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Archivio per Alessio Brugnoli

Finalisti del Premio ShortKipple 2018 | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

La KippleOfficinaLibraria annuncia, con rullo di tamburi e gran sfoggio di fiati, i finalisti del Premio ShortKipple 2018, concorso riservato ai racconti fantastici e SF inediti scritti in lingua italiana.

Community Zero, di Emiliano Maramonte
Cronotopo, di Raul Ciannella
NewCoin, di Alessandro Napolitano
Porta Alchemica, di Alessio Brugnoli
Torpore, di Matt Bryar
Undo, di Stefano Spataro

Rimanete connessi per conoscere, a breve, il vincitore del contest più rapido e iperbolico d’Italia. KeepTalking!

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Bitcoin e computer quantistici | ilcantooscuro


Sul blog di Alessio Brugnoli una bella dissertazione sui Bitcoin e ciò che sottende alla loro esistenza nell’ambito quantico.

Su cosa si basa il valore di una criptovaluta? Domanda che sembra banale, ma nasconde una serie di spunti di riflessioni interessanti.

A differenza delle valute tradizionali, il suo valore non è legato a un paniere di beni o una banca centrale che ne garantisce la solvibilità, ma a tre componenti: la prima è legata alla speculazione, una sulla fiducia distribuita legata al meccanismo del blockchain e una sulla potenza computazionale utilizzata dai miner per aggiungere nuovi blocchi di tracciamento delle transazioni. In particolare, quest’ultima componente è quella più misurabile, dato che dipende sia da una serie di opex, banalmente le facility connesse ai server che svolgono i calcoli, su cui fa la parte del leone il pricing dell’energia e i capex legati all’infrastruttura hardware.

Relativamente all’energia, basti pensare che il tasso di hash della rete Bitcoin a fine 2017 era intorno a 10 exahash al secondo, il che fa stimare un consumo energetico pare a 27 terawattora, pari ai consumi dell’Irlanda. Mentre per l’hardware, basti pensare agli effetti che la fame di potenza computazionale sta avendo nel mercato delle schede grafiche. Per cui, per condividere tali costi e applicare il principio del meglio un uovo oggi che una gallina domani, ossia meglio avere un reddito piccolo ma stabile che un enorme guadagno forse ogni mille anni, i miner si sono associati in pool, per la maggior parte localizzati in Cina.

Questo scenario, apparentemente stabile, però è basato sul presupposto che non avvenga a breve un salto tecnologico tale da moltiplicare esponenzialmente la capacità computazionale: purtroppo, per i miner, non è così, dato che a breve potranno esordire sul mercato computer quantistici commerciali, che avranno effetti dirompenti sul blockchain.

Prima cosa, i computer quantistici permettono di saltare a piè pari tutti i meccanismi di sicurezza che garantiscono l’affidabilità dei blocchi, dato che permetterebbero di risolvere le hash con estrema efficienza e di violare in tempi rapidi i meccanismi in chiave pubblica e privata, minando alle basi il meccanismo di fiducia distribuita. Poi, un tizio con un computer quantistico con un centinaio di Qbit, a costi infinitamente inferiori e tempi di convergenza molto, molto più rapidi avrebbe una potenza computazionale ben superiore, nel risolvere hash, ben superiore ai pool di miner di Cina, Islanda e Giappone messi assieme. Di conseguenza, monopolizzerebbe il mercato e in tempi assai più rapidi del 2040 attualmente stimato, concluderebbe il mining dei blocchi. Al contempo, azzerando di fatto la componente di valore legata alla capacità computazionale, farebbe crollare il valore del bitcoin.

Per cui, come uscire da questo circolo vizioso ? Da una parte, ripensare la tecnologia blockchain, integrandola ad esempio con meccanismi di crittografia quantistica e ottimizzarne i protocolli di validazione in modo da aumentarne la scalabilità. Dall’altra, trovare un modo, per garantire una baseline stabile alle criptomonete, magari basata su una soluzione analoga al Tradecoin pensata dal MIT, con il consenso mantenuto da validatori designati, che legano il valore della criptomoneta un paniere di beni reali posti a garanzia della transazione.

L’Emirato di Puglia | ilcantooscuro


Altri scampoli del Medioevo italiano dalle parti di Alessio Brugnoli; stavolta si parla della Puglia, degli Arabi e, costante medioevale, dei Bizantini.

Ludovico II, detto il Giovane, Re di Italia co-Imperatore del Sacro Romano Impero, dopo aver ottenuto la riappacificazione, seppur breve, dei principi longobardi di Salerno e Benevento, nel 867 decise di liberare Bari dagli infedeli, ma senza successo, subendo una gravissima sconfitta. L’imperatore con il suo esercito occupò Venosa e Oria con lo scopo di tagliar fuori Taranto e Bari e mettere sotto assedio le due città con le sue imponenti macchine da assedio. In realtà i saraceni possedevano praticamente tutto il litorale pugliese e dunque gli Arabi avevano accesso via mare e dunque nessun assedio avrebbe potuto far capitolare tali città. Inoltre sia Salerno che Amalfi, seppur fedeli a Ludovico, erano in ottimi rapporti commerciali con il regno saraceno e dunque all’esercito franco mancava anche l’appoggio locale. Unica soluzione per Ludovico fu ricorrere all’odiato aiuto dei Bizantini, anche loro interessati a sconfiggere e fiaccare gli arabi. Nell’868 Ludovico convinse l’imperatore di Costantinopoli, Basilio, a inviare un’imponente flotta nell’Adriatico, guidata dal noto ammiraglio Niceta Orifa, con lo scopo di tagliare da mare i rifornimenti alla città. Ben quattrocento navi apparvero all’orizzonte della città di Bari, unione della flotta bizantina e dei paesi della Dalmazia, anch’essi preoccupati per il dominio arabo in Adriatico

E successe un mezzo disastro: i Bizantini, invece dell’esercito franco, trovano il deserto: Ludovico se ne è andato a Roma, a litigare con il Papa.

L’ammiraglio bizantino, dopo aver saggiato per un po’ le difese saracene, alzò i tacchi. Furioso. Tanti sforzi per niente. E tornò con la flotta a Corinto. Il giudizio bizantino sull’intera vicenda non poté che essere che i Franchi «erano buoni solo a perder tempo, in pranzi e feste».

Mangiare e bere a Ostia Antica – ilcantooscuro


Bella dissertazione di Alessio Brugnoli sulle taverne dell’antica Roma. È un po’ come regredire di duemila anni…

Qualche erudito, con piglio degno di un teologo bizantino, cerca di distinguere tra taberna vinaria, una sorta di pub dell’epoca, in cui si poteva bere vino e mangiare stuzzichini, le popinae, le antenate delle fraschette e le cauponae, le osterie vere e proprie, con locali per mangiare, camere per dormire, spesso associate a bordelli.

Ma in realtà, la plebe latina, di queste distinzioni, se ne fregava alquanto: usava tranquillamente queste parole come sinonimi… Tranne forse thermopolium, termine che ogni tanto fa capolino in qualche libro di latino: lo usa infatti il buon Plauto in una commedia dove si burla dell’usanza diffusa fra i suoi contemporanei di inventare parole grecizzanti per pedanteria!

In ogni caso, questi locali erano costituiti da una grande sala, che si affacciava su una strada affollata, con un bancone in muratura nei pressi dell’ingresso, decorato con lastre marmoree o di terracotta in cui erano incassate delle giare (dolia) o anfore e le pareti coperte di scaffalature, per conservare prosciutti, formaggi, vasi pieni di garum e di ogni altro ben di Giove, una cucina e nei locali più chic di un giardino interno (viridarium) con triclinio, per permettere agli avventori di mangiare all’aperto, all’ombra di
pergolati.

L’antico romano medio e alquanto affamato entrava, si avvicinava al bancone, dato che spesso non sapeva leggere, come in Cina e in Giappone, guardava le riproduzioni dipinte dei cibi in vendita, le indicava per ordinarle e pagava un prezzo differente nel caso decidesse se consumare le vivande a casa oppure direttamente nel locale.

Grande la città grande… guarda là… | ilcantooscuro


Sul blog di Alessio Brugnoli un bel post per riconoscere i meriti di Bruce Sterling sulle previsioni tecnologiche e sugli impatti sociali che le innovazioni hanno poi effettivamente portato. Un estratto:

Il suo rapporto ambiguo con la città: da buon texano, la vede come sprawl, come luogo di perdizione e negazione della libertà umana, ma non può non subirne il loro fascino, di motori del cambiamento, così come evidenzia nella chiusa:

Questo dimostra l’attrattiva delle città. Possono essere strane, sorde, difficili, corrotte, intasate, luride e piene d’ingiustizia sociale, ma rimangono forti. Eccome.

La sua antipatia per l’IoT, visto come strumento con cui le nuove multinazionali del Cyberspazio possono estendere i loro tentacoli e interessi sui tradizionali strumenti di produzione. Il suo monito continuo sul ruolo della tecnologia, non entità neutrale, ma strumento che può essere usato per fini diversi e contrapposti: rafforzamento dello stato totalitario o delle entità neocapitaliste, aumento del gap tra ricchi e poveri e della subordinazione tra capitale e lavoro, oppure possibile arma contro le prevaricazioni del potere

Ora, su queste posizioni si può discutere all’infinito, ma senza dubbio, nel caso specifico, le sue paure sull’IoT possono essere rimesse in discussione: al di là del fatto che il problema della babele di protocolli sarà difficilmente superabile dall’Amazon o dalla Google di turno, in tale ambito la faranno da padrone gli operatori di rete, più che gli Over the Top. Inoltre la loro posizione, per la volatilità del mercato e per la sempre più rapida evoluzione tecnologica, gli OTT rischiano di essere dei giganti d’argilla. Infine, da marxista, ritengo che la tecnologia abbia un ruolo assai più determinante, di quello strumentale, ipotizzato da Sterling: incidendo in profondità sui rapporti di produzione, modifica la struttura, mutando a sua volta la sovrastruttura. E l’entità di tali cambiamenti, non deterministici, a medio termine è difficilmente prevedibile.

Ciò non significa che la riflessione di Sterling sia da buttare via: è un monito, da tenere sempre presente, sui rischi che corriamo e un invito a perseguire l’ottimismo della volontà, nonostante il pessimismo della ragione.

La linguaccia di Liutprando | ilcantooscuro


Gran bel post quello di Alessio Brugnoli, sui Bizantini, quelli veri, quelli medioevali. Leggerlo tutto significa inquadrare molto bene cos’erano questi tardoromani_medievali_ellenizzati_cristiani, una sorta di razza aliena integralista e stellare, dotata di una logica così astrusa eppure così inattaccabile da stordire qualsiasi considerazione umana. “Sangue malato e prezioso mischiato a se stesso”, così diceva Teofilatto de’ Leonzi – interpretato da un superbo Gian Maria Volonté – a proposito della sua gente, appunto i Bizantini del Sud Italia.

Vi è una casa presso l’ippodromo rivolta a nord di meravigliosa altezza e bellezza, che si chiama Dekaenneakubita nome che ha preso non dalla realtà, ma per cause apparenti; deka in greco è dieci in latino, ennéa è nove, kubita poi possiamo dire le cose inclinate o curvate dal verbo cubare. E questo pertanto, perché nella natività secondo la carne del signor nostro Gesù Cristo (25 dicembre) vengono apparecchiate diciannove mense. A queste l’imperatore e parimenti i convitati banchettano non seduti, come negli altri giorni, ma sdraiati; in quei giorni si serve non con vasellame d’argento, ma solo d’oro. Dopo il cibo furono recati dei pomi in tre vasi d’oro che, per l’enorme peso, non sono portati dalle mani degli uomini, ma da veicoli coperti di porpora. Due vengono posti sulla mensa in questo modo. Attraverso fori del soffitto tre funi ricoperte di pelli dorate sono calate con anelli d’oro che, posti alle anse che sporgono nei vassoi, con l’aiuto in basso di quattro o più uomini, vengono sollevati sopra la mensa per mezzo di un ergalion girevole, che è sopra il soffitto, e allo stesso modo vengono deposti. Tralascio di scrivere, che sarebbe troppo lungo, i giochi che ho visto lì; uno solo non mi increscerà d’inserire qui per la meraviglia.

Venne un tale che portava sulla fronte senza aiuto delle mani un palo lungo ventiquattro piedi o più, che aveva un altro legno di due cubiti per traverso ad un cubito più in basso dalla sommità. Furono introdotti due fanciulli nudi, ma campestrati, cioè con un cinto, i quali salirono sulla pertica, vi fecero evoluzioni e discesero poi a capo in giù, mantenendola immobile come se fosse infitta al suolo con le radici. Quindi, dopo la discesa di uno, l’altro, che era rimasto e lassù aveva fatto giochi da solo, mi rese attonito per ancor più grande meraviglia. In ogni modo, finché entrambi avevano giocato, sembrava cosa possibile, perché, sebbene in modo mirabile, governavano con un peso uguale la pertica su cui erano saliti. Ma quel solo che rimase sulla sommità della pertica, poiché seppe equilibrare il peso così bene da giocare e discendere indenne, mi rese così stupefatto che la mia meraviglia non passò inosservata anche all’imperatore in persona. Perciò, fatto venire l’interprete, mi chiese che cosa mi paresse più straordinario: il fanciullo che si era equilibrato con sì gran misura che la pertica rimaneva immobile, oppure quello che sulla fronte aveva sorretto il tutto con tanta abilità che, né il peso, né le evoluzioni dei fanciulli lo piegarono neppure un po’. Dicendo io di non sapere che cosa mi sembrasse thaumastòteron, cioè più meraviglioso, egli, scoppiato in una gran risata, rispose che similmente non lo sapeva neppure lui.

Ma nemmeno penso di dover tralasciare in silenzio quest’altra cosa che colà vidi di nuovo e straordinario. Nella settimana prima del baiophoron, che noi diciamo i rami delle palme, l’imperatore fa l’erogazione di monete d’oro sia ai militari, sia a quelli preposti ai vari uffici, a seconda del merito di ciascun ufficio (24-30 marzo 950). E poiché volle che io partecipassi all’erogazione, mi ordinò di venire. Fu una cosa di tal genere. Era stata posta una mensa di dieci cubiti di lunghezza e quattro di larghezza, che aveva le monete poste in scatolette, secondo che era dovuto a ciascuno, col numero scritto all’esterno delle medesime. Entravano alla presenza dell’imperatore non alla rinfusa, ma in ordine secondo la chiamata di colui che recitava i nomi scritti degli uomini secondo la dignità dell’ufficio. Fra questi è chiamato per primo il rettore della casa, al quale vengono posti non nelle mani ma sugli omeri le monete con quattro scaramangi (mantelli). Dopo di lui ho domestikòs tes askalónes e ho deloggáres tes ploôs, dei quali il primo è capo dei soldati, l’altro della flotta. Questi, siccome la dignità è pari, ricevono monete e mantelli in pari numero e, per la gran quantità, non li portarono già sugli omeri, ma se li trascinarono dietro a fatica con l’aiuto di altri. Dopo questi furono ammessi i magistri nel numero di ventiquattro, ai quali furono erogate libbre di monete d’oro, a ciascuno secondo lo stesso numero ventiquattro, con due mantelli. Dopo questi seguì l’ordine dei patrizi, che ricevettero in dono dodici libbre di monete con un mantello. Non so il numero dei patrizi né quello delle libbre, ma soltanto ciò che era dato a ciascuno. Dopo queste cose vien chiamata una turba immensa, dei protospathari, degli spathari, degli spatharokandidati, dei kitoniti, dei manglaviti, dei protokarabi, dei quali uno aveva preso sette libbre, altri sei, cinque, quattro, tre, due, una libbra, secondo il grado di dignità. Non vorrei tu credessi che questa cosa si sia compiuta in un sol giorno. Si cominciò il giovedì dall’ora prima del giorno fino all’ora, quarta del venerdì e al sabato fu terminata dall’imperatore. A questi che prendono meno di una libbra, non già l’imperatore ma il parakoimómenos distribuisce per tutta la settimana che precede la Pasqua. Assistendo io e considerando con meraviglia la cosa, l’imperatore per mezzo del logoteta mi domandò che cosa mi piacesse di questa faccenda. E a lui dissi: «Mi piacerebbe assai, se mi giovasse; come anche al ricco assetato e ardente il riposo di Lazzaro apparsogli sarebbe piaciuto se gliene fosse venuto pro; ma poiché non gliene venne, come, di grazia, avrebbe potuto piacergli?» Sorridendo l’imperatore, un po’ mosso da vergogna, accennò con capo che andassi da lui e volentieri mi diede un grande pallio con una libbra di monete d’oro, che ricevetti ancor più volentieri.

Il Polesine nella tarda Età del Bronzo


Tanto per continuare la vena preistorica, un post di Alessio Brugnoli fa una rapida panoramica preistorica sull’Età del Bronzo nel Polesine, provando a tracciare paralleli con moderno dispiegarsi dei nostri giorni. Da leggere tutto d’un fiato.

La crisi della tarda età del bronzo è un tema di numerosi e ampi dibattiti, la cui animosità fa impallidire quelli della politica italiana. Ci si scanna, con parecchio entusiasmo, sulla cronologia (corta, ossia il tutto avviene in un paio d’anni o lunga, ossia come questa crisi sia stata graduale ed estesa per un periodo di tempo di circa ottanta anni), sulle cause del fenomeno (invasioni di massa provenienti dal Mediterraneo Occidentale o crisi politico economica?) e sui singoli eventi ( che diavolo succede di preciso nell’area egeo anatolica?).

Provo a tenermi fuori da questo marasma di polemiche e ipotesi, gettando uno sguardo, invece, su un tema assai meno trattato: gli impatti della crisi del Mediterraneo Orientale sul quello Occidentale. Il motivo è abbastanza semplice: se ci fosse stata questa ipotetica migrazione, dovremmo trovare, nelle aree di provenienza degli ipotetici invasori, tracce di un ampio spopolamento o in caso si ipotizzi un comportamento analogo a quello dei vichinghi, il bottino dei saccheggi.

In più essendo quelle aree economicamente connesse al mondo miceneo, cipriota e siriano, si dovrebbero notare, nelle tracce della loro vita materiale, gli effetti dei torbidi avvenuti in quelle aree. Comincerò questa analisi, che si articolerà in vari post, esaminando quanto accade nella zona del delta del Po: può sembrare strano, ma nella Media e Tarda età del Bronzo, svolge lo stesso ruolo che hanno il Salento, la Sicilia Occidentale e la Sardegna nei traffici dell’epoca, ossia di interscambio tra una rete commerciale locale, più o meno estesa e i ricchi mercati orientali.

In particolare, nel Polesine i mercanti micenei e ciprioti entravano in contatto con comunità tribali che associavano all’agricoltura e all’allevamento, un commercio a breve distanza, per approvvigionarsi del rame del Trentino e a lunga distanza, erano terminali sia della via dell’Ambra e dello Stagno. Contatto che nel XIII secolo a.C. provoca alcuni mutamenti culturali ed economici: si accentua la differenze tra capi, che importano beni di lusso, e resto della tribù, la ceramica locale imita quella egea e nell’area compresa tra l’Emilia e la Svizzera si adottano, per facilitare gli scambi commerciali con i mercanti
stranieri, le unità di misura di peso e lunghezza micenee.

Questo equilibrio si rompe intorno al XII secolo a.C.: una crisi drammatica colpisce le comunità terramaricole, quella che quando ero piccolo io erano chiamati i tizi delle palafitte. La deforestazione, l’eccessivo sfruttamento del suolo e un periodo particolarmente arido manda in tilt il loro sistema sociale. Ora, i terramaricoli, non prendono armi e bagagli e corrono a saccheggiare i territori egizi ed ittiti, primo, perché non avevano nessuna idea di dove fossero, secondo, perché, con le piroghe, non è che potessero andare molto distante. Per cui, una parte migra nei territori della cultura appenninica, che essendo pastori transumanti, poco si curano dell’arrivo dei profughi, anzi, incominciano un processo di ibridazione culturale che sarà una delle componenti della civiltà protovillanoviana, un’altra si trasferisce nel Delta del Po.

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