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Archivio per Aleister Crowley

Isabella e il revival magico – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine, Franco Pezzini traccia le coordinate di una rivista che ignoravo completamente: Man, Myth & Magic: An Illustrated Encyclopedia of the Supernatural, un settimanale da edicola che è, probabilmente, la prima e comunque la più leggendaria rivista mai apparsa in materia.

A trattare di antropologia religiosa, mitologia e appunto – in abbondanza – magia, sotto la cura di Richard Cavendish (storico inglese specializzato nel filone dell’occulto, 1930-2016), per la bellezza di un migliaio di articoli, sono più di duecento autori accademici e non, alcuni di notorietà ultraconsacrata: e scorrerne l’elenco fa un certo effetto. Vi troviamo letterati come Robert Graves e Christopher Isherwood, un’autorità dell’archeologia preistorica del calibro di Stuart Piggott, un sociologo specialista in fanatismo religioso come Norman Cohn, occultisti quali Ambelain e Kenneth Grant e studiosi di storia dell’occulto come Francis King e Ribadeau Dumas, cultori di studi arturiani come Ashe, e poi sociologi e folkloristi, criminologi e teologi, critici d’arte e botanici… e tantissimi altri, perché lo spettro tematico è giustamente ampio e gli articoli (in uno stile comprensibile al grosso pubblico) presentano comunque taglio enciclopedico.

A supportare Cavendish sono esperti di consacrata notorietà: nell’editorial advisory board figurano l’etnografo Cottie Arthur Burland del British Museum, l’archeologo gallese Glyn Daniel editor di Antiquity, il leggendario grecista E. R. Dodds (autore, per dire, del famoso I greci e l’irrazionale), l’antropologo religioso Mircea Eliade dalle brutte frequentazioni politiche ma senz’altro di immensa erudizione, e l’importante  psichiatra William Sargant; mentre quali educational board consultants sono John Symonds, esecutore testamentario di Aleister Crowley e autore della sua (discussa) prima biografia nonché di altri testi sull’occulto, R. J. Zwi Werblowsky, docente di Comparative Religion a Gerusalemme e specialista in cabala e misticismo ebraico, e il cattolico Robert Charles Zaehner, studioso di religioni orientali. Art director di una rivista oltretutto molto illustrata – dove l’ampiezza delle pagine e il molto colore annunciano il passaggio alla grafica dei Settanta – è Brian Innes, già percussionista della band The Temperance Seven attivissima nel decennio precedente. I centododici fascicoli usciti per i tipi BPC Publishing, Ltd. verranno poi riuniti in un monumentale volume in seguito variamente riproposto (e per esempio l’edizione 1995 avrà una serie di nuovi consulenti e contributori).

Ripetiamolo, 1970: e una simile clamorosa intrapresa era stata preparata da un paio d’anni di effervescenza in tema mitico-magico su carta e sugli schermi. Fin dall’inizio degli anni Sessanta simili suggestioni avevano prosperato underground, o in forme appartate, o attraverso la libertà di riletture artistiche (letteratura compresa), quasi in controcanto alla ripresa industriale e alle paure atomiche; ma con Sessantotto, rivoluzione sessuale e diffusione di massa delle utopie, da ogni tombino o semplice fenditura del suolo occidentale era parso eruttare qualcosa di magico. L’uscita di Man, Myth & Magic rappresenta dunque una sorta di ufficiale presa d’atto di un revival epocale dell’occulto: un fenomeno il cui impatto al tempo e la cui variegata latitudine può difficilmente arrivare a percepire chi non la ricordi, tanto pervasiva era la forma assunta. Giornali di ogni tipo, infiniti volumi (sia di case editrici nate apposta, sia delle grandi che cercano di cavalcare il fenomeno senza cadute), programmi televisivi, film; e poi discorsi tra amici, sedute spiritiche… Se quella stagione di febbri dell’immaginario terminerà a fine anni Settanta, la sua eredità arriva ai giorni nostri e – al di là di maggiori o minori fortune – sembra destinata a non conoscere un’estinzione.

Ma che senso può avere parlare oggi di questi temi, tanto più su una testata come Carmilla? In questione non è certo un dato di convinzioni soggettive sulla fondatezza o meno di fenomeni “magici” (usiamo il termine con tutta la latitudine del caso) o l’adesione a una filosofia di vita che li comprenda o giustifichi. Ciò accederebbe – anche in forme alte, pensiamo a certe riflessioni di Jung – a una dimensione di idee più o meno personali nel cui merito non ha senso entrare in questa sede. O comunque in questo pezzo. Più interessante sembra il fatto che, a prescindere dalla natura “sostanziale” di alcuni fenomeni, il linguaggio mitico-magico possa risultare congruo a esprimere realtà profonde della nostra vita interiore. Una fictio, se vogliamo, o piuttosto un efficace teatro, di volta in volta simbolico o metaforico, utile a comunicare coi nostri sottoscala, a dar parole a concetti sfuggenti o inaccettabili, a innescare reazioni del singolo o della comunità. Qualcosa che attiene all’immaginario, con tutta l’ambiguità del concetto – nel senso di immaginario subìto, agito o un misto dei due.

Ciò che non riguarda soltanto l’etnopsichiatria o gli studi antropologici su terre remote (peraltro nell’insidioso rapporto tra osservatore e fenomeno): si tratta di realtà che impattano sul sentire dell’uomo comune qui e ora. Del resto lo sappiamo, per esprimere alcune realtà abbiamo bisogno di linguaggio mitico-magico: se parliamo d’amore non possiamo ricorrere al gergo delle neuroscienze, mentre ne utilizziamo un fortemente simbolico, pieno di mito e di magia. La discesa negli inferi di cui prima o poi quasi tutti facciamo esperienza ben prima della morte fisica è una realtà psicologica – ma vorrei dire esistenziale – serissima e molto concreta. Ma gli esempi sono infiniti, e una certa ritualità appartiene a prassi di liberazione che riguardano anzitutto il nostro modo profondo di comunicare. “Siamo simboli e viviamo in essi” ha scritto da qualche parte Emerson.

Paolo Bertoni: Coil. Arcangeli del Caos – Ver Sacrum


Su VerSacrum una recensione di Cesare Buttaboni a Coil. Arcangeli del Caos, di Paolo Bertoni, getta luce su una della band più misconosciute e al contempo di culto dell’Inghilterra anni’80. Vi incollo alcune valutazioni di Cesare.

Nel suo monumentale tomo England’s Hidden Reverse David Keenan sottolineava come Current 93, Coil e Nurse With Wound fossero la reincarnazione moderna di una certa tradizione di artisti eccentrici tipica della Gran Bretagna. Credo che questo fatto sia innegabile: David Tibet in particolare ha coltivato un vero e proprio culto per pittori minori come Charles Sims e per scrittori come Arthur Machen, Montague Rhodes James ed Eric Count Stenbock. Non da meno sono, a loro modo, i Nurse With Wound e anche i Coil. Dopo la morte dei membri fondatori John Balance e Peter Christopherson si sentiva la necessità di un testo che facesse un po’ di ordine su quello che è stato e ha incarnato il gruppo inglese ed è quindi con molto interesse che ho accolto il libro di Paolo Bertoni, Coil. Arcangeli del Caos uscito da poco. I Coil sono eredi della tradizione esoterica inglese e di personaggi come Aleister Crowley e Austin Osman Spare. Il gruppo di John Balance e Peter Christopherson purtroppo oggi non esiste più. Tuttavia la sua eredità non è andata perduta e la si ritrova in alcuni dischi capolavoro senza contare l’influenza che hanno avuto su generi come gothic-rock, neo-folk, dark-ambient.

Il libro di Paolo Bertoni è agile e, a mio avviso, molto buono nel seguire lo sviluppo cronologico della loro discografia che, a un certo punto, era diventata un vero rompicapo per i collezionisti. Lo stile di Bertoni è indubbiamente sfavillante, barocco e arzigogolato anche se l’uso della punteggiatura è talvolta discutibile. Bertoni sottolinea come la fase più importante dei Coil è la prima: in effetti i primi 2 dischi Scatology ed Horse Rotorvator rifulgono ancora oggi di un’aura tenebrosa e rappresentano il lato oscuro degli anni ‘80. In pratica con questi enigmatici lavori i Coil hanno inventato un suono definibile come una versione gotica ed esoterica dell’industrial. Con Loves’ Secret Domain hanno poi spiazzato tutti con un disco di musica house (ma all’epoca il fenomeno impazzava in Inghilterra). Comunque trattasi di gruppo molto influente tanto che lo stesso Trent Reznor (come si sottolinea nel libro) ha dichiarato che Horse Rotovator è stata una primaria influenza per Nine Inch Nails. Ma in realtà è l’immaginario di Coil ad affascinare Reznor: non è possibile parlare di loro senza considerare i loro riferimenti eterodossi, l’esoterismo, l’occulto, la sessualità deviata (il loro EP di esordio How To Destroy Angels è stato concepito per accumulare energia sessuale maschile), la cultura gay a cui appartengono, le droghe e nomi feticcio della cultura alternativa e non come Pier Paolo Pasolini (“Ostia” su Horse Rotovator rimane un loro must), lo scrittore horror Clive Barker (per cui avevano composto la colonna sonora di Hellraiser poi rigettata), il grande H.P. Lovecraft (il logo della loro etichetta Treshold House è ispirato al racconto di HPL “Il tempio) e il regista Derek Jarman e i già citati Aleister Crowley ed Austin Osmane Spare.

Sex and the Magic: la Grande Bestia colpisce ancora (IV) (Victoriana 28/7) – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una disamina molto puntuale di Franco Pezzini sulla produzione letteraria di Aleister Crowley, il celebre mago del secolo scorso che spesso si è rivelato come un esponente interessante del weird. Un estratto, molto intrigante:

Nel corso di una vita relativamente lunga (almeno se si considerano l’epoca tribolata da due guerre mondiali e i problemi di salute, settantadue anni), Aleister Crowley scrive continuamente. La sua produzione, che alla sblocco dei diritti con il settantesimo dalla morte dilaga ora anche più liberamente sui banconi delle librerie, svela una latitudine impressionante: a partire come ovvio da quella tecnico-occultistica, dove tra rivelazioni del Thelema, relativa esegesi, magistero magico (basti pensare a quell’immensa summa che è Magick, cioè Liber ABA o Book 4), testi rituali eccetera, ora in forma di volumi, ora di articoli, c’è di che riempire un’intera biblioteca. Ma fin qui si tratta solo di una parte della sua opera, al di là della fitta rete di connessioni che collega tutto in un continuo dialogo: un’unica giostra dove l’ironia diventa strumento occulto e le più varie arti – compresa la pittura, di cui il Nostro a un certo punto si entusiasma – vengono riconosciute come magiche.

Pensiamo ai suoi scritti spesso pepati su temi filosofici, politici, o in senso lato culturali (eventualmente con tagli sfiziosi per farsi ospitare a pagamento su qualche testata), o alla sua straordinaria “autoagiografia” – come la definisce in sottotitolo – The Confessions of Aleister Crowley, 1929, da accostare con una certa prudenza ma di interesse enorme e grande divertimento. O all’amplissima produzione poetica, dove alterna testi molto belli ad altri in cui l’intento provocatorio – motivato all’interno di una riflessione fortemente polemica verso i valori tradizionali del mondo occidentale – rende la godibilità letteraria un po’ altalenante (ma simpatici sono i Songs For Italy, 1923, con una serie di frecciate al fascismo che l’ha cacciato da Cefalù). Pensiamo alle opere teatrali, sorta di interfaccia più libera alle pantomime dei rituali, o alle sue stesse traduzioni, dove una certa libertà autoriale/magisteriale è comunque ravvisabile: per esempio quella de I Ching (proposta in Italia da Tre Editori, 2018), evidenziante proprio la tensione a mescidare tradizioni assai distanti che tanto preoccupa colleghi esoteristi più legati alla loro “razzialità” (per esempio, abbiamo visto, Dion Fortune).

Nel panorama non poteva mancare la narrativa: e a parte alcuni romanzi più o meno noti al grosso pubblico, Crowley produce un’imponente messe di racconti che spiccano per qualità nell’orizzonte di una fiction breve primonovecentesca di lingua inglese dai contenuti fantastici, visionari o comunque eccentrici – e avvicinati per esempio dalla critica a quelli di un altro personaggio un po’ eccessivo di fine età vittoriana, il conte Eric Stenbock (1860-1895). Certo, non tutti i racconti crowleyani presentano lo stesso livello d’interesse e comunque non si tratta di grandi capolavori della letteratura. Una certa parte viene anzi varata a fini anzitutto alimentari, a fronte di una situazione economica che qualche lustro dopo condurrà il Nostro al fallimento sancito dal tribunale: l’eredità paterna fondata sulla birra (l’azienda familiare Crowley’s Alton Ales da cui il padre, pensionandosi, era passato all’attività di predicatore dei rigoristi Plymouth Brethren) è schiumata letteralmente via. Ma queste storie pensate per divertire e insieme formare alle idee thelemite (in qualche caso con riferimenti tecnici che sfuggono al lettore non preparato, ma sempre con lo strumento del paradosso e dell’ironia) sono nel complesso molto felici: e persino nei racconti minori, qualche guizzo del ruspante geniaccio dell’autore riesce qui e là a dardeggiare.

La spregiudicata capacità di cavalcare mode d’epoca – certe scene brillanti, un certo tipo di poliziesco – non ostacola note di genuina originalità: si pensi alle quattro serie (colte, spumeggianti, divertenti) incentrate su Simon “il semplice”, cioè il mistico, occultista e detective Simon Iff, creato alla fine del 1916. A metà gennaio 1917 Aleister ha già terminato di scrivere la prima serie di sei storie, The Scrutinies of Simon Iff, poi edita su The International tra settembre 1917 e febbraio 1918: per inciso sotto lo pseudonimo di Edward Kelly, come un tipaccio che ritiene di reincarnare, il losco medium del mago elisabettiano John Dee. Seguono Simon Iff in America (dodici storie, scritte tra dicembre 1917 e gennaio 1918), Simon Iff Abroad (tre storie, scritte probabilmente nel 1918) e Simon Iff, Psychoanalyst (due storie, scritte tra 1918 e 1919). Anche se è eccessivo proclamare – come fa lui annunciando la seconda serie – che si tratta dei polizieschi più sensazionali dopo quelli doyliani su Holmes, è vero che il taglio è innovativo: un mix tra i classici racconti polizieschi e i casi dei detective dell’occulto, con un occhio alla psicologia e un po’ di Thelema.

Current 93 – Where The Long Shadows Fall (Beforetheinmostlight)


Nenie intense lasciate andare sulla battigia, di notte, mentre la meta si avvicina psichica e surreale.

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Fields of the Nephilim – Love Under Will


L’estetica di un’epica elohim rifrange il disfacimento di eoni.

Percy Bysshe Shelley: Prometeo nel Vento – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un post dettagliato sulla figura di Percy Bysshe Shelley, uno dei punti più alti mai raggiunti dal Romanticismo. Alcuni stralci dell’articolo:

Il “Prometeo Liberato” si può dire sciolga dai vincoli gli spiriti più ardenti dell’Ottocento e del primo Novecento. Nella triade del secondo romanticismo inglese, Shelley rappresenta lo spirito dell’apoteosi, Byron il demoniaco e Keats l’ingenuità della Natura. Il Prometeo che non ancora trentenne trova la morte al largo di Viareggio, è una delle figure più magnetiche della storia della letteratura, nella sua breve vita sempre tesa sul filo delle esperienze più disparate: dallo spiritismo all’ardimento fisico, dall’eroismo di penna alle gesta nel vortice del mondo, dai proclami anarco-socialisti ad una teodicea della storia. – Tutto provai. Tutto compresi e tutto / abbracciai col mio genio la cifra espressa nell’irriducibilità che trita i giorni, le ore e le opere, divorando faustianamente i giovani romantici inglesi, per riferirsi al Manfred di Byron. Eco di ciò si avrà opportunamente nel Vate e nel suo famoso Tutto fu ambìto / e tutto fu tentato Intravediamo subito un Filo teso ed inevitabile.

Parliamo di Gabriele d’Annunzio e di Aleister Crowley. Il Vate e il Mago, alla fonte di Shelley, trassero questa linfa stuporosa di enigma piena, e la trasfusero a contatto con i propri geni. Shelley dona, non a caso, la potestà della trasfigurazione nel (e pel) nome: Ariel e Alastor sono riproposti nei furori di vita del duo, e in questo “figlio del vento” situano la loro accensione. Ariel – spirito dell’aria nella Tempesta di Shakespeare, fu caro al Poeta e percepito dalla speciale sensibilità di d’Annunzio. Shelley così appellò lo schooner costruito a Genova, con cui partì da Livorno l’8 luglio 1822, alla volta di San Terenzo. Alastor – o lo spirito della solitudine – si riferisce invece al poema del 1815 e risuona prepotentemente nella scelta stessa di mutare il nome da Edward Alexander in Aleister…

Poniamo giusto quattro dei tanti passaggi dove d’Annunzio chiarisce il proprio amore verso Shelley (onnipresente nel Piacere); una piccola ossessione financo, una nostalgia viola di morte (per citar Landolfi), una vera e propria accensione di furore, nelle opere giovanili, mutata poi in una chiamata verso la risacca delle gesta. La lingua degli spiriti che sembra tratteggiare il gioco di luce sfingea degli interni dannunziani, ne “Il Piacere” reca note di grande intensità visiva:

L’ombra, ovunque, era diafana e ricca, quasi direi animata dalla vaga palpitazion luminosa che hanno i santuari oscuri ov’è un tesoro occulto. Il fuoco nel camino crepitava; e ciascuna delle sue fiamme era, secondo la imagine di Percy Shelley, come una gemma disciolta in una luce sempre mobile…

Dall’altra parte il demone Alastor, dal divin Shelley trasposto in potestà come “lo Spirito della Solitudine” nel giuoco per varcare i mondi, cementò ulteriormente il nome scelto dalla Bestia 666, ovvero una variante scozzese di Alexander, ieronimo con cui metteva in evidenza le sue presunte ascendenze gaeliche. In questo poema, la voce narrante del poeta trova “strane verità in terre sconosciute”, mentre il demone del poeta, Alastor appunto, ispira peregrinazioni al di là della materia, passando sopra le distese della Persia, dell’Arabia, e ancora tra le montagne del Caucaso e del Kahsmir. Tutto ciò deve esser rimasto impresso nel viaggiatore Crowley, proprio per la valenza tutta interiore e misterica di un inabissarsi pel mondo a contatto col proprio demone. Si autonominò “wanderer of the waste”, sempre mutuando la concezione shelleyana di una corsa contro il tempo, la società, le convenzioni, e soprattutto, “the waste”, in lui fu la fine del “residuo” dell’Eone di Osiride…

Sex and the Magic: la Grande Bestia colpisce ancora (II) (Victoriana 28/5) – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine Franco Pezzini, prendendo le mosse dal romanzo Tutto quel nero di Cristiana Astori, traccia le coordinate dei rapporti tra Fernando Pessoa e Aleister Crowley che si conobbero in Portogallo nel 1930 e diedero vita a dei rapporti al limite della truffa mediatica e della creatività, dei veri cantori in anticipo sui tempi. Un estratto:

Non abbiamo una descrizione dell’incontro, ma possiamo immaginare Crowley tracimante che occupa tutto lo spazio possibile, Pessoa piccolo piccolo e un po’ interdetto, la bella Hanni – grande bellezza, fascino tormentato – che lo colpisce. Sul tavolo non c’è solo l’esoterismo: nei giorni successivi, grazie al poeta, Crowley conta di incontrare alcuni scacchisti portoghesi per qualche partita. Curiosissima è una lettera scritta direttamente da Hanni alla fine della settimana dopo (cioè domenica 14 settembre) lamentando che Pessoa non sia più venuto di persona e annunciando il loro arrivo a Lisbona per il giorno dopo: intendono incontrarlo. Perché è Hanni (Anu nella firma) a scrivere? Ovviamente funge da collaboratrice della Bestia, ma a Crowley non sfugge il maggiore appeal di una missiva dalla bella diciannovenne. Tanto più che tra l’incontro del 4 settembre e quello del 15 dev’essercene stato almeno un altro…

Peccato che in un messaggio successivo (17 settembre) Crowley spieghi – stavolta di persona – di essersi dovuto trasferire all’Hotel Miramar. “Ieri notte la signorina Jaeger ha avuto un violento attacco isterico, dando disturbo a tutto l’hotel”. La Bestia tende sempre a scaricare le motivazioni degli screzi sui furori delle partner (di volta in volta accusate di alcolismo, isterismo eccetera), ma sappiamo quanto sappia essere irritante: insomma non appare così strano che la passionale Hanni sia stata abbastanza accesa da ribaltare tutto. “È andata a Lisbona stamani, lasciando qui tutte le sue cose insieme a una nota in cui dice ‘torno presto’. / Ma se non tornasse presto, immagino che si dovrebbe chiedere alle autorità di fare delle ricerche”: e Crowley chiede a Pessoa di contattarlo, evidentemente si vedono. Però questa lettera è sincera o fa già parte del gioco sul presunto suicidio della Bestia abbandonata dall’amante, coi compari Aleister & Fernando che hanno preimpostato tutto nei giorni precedenti, compresa sfuriata di Hanni (simulata)? O il poeta viene incastrato solo ora nel gioco concordato da Aleister con Hanni? In realtà sembra che almeno il litigio sia stato autentico, Hanni furiosa ha chiesto l’aiuto del console americano per ripartire; poi con Aleister si sono rappacificati (il diario di lui tradisce in più punti un effettivo innamoramento), ma ormai la partenza della ragazza è decisa e concordano per raggiungersi in Germania. Proprio la non prevista sfuriata sembra insomma innescare il piano che Crowley concorda ora con Pessoa, avviando una delle beffe più celebri di tutta la storia moderna. Perché darsi tanta pena?

Il fatto è che Crowley ha bisogno di nuova visibilità, di pubblicità per rilanciare la sua immagine. Sa di non essere più l’uomo degli anni d’oro, si confronta con acciacchi e debitori incalzanti: la piccola Mandrake Press ha investito su di lui, ma non basta, e la beffa potrebbe riportarlo sulle pagine dei giornali con un prezioso ritorno di attenzioni sulla sua produzione editoriale. E anche pittorica, perché il mago ora sta puntando parecchio su quella vocazione scoperta da non troppi anni, e l’importante galleria di Karl Niederdorf di Berlino si prepara a un’esposizione dei suoi lavori. Poi certo la beffa soddisfa insieme il suo carattere birichino e la provocazione di paradosso e ironia insita nel suo magistero. E Pessoa? Offre volentieri una mano a un frater e l’idea della finzione, dello sberleffo è più che congeniale all’uomo che vive e gioca attraverso eteronimi: se poi è dubbio che i riflettori della stampa gli interessino in quanto tali – il suo ruolo in fondo resta marginale, da fiancheggiatore – la situazione potrebbe vedere anche per lui sviluppi editoriali interessanti.

Infatti è iniziata nel frattempo una buffa “commedia degli equivoci”. In seguito ai dialoghi con la Bestia, Pessoa ha inviato alla Mandrake Press (12 settembre) una serie di proposte. Suggerendo testi portoghesi “insoliti e sconosciuti” da editare in inglese; caldeggiando di istituire una succursale dell’editore in Portogallo dove alcune lavorazioni sarebbero più economiche, e in cui plausibilmente si vede già coinvolto; ed evidenziando che si potrebbe sviluppare anche un catalogo in lingua lusitana. Per Pessoa è insomma implicito che i soldi dovrebbe metterceli la Mandrake. Ma è a questo punto che arriva (18 settembre) l’educata risposta del presidente della casa editrice, tale R. Thynne. Prendendo tempo sui titoli suggeriti, l’editore fraintende – o gioca a fraintendere – l’idea sulla succursale, prospettando allo (squattrinatissimo) poeta di assumere in loco il ruolo di rappresentante azionista come è Karl Germer in Germania, e grazie al quale la Mandrake può pubblicare in Inghilterra Alfred Adler e Alraune di Ewers. Per loro è implicito che a mettere i soldi sia Pessoa.

La lingua perduta degli angeli – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un articolo che esplora le ricerche effettuate dal mago John Dee sul linguaggio Enochiano, qualcosa che Gustav Meyrink ha esplorato nel suo splendido romanzo L’angelo della finestra d’Occidente. Un estratto:

Una branca della Kabbalah ebraica nota come temurah, il cui più illustre esponente fu il mistico Abraham Aboulafia, si basava sulla pratica di combinare e permutare le lettere ebraiche della Torah e dei nomi sacri di Dio, producendo una serie di formule capaci di esprimere, nel loro continuo mutamento, la potenza divina e la splendida armonia del cosmo. Questa idea è illustrata da Gershom Scholem in La Kabbalah e il suo simbolismo, dove spiega che, secondo la dottrina di Aboulafia, “gli elementi fondamentali, il nome JHWH, gli altri nomi di Dio e gli appellativi o kinnuyim furono trasformati mediante permutazioni e combinazioni delle consonanti […] finché in ultimo apparvero nella forma delle frasi ebraiche della Torah, così come le leggiamo ora. Gli iniziati, che conoscono e hanno capito questi principi della permutazione e combinazione, possono seguire il percorso inverso, dal testo all’indietro, e ricostruire il tessuto originario dei nomi” con l’obiettivo di risalire “all’operare segreto della potenza divina”. Dottrine come questa esercitarono un’influenza incalcolabile sul pensiero rinascimentale, in cui misticismo, magia e matematica si unirono a costituire quella che è oggi universalmente conosciuta come tradizione ermetica. L’influenza di questo pensiero magico sullo sviluppo della cultura moderna è stata a lungo trascurata, fino a quando, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, fu finalmente riabilitato da diversi studiosi e accademici, tra cui spiccano, soprattutto, le ricerche della storica Frances Yates.

Il prodotto forse più enigmatico e oscuro di questa multiforme corrente di pensiero è il Sistema Enochiano di John Dee, che fu un matematico, scienziato e astrologo al servizio della corte di Elisabetta I, la cui carriera fu, tutto sommato, quella di un rispettabile intellettuale del tempo. Nel corso della sua vita compose diverse opere scientifiche e matematiche che riscossero un vasto successo; entrò nelle grazie di Elisabetta I per aver composto, nel 1555, un oroscopo in cui prediceva la sua prossima ascesa al trono. Quando Elisabetta divenne regina, gli fu concessa la possibilità di proseguire i propri studi in autonomia, sotto la tutela della corona. Ma, a partire dal 1582, le ricerche di John Dee presero una piega sempre più eccentrica. Influenzato dalle opere di altri intellettuali dell’epoca, e forse insoddisfatto dalle risposte offerte dalla scienza del suo tempo, John Dee cominciò a occuparsi di magia e spiritismo, con l’obiettivo di penetrare, facendo ricorso a metodi più o meno ortodossi, i misteri ultimi del cosmo. In questa impresa, fu affiancato da un giovane alchimista dalla reputazione discutibile di nome Edward Kelley, il quale si presentò alla sua casa di Mortlake rivelando un incredibile talento come medium.

Secondo le testimonianze contenute nei diari di Dee, Kelley era in grado di comunicare, con l’aiuto di un cristallo di quarzo, con entità spirituali invisibili. Gli spiriti contattati da Kelley nel corso delle sue sedute spiritiche con Dee, che si presentavano nella veste di angeli e arcangeli, cominciarono ben presto ad avanzare pretese sempre più esuberanti, costringendo i due a viaggiare incessantemente attraverso l’Europa per trasmettere il messaggio angelico ai regnanti del tempo. Gradualmente, gli angeli cominciarono a trasmettere i frammenti di quello che appariva come un complesso, ma indecifrabile, sistema crittografico, composto da astrusi sigilli e interminabili griglie di lettere. Gli angeli rivelarono a Dee e Kelley una lingua sconosciuta, chiamata da Dee lingua enochiana, costituita da un alfabeto di ventuno caratteri, nella quale erano composte diciannove ‘chiavi’ simili a incantesimi di evocazione dal contenuto misteriosamente apocalittico. La turbolenta amicizia tra Dee e Kelley si interruppe bruscamente nel 1587, e con essa terminarono anche le comunicazioni angeliche di John Dee. A testimonianza delle loro imprese resta una nutrita raccolta di diari e manoscritti, la cui prima pubblicazione risale soltanto al 1659, quando una parte dei diari di Dee, contenente una dettagliata relazione delle sue comunicazioni con gli angeli, fu fortuitamente ritrovata da un antiquario e fu data alle stampe.

Il retaggio dell’opera di John Dee è controverso e lo studio delle sue conversazioni angeliche ha avuto una storia tutt’altro che lineare. A rendere particolarmente insidioso l’approccio all’opera di Dee è soprattutto la vasta costellazione di studiosi che se ne sono occupati, eterogenea e con interessi spesso incompatibili, che testimonia, del resto, la ricchezza del suo pensiero. A partire dai primi anni del Novecento, l’opera di Dee divenne il cuore pulsante di quello che lo scrittore Kenneth Grant avrebbe ribattezzato il risveglio della magia: una corrente di esoterismo contemporaneo inglese che prese le mosse dall’Hermetic Order of the Golden Dawn, società segreta di stampo rosacrociano-massonico che mescolava il sistema angelico di John Dee a forme di magia cerimoniale pseudo-egiziana. In particolare, lo studioso ed esoterista Samuel Liddel MacGregor Mathers recuperò i manoscritti di Dee, al tempo del tutto trascurati dagli accademici, diffondendoli tra gli iniziati come base di un nuovo dogma di magia cerimoniale. Sulle orme di Mathers, fu Aleister Crowley, il più importante esoterista del Novecento, a popolarizzare ulteriormente il materiale enochiano tra i seguaci dell’occulto. Come documentato nel libro The Vision and The Voice, nel 1909 Crowley percorse il deserto algerino recitando le trenta invocazioni angeliche che gli avrebbero permesso di accedere ad altrettanti stati di estasi mistica. Questi livelli di illuminazione, che Dee definisce Aethyrs, sono popolati di visioni cariche di quel simbolismo magico che caratterizza tutta l’opera di Crowley, in una sorprendente commistione di numerologia, mitologia egizia e iconografia apocalittica.

ZOON (pt.1) ~ NEFILIM [Original Cassette Demo] ~ Autumn 1991


Una demo di uno dei brani che prediligo in assoluto – sì, lo so, sono molti. Tante piccole notizie disseminate nelle immagini e nelle note del Tubo, da disseminare con la cura meticolosa che ogni produzione di Carl McCoy richiede.

Sex and the Magic: la Grande Bestia colpisce ancora (I) (Victoriana 28/4) – Carmilla on line


Franco Pezzini, su CarmillaOnLine, ci porta nella sua eterna e coltissima disamina weird, che ha intitolato Victoriana ormai molto tempo fa, nei reconditi psichici di Aleister Crowley, quella Grande Bestia che ha plasmato – volenti o nolenti, è così – intere epoche pre e dopoguerra fino ai giorni nostri; parliamo quindi di quasi un secolo di nefandezze e guglie percettive e ideologiche mai dome, mai troppo messe da parte e mai troppo incensate. Vi lascio ad alcuni stralci delle considerazioni di Franco.

Ma c’è ancora un nome della raccolta, che la copertina indica per primo a dispetto della brevità del testo scelto: cioè quello di Aleister Crowley, la Grande Bestia 666 (1875-1947), personaggio citato qui anche nelle pagine di Wheatley ma presente in proprio come autore del brano titolato L’iniziazione. Non si tratta di un racconto, ma di un’istruzione stralciata da uno dei suoi opuscoli, con la messa in scena del rituale blasfemo della crocifissione di un rospo. Il fatto che tra tutta la sua produzione – nel 1969, è vero, meno facile da mappare nella sua impressionante estensione –, ricca di prosa, poesia e saggistica, sia stata proposta da Haining proprio questa breve istruzione finisce con l’orizzontare verso il Crowley più superficialmente “satanico” dei tabloid, “l’uomo più cattivo del mondo” eccetera: ancora una volta un pegno al clima d’epoca, che dice qualcosa delle provocazioni di un incredibile agitatore culturale (nel 1967 sulla copertina del Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles), ma rischia di travisarlo nel mero sodale del LaVey di turno. Torniamo insomma alla cornice vintage della raccolta in esame, che un lettore del 2019 è opportuno colga per poter capire e apprezzare il documento d’epoca.

Per approfondire un po’ il tema, può piuttosto essere utile accostare un altro testo edito nel 2015 dalla stessa Ghibli, cioè la biografia Aleister Crowley: la natura della Bestia di Colin Wilson (1931-2013): uno studio del 1987, è vero, ma preparato dal profilo di Crowley in The Occult: A History (1971) e da altre sue opere.

Certo The Nature of the Beast, con le caratteristiche peculiari che lo pongono idealmente nella scia di studi alternativi come Il mattino dei maghi (1960) più che delle biografie “pure”, pur offrendo provocazioni interessanti è da accogliere un po’ sempre con le molle – e non solo per le personalissime idee di Wilson. La sensazione per esempio che nelle Confessioni Crowley tenda a intessere lisergicamente autofiction, giochi a impressionare, ricami per amor di narrazione e per gigioneria – come in fondo sempre, nella vita quotidiana come in romanzi e racconti, con un unico indiscusso mattatore in scena, sempre lui – sia pure in alternanza a momenti di desolata onestà, lascia a volte pensare che invece Wilson prenda tutto un po’ troppo sul serio. Ma in ciò, tra fascino e limiti, sta il valore documentario del suo testo: e rileggerlo oggi finisce col suscitare una vaga melanconia per i sogni di un’epoca – che è stata anche nostra, almeno di chi può ricordarla, delle nostre singole vite e dei nostri sogni – ormai irrimediabilmente chiusa.

Le precedenti puntate di Sex and the Magic sono qui, qui e qui.

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