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Il Cyberpunk è morto: lunga vita al Cyberpunk | AxisMundi


Su AxisMundi un articolo che è in realtà un posteditoriale alla pubblicazione Cyberpunk di Mondadori. Siamo sulle stesse lunghezze d’onda espresse in queste mesi un po’ ovunque da altre critiche evocate dal tomo Mondadori, il cyberpunk è stato un movimento che ha anticipato talmente tanto il basso futuro da divenire l’attualità. Alcuni estratti:

Bisognerebbe fare un listone della spesa solo per elencare le principali opere classificabili nella categoria cyberpunk e i suoi precursori. Blade Runner, Ghost in the Shell, Transmetropolitan, Nirvana… il cyberpunk è ovunque, ma questo non è necessariamente un bene. È un problema nel momento in cui si rapporta a una società troppo cyber e poco punk, che lo riduce a ennesimo oggetto di consumo e lo muta in agente della società dello spettacolo, teorizzata da Guy Debord nel 1967: Lo spettacolo è il cattivo sogno della società moderna incatenata, che non esprime in definitiva se non il suo desiderio di dormire. Lo spettacolo è il guardiano di questo sonno.

Con le tecnologie avanzate, le luci al neon e il Keanu Reeves di turno, lo spettatore viene trascinato nel cyberspazio delle infinite possibilità. Ma vi resta inerme. Così il cyberpunk sta vendendo l’anima al diavolo, in contraddizione ai principi che l’hanno fondato. Questa condizione paradossale è percepita soprattutto in riferimento al contesto italiano. Negli anni Novanta in Italia il cyberpunk era qualcosa di marcatamente politico. Per rendersene conto basta recuperare alcuni testi cult di quel periodo. La prefazione all’antologia Cyberpunk edita da Shake Edizioni Underground si apre con queste parole del curatore Raffaele Scelsi: La tensione politica di questo scritto è orientata difatti verso la riappropriazione della comunicazione da parte dei movimenti sociali, tramite la formazione di reti informatiche alternative, che possa finalmente impattare lo strapotere delle multinazionali del settore. Oggi tramite il cyberpunk si offre l’opportunità, a tutti gli operatori culturali e di movimento, di aprire un nuovo enorme campo di produzione di immaginario collettivo, capace di scardinare la tenace cappa immaginativa esistente, dalla quale da più tempo si è compressi. 
Non c’è partitismo, ma vengono affermati dei principi. L’autogestione, la democratizzazione dell’informazione e le potenzialità delle nuove tecnologie non sono slogan, come si legge all’inizio del volume: «Non esiste copyright su questa pubblicazione. Si diffidano però tutte quelle Società che lavorano per la costruzione e il mantenimento di una “società orientata verso una comunicazione di tipo chiuso”, a farne liberamente uso». Cyberpunk non come orpello ludico-letterario, ma sottocultura.

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L’inizio della fine


Le spedizioni furono fatte con intenti persecutori, orde di entità energetiche incarnate in grossolane forme antropomorfe sfilarono per le vie psichiche dell’insondabile, contaminando e colonizzando ogni aspetto conosciuto legato alla vita biologica. Fu la fine di ogni speranza anarchica.

Libertaria Volume 1 – D Editore


D Editore è una casa editrice che esplora temi inusuali, afferenti al Transumanismo ma anche politici, sociali, economici; è un nome di amici, anche, ma non è questo che guida il mio sguardo su di loro – si può essere legati dall’amicizia, ma divisi dal lato editoriale, o condividerne gli obiettivi senza conoscersi di persona, non è questo il senso del post.
In questa fase storica, in D Editore stanno preparando una nuova fatica letteraria, giunta anzi alla prevendita: si parla di Libertaria volume 1, primo di cinque tomi che alla fine conterranno trecento saggi sull’anarchia, coordinati da Gian Piero de Bellis.

Molti hanno dell’anarchia una idea assai superficiale, se non del tutto distorta. La propaganda martellante da parte dello Stato, e l’approccio passionale e irrazionale di molti auto-proclamati anarchici, hanno minato alla base l’anarchia come concezione e come pratica. Oggi, in una fase storica di profonda crisi dello Stato territoriale, è tempo di riportare alla luce alcuni scritti che, nonostante il passare del tempo, mantengono una freschezza e una lucidità straordinarie, e che per questo costituiranno forse motivo di disturbo per molti anarchici tradizionalisti e anti-anarchici viscerali.
Libertaria è il più ambizioso progetto antologico mai portato avanti sul tema dell’anarchia. I trecento saggi contenuti in questa collezione di cinque volumi mostrano non solo che la concezione e la pratica anarchica sono attualmente più che mai valide, ma ci offrono anche la possibilità di riflettere sulla crisi e sulla degenerazione di un potere dominante che non ha più ragione di essere.

Il volume è preordinabile qui al prezzo di 17.90 anziché 24.90€; le 100 copie di preordine sono quasi tutte andate…

Flaco, dai Punkreas a postino: «Ecco cosa non perdono alla band che mi ha cacciato» | Rolling Stone Italia


Su RollingStoneItalia una lunga intervista a Flaco, ex chitarrista dei Punkreas che ora ha cambiato, in qualche modo, vita. Un estratto:

Gli slogan più famosi del movimento punk recitavano “no future” e “do it yourself”. Sul primo, dopo un po’ di anni, in tanti si sono ricreduti. Almeno tra i sopravvissuti. Il secondo, invece, sembra rimanere un marchio indelebile in chi ha attraversato quella stagione. È il caso di Fabrizio Castelli, per tutti Flaco, storico chitarrista dei Punkreas, che dopo la rottura con la band si è ricostruito una vita in solitaria, arrivando a lavorare come postino a Cassano Magnago (Varese). Un impiego “normale”, dopo 25 anni di dischi, concerti e poghi incendiari scatenati con uno dei gruppi simbolo del punk italiano. Ma nonostante la traumatica rottura, fedele al motto “fallo da solo”, ha prima realizzato un disco solista, Coleotteri, e poi trovato il modo di far riemergere l’altra passione fino ad allora rimasta sopita. Grazie al part-time a Poste Italiane, ha infatti ripreso in mano i libri e ora si propone anche come consulente filosofico (materia in cui è laureato). Per la prima volta dal 2014, anno dell’addio ai Punkreas, ci ha raccontato quanto è stato difficile accettare di essere allontanato dalla band che ha fondato, quali sono gli atteggiamenti che non riesce a perdonare ai suoi ex soci, e di un mondo diviso fra buoni e cattivi – quello a cavallo fra gli anni ’80 e ’90 – in cui si poteva ancora avere la percezione di cambiare la società attraverso la musica.

Nonostante tutto, la musica fa parte della tua vita?
In realtà, in questo momento sono più concentrato sulla filosofia. La musica resta un capitolo aperto, ma in stand-by. Penso dipenda sia da aspetti personali che generali. Osservando in modo più ampio la questione, la mia storia musicale si è intrecciata, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, con l’occupazione dei centri sociali, quando cioè si poteva ancora dare un senso pieno alla parola underground. Forse è stato l’ultimo momento in Italia del genere, con la presenza di un circuito che sfuggiva alle maglie del mainstream, con una sua capacità stilistica e una autonomia di comunicazione. Senza contare che c’era un tessuto sociale fertile. Erano gli ultimi fuochi del cosiddetto secolo breve.

Con i Punkreas vi siete formati nel 1989, l’anno della caduta del Muro di Berlino.
Sembrava più un momento giusto per sciogliersi, ma in Italia arriva tutto in ritardo. Infatti, era ancora presente la partizione mitologica da Guerra fredda che si sarebbe poi dissolta. Però in quel periodo ha prodotto cose valide. È stato un percorso entusiasmante, sia musicale che sociale, in cui avevamo la percezione di poter incidere sul quello che accadeva nel mondo. Che fosse vero o falso non aveva importanza. Quel contesto ha ricevuto la mazzata definitiva, prima a Genova 2001 e poi a Roma 2003, quando una grande partecipazione di massa è stata stroncata senza appello. In seguito, siamo entrati in una fase di riflusso che si è associata con una crisi economica che ha fatto strage di tutte le possibilità di una cultura dal basso. Anche quando è arrivata la rivoluzione digitale, come prima conseguenza ha penalizzato le piccole produzioni.

Tutto si è ridimensionato nell’ambito punk, però certe band che hanno fatto la storia del movimento di quegli anni rimangono ancora attivissime. Punkreas compresi…
Personalmente l’esperienza con i Punkreas è finita amaramente. In quel periodo ero abbastanza insopportabile, avendo problemi personali che evidentemente riversavo nella band. È anche vero che non c’è stata dall’altra parte molta attenzione nei miei confronti, però chi è senza peccato scagli la prima pietra. L’ho presa come una occasione per prendere atto che da tempo la mia attività musicale tendeva a fotocopiare se stessa. L’abbrivio iniziale, quello più genuino, cominciava a diventare un cliché e quindi non mi andava più di replicarlo.

Killing Joke – Love Like Blood (Official Video)


Talmente famoso, questo brano, che non l’ho mai citato. Colpevolmente…

Estetiche inquiete. Quando il punk preoccupava la Stasi – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un’indagine sul dilagare del punk nella Germania Orientale nei primi anni ’80. Quando lo sfuggente devasta i fondamenti ordinati della produzione e di una dittatura.

«Volevamo solo divertirci… e loro ci prendevano sul serio». Così un ragazzo cresciuto a Berlino Est ricorda l’ondata punk che tanto ha preoccupato la Stasi nei primi anni Ottanta.

Già sul finire degli anni Settanta la cultura punk, giunta nella Germania occidentale dalla Gran Bretagna, oltrepassa il confine e raggiunge la Deutsche Demokratische Republik diffondendosi sopratutto a Berlino Est, Lipsia, Dresda, Erfurt e Halle. All’inizio del decennio successivo i degenerati sintomi del punk si mostrano ormai anche nella Germania orientale: magliette strappate recanti scritte incomprensibili agli amanti dell’ordine, capigliature colorate e modellate con il sapone o con la colla di pesce, musica assordante e metodi di ballare decisamente non convenzionali. Quanto basta per mettere in allarme le autorità deputate al mantenimento della legge e dell’ordine socialista.

Se in un primo momento le autorità tedesco-orientali si limitano a osservare il diffondersi di tale fenomeno proveniente da Occidente – dopotutto si tratta pur sempre di ragazzini di soli sedici anni –, le cose cambiano quando i giovani punk cominciano a organizzare concerti e a palesare codici di comportamento e di comunicazione incomprensibili, prima ancora che inaccettabili, ai solerti osservatori del Ministero per la Sicurezza di Stato. Da quel momento su questa gioventù poco incline a rassegnarsi a vivere il grigiore quotidiano in maniera convenzionale iniziano a essere puntati microfoni e telecamere, oltre che piovere denunce per “disturbo della quiete pubblica”, divieti di accedere ai locali pubblici e imputazioni di “trasgressione della morale socialista” e “incitamento all’emigrazione”.

Al di là degli stereotipi sedimentati nel tempo, la società della DDR è molto più sfaccettata di quel che si crede, come racconta, ad esempio, il recente volume di Marcello Anselmo Il consumatore realsocialista (Le Monnier 2020) – recensito da Giovanni Iozzoli su “Carmilla” – che ricostruisce la parabola della Deutsche Demokratische Republik attorno alla categoria del “consumatore”, soffermandosi anche sulla non facile dialettica tra processi di ammodernamento imposti dall’alto e spinte dal basso soprattutto in termini di consumi ricreativi e comportamenti culturali. Ed è proprio attorno al consumo di prodotti immateriali che si danno interessanti confronti tra settori di società civile e rigidità statale.

Lì dove regna


Racconti della selva modificata in un compendio di parole selvagge e salvifiche, lì dove l’anarchia regna per portarti lontano, safe.

Killing Joke – I Am The Virus | Iridediluce


Sul blog di Fiorella Corbi alcuni passaggi ideologici che condivido e poi, la ciliegina sulla torta, questo brano dei KillingJoke che adoro per la sua carica virulenta di salutare anarchia.

La globalizzazione è sotto pressione e qualunque cosa accada, quasi sicuramente adeguerà la logica orientata al mercato globale che abbiamo visto fino ad oggi. Questa crisi ridisegnerà i confini tra lo stato e il mercato delle democrazie, spingendoci probabilmente verso un certo livello di trasferimento industriale per proteggere le filiere di approvvigionamento e di produzione e sottolineando le iniziative nazionali a scapito del coordinamento internazionale. Ma potrebbe al contrario spingerci verso una maggiore governance attraverso le istituzioni internazionali, di fronte agli evidenti rischi per l’umanità nel suo insieme?

ANARCOCCULTISMO – D Editore


Per D Editore è uscito Anarcoccultismo, opera che nel solco delle altre pubblicazioni della casa editrice di Architettura transumana, indaga la trama del reale da punti di vista non ortodossi. La sinossi:

Nel corso della storia, un filo rosso ha sempre legato i circoli occulti ai movimenti politici: dalla massoneria ai movimenti operai internazionali, dagli alchimisti ai culti esoterici, la storia del contropotere ha sempre mostrato le zone d’ombra invisibili allo sguardo del comune pragmatismo. Non a caso, il simbolismo riveste un ruolo centrale per definire la geografia e gli equilibri delle forze tra loro in competizione.

In Anarcoccultismo, Erica Lagalisse analizza come le teorie politiche, i simboli e la storia dell’anarchismo e del socialismo affondino le proprie radici anche nell’occultismo, passando attraverso la caccia alle streghe (detentrici di una scienza medica empirica), maghi rinascimentali e massoni rivoluzionari. Tenendosi alla larga da improbabili teorie del complotto e avvalendosi di una minuziosa bibliografia, Anarcoccultismo mostra come i sentieri oscuri dell’eresia di ogni epoca sono incrociati con la lotta alle disuguaglianze, all’oppressione patriarcale e alle coercizioni del potere.

Il libro è in promozione a 11.90, cliccando qui. Visti gli argomenti trattati, mi sento di consigliarlo, ho una predilezione da lettore per i lavori di questa casa editrice.

Revolution Rock: 40 anni di London Calling – Repubblica.it


Su Repubblica la celebrazione del quarantennale di London calling, l’album manifesto dei Clash e del loro modo di intendere l’anarchismo, il punk, l’impegno politico, che aveva e ha bisogno di contaminazioni per vincere l’immane partita, non di isolazionismi puristi e ciechi. Il massimo della crescita è dato dalla commistione, mai dall’isolamento….

ADESSO-DOPO

SCIVOLO.

J. Iobiz

Scrittore. In realtà, sono solo un personaggio di fantasia, ma di quale fantasia non ricordo più

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