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Archivio per Alessio Brugnoli

Sciamani | ilcantooscuro


Un bel minitrattato di Alessio Brugnoli sugli sciamani, dal punto di vista storico, antropologico e mistico. Un estratto assai significativo:

Esperienze diverse nel Tempo e nello Spazio, accomunate da modalità simili, per diventare Altro e viaggiare nel Trascendente, di solito articolate nelle seguenti fasi

  • trance, stato psichico dal ritmo della musica e da sostanze psicotrope.

  • metamorfosi, in cui lo sciamano si trasforma (durante il viaggio, quindi in sogno) nell’animale che lo protegge e da cui deriva il proprio potere.

  • combattimento (compie durante il viaggio combattimenti contro gli spiriti ed altri sciamani).

  • ritorno (lo sciamano “rientra” dal “viaggio” con la soluzione al problema

E in questo viaggio, lo sciamano è accompagnato da due fedeli compagni: il tamburo e il vestito sacro: come tradizione, per approfondire il tema, lascio la parola a Eliade.

“Qui non pensiamo a compilare una tabella comparativa dei costumi, dei tamburi o di altri strumenti rituali usati dagli stregoni, dai medicine-men e dai sacerdoti di tutto il mondo. La cosa sarebbe piuttosto di pertinenza dell’etnologia, essa interessa solo accessoriamente la storia delle religioni. Comunque noteremo che lo stesso simbolismo da noi accertato nel costume dello sciamano siberiano lo si ritrova altrove. Anche altrove si incontrano le maschere – dalle più semplici alle più elaborate – le pelli e le pellicce di animali e specialmente le piume di uccello, la relazione delle quali col simbolismo ascensionale non ha bisogno di essere ancora sottolineato. S’incontrano anche i bastoni magici, i campanelli e i tamburi, di varie forme. Hoffmann ha opportunamente studiato le somiglianze tra il costume e il tamburo dei sacerdoti bon da un lato e, dall’altro, quelli degli sciamani siberiani. Il costume di questi sacerdoti tibetani comprende, in particolare, delle piume di aquila, un casco con larghi nastri di seta, uno scudo e una lancia. Goloubew già aveva accostato i tamburi di bronzo scavati a Dongson ai tamburi degli sciamani mongoli. Recentemente, Quaritch Wales ha più dettagliatamente precisato la struttura sciamanica dei tamburi di Dongson; egli paragona i personaggi, che vanno in processione con un’acconciatura di piume, della scena rituale rappresentata sul timpano, agli sciamani dei Daiachi marittimi che, adorni di piume, pretendono d’essere uccelli. Quantunque, ai nostri giorni, l’impiego del tamburo da parte dello sciamano indonesiano sia suscettibile di molteplici valorizzazioni, accade talvolta che significhi il viaggio celeste, o che sia considerato come una preparazione dell’ascensione estatica dello sciamano (cfr. qualche esempio in Wales).

Lo stregone dusun indossa qualche ornamento e delle piume sacre quando inizia una cura (Evans); lo sciamano delle Mentawei utilizza un costume cerimoniale comprendente piume d’uccello e campanelli (Loeb); gli stregoni e i guaritori africani si coprono di pelli di bestie selvatiche, di denti e d’ossa d’animali, ecc. (Webster). Benché nell’America del Sud tropicale il costume rituale sia piuttosto raro, ne tengono il posto certi accessori dello sciamano come, ad esempio, la maraca o sonaglio «fatto con una zucca contenente dei granelli o delle pietre e provvista d’un manico». Questo strumento è considerato sacro, e i Tupinamba gli recano pure offerte di nutrimento. Gli sciamani Yaruro eseguono sui loro sonagli «raffigurazioni molto stilizzate delle principali divinità che visitano durante la trance» (Métraux).

Gli sciamani nord-americani hanno un costume cerimoniale notevolmente simbolico: piume d’aquila o d’altri uccelli, una sorta di sonaglio o un tamburello, sacchetti contenenti cristalli di rocca, pietre ed altri oggetti magici, ecc. L’aquila cui si prendono le piume è considerata sacra e, per questa ragione, lasciata in libertà (Park). Il sacchetto con gli accessori non lascia mai lo sciamano; di notte, questi se lo mette sotto il cuscino o sotto il letto. Presso i Tlingit e gli Haida si può anche parlare di un vero costume cerimoniale (una veste, una coperta, un cappello, ecc.) che lo sciamano si confeziona secondo le indicazioni del suo spirito protettore (Swanton). Presso gli Apache, oltre le piume d’aquila, lo sciamano possiede un rombo, una corda magica (che lo’ rende invulnerabile e gli permette anche di prevedere gli avvenimenti futuri, ecc.) ed un cappello rituale. Altrove, come presso i Sanpoil e i Nespelem, la potenza magica del costume si riduce in una pezza rossa che si lega intorno al braccio (Park). Le piume d’aquila si ritrovano presso tutte le tribù nord-americane (Park). Del resto, attaccate a dei bastoni, sono impiegate nelle cerimonie d’iniziazione (per es., presso i Maidu nord-orientali), e questi bastoni si pongono sulle tombe degli sciamani (Park). È un segno che indica la direzione che prende l’anima del trapassato.

In America del Nord, come nella maggior parte delle altre aree, lo sciamano impiega un tamburello o un sonaglio. Là dove il tamburo cerimoniale manca, è rimpiazzato dal gong o dalla conchiglia (specialmente a Ceylon, nell’Asia meridionale, in Cina, ecc.) Ma si è sempre di fronte a uno strumento capace di stabilire, in un modo o nell’altro, il contatto col «mondo degli spiriti». Questa espressione va intesa nel suo senso più ampio, che include non solo gli dei, gli spiriti ed i demoni, ma anche le anime degli antenati, i morti, gli animali mitici. Questo contatto col mondo sovrasensibile implica necessariamente una concentrazione preliminare facilitata dall’inserimento dello sciamano o del mago nel suo costume cerimoniale, ed accelerata dalla musica rituale.

Lo stesso simbolismo del costume sacro è sopravvissuto in seno alle religioni più evolute: si possono ricordare le pellicce di lupo o di orso in Cina, le piume di uccello dei profeti irlandesi, ecc. Il simbolismo macrocosmico lo si ritrova nelle paramenti dei sacerdoti e dei sovrani dell’antico Oriente. Questo insieme di fatti s’inquadra in una legge ben nota nella storia delle religioni: si diviene ciò che si mostra. Coloro che portano le maschere sono realmente gli antenati mitici figurati da queste maschere. Ma lo stesso effetto – cioè il totale trasformarsi dell’individuo in qualcosa di altro – bisogna attenderselo anche dai vari segni e dai vari simboli che talvolta sono appena accennati sul costume o direttamente sul corpo: si fa proprio il potere del volo magico portando una più ma d’aquila e perfino un disegno fortemente stilizzato di tale più ma, e così di seguito. L’uso dei tamburi e di altri strumenti di musica magica non è però limitato esclusivamente alle sedute. Molti sciamani battono il tamburo e cantano anche per il solo loro piacere, senza che tuttavia vi sia differenza quanto a ciò che a tali azioni si lega: salire in Cielo o discendere agli Inferni per visitarvi i morti. Questa «autonomia» che finisce con l’investire gli strumenti della musica magico-religiosa conduce alla formazione di una musica che, pur non essendo ancora «profana», è però più libera e più imaginata. Lo stesso fenomeno si verifica nei riguardi dei canti sciamanici che descrivono i viaggi estatici in Cielo e le perigliose discese agli Inferni. Dopo un certo tempo questo genere di avventure passa nel folklore dei corrispondenti popoli e va ad arricchire la letteratura orale popolare di nuovi temi e di nuovi personaggi”.

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Come cambieranno i computer… | ilcantooscuro


Dal blog di Alessio Brugnoli considerazioni sul futuro della computazione digitale, sul DNA e sulla tecnologia quantica. Un estratto:

Per quanto i transistor di oggi siano microscopici, occupano ancora spazio fisico. C’è un limite a quanto piccolo sia possibile produrre qualsiasi cosa che occupi spazio fisico.
Ora ci stiamo avvicinando a questo limite con i transistor. Quindi i progressi previsti dalla legge di Moore devono rallentare. In effetti, la legge di Moore sta già rallentando: molti esperti prevedono che essa si degraderà del tutto tra il 2022 e il 2025.
Ciò significa che il progresso si fermerà? Neanche per sogno. Le nuove tecnologie riprenderanno dove la legge di Moore si allontana. Ci sono tre entusiasmanti tecnologie informatiche in fase di sviluppo che dovresti conoscere.

1. Il calcolo 3D raggiunge il mercato entro la fine dell’anno

Cosa fa una città quando è a corto di terra? Costruisce grattacieli. Costruendo “in alto” puoi creare un immobile con l’impronta di un edificio a un piano, ma che contiene 100 volte più persone. Qualcosa di simile sta appena iniziando con il computing.
I chip impilati in 3D sono di gran lunga superiori a quelli affiancati. Non solo puoi montare multipli di transistor nello stesso ingombro. Puoi anche integrare meglio tutte le funzioni del chip.Questo riduce la distanza delle informazioni che devono viaggiare. E crea molti più percorsi di flusso delle informazioni. Il risultato sarà qualcosa di molto più veloce e potente in un piccolo spazio. Alla fine, i chip 3D potrebbero essere 1.000 volte più veloci di quelli esistenti.

2. Il DNA computing è un po’ più lontano, ma il suo potenziale è sbalorditivo

Il DNA porta le istruzioni che consentono la vita. Una libbra di DNA ha la capacità di memorizzare più informazioni di tutti i computer mai costruiti. Per quanto incredibile possa sembrare, il DNA può essere usato per il calcolo. Un computer di DNA di dimensioni miniaturizzate potrebbe teoricamente essere più potente dei supercomputer attuali. (Nota mia: per saperne di più, è interessante leggere questo articolo)

3. L’ informatica quantistica potrebbe essere l’ultima innovazione “disruptive”

L’unità di base del calcolo convenzionale è il bit. Più bit ha un computer, più calcoli è possibile eseguire contemporaneamente e dunque più potente è. Con il calcolo quantico, l’unità di base del calcolo è chiamata bit quantico – o qubit. Un computer quantistico a 100-qubit potrebbe eseguire calcoli simultanei su oltre 1.000 miliardi di miliardi di miliardi. Questi numeri sono troppo grandi per essere compresi da esseri umani. In teoria, un piccolo computer quantistico potrebbe superare la potenza di un normale computer delle dimensioni della galassia quale la Via Lattea.

Con abbastanza potenza di calcolo, un computer quantistico potrebbe risolvere qualsiasi problema. Se riusciremo mai a raggiungere mete lontane come controllare il tempo, colonizzare Marte o invertire l’invecchiamento umano, il calcolo quantico sarà probabilmente la forza trainante.

Probabilmente, conclude Alessio, il futuro vedrà una commistione di queste tecnologie, e chissà che non si aprano scenari davvero interessanti per le prossime speculazioni SF.

Camerata Mediolanense – Fuoco


Brano struggente e quasi medioevale, un folk nostrano di tradizioni musicali radicate nei secoli (grazie AlessioBrugnoli).

Garum e ortaggi | ilcantooscuro


Dal blog di Alessio Brugnoli, un po’ di filologia dell’antico garum, prelibatezza culinaria di un mondo romano antico e non solo che, ahimè, da lungo tempo non esiste più.

Può sembrare strano, ma il garum, la salsa liquida di interiora di pesce e pesce salato, è assai più antico dell’Urbe. I primi a utilizzarlo nella cucina furono addirittura i Sumeri, che lo chiamavano alusa kud. Con la mediazione siro-anatolica, tale condimento fu prima adottato dai Micenei, poi dai Greci storici. Ve ne è infatti una fugace menzione nei frammenti dei poeti comici Cratino e Ferecrate, vissuti nel V secolo a.C. Tra gli autori tragici, Eschilo ci informa che questo si otteneva dai pesci, mentre Sofocle nei frammenti del Trittolemo sembra aggiungere notizie a quanto aveva detto Eschilo, definendo il garum ταριχηρός, ovvero salato. E ancora Platone qualifica ulteriormente questa salsa con l’aggettivo σαπρός, ovvero putrido.

Grazie ai coloni greci, il garum, che prende il nome dal pesce utilizzato nella preparazione originaria, probabilmente le nostre sarde, entro sulle tavole romane, che apprezzarono subito questo condimento altamente proteico, composto da aminoacidi liberi,immediatamente assimilabili dall’organismo. Diverse autori antichi, ci tramandano ricette per la sua preparazione.

Il nostro viaggio culinario comincia dalla Geoponica, un’antologia di venti libri di agronomia, compilata durante il decimo secolo a Costantinopoli, nell’Impero bizantino, sotto l’imperatore Costantino VII Porfirogenito, in greco. In uno di questi libri, scritto da Vindonio Anatolio, che di professione faceva il retore e il burocrate imperiale, si legge la seguente ricetta

Gettare in un recipiente interiora di pesci e pescetti piccoli salati e messi al sole e mescolarli frequentemente; una volta ottenuta la salamoia, filtrare tutto in una cesta, dove rimane la parte solida, l’allec. Alcuni aggiungono anche vino vecchio nella misura di due sestari per ogni sestario di pesce. Se si ha bisogno di usare subito il garum senza tenerlo tanto al sole, si cuoce rapidamente mettendo il pesce in acqua di mare concentrata in modo che un uovo vi galleggi, fino a quando non sia ridotto abbastanza di volume, quindi si cola. Ma il fiore del garum si ottiene con le interiora, il sangue ed il sierodei tonni sopra cui si sparge sale e si fa macerare per due mesi.

Banchetti, polpette e salsicce nell’antica Roma | ilcantooscuro


Sul blog di Alessio Brugnoli un post sulle consuetudini culinarie nell’antica Roma. Un estratto:

Il prandium, come suggerisce il nome, si trattava del leggero pranzo di mezzogiorno, a base di pane, carne fredda, pesce, legumi, uova, frutta e vino, spesso in piedi, accompagnati dal mulsum, bevanda di vino miscelato a miele, antesignano del nostro street food, dato che le pietanze spesso si compravano da venditori ambulanti.

Il pasto principale dei romano era però la cena, che iniziava verso l’ora ottava in estate (le ore 2 del pomeriggio) e verso l’ora nona in inverno, circa le tre, tre mezza di pomeriggio, di solito dopo essersi recati alle thermae, e, per i ricchi, si protraeva anche fino all’alba del giorno successivo. In epoca arcaica i pasti si consumavano nell’atrium, con il solo focolare e lo stipo votivo dei Lari. Con l’estendersi della struttura della domus, il pranzo fu consumato nel tablinum o nel cenaculum.

In età imperiale si diffuse l’abitudine di pranzare nel triclinium. Questo nome era dovuto alla presenza nella stanza di triclinia, cioè letti a tre posti in legno o in muratura, leggermente inclinati dalla parte della mensa, su cui venivano distesi materassi, coperte e cuscini. Nei giorni di festa gli schiavi erano autorizzati a partecipare e si sedevano ai piedi del divano; i figli giovani del dominus stavano sugli scranni posti davanti al triclinio del padre o della madre. Stavano seduti a tavola gli abitanti delle campagne o i provinciali della Gallia.

Se gli invitati a cena superavano il fatidico numero nove, venivano aggiunti altri stibadia (letti a forma di sigma capaci di ospitare dai sei ai dodici convitati) o triclinia fino ad avere un massimo di trentasei posti (con quattro mensae), o di ventisette (con tre mensae). Come già raccontato altre volte, in epoca tardo imperiali, gli stibadia sostituirono totalmente i triclinia.

I convitati dovevano rispettare una gerarchia delle precedenze nell’assegnazione dei posti d’onore. Per chi guardava la sala tricliniare dal lato privo di divani, il meno importante (summus) era posto alla sua sinistra; il medius era posto al centro e l’imus era quello di destra, dove si distendeva il padrone di casa. Ogni divano poi aveva tre posti: summus, medius, imus. Il letto medio era per l’ospite di riguardo e si chiamava locus consularis; l’imus era per l’evergeta – cioè colui che aveva donato il proprio denaro alla collettività – e il summus per i convitati di rango inferiore e per i clientes.

Il cibo e le bevande erano collocati su un tavolo posto al centro della sala dal quale i convitati attingevano direttamente con le mani. Quando il letto ospitava più di tre invitati, questi erano umbrae, cioè compagni che l’ospite o i convitati più ragguardevoli aggiungevano alla mensa per motivi di prestigio. Questi spesso erano accompagnati dagli schiavi di fiducia che sedevano sul divano ai loro piedi  (pueri ad pedes): essi dovevano assistere il padrone nel ritorno a casa e prestargli aiuto se fosse stato preso dalla nausea, per il troppo mangiare e bere.

Saturnalia, Solstizio d’Inverno e Natale | ilcantooscuro


Alessio Brugnoli continua a inanellare un’ottima serie di post – come meravigliarsi del contrario? – parlando diffusamente e con una conoscenza cui m’inchino, dei Saturnalia (che si concludono oggi), indagando la festa prima del consolidamento che ha avuto in epoca imperiale. Un significativo estratto:

Come tradizione, in questi giorni leggo in giro parecchi post e commenti che legano tra loro Saturnalia, Solstizio d’Inverno, Sol Invictus e Natale, come se fosse la cosa più lineare del mondo; in realtà a causa del bislacco e conflittuale rapporto che i Romani avevano con il calendario, le cose sono assai meno semplici di quanto appaiano a prima vista.

Ai tempi del Septimontium, la federazione protourbana di pagi, villaggi, che dalla seconda metà del IX secolo a.C. precede il sinecismo che porta alla nascita di Roma, era in vigore un peculiare calendario, che gli annalisti, per sottolinearne l’antichità, attribuiva a Romolo.

Tale calendario, secondo quanto raccontano Ovidio e Macrobio, aveva come primo mese Marzo, nel cui primo giorno si attizzava il fuoco sacro dedicato a Vesta, che forse simboleggiava il rinnovo del foedus che univa i vari villaggi, e terminava a Dicembre.

Di fatto era così articolato

Martius (31 giorni)
Aprilis (30 giorni)
Maius (31 giorni)
Iunius (30 giorni)
Quintilis (31 giorni)
Sextilis (30 giorni)
September (30 giorni)
October (31 giorni)
November (30 giorni)
December (30 giorni)

Con una durata complessiva di 304 giorni. Un calendario, a prima vista fatto apposta per fare venire l’esaurimento a tutti gli studiosi e gli eruditi: da una parte, non rispetta, come evidenziava Macrobio, le caratteristiche specifiche di un calendario lunare, dato che questo dura 354 giorni e ha mesi, detti siderali, di 29.5 giorni. Ancora più labile è il legame con l’anno solare, con i suoi 365 giorni. Gli eruditi latini, consapevoli di tale stranezza, arrivano a ipotizzare che esistessero ben 61 giorni extracalendariali, in cui il tempo non veniva misurato.

Il che, nonostante i prisci latini fossero strani assai, è un’idea parecchio campata in aria: negli ultimi anni, però, alcuni studiosi si sono resi conti due particolari interessanti. Il primo è che tra l’anno romuleo e quello lunare vi fosse un rapporto di 7 a 6, ossia sette anni romulei coincidevano, come numero di giorni, con una piccola approssimazione, a sei anni lunari. Per cui, ogni sette anni romulei, vi era un riallineamento tra i due calendari.

Di conseguenza, è possibile che l’anno romuleo fosse parte di un ciclo più ampio, di 7 anni, che doveva rispecchiare delle motivazioni politico religiose di cui si è persa memoria. Questo spiegherebbe il perché, nel calendario latino, vi fosse una duplicazione delle feste, a febbraio e dicembre legate alla purificazione del Tempo e al passaggio tra il nuovo e vecchio anno: probabilmente alcune erano connesse all’anno romuleo, mentre altre erano legate al ciclo di 7 anni.

Il secondo è legato al cosiddetto ciclo nundinale; i romani del periodo regio e repubblicano adottavano una settimana di otto giorni, i quali erano contrassegnati con le lettere dalla A alla H. Dato che l’anno iniziava sempre con la lettera “A”, ogni data era sempre contraddistinta dalla stessa lettera.

Tale settimana veniva chiamata ciclo nundinale ed era cadenzata dai giorni di mercato, che si svolgevano ogni otto giorni. Essi erano le cosiddette nùndine (dal lat. nundinae, composto da novem nove e dies giorno,) da cui l’aggettivo nundinale per scandire la periodicità settimanale di “nove giorni” (dovuta al conteggio tutto incluso dei Romani, laddove oggi diremmo periodicità di otto giorni). Nell’anno romuleo, vi sono esattamente 38 nùndine.

Per cui i giorni di mercato, in cui i membri dei pagi, i mercanti provenienti da fuori e le genti del suburbio si scambiavano i beni, i giorni fasti e nefasti erano rigidamente regolati e ancorati a un ciclo predeterminato, che si ripeteva uguale in ogni anno romuleo. Ora questo calendario aveva due specifiche peculiarità: la prima, la totale indipendenza delle feste dagli eventi astronomici dell’anno solare. Ad esempio, a seconda dell’anno romuleo, i Saturnalia potevano anche capitare nei pressi del solstizio d’estate o degli equinozi; per cui, il loro significato sacrale era di fatto indipendente da questi fenomeni.

Forma Urbis (Parte IV) | ilcantooscuro


Incipit ineccepibile, da urlo, quello che Alessio Brugnoli fa sul suo blog parlando di Roma antica e coinvolgendo, così, i massimi sistemi dell’illusione del reale. Come fa? Così:

La mappa non è il territorio e il nome non è la cosa designata è una frase di Alfred Korzybski, su cui Batheson ha costruito una profonda riflessione sul fatto che sia il nostro cervello, con le sue euristiche e il suo background di esperienze personali e di cultura condivisa nel contesto sociale in cui si vive, a costruire le immagini che noi crediamo di “percepire”.

Frase che può essere anche letta in un contesto assai più ristretto: la cartografia non è una rappresentazione approssimata, per motivi geometrici, del territorio, ma anche uno strumento tramite cui una società rappresenta sé e la sua percezione del Mondo. Ogni mappa non è neutrale, ma sottintende un sistema di principi e di valori, consci e inconsci. Come esempio, pensiamo alla proiezione di Mercatore; benché l’olandese abbia concepito la sua proiezione come strumento pratico per la navigazione, creando una mappa conforme che mantiene gli angoli del globo terrestre, ideale per evidenziare la giusta direzione della bussola, inconsciamente, con il fatto di porre l’Europa al centro del mondo, distorcendo al contempo l’apparente distribuzione delle masse terrestri, così che i due terzi della superficie del globo sembrano trovarsi alle alte latitudini, ha creato una gerarchia simbolica e visiva, ponendo noi al di sopra degli altri.

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percorsi ombreggiati, riflessioni esauste, alcooliche, liberatorie

There was a vision…

… of an outstanding and individual concept, which would last for many years hence.

Giacomo Ferraiuolo

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