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Archivio per Algernon Blackwood

Discesa in Egitto – Algernon Blackwood – DeBaser


Su Debaser la recensione a questo poco conosciuto racconto lungo di Algernon Blackwood: Discesa in Egitto, edito dai meravigliosi di Edizioni Hypnos, che a mia volta conosco da pochissimi anni e che però, inutile dirlo, mi ha deliziato oltremodo. Vi lascio alle parole di Cesare Buttaboni:

La storia narra le vicende di George Isley, un viaggiatore solitario che arriverà a trovare il lato oscuro della sua personalità nel mistico e magico universo del profondo Egitto. Accompagnato dall’egittologo Moleson troverà a Tebe il suo destino. Isley e il suo compagno sembrano aver cambiato personalità: è come se entità appartenenti a una dimensione al di là del tempo e dello spazio si siano impossessate di loro. La storia di George Isley ci viene narrata dal punto di vista di un suo amico che ha avuto modo di notare la sua metamorfosi. In Discesa in Egitto è l’atmosfera a caratterizzare la storia: grazie alle “magiche parole” dello scrittore inglese siamo in grado di rivivere i miti e i riti dell’Antico Egitto. Le immagini evocate dalla sua penna riportano alla luce i culti di Amon-Ra e di Anubi e ci parlano di una realtà trasfigurata in cui a dominare sono i Faraoni e i colossi di Memnone con tutto il loro carico di una storia millenaria, mitica e mitologica. È come fare una sorta di viaggio a ritroso nel tempo nei segreti dimenticati di una cultura leggendaria: l’effetto creato da Blackwood è ipnotico e fantasmagorico.

il Saggiatore presenta “I salici” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di una nuova traduzione per “I salici” capolavoro weird, sovrannaturale e pagano in senso lato di Algernon Blackwood, mai troppo conosciuto e in uscita per i tipi del Saggiatore.

Pubblicato per la prima volta nel 1907, I salici è, secondo H.P. Lovecraft, il più bel racconto soprannaturale della letteratura inglese.
Due uomini, il narratore e lo Svedese, partono per un viaggio in canoa lungo il Danubio in un giorno qualunque. Alla ricerca di un posto dove passare la notte, approdano su un isolotto, ma l’oscurità nasconde presenze ostili: un orrore sconosciuto si insinua nelle fronde dei salici circostanti e l’angoscia prende il sopravvento. Nei Salici non sono streghe, vampiri o fantasmi a terrorizzarci, è piuttosto un paesaggio alieno imperscrutabile. Come scrive Lucio Besana nella sua prefazione “l’oggetto della paura è un’entità ignota che non rivela mai il suo volto ma che con la sua presenza implicita trasfigura la realtà. Per questo ci terrorizza: il mostro risiede nell’occhio di chi guarda e quindi è ovunque”.
Le leggi cosmiche sono per noi indecifrabili, ci schiacciano e costringono a prendere atto della nostra posizione minoritaria nell’universo. È sufficiente muoversi a tentoni nell’oscurità con il solo ausilio di una pagaia per sopravvivere?

So weird


Tra le lande del crepuscolo, appena soffuso, i gorgheggi delle dimensioni rendono la palude un luogo ameno di abissi gorgoglianti, ma appena accennati.

La nostra recensione di “Il giardino del n.19” di Edgar Jepson | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione a Il Giardino del n. 19 di Edgar Jepson, edito da Dagon Press. Si tratta di un romanzo amato da Crowley e che ha risvolti weird intensi; vi lascio a un estratto della rece di Cesare Buttaboni.

Il libro fu pubblicato nel 1910 in omaggio ad Arthur Machen, molto amico dello scrittore,  quasi fosse una sorta di risposta a Il grande dio Pan. Ora Dagon Press lo rende finalmente disponibile in italiano nella collana I Magri Notturni.

A leggerlo oggi, Il giardino del n. 19 mantiene il suo fascino oscuro e sulfureo e, secondo l’esperto di narrativa soprannaturale John Pelan, con quest’opera Jepson raggiunge la stessa potenza espressiva di  Machen e Blackwood. E, anche se Jepson non possiede né lo stile letterario del primo né la capacità di creare una genuina atmosfera soprannaturale del secondo, bisogna ammettere che l’affermazione di Pelan non è lontana dal vero. A tratti, nel romanzo si respira la stessa tensione del citato Il grande dio Pan.

Il protagonista John Plowden, un giovane avvocato, acquista un’abitazione al numero 20 di Walden Road, in una zona periferica di Londra. Qui, crede,  potrà finalmente vivere in pace. Ma la sua tranquillità viene messa a dura prova da rumori spaventosi provenienti dal vicino giardino del numero 19. Ha inizio così una serie di avvenimenti inquietanti che lo portano a fare la conoscenza del signor Woodfell e di sua figlia Pamela. Su tutto, aleggia una terrificante statua di Pan.

La nostra recensione di “Un’altra realtà” di Arthur Machen | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione a Un’altra realtà, volumetto antologico di Arthur Machen curato da Pietro Guarriello per i tipi di DagonPress. Un estratto:

L’arco temporale di questa antologia va dal 1890, anno di pubblicazione di Il grande dio Pan, fino al 1937, anno in cui Machen smette di scrivere.
I racconti qui pubblicati sono inediti o minori, ma non per questo non degni di interesse. È anzi forse in queste righe che possiamo trovare il Machen più autentico, oggi ritenuto uno dei maestri del genere. La sua prosa decadente e misurata, lontana da quella fin troppo carica di aggettivi e immagini deliranti di H.P. Lovecraft, si inserisce a pieno titolo nel solco della tradizione letteraria fantastica anglosassone.

Machen deve oggi la sua fama ai racconti del terrore e soprattutto al più famoso Il grande dio Pan, un romanzo potente ed evocativo che riporta alla luce antiche leggende pagane ed è basato sul concetto del “male” come parte integrante della realtà. È questa una tematica che lo scrittore affronterà con molta efficacia all’inizio del racconto Il popolo bianco (The White People), con cui raggiunge vette altissime anche grazie all’utilizzo sapiente di un’atmosfera realmente maligna.

Rispetto ad Algernon Blackwood e ad altri autori del genere, in Italia Machen ha incontrato un maggior consenso: sono infatti numerose le pubblicazioni a lui dedicate (un esempio sono Il cerchio verde pubblicato da Providence Press e Un frammento di vita delle Edizioni Hypnos) e per nostra fortuna si continua a rendere disponibile materiale inedito ed edito come dimostra questa deliziosa raccolta.

Svartsinn & Letum – One By One I Broke their Wings


Nel deserto di sabbia e tempo, loro sono ancora lì.

Due righe per Valerio


Un omaggio a Valerio Evangelisti. Glielo devo perché, a prescindere dal discorso umano, dalla persona che conoscevo poco, era nella lista dei più grandi autori che abbia mai letto, insieme a un gigante che risponde al nome di Bruce Sterling e con altri scrittori non più, Shirley Jackson e Algernon Blackwood.
Valerio ha lasciato dietro di sé commistioni quantiche di politica e Storia collassate nel nostro presente, come un conflitto della RACHE: era un lucido visionario, disincantato e consapevole del cinismo collettivo che ci schiaccia. Lui scriveva “Noi saremo tutto”, che tra i connettivisti abbiamo mutuato rendendolo vivo alla nostra maniera, e in questo modo ha scandito i limiti irregolari di fine millennio, facendoli sfociare nel nuovo secolo e nella nuova frontiera che sembra essere ancora il vecchio tempo, quello arcaico e disumano che s’agita in interi ordini dimensionali, alieni all’umanità, combattuti come faceva Pantera col suo sciamanesimo anarchico.
Inutile dire, forse, che le idee radicali su cui ci ha invitato a ragionare Valerio sono le basi della nuova èra, quella necessaria alla nostra sopravvivenza: ha disseminato nella sua opera l’invito implicito alla lotta, all’affermarsi di un pensiero sociale scevro dalle follie di un mondo votato al Profitto, che vomita ingiurie su ogni essere vivente del pianeta; la sua è una chiamata a disgregare un sistema oppressivo, furbo e potentissimo, letale, che è ancora quello dell’inquisitore Eymerich.

Ecco, pensavo di differenziare quest’omaggio con due paragrafetti, uno narrativo e l’altro reale, ma proprio perché Noi siamo tutto, dalla fine del paragrafo precedente dove ho ricordato le sue suggestioni letterarie mi sono accorto che stavo parlando anche dell’uomo Evangelisti, della sua amata Storia, della passione per il sociale che lo ha portato a studiare le vicende umane come pochi altri scrittori al mondo; intuisco fino in fondo, quindi, il significato dell’essere tutto: è un’aura che mi comunica sapientemente la rabbia, la necessità di divenire sfuggenti, ineffabili, vivi di una volontà per adoperarsi a favore degli oppressi, tra vertigini dello spaziotempo collassato in paradossi inumani e le fantasmagorie di un’esistenza superiore, lontana soltanto un passo se riusciremo a essere radicalmente contro.
Valerio, però, in tutto ciò non c’è più; mi sarebbe piaciuto parlare con lui una seconda volta – ci siamo visti solo in un’occasione, a Fiuggi, in un lontano turbinio di presentazioni – e glielo avevo pure scritto nell’ultima delle poche mail che ci siamo scambiati: incontrarci de visu per tentare di collassare, ancora una volta e magari col mio piccolissimo contributo, la galassia di probabilità che costituiscono il nostro universo.
Pensavo a una prossima CarmillaFest, cui stavolta non sarei mancato; pensavo d’intessere nuove suggestioni personali con l’immaginario di Eymerich, come quell’omaggio che gli avevo umilmente donato da lettore e scrittore, e invece non ci sarà più modo per nulla, a meno che Valerio non trovi davvero il modo di bucare le dimensioni che lo celano a noi, chiedendoci magari un unico contributo: mantenerlo vivo nei nostri ricordi affinché la sua energia e volontà non si dissolvano, immortale come Eymerich, per donarci il senso di una lotta che, come dice Cory Doctorow,Non è una di quelle battaglie che si vincono, è una di quelle che si combattono”.

Noi saremo tutto, Valerio, ma ci manchi già.

Algernon Blackwood nella nuova traduzione di Alda Teodorani | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di una traduzione di Alda Teodorani a un racconto di Algernon Blackwood, in uscita editoriale: L’uomo che amava gli alberi.
Alda racconta così l’avventura:

La New Forest ha un’anima, si nutre dell’amore degli uomini per lei.
Algernon Blackwood, con questo racconto, narra la storia di David, un anziano uomo innamorato degli alberi e della natura, e della moglie Sophie che non capisce quell’amore ma assiste al lento impossessarsi dell’animo, del corpo e della mente di suo marito da parte degli albero: la Foresta lo vuole tutto per sé.
Ho letto le prime pagine di questo libro per caso, nella versione in inglese, e subito mi ha preso il cuore.

La fame della foresta | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di La fame della foresta, racconto di Debora Parisi che mi ricorda un po’ il Wendigo di Algernon Blackwood e che esplora le suggestioni weird e orrorifiche della foresta avviluppata dal male della guerra. La quarta:

Un gruppo di soldati sovietici rimane bloccato tra le montagne finlandesi, discendendo lentamente in un incubo di follia e cannibalismo, manipolati inconsciamente dal Diavolo della foresta. Gradualmente diventeranno delle bestie, servitori della misteriosa entità dei boschi.

Algernon Blackwood: le antologie edite da Providence Press | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la meravigliosa segnalazione di una doppia antologia di racconti di Algernon Blackwood, edita da Providence Press: La casa vuota e altre storie, che raccoglie dieci racconti, e Il Wendigo e altre storie, che ne contiene nove. Il dettaglio:

Che si tratti di case evitate, pensioni dagli inquilini inquietanti, boschi e laghi ai confini del mondo, o isole perdute tra la Natura selvaggia, gli scenari ideati da Algernon Blackwood costituiscono il palcoscenico ideale per la manifestazione di entità misteriose.
Fantasmi, di solito, ma anche qualcos’altro, qualcosa di molto più pericoloso e inconoscibile…
Per la prima volta in Italia, l’edizione integrale della prima antologia scritta dal Maestro britannico, con l’esordio di Jim Shorthouse, il suo primo investigatore dell’occulto. Il volume presenta integralmente i 10 racconti tratti da The empty House and Other Ghost Stories e il saggio critico Una immaginazione così vivida: Algernon Blackwood e la coscienza drammatica della ghost story di Giacomo Ortolani.

*

Algernon Blackwood, con le storie di questo volume (la quarta antologia da lui scritta), comincia ad abbandonare il “territorio” classico della ghost story per addentrarsi verso nuovi confini e nuovi temi.
Soprattutto, il Maestro britannico vira verso quella che sarà la sua cifra stilistica dei racconti successivi: non far paura ai lettori, ma instillare in loro un forte senso di sbigottimento e stupore di fronte a manifestazioni o eventi soprannaturali. Qualcosa che rientra nell’ordine delle cose, ma il cui significato è assolutamente al di là delle nostre capacità di comprensione.
l volume presenta 9 racconti tratti da The Lost Valley and Other Stories e una breve biografia di Algernon Blackwood realizzata da Giacomo Ortolani.

 

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