamente controrivoluzionario e reazionario che la capitale dell’impero e i suoi massimi rappresentanti hanno svolto a livello internazionale e interno.

Elencare le decine di azioni militari, poliziesche e golpiste condotte dall’intelligence e dalle armi statunitensi in ogni angolo del globo e del paese sarebbe qui troppo lungo, ma almeno alcuni fatti vanno ricordati: dall’intrusione di inizio Novecento, armi alla mano, negli affari interni del Messico e del Nicaragua per impedire o stravolgere le rivoluzioni in atto alla rimozione golpista di Mohammed Mossadeq in Iran nel 1953 per impedirgli di nazionalizzare il petrolio e rinsaldare sul trono la fedele dinastia Pahlavi oppure dal rovesciamento violentissimo del governo Allende in Cile nel 1973 al colpo di Stato in Brasile del 1° aprile 1964, che instaurò una dittatura militare filo-statunitense che durò ben 21 anni, fino ai più recenti tentativi di rovesciamento del governo venezuelano, solo per fare alcuni esempi.

Quindi ascoltare i commentatori e il neo-eletto presidente degli Stati Uniti piangere per il pericolo corso dalla democrazia statunitense con l’attacco a Capitol Hill è perlomeno insopportabile, se non disgustoso. Quella democrazia, che all’interno per due secoli e mezzo almeno, si è basata sull’eliminazione dei nativi americani, sullo sfruttamento schiavistico degli schiavi africani e sull’emarginazione razziale di afro-americani, latinos, asiatici e, un tempo, anche degli immigrati italiani e dell’Europa dell’Est e del Sud, ha potuto vantare la propria forza proprio in nome di una rigida divisione di ruoli: all’America bianca la ricchezza estorta in patria e nel resto del mondo, con la forza e il ricatto, al proletariato multinazionale, alle etnie di diverso colore e agli stati dipendenti dalla colonizzazione occidentale (al cui vertice gli Stati Uniti si sono posti dalla fine della prima guerra mondiale in poi). A tutti gli altri gli avanzi e, in taluni casi, nemmeno quelli.

La campagna militar-vaccinale – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un lungo articolo di Giovanni Iozzoli che va letto e discusso attentamente, in cui alcune posizioni non sono propriamente le mie ma che, questo è il senso che vorrei trasmettere, suscitano considerazioni di concordia proprio sulla loro chiosa: si parla di vaccini contro il Covid, di controllo sociale globale che di fatto è in piedi da mesi, di approssimazioni sulla cura finale al virus che forse, non ne posso avere la certezza per mia ignoranza, è un po’ affrettato somministrare al mondo intero. Alcune cose non tornano, però; che ognuno si faccia la sua opinione, qualunque essa sia: è giusto mettere in discussione lo stato delle cose più che altro, a mio modo di vedere, per gli sviluppi futuri della pandemia e di ciò che coinvolgerà.
La chiosa dell’articolo è esemplare, vi riporto quella, solo quella:

La crisi del vecchio mondo sta sgravando un nuovo assetto sociale e l’epidemia rappresenta solo le doglie dolorose di questo parto travagliato. Tutti gli elementi erano già in incubazione, più o meno sottotraccia – li leggevamo e li temevamo. Oggi i processi si stanno compiendo: dovremo misurarci con nuove tecnologie di governo dei corpi, della salute, del lavoro, della conoscenza e della società nel suo complesso.
Negli anni scorsi, quando si strologava di biopolitica in tutte le salse, probabilmente nessuno immaginava che il nostro sistema immunitario sarebbe stato l’ultima frontiera da difendere dall’invasività della nuova governance capitalista. Il Covid esiste, è temibile e va contrastato: ma stiamo attenti a non risvegliarci in un mondo in cui la sua eredità sulle nostre società e sulla nostra salute, potrebbe essere anche più pesante del male.

La colonizzazione del sapere: la storia nascosta dietro le piante medicinali – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a un testo francese – La colonisation du savoir di Samir Boumediene, ancora non tradotto in Italia – che parla delle interazioni tra medicina e società, nel senso di colonizzazioni di nuovi territori, con loro erbe, medicine, tecniche mediche e quant’altro, e le conoscenze che i colonizzatori si portano appresso dal vecchio mondo. Penso sia chiaro che si sta parlando della brutalizzazione che il mondo europeo ha operato sui nativi americani a partire da Colombo, schiavizzandoli per un imperialismo che era – ed è – un lontano riflesso del pur brutale imperialismo romano. Qualche brandello di discorso e la chiosa:

Si allarga lo sguardo partendo dalla storia moderna delle piante medicinali del “Nuovo Mondo”, e lo fa in maniera intelligente, radicale, appassionante. Che molti prodotti oggi parte integrante delle abitudini di centinaia di milioni di persone in Europa siano originari dell’America (si pensi al tabacco, al cacao, al pomodoro) è un fatto risaputo; ma ridurre tutto a meri spostamenti di risorse attraverso l’Atlantico significherebbe non cogliere le implicazioni sociali, religiose, politiche, economiche. Ogni oggetto ha una storia incorporata inscindibile dalla materia tangibile. La colonisation du savoir prova a raccontarla prendendo le piante medicinali come indicatori dei rapporti di forza nella società e spiegando che, visto che la storia è incorporata negli oggetti, “tutti i giorni inghiottiamo dei morti”.

La prima cosa analizzata nel libro è il rapporto contraddittorio tra i popoli colonizzatori e il sapere dei popoli colonizzati. Quando gli europei giungono in America, si trovano al cospetto di un “nuovo mondo medicinale”, abitato da piante mai viste prima utilizzate da popoli mai visti prima in modi mai visti prima. L’atteggiamento dei coloni è dapprima di indifferenza per l’ignoto: se i coloni attraversano l’oceano è per trovare ciò che cercano (per esempio le spezie asiatiche), non scoprire cosa di nuovo esiste sul posto. Non appena si imbattono in qualcosa di vagamente familiare, usano i nomi delle piante e sostanze che cercano, quelle del Vecchio Mondo, eventualmente limitandosi a precisare la provenienza geografica. In realtà, spesso si tratta di piante molto diverse, simili solo per alcune delle loro proprietà. Spinti dalla volontà di trovare precisi prodotti gli europei esagerano le somiglianze e minimizzano le differenze. Per questo motivo, “le piante americane sono dei mosaici, ricomposizioni di cose conosciute” (p. 72). Questo gioco di specchi in cui gli oggetti europei sono la norma e tutto il resto del mondo non è che un loro riflesso continua ancora oggi, nascosto per esempio nel cripto-razzismo di chi definisce “etnica” qualunque cucina che non sia di origine europea.

Per certe piante americane gli europei provano non indifferenza ma repulsione ed è chiaro che l’origine di tale disgusto non è tanto da cercarsi nelle loro proprietà organolettiche quanto nel razzismo. Il cioccolato è descritto all’epoca come “brodaglia per porci più che per uomini”, il mate è considerato una bevanda diabolica che fa “vomitare come bestie”, la coca e il tabacco sono ripugnanti. Come descritto altrove, lo stesso vale per altre piante: secoli dopo l’importazione e l’acclimatazione di specie nutritive come la patata o il pomodoro, ancora naturalisti e medici europei mettevano in guardia dalle loro presunte “scarse proprietà nutritive”.

Certi elementi della farmacopea americana poterono attraversare l’oceano ed essere integrati alle pratiche e i saperi medici europei. L’integrazione non fu un semplice passaggio da una sponda all’altra: fu una continua metamorfosi.
Un esempio notevole è costituito dalla china, cui l’autore dedica una buona parte della ricerca. La china si presenta come una “corteccia rossastra e amara”, in grado di curare le “febbri intermittenti”, corrispondenti alla malattia oggi nota come malaria. Per i principi della scienza medica europea dell’epoca (teoria degli umori) l’efficacia della china contro le febbri intermittenti è “inspiegabile”, e in questo contesto nascono accesi dibattiti a suon di libelli, schedule e trattati (p. 209). Come risultato, il sapere medico è rimodellato e ridefinito e lo stesso accade alle visioni del mondo ad esso sottese, portando a profonde conseguenze sulla farmacia europea e sul rapporto medico-paziente nonché all’instaurazione delle prime politiche sanitarie moderne. Inoltre, le proprietà curative della china facilitano la colonizzazione di Africa e Asia e la crescente richiesta di china porta alla degradazione delle condizioni di lavoro e al disastro ecologico nei suoi luoghi d’origine. È chiaro che appropriandosi della china gli europei non si appropriano solo di una pianta, ma della capacità di gestire le sue proprietà (il suo potere).

Ecco, allora, cosa insegna questo libro: prima di tutto, che in questo mondo frammentato anche se iperconnesso, la storia continua a impregnare tutto e a vivere dietro ogni cosa. La resistenza non muore mai. In secondo luogo, che l’appropriazione delle forme del sapere (lingue, usi, conoscenze) non è un contorno della storia della colonizzazione, un effetto collaterale della conquista, bensì un suo punto fondamentale: addirittura una sua condizione, con conseguenze sul significato pratico di decolonizzazione e sulla riflessione politica in seno al movimento antirazzista e anticoloniale.
Ma soprattutto, punto oggi di estrema attualità, rivela ciò che di non scontato esiste dietro la cura e la medicina e come diversi modi di porsi rispetto alla salute, alla cura del corpo e della mente, alla responsabilità verso il prossimo possono essere, anzi certamente sono, dietro ogni gesto.

A letto con i Romani. Uno sguardo alla sessualità nell’antica Roma. – TRIBUNUS


Su Tribunus un post che indaga la sessualità nell’antica Roma; vi lascio ad alcuni interessanti stralci:

Da varie rappresentazioni (es. affreschi, lucerne, etc.) si possono riscontrare alcune delle preferenze dei Romani durante l’amplesso, sia per quanto riguarda le posizioni che per altri dettagli. Per esempio: la donna, solitamente, non scioglieva i capelli durante l’atto, ma era anzi considerato molto più sensuale che mostrasse la nuca e raccogliesse i capelli sopra la testa. Inoltre, le donne pare che spesso non togliessero il reggiseno (strophium): questo forse perché il seno non era considerato un “oggetto di desiderio”, oppure perché lo strophium potrebbe aver avuto lo stesso valore della nostra lingerie.
Le donne, infine, non son quasi mai del tutto nude: indossano spesso gioielli, bracciali, cavigliere. Tra le pratiche sessuali più particolari, inoltre, c’era quella di porre specchi per potersi vedere, mentre si faceva sesso. Ovviamente, essendo degli oggetti molto costosi, specie quelli in vetro, questa pratica era diffusa solo nei ceti più abbienti.
I Romani chiamavano la stanza con gli specchi “speculatum cubiculum“. Vi son molti famosi personaggi amanti di questa pratica, tra cui il poeta Orazio.

Anche l’osservazione dell’atto sessuale era spesso considerata eccitante. In latino, si indicava col termine “lascivus” colui che si eccitava nel guardare due persone intente nell’atto sessuale.
I luoghi più adattati per cimentarsi in questa pratica erano ovviamente i lupanari (ovvero, i bordelli), poiché le stanze di questi luoghi erano solo nascoste da delle tende, e le pareti avevano delle piccole aperture. Anche alle terme era possibile spiare corpi nudi maschili o femminili, ma giochi di più raffinato erotismo avvenivano nelle case private. I più ricchi, infatti, possedevano dozzine di schiavi, ed uno di questi era detto cubicularius. Questo fidatissimo schiavo dormiva per terra, davanti all’uscio della camera da letto dei padroni, e doveva assisterli in tutto, anche durante i rapporti sessuali (versando da bere, o portando una lucerna). Questo è visibile anche in molti affreschi pompeiani.

Visto il ruolo attivo e la valenza dell’atto sessuale per l’uomo, le donne dovevano spesso far i conti con l’irruenza degli uomini, e in qualche modo evitarli, senza dover dir sempre di “no!”.
La donna doveva farsi desiderare, per far crescere il desiderio nell’uomo, e creargli l’aspettativa di esser sul punto di riuscire a conquistarla, per poi rinviare questa certezza. Tra le numerose scuse usate tra il gentil sesso per rimandare anche all’ultimo momento un incontro amoroso, o una focosa notte di passione, ce n’è una intramontabile, in voga ancora oggi: il mal di testa!
Un’altra scusa molta usata era quella dei divieti e dei giorni di astinenza sessuale imposti dalla venerazione della Dea Iside, il cui culto era infatti molto seguito dal gentil sesso. Nessun uomo romano era a conoscenza con precisione di quali fossero queste giornate, e così erano facilmente tratti in inganno. Ma le donne romane sapevano che non bisognava negarsi troppo a un uomo, o questo avrebbe poi perso l’interesse nei loro confronti.
Lo stesso poeta Ovidio scriveva: “Negati molte notti, fingi un dolore di testa, un’altra volta Iside ti fornirà pretesti. Poi ricevilo, affinché non contragga l’abitudine di sopportare e non venga meno un amore troppo spesso rifiutato.”

Intervista a Giorgio Galli: esoterismo, cultura & politica – A X I S m u n d i


Su AxisMundi una bella intervista di pochi anni fa al recentemente scomparso Giorgio Galli, in cui vengono tracciate le rotte culturali, cultuali, sociopolitiche ed economiche di questi decenni, che ovviamente affondano nell’humus fantastico del passato, a volte anche remoto. Vi lascio ad alcuni piccoli stralci, ma ovviamente l’invito esplicito che vi faccio è quello di leggere attentamente tutta la chiacchierata, troverete delle belle sorprese.

Come interpreta il ritorno di interesse verso tematiche di tipo esoterico nel cuore dell’epoca post-illuminista e positivista?

Credo che una risposta non si possa dare che in termini di probabilità. Penso che ciò che definiamo esoterismo sia un deposito di antiche culture che hanno percepito, sia pure in modo confuso, un modo di rapportarsi con la realtà che aveva degli elementi di validità, che sono stati del tutto accantonati dalla rivoluzione scientifica ma che probabilmente sono insiti, per così dire, in un modo particolare della natura umana di approcciarsi con la realtà. Questo non vuol dire che non sia valida l’impostazione della rivoluzione scientifica, coi grandi risultati che ha dato. Ma probabilmente ci sono modi di interpretare la realtà irriducibili a quelli della scienza (basata sull’esperimento, sulla verifica e sulla ripetibilità dell’esperimento), altri paradigmi, insomma, rispetto a quello positivo. Basti pensare al ruolo dei miti e delle leggende e al peso che hanno avuto nell’evoluzione dell’uomo. La mia interpretazione è che questi modi siano talmente forti e radicati da riuscire a resistere alla prima ondata della scienza – quando questa cercava di spiegare tutto, sommergendo così gli approcci “esoterici”. Via via questa ondata è diminuita di intensità (basti pensare al venir meno, nella scienza odierna, dell’onnipotenza del positivismo, con l’effetto che gli stessi scienziati sono ben consapevoli dei loro limiti). Ebbene, dopo la crisi della fiducia seicentesca, culminata nell’Illuminismo del Settecento, questo modus operandi definito esoterico, componente fondamentale dell’essere umano – pure con la sua carica di ingenuità e di approssimazione, naturalmente – tende a riemergere. Io credo che questa sia una possibile spiegazione.

Qualcosa è andato perduto, insomma?

È venuto meno, appunto durante la prima ondata di ottimismo di una scienza che pretende di spiegare tutto in maniera esaustiva, un modo diverso di confrontarsi con la realtà, riemerso a seguito della crisi delle “sicurezze” scientifiche. Questa è un’ipotetica spiegazione – altrimenti si cadrebbe in contraddizione. Ad esempio, non si spiegherebbe perché il grande salto in avanti della fisica quantistica sia avvenuto nella Germania a cavallo tra fine Ottocento e inizi del Novecento, in quella stessa Germania in cui ebbe particolare vivacità la rinascita astrologica e in cui si vide il fiorire di quegli approcci esoterici che si svilupperanno poi, peraltro, nel nazionalsocialismo. Molti degli scienziati che si occupavano di energia atomica – le cui ricerche portarono a supporre la Germania potesse disporre della bomba atomica persino prima degli Stati Uniti – credevano nella validità dell’astrologia. Ebbene, proprio in questo stesso periodo sembrerebbe contraddittorio assistere, da un lato, al grande sviluppo scientifico, dall’altro, al riemergere di queste altre culture. Se si pensa appunto a un’alchimia che prepara la chimica o ad una astrologia che annuncia l’astronomia, come spiegare questo ritorno di interesse? Sono impostazioni irriducibili ad un comune denominatore, entrambe molto forti, che periodicamente riemergono, spesso a seguito della crisi dell’altro paradigma.

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Piigs: maiali di carta – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la critica e analisi sociale PIIGS. Ovvero come imparai a preoccuparmi e a combattere l’austerity, basata sul film Piigs: maiali di carta, libro a cura di Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre. Un corposo estratto integrale del post per comprendere in quale nassa ci siamo cacciati rincorrendo il mito del business:

Uscito nel 2017, Piigs è un film sui disastri delle politiche neoliberiste in Europa. Adesso è uscito anche un libro omonimo, un backstage di carta che ci permette di capire come una pellicola indipendente, nata sulle panchine di Piazza Re di Roma, invece di durare per un fine settimana in tre sale, abbia raggiunto numeri sorprendenti: 3 mesi di tour di presentazione alla presenza dei registi, 9 settimane di programmazione nel Circuito Cinema in circa 100 sale per un totale di quasi 100 mila spettatori, più altri 300 mila con la trasmissione sulla Rai e altri milioni stimabili grazie alla distribuzione all’estero e alla piattaforma Raiplay.

Il volume racconta di tre videomaker che decidono d’imbarcarsi in un’impresa impossibile: girare un film di economia. E così, come Thomas Kuhn mostrava che le scoperte scientifiche sono opera di pesci fuor d’acqua, Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre, che di economia sapevano poco o niente, si mettono a studiare Keynes, Minsky, Galbraith, Mitchell, Caffè e Gallino. Poi, scoperto il mostro dell’austerità che divora le nostre vite, s’industriano con i mezzi espressivi del cinema, ma senza un soldo in tasca, per comunicarci il pericolo che corriamo. È la parte più avvincente del libro in cui si collezionano una serie di case history di guerrilla cinema degne di un corso universitario: l’intervista rubata a Warren Mosler in un corridoio di facoltà, quella a Yanis Varoufakis con tanto di schizzi di pizza rossa, la missione teleguidata oltre oceano per girare la parte su Noam Chomsky, lo studio di Vladimiro Giacché e l’incubo della telecamera traballante, la gestione dell’imprevisto con Erri De Luca.

Piigs in versione cartacea è la storia incredibile di come produrre e distribuire un film partendo da meno di zero, di come organizzare un crowdfunding, risparmiare sui diritti d’autore del materiale d’archivio e trovare finanziamenti con metodologie degne dei Blues Brothers. Il volume dimostra inoltre che si può realizzare un prodotto di massa anche sposando una tesi teorica di peso. Nel caso specifico si tratta per lo più della Teoria monetaria moderna, che sta raccogliendo molti consensi nella sinistra radicale internazionale, ma che allo stesso tempo, a detta dei critici, non sembra dare risposte nuove ai problemi cui andò incontro il postkeynesismo negli anni settanta. Ciò, tuttavia, non toglie nulla all’incisività destruens di Piigs (film e libro), alla sua capacità di smascherare la natura di classe dell’Unione europea e delle sue politiche economiche. Alla fine del lungo viaggio dei tre registi, sia nei meandri macroeconomici del neoliberismo, che nei loro risvolti quotidiani – esemplificati dalla storia della cooperativa Il Pungiglione – l’elisir portato a casa è un dono di conoscenza. Federico Greco infatti conclude: “Non si tratta neppure… di un conflitto tra i Paesi del nord Europa e quelli del sud, come comprenderò col tempo, ma tra le élite di ogni singolo Paese e le loro classi dei lavoratori.”

È morto il politologo Giorgio Galli – la Repubblica


Su Repubblica la notizia della morte di Giorgio Galli, politologo e profondo conoscitore delle manovre occulte che si agitano nelle motivazioni sociopoliticoeconomiche mondiali – cito, una su tutte, il suo saggio Hitler e il nazismo magico. Estrapolo un passo assai illuminante dal necrologio del quotidiano, sapendo già a cosa sarebbe andato a parare il buon Giorgio; e voi, l’avete già capito?

Ha collaborato con riviste come Panorama e Linus e, studioso prolifico, ha firmato moltissime pubblicazioni spaziando dalla politica italiana del dopoguerra al nazismo, passando da Hitler a Giulio Andreotti, fino ai temi legati alla più stretta attualità. Fra i titoli dei suoi lavori “Storia dei partiti politici europei”, “Partiti politici italiani (1943-2004)”, “Mezzo secolo di Dc”, “Esoterismo e politica”. Era da poco uscito per Oaks editrice il suo saggio “Hitler e l’esoterismo”.

Aveva recentemente consegnato un intervento destinato al primo numero del 2021 della rivista legata all’istituto Civica sulle minacce alla democrazia rappresentativa. Sempre per la Kaos edizioni aveva pubblicato da poco anche “L’anticapitalismo imperfetto”. A dare la notizia della scomparsa di Galli è stato l’amico Mario Caligiuri con il quale il politologo aveva firmato proprio quest’anno “Il potere che sta conquistando il mondo. Le multinazionali dei Paesi senza democrazia”, pubblicato da Rubbettino. Nel libro gli autori analizzavano il ruolo delle multinazionali approfondendo i rapporti con i fondi sovrani e la criminalità, i paradisi fiscali e la politica energetica.

La radice delle religioni orientali – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un lungo articolo che indaga le radici delle religioni orientali, mettendole a confronto coi rivolgimenti antropologici del MedioOriente e dell’Europa. Un estratto:

Quando dal complesso mondo occidentale, con la sua densa storia filosofica e religiosa, ci si volge a quello orientale, si ha l’impressione di entrare in un regno dove la vegetazione, se mi è concesso dirlo, è fatta di sole palme. Alberi di palma diversi, ma tutti essenzialmente riconducibili a una stessa famiglia. La cultura orientale è innervata da pochi concetti fondamentali che si ritrovano un po’ ovunque e che vantano un’origine antichissima.
Di quale antichità stiamo parlando? La tradizione culturale indiana ebbe inizio intorno al 2500 a.C. con la civiltà della valle dell’Indo. Quella dell’Estremo Oriente vide la luce in Cina con la dinastia Shang, attorno al 1600 a.C.10 Siamo in entrambi i casi in piena Età del Bronzo.

Ciò detto, la vera culla della civiltà fu il Medio Oriente con i suoi grandi regni di Egitto e Mesopotamia dove, a partire dall’8000 a.C., si diffusero l’agricoltura e la pastorizia. Prima di allora, per quanto ne sappiamo, gli uomini in ogni angolo del mondo vivevano esclusivamente di caccia e raccolta. Ed ecco all’improvviso instaurarsi un’economia propriamente detta e un insieme di società sempre più articolate e complesse. Intorno al 4000 a.C. le valli del Tigri e dell’Eufrate erano costellate di città piuttosto grandi e popolose, tra cui Sumer, Ur e Akkad, dove vigeva un’ordinata distribuzione del lavoro: c’erano uomini di governo, sacerdoti, mercanti, agricoltori, tutti con ruoli e compiti ben definiti. La specializzazione dei mestieri produsse un avanzamento incredibilmente veloce del sapere, delle tecniche e delle competenze.
Tra le tante conoscenze fiorite in Egitto e Mesopotamia, quelle che più ci interessano riguardano gli ordini sacerdotali. Fu in quest’epoca, per l’esattezza attorno al 3500 a.C., che nacquero l’arte della scrittura, il calcolo matematico, l’osservazione astronomica e il sistema tributario. Anche l’idea di un potere accentrato nelle mani di un unico sovrano, quale elemento unificatore all’interno di una società composita e differenziata, fece la sua prima comparsa in questi anni.
Una delle più folgoranti intuizioni dei sacerdoti dell’epoca fu che i pianeti, le sette sfere visibili che tutti noi conosciamo, si muovessero nel cielo a una velocità matematicamente calcolabile, sullo sfondo delle stelle fisse. Quest’idea ispirò una concezione totalmente nuova dell’universo, che diventava ora un cosmo ordinato da leggi regolari e misurabili.
Al dio antropomorfo che aveva fino allora retto le sorti dell’universo, si sostituì una potenza invisibile che scandiva con matematica precisione l’alternarsi del giorno e della notte, i cicli lunari, le stagioni dell’anno e il lungo tempo dell’eone, che segnava la rotazione completa del cosmo. Questa l’idea che ispirò i miti sorti nell’Età del Bronzo e che è ancora oggi al cuore delle filosofie orientali.

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Nemico (e) immaginario. Il nontempo. Quando il presente diventa egemonico – Carmilla on line


Dalla caduta muro di Berlino può dirsi iniziata una nuova storia che, a causa della velocità con cui procede e per il suo aspetto globale, risulta pressoché incomprensibile.

Dal punto di vista intellettuale, questo cambiamento di scala ci prende alla sprovvista. Siamo ancora nella fase di critica dei vecchi concetti e delle visioni del mondo che li sottendevano. A questi si sostituiscono da un lato una visione pessimista, nichilista e apocalittica, secondo la quale non c’è più niente da capire, e dall’altro una visione trionfalista ed evangelica per la quale tutto è compiuto o sta per esserlo (p. 13).

Tra queste due visioni estreme, accomunate dal non derivare alcune lezione dal passato e dal non attendersi nulla dall’avvenire, secondo Augé, trova posto un’ideologia del presente caratteristica di quella che è stata definita la società dei consumi. Sembra quasi che all’essere umano non resti che scegliere tra un consumismo conformista e passivo, anche quando può darsi in forma assai ridotta, e un rifiuto radicale al quale, al momento, sembrano in grado di provvedere soltanto le espressioni religiose più esasperate.

Sullo stesso piano ideologico, vediamo inoltre formarsi connubi sostanziali tra ideologia religiosa e ideologia consumista, più in particolare nel caso dell’evangelismo di origine nordamericana. Per il resto, le nuove forme di esclusione, delle quali la globalizzazione è nello stesso tempo il contesto generale e uno dei principali fattori, generano, attraverso diverse mediazioni come quella del fondamentalismo religioso, atteggiamenti di rigetto o di fuga che hanno senso solo in rapporto all’ordine dominante. Quest’ultimo provoca insieme odio e seduzione. La contestazione, la rivolta o la protesta sembrano così prigioniere di quegli stessi schemi di pensiero ai quali si oppongono, sia a livello della vita politica sia sul piano intellettuale e artistico (p. 14).

La recensione di Gioacchino Toni, su CarmillaOnLine, a Che fine ha fatto il futuro?, di Marc Augé, ha più spunti di interesse illuminati sul nostro spicchio di realtà, particolare e assolutamente unica se vista col respiro storico. Da queste consapevolezze, con la cognizione acquisita di ciò che realmente significano, il senso politico che ne discende può essere solo uno; e certo, non c’è altro da fare che favorire la disgregazione di quest’universo liberista, di quest’eterno presente postmoderno in cui tutto è subalterno a un’idea orrenda di profitto.

boudoir77

"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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"Tutti siamo fatti della stessa sostanza dei sogni"

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Ri orientarsi: alla ricerca del nostro baricentro interiore

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Gli Archivi di Uruk

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In Absentia Lucis Tenebrae Vincunt

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