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Salone del Libro 2017 – Bruce Sterling | BooksBlog


Da BooksBlog apprendiamo dell’intervento di Bruce Sterling al Salone del Libro di Torino, città in cui risiede da anni. È semplicemente stupendo, ve lo copio e incollo:

Nell’incontro sull’età ibrida, lo scrittore statunitense Bruce Sterling, si è speso a più riprese in elogi alla creatività del capoluogo torinese che lo ha adottato da alcuni anni. Si è parlato di alcune profetiche intuizioni del suo Tomorrow Now del 1999 in cui aveva immaginato un preoccupante monopolio di alcuni grandi player del mondo digitale (all’epoca si pensava soprattutto a Aol Time Warner e Microsoft perché Google era agli albori e Facebook sarebbe nato soltanto 5 anni dopo). Sterling non si è limitato a fare la conta delle “profezie” avveratesi (“Non ci voleva mica Nostradamus per capire che cosa sarebbe successo di lì a poco”), ma ne ha fatte di nuove: quella di un Zuckerberg che prima o poi entrerà in politica e un giorno o l’altro si candiderà alla presidenza degli Stati Uniti, quella di una criptomoneta capace di farci uscire dalla crisi e quella di un’Europa capace di cambiare nuovamente pelle: “Basterebbero sei settimane e un summit per creare un Superstato e fare una Costituzione europei. Pensate a come la situazione è cambiata molto rapidamente nel 1989. La creatività politica dell’Europa è qualcosa che stupisce sempre un americano”.

Il “realismo arricchito” nella ricerca letteraria di Giovanni Agnoloni | Poesia, di Luigia Sorrentino


Bella e forbita intervista a Giovanni Agnoloni da parte di Luigia Sorrentino, sul blog poetico di RaiNews. Eccone uno stralcio:

Forse la sua narrazione è anche una chiave di accesso a un’altra dimensione di realismo. È corretta questa espressione?

È proprio questo il punto. A me piace palare di “realismo arricchito”, che è un’espressione che fa un po’ il verso (ribaltandone la portata) a un’altra in voga nel milieu tecnologico, ovvero “realtà aumentata”. Quest’ultima sta a indicare l’effetto prodotto da alcuni dispositivi e software che inseriscono in immagini del mondo reale figure virtuali, che finiscono per interagire con la percezione della realtà, come per esempio è accaduto con un ben noto giochino diffuso sugli smartphone tempo fa, e che per fortuna mi pare aver già esaurito la sua folata modaiola. Io parlo di qualcosa di ben diverso: “realismo arricchito” è una forma letteraria di percezione del mondo in cui viviamo, ma còlto, per così dire, in una chiave inconsueta. Penso ad esempio all’introduzione di elementi surreali, come – nel mio nuovo romanzo L’ultimo angolo di mondo finito – gli ologrammi-copia, che sono riproduzioni impalpabili ma identiche di ogni singolo individuo, che lo seguono ovunque suggerendogli sempre la cosa migliore per lui. Sono stati creati dai signori del Sistema tecnologico per rendere le persone isolate le une dalle altre, appagate di se stesse in una sorta di koros, e di vera e propria ybris (tracotanza), postmoderni, funzionali anche a compiere determinate scelte commerciali e politiche. Fantascienza? No, solo “esagerazione” – in chiave espressionistica – di qualcosa che, sia pur non esattamente così, esiste già: non solo, intendo dire, l’uso della tecnologia olografica, che per esempio in campo architettonico viene già applicata, ma soprattutto il fatto che la Rete tende a costruire identità falsate, spesso per diretta volontà dei soggetti interessati, che cercano di offrire un’immagine di sé migliore o più intrigante della realtà, o per induzione di un sistema di omologazione nella corsa all’apparenza, che è indotto da abitudini pigre e ripetitive, consistenti nell’imitare passivamente quello che fanno gli altri. Il risultato è l’appannamento delle facoltà critiche e il venir meno del presupposto essenziale della vera Conoscenza, che è appunto la conoscenza di sé. Uscire leggermente dagli schemi di un realismo “fotografico” per trovare, in queste sue versioni alterate, uno spunto per riscoprire se stessi e il mondo al di fuori delle finte verità preconfezionate e “di moda”, è opera di forte realismo.

Questa è solo una delle domande che Luigia ha posto a Giovanni, che scavano nella sua complessa struttura artistica per estrapolarne l’uomo, l’anima empatica e spontanea che Agnoloni possiede, anzi è.

Il dio dei polli – Free Animals, Loved & Respected


Dal blog di Roberto Contestabile la segnalazione di un racconto “a tema” di Francesco “DeadToday” Cortonesi, che è un piacere rileggere. Copioincollo il suo contributo, Il dio dei polli, che è breve e molto suggestivo.

“Il sole si acquatta lentamente dietro la collina. Le nuvole, venate di rosso sembrano vascelli ancorati alle montagne che circondano l’insenatura della valle. Nel sacco nero che Osvaldo porta sulle spalle, i pulcini si agitano disperati prigionieri di un cielo buio senza stelle. Gli alberi ondeggiano leggermente nella brezza e sembrano fantasmi che danzano al tramonto. Osvaldo getta a terra il sacco, prende la pala e inizia a scavare.
Ogni mese fa questo lavoro. Trenta, quaranta, cinquanta pulcini maschi, li chiude in un sacco e li seppellisce, poco lontano dalla fattoria. I pulcini maschi sono inutili alla produzione di uova, quelli che nascono vanno smaltiti. Questa comunque potrebbe essere l’ultima volta che fa così. La prossima settimana dovrebbe infatti arrivare il tritacarne e allora non dovrà far altro che metterli in una scatola e poi rovesciarli direttamente nell’imbuto che porta alle lame che riducono, in una manciata di secondi, i pulcini in tanti minuscoli granelli ottimi come mangime. Osvaldo scava, settanta, ottanta, novanta centimetri. Scava e fischietta. Poi prende il sacco e lo butta nel buco. Lo ricopre velocemente, mentre i pulcini si agitano nel sacco, scalpitano, pigolano. Osvaldo non li schiaccia più come faceva un tempo, la pala si macchia di sangue e tocca lavarla. Del resto, dopo l’ultima palata di terra, i pulcini tacciono. Osvaldo si ferma un istante a guardare il tramonto, a contemplare la campagna. Pensa a sua moglie, ai suoi due figli, Giovanni e Carolina. Quanto è fortunato si ripete, forse per la milionesima volta, quella è la vita che ha sempre desiderato. Una fattoria. Lontano dalle ansie. Lontano dalle angosce della città. Una bella famiglia, un bel lavoro. L’allevamento. Non molto grande. Abbastanza. Osvaldo torna verso la fattoria, non vede l’ora di mettersi a tavola. E’ ora di cena. Sta facendo buio. Tra le frasche che come muri di foglie e arbusti costeggiano il sentiero improvvisamente però sente qualcosa. Un rumore di passi, come di qualcuno che lo segue, forse un Animale. Osvaldo si ferma, si volta, non vuole mettersi a correre, non è nel suo carattere scappare e poi se fosse un Animale che vuole attaccarlo, un Cane selvatico mettiamo, probabilmente lo inseguirebbe. Vede le frasche muoversi. Oramai qualsiasi cosa sia è molto vicino, gli è quasi addosso. Osvaldo impugna la pala con due mani. Il mese scorso all’allevamento di Bernardo, giù a valle hanno rubato duecento Maiali. Ladri di bestiame. Puah. Se sono loro ne vuol lasciare almeno uno in terra. Sono ladri da poco, disperati, mai armati, organizzati a volte, ma non pericolosi. Ma cosa potrebbero mai volere da lui? Il borsello? L’orologio? Osvaldo si prepara a colpire. Tende i muscoli, alza la pala. Ora però è tutto silenzio. Osvaldo aspetta. Un minuto. Due. Cinque. Niente. Se era un Animale se ne è andato. Un Cinghiale sicuramente. Quelli appena sentono odore di uomo scappano a gambe levate, pensa Osvaldo, poi sorride della sua paura. Si sente uno sciocco. Osvaldo si volta e si riavvia verso casa. Fa qualche passo, cinque, dieci, quindici forse. Poi sente di nuovo le frasche agitarsi. Si ferma. Ma non ha certo intenzione di farsi prendere dalla paura come prima. Lentamente si avvicina al bordo del sentiero. Con una mano abbassa le frasche. Improvvisamente un colpo di becco potente come una picconata lo colpisce in piena fronte. L’osso del cranio si rompe. L’ultima cosa che Osvaldo intravede è un ombra.
Gli sembra quella di un pollo.
Un pollo gigante.
Poi Osvaldo cade a terra e muore.
Arriva l’alba e Osvaldo è ancora al centro del sentiero, disteso con le braccia larghe, come crocifisso e il cranio spaccato. Non lo hanno ancora trovato. Ci vorranno ancora due ore, ma lo stanno cercando. Così come nella stessa zona stanno cercando uno Struzzo scappato da un circo.”

edited by Grant Wythoff – The Perversity Of Things: Hugo Gernsback On Media, Tinkering, And Scientifiction | Neural


[Letto su Neural]

The Perversity Of Things è un libro eclettico e con una selezione di testi di uno degli autori più prolifici ed interessati ai temi dell’innovazione e dei media. Hugo Gernsback, principalmente conosciuto per l’ omonimo premio letterario di fantascienza, è stato, tra le altre cose, un imprenditore con il suo Electro importing Company Store e redattore della seminale rivista Amazing Stories, pubblicazione che ha anticipato i tempi e le mode culturali letteralmente inventando il termine “scientifiction”. Questa curata selezione di alcuni suoi articoli è organizzata in modo da permettere più porti d’entrata, invece della più consueta struttura sequenziale. Ma c’è un elemento notevole che collega insieme la maggior parte di questi scritti controversi, che è l’immaginario aperto e senza limiti di Gernsback. Egli modifica, stimola, promuove e pubblica l’inesplicabile e dimenticato pensiero creativo, supportando l’imprenditorialità del “fai da te” che a sua volta ha generato la prima ondata di fantascienza popolare, fondativa per la moralmente guidata propaganda del “progresso”. Questa pubblicazione è una festa per gli occhi di ogni media archaeologist, una straordinaria collezione di idee che integrano immagini originali o addirittura riproduzioni di intere pagine. Le possibilità del wireless (radio), pervasive e infinite, sono probabilmente le più presenti, con l’entusiasmo dei fallimenti tipici dei tempi pionieristici e il libro copre i primi tre decenni del XX secolo, dando un’idea emozionante e fresca sui test sia tecnici che immaginari. Si apre – insomma – una moltitudine di finestre in un futuro passato che era abbastanza praticato oltre che immaginato.

Château Macron – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine, l’imbattibile Alessandra Daniele. Copio e incollo:

Il 66% raccolto da Emmanuel Macron alle presidenziali francesi dice poco del suo reale consenso nel paese. Al primo turno aveva totalizzato il 23%, e sono quelli gli unici elettori che davvero l’avrebbero voluto presidente, tutti gli altri si sono tappati il naso per evitare la Le Pen, e di certo non credono che l’aristocratico banchiere li proteggerà da tutti i mali come ha promesso nel suo discorso della vittoria davanti alla Piramide, che ricordava “La cura” di Battiato.
Il compito assegnato dall’establishment a Macron in realtà è rinsaldare l’asse politico economico UE Francia-Germania a spese anche dell’Italia, e questo rende particolarmente patetico l’entusiasmo lecchino di politici e opinionisti italiani per la sua vittoria.
Da Renzi a Padellaro, da Augias a Berlusconi, tutti s’arruolano nell’armata del giovane Monti con la mascella dei Kennedy, e l’appoggio dei Rothschild. Dall’Alpi alla Piramide, è tutto un Banca, Banca, Banca, Macron, Macron, Macron.
Tutti fedeli all’Europa, anche quando l’Europa non c’è, perché l’UE della quale favoleggiano non è mai esistita, e l’elezione di Macron non la rende più reale, anzi.
L’UE di Macron è un castello carolingio, una cittadella fortificata la cui prima cerchia sarà ristretta a Francia e Germania, e la seconda solo a qualche vassallo.
Una fortezza che innalza anche i muri al proprio interno, fra le classi, e che si prepara all’inasprimento della guerra (non solo) commerciale con Trump, e Putin.
Il conte Gentiloni in questo contesto è appena un maggiordomo. Eppure Renzi lo invidia, trama ogni giorno per fargli le scarpe, riprendersi la poltrona che è stato costretto a cedergli, e questo meschino contorcersi come uno scarafaggio schienato dà la misura del suo fallimento, personale e politico.
Mentre si sbraccia per applaudire “l’amico Macron”, e sgomita per farsi i selfie a pagamento con Obama come un turista coi centurioni del Colosseo, Matteo Renzi continua quindi a spedire i suoi fedelissimi a caccia di voti fascisti.
Basata sullo stesso principio giuridico delle leggi razziali, la tesi della Serracchiani che uno stupro sia più grave se commesso da un profugo immigrato non è certo una gaffe isolata, ma parte d’una tattica precisa, insieme alle retate di Minniti, e alle grottesche leggi sulla licenza di uccidere notturna.
La deriva fasciorazzista giova a tutte le oligarchie, perché sposta il fuoco della rabbia popolare dai veri colpevoli – le classi dirigenti – a un facile capro espiatorio già completamente emarginato, e privato di qualsiasi potere e di qualsiasi diritto.
Sacrificabile.
La Storia ci ha insegnato che non c’è nessun crimine di massa davanti al quale i padroni del Castello si fermino pur di mantenere il loro potere e i loro privilegi.
La Storia ci ha anche insegnato che in fondo alla strada sulla quale stanno trascinando ormai l’intero pianeta c’è l’abisso.

Panarchia – D Editore


È in uscita per gli amici D-Editore una nuova pubblicazione, il cui titolo mi è estremamente simpatico: Panarchia, di Gian Piero De Bellis, un’analisi di un nuovo possibile modello culturale e sociale. La pubblicazione è nella fase finale di crowdfunding – qui il contatore e i dettagli per arrivare a un totale di 50 quote, ovvero 50 disponibilità a un prezzo fortemente scontato.

Per secoli siamo stati abituati a considerare la politica nel suo rapporto con la territorialità. Abbiamo imparato ad adorare, come un idolo, lo Stato-nazione. Ci siamo convinti che fosse naturale, entro un certo spazio, che degli esperti o delle maggioranze decidessero su tutto e che lo decidessero per tutti. Ma all’alba del ventunesimo secolo questo modello non funziona più: viviamo in una società multiculturale, frammentata, solcata da tensioni. Una parte crescente dei rapporti umani ed economici si svolge in una dimensione immateriale. Oggi insomma siamo chiamati a ripensare la nostra idea di organizzazione sociale: ripensare il ruolo dello Stato e, di converso, quello degli individui e delle comunità. Abbiamo bisogno di regole, certo, ma queste regole devono adattarsi alla varietà delle forme di vita che abitano il mondo. È infine giunto il tempo della panarchia?

Un matrimonio temporaneo ha più senso di uno a vita. | L’indiscreto


Su L’indiscreto un articolo che tratta di matrimonio a tempo, una soluzione – forse – alle complessità sempre più esasperate dell’animo umano, in odor di superamento da Singolarità (che nome stupendamente appropriato all’argomento) della razza.

Nel 1966, l’antropologa americana Margaret Mead suggerì una versione del matrimonio a due fasi – un “impegno individuale” adatto agli studenti universitari, che può venir sciolto facilmente oppure trasformarsi in un “impegno parentale” qualora la coppia sia pronta e disposta ad assumere gli obblighi che implica l’avere dei bambini. Nel 1971, la legislattrice del Maryland Lena King Lee propose la “Legge di Rinnovo Contrattuale del Matrimonio”, così che le coppie potessero annullare o rinnovare il loro matrimonio ogni tre anni. Nel 2007, un legislatore tedesco ha proposto un contratto di sette anni; nel 2010, un gruppo di donne delle Filippine ha proposto un contratto matrimoniale di 10 anni; e nel 2011, i legislatori di Città del Messico hanno suggerito una riforma del codice civile che permetterebbe alle coppie di decidere la durata del loro impegno, con un minimo di due anni.
Evidentemente il matrimonio tradizionale era in via di revisione. Nonostante le intenzioni però, non è mai stata approvata alcuna legge, e l’idea dei matrimoni rinnovabili è rimasta tale. Ma i matrimoni temporanei sono stati praticati con successo per secoli, tra gli indiani peruviani nelle Ande, nell’Indonesia del 15° secolo, nel Giappone antico, nel mondo islamico e altrove. E sembra che potremmo essere pronti a metterli nuovamente in pratica.
In un recente sondaggio, molti millennials si sono dichiarati aperti a un “matrimonio beta”, in cui le coppie dovrebbero impegnarsi a vicenda per un certo numero di anni – due anni sembrava essere la quantità “giusta” – dopo di che si potrebbe rinnovare, rinegoziare o annullare, come ha scritto Jessica Bennett su Time lo scorso anno. Anche se non trattava di un sondaggio scientifico, il dato segnala una volontà di interpretare il matrimonio come qualcosa di diverso dal “finché morte non vi separi”, che, di fatto, è spesso falso. Nel 2013, stando a quanto riporta lo US think tank Pew Research Center, il 40 per cento degli sposi era già stato sposato almeno una volta. Dal momento che il 10 per cento dei primi matrimoni non superano nemmeno i  cinque anni, un contratto di matrimonio rinnovabile ha più senso che mai.
Il nostro attuale contratto – “finché morte non vi separi” – avrebbe potuto funzionare quando la gente non viveva così a lungo (secondo la scrittrice e sociologa americana Stephanie Coontz, il matrimonio medio nel periodo coloniale durava meno di 12 anni); o quando molte donne morivano di parto, consentendo agli uomini di sposarsi più volte (cosa che facevano); o quando gli uomini avevano bisogno delle donne per cucinare, pulire e badare alla casa, mentre le donne degli uomini per la sicurezza economica. Ma al giorno d’oggi non sono più questi i motivi per cui ci sposiamo. Ci congratuliamo con le coppie per i loro anniversari e ci facciamo romantici via via che gli anni passano – 15, 25, 50, 75. Ma sono anni di felicità coniugale? Non sempre; molti matrimoni a lungo termine sono senza amore, senza sesso, e, a volte, pieni di rabbia e risentimento. Ma se durano fino a quando un coniuge muore, che successo!

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