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Archivio per Anarchia

I cinesi al liceo – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un racconto particolare di Valerio Evangelisti, che rievoca i suoi giorni liceali a Bologna e fa capire molto del suo orientamento politico da adulto; un estratto:

Le lezioni erano cominciate da pochi giorni. Era l’ottobre del 1969, e io frequentavo la prima liceo classico (oggi corrispondente, credo, alla terza) presso l’istituto Marco Minghetti di Bologna.
Un liceo particolare, il Minghetti. Vi ero giunto dopo una quarta ginnasio disastrosa presso il liceo classico rivale, il Galvani. “Disastrosa” non per gli esiti, quanto per l’ambiente. Avevo per compagni di classe ragazzi in prevalenza ricchi o ricchissimi, con cui faticavo a legare. Inoltre vi era una larga prevalenza di fascisti, forse più negli atteggiamenti che nell’ideologia (appresi poi che lo stesso istituto annoverava tra i propri allievi Gianfranco Fini, però io non lo ricordo).
La composizione sociale del Minghetti era molto diversa. Vi predominava la piccola borghesia. La politicizzazione era scarsa, però nel ’68 uno studente dell’ultimo anno, soprannominato Bifo, aveva promosso uno sciopero e un sit-in nell’atrio della presidenza, a cui avevo partecipato. Si erano tenute assemblee, sebbene su temi marginali (il cattivo stato dei gabinetti, l’esigenza di un distributore di bibite, ecc.).
Bene, quel giorno dell’ottobre 1969, arrivato al liceo, mi attendeva una sorpresa. Davanti all’ingresso era schierata una fila di giovani, disposta con ordine quasi militare. Ognuno di essi aveva al collo un fazzoletto rosso con l’effigie di Mao, e ognuno reggeva una bandiera recante una falce e martello con gli angoli smussati, sovrastante la scritta Servire il popolo. Altri distribuivano volantini e il giornale La guardia rossa.
Io non aspettavo altro. A dire la verità, fino all’estate non ero stato per nulla maoista. L’anno precedente, con altri due ragazzi, avevo costituito nel mio liceo il Circolo Anarchico Bandiera Nera. Avevamo distribuito un volantino in sei copie, fatto con la carta carbone, e appeso a una finestra una bandiera per l’appunto nera, ricavata dal grembiule (che allora per le ragazze era obbligatorio) di una compagna di classe. Nient’altro. Poi, durante le vacanze, avevo letto le Citazioni dal pensiero di Mao Tse-Tung edite da Feltrinelli. Non che mi avessero convertito, però parevano mobilitare masse di giovani in tutto il mondo. Io avevo bisogno di menare le mani, e Bakunin sembrava insufficiente (Umanità Nova era un vero strazio). La clamorosa apparizione dei maoisti davanti al Minghetti fu la manna dal cielo.

Quello stesso pomeriggio io e alcuni compagni di classe – ricordo Massimo Stagni, Cesare Vianello – ci recammo all’indirizzo indicato dal volantino. L’Unione dei Comunisti Italiani Marxisti-Leninisti aveva sede in una sfarzosa palazzina di Viale Dante, messa a disposizione, seppi poi, da un notaio che collaborava ai Quaderni Piacentini. Quando suonammo alla porta venne ad aprirci una ragazza bellissima, che alzò il pugno. «Cosa volete, compagni?»
L’atrio era un profluvio di bandiere rosse, e un grammofono suonava le note de L’oriente è rosso e di altri inni cinesi. Fummo fatti entrare in una sala che già accoglieva altri studenti del Minghetti: Libero Fontana, Pietro Poggi, Francesco Cifiello, più una ragazza ancor più incantevole di quella che ci aveva aperto, dai lunghi capelli rossi (il nome non me lo ricordo). Un dirigente dell’Unione, tale Briganti, stava illustrando un opuscolo di Aldo Brandirali, leader supremo del gruppo. Alle pareti, minacciosi cartelli esortavano a curare i baffi e a non portare barba, a fumare con moderazione, ecc.
Uscimmo di lì tutti iscritti all’Unione, e carichi di giornali da vendere. La guardia rossa conteneva un racconto esemplare su una lavatrice di condominio, che aveva sottratto gli inquilini alla servitù degli elettrodomestici privati. Le pagine centrali erano occupate dal testo della futura Costituzione della Repubblica Italiana. Giuridicamente era un po’ rozza – “I preti potranno dire messa, ma non riceveranno quattrini dallo Stato” – e prevedeva un sacco di fucilazioni; però pensai che, prima della rivoluzione, sarebbe stata senz’altro migliorata.
Pochi giorni dopo ero davanti al Minghetti, con il mio fazzoletto rosso al collo e la bandiera che sventolava. Passò la professoressa di italiano del ginnasio e mi disse: «Vedi che avevo ragione a chiamarti Mao-Mao?» In effetti aveva battezzato così me e una compagna di classe, Luciana Emiliani, dopo che in un tema avevamo preso posizione a favore del maggio francese. Le risposi con un grugnito.

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In bilico


La complessità di un suono che induce al pensiero di essere nell’epica corretta, al giusto svolgersi di eventi, alla necessaria integrità etica da indossare come un’armatura. In bilico tra incorruttibilità e follia.

E nondimeno l’anarchia @ non-aligned objects, Delos Store


Sul DelosStore è disponibile la quinta uscita per la collana non-aligned objects, che ho il piacere di curare per l’editore DelosDigital; si tratta di un saggio, E nondimeno l’anarchia, di Carmine Mangone, in cui l’autore affronta temi ideologici spinosi e apparentemente irrisolvibili, usando come metodo di comprensione eventi storici che hanno lasciato il segno. La quarta:

“L’anarchia costruisce un’alleanza tra desiderio e volontà. È una sutura, non una rottura. È un ordine strepitoso, non un ordinamento micidiale. Mira a creare un divenire comune delle unicità, non a produrre un senso unico della comunanza, della comunità. Non è sociale, bensì amicale, in quanto pone l’amicizia e l’affetto al di sopra della violenza che ci tocca affrontare e assumere. Non è semplicemente radicale, ma anche inseminante, ramificata, fruttifera, rampicante, sporifera”.
In questo breve saggio di Carmine Mangone, autore poliedrico e profondo analizzatore delle avanguardie politiche e culturali del Novecento, potrete trovare una lettura dell’esperienza anarchica forse più conosciuta, quando nella Spagna degli anni ‘30, afflitta dalla guerra civile e da grandi sommovimenti sociali, si sperimentò la possibilità di fare a meno di Stato e capitale. La sconfitta cocente che ne derivò ha messo in crisi l’anarchismo storico di matrice ottocentesca, ma non ha inficiato gli sviluppi e gli innesti ancora possibili dell’idea positiva d’anarchia. Partendo dall’esperienza spagnola di Simone Weil, Mangone crea un percorso originale nel tentativo di superare, non solo teoricamente, la sterile dicotomia tra comunità e individualità.

L’ebook è disponibile sul DelosStore e su tutti gli altri negozi online al costo di 3,99€.

Le costrizioni


Una disposizione manichea di regole da seguire nella registrazione essenziale della tua esistenza, affinché non ti perda nel tuo senso di libertà.

Brigata Stirner – 7 maggio 2022 – Tributo a Franco Serantini


Il ricordo e l’omaggio che la Brigata Stirner fa a Franco Serantini, sottolineando così uno degli infiniti episodi di sopraffazione ideologica e fisica operati da parte di chi non esita un istante a opprimere il senso di libertà.

Due righe per Valerio


Un omaggio a Valerio Evangelisti. Glielo devo perché, a prescindere dal discorso umano, dalla persona che conoscevo poco, era nella lista dei più grandi autori che abbia mai letto, insieme a un gigante che risponde al nome di Bruce Sterling e con altri scrittori non più, Shirley Jackson e Algernon Blackwood.
Valerio ha lasciato dietro di sé commistioni quantiche di politica e Storia collassate nel nostro presente, come un conflitto della RACHE: era un lucido visionario, disincantato e consapevole del cinismo collettivo che ci schiaccia. Lui scriveva “Noi saremo tutto”, che tra i connettivisti abbiamo mutuato rendendolo vivo alla nostra maniera, e in questo modo ha scandito i limiti irregolari di fine millennio, facendoli sfociare nel nuovo secolo e nella nuova frontiera che sembra essere ancora il vecchio tempo, quello arcaico e disumano che s’agita in interi ordini dimensionali, alieni all’umanità, combattuti come faceva Pantera col suo sciamanesimo anarchico.
Inutile dire, forse, che le idee radicali su cui ci ha invitato a ragionare Valerio sono le basi della nuova èra, quella necessaria alla nostra sopravvivenza: ha disseminato nella sua opera l’invito implicito alla lotta, all’affermarsi di un pensiero sociale scevro dalle follie di un mondo votato al Profitto, che vomita ingiurie su ogni essere vivente del pianeta; la sua è una chiamata a disgregare un sistema oppressivo, furbo e potentissimo, letale, che è ancora quello dell’inquisitore Eymerich.

Ecco, pensavo di differenziare quest’omaggio con due paragrafetti, uno narrativo e l’altro reale, ma proprio perché Noi siamo tutto, dalla fine del paragrafo precedente dove ho ricordato le sue suggestioni letterarie mi sono accorto che stavo parlando anche dell’uomo Evangelisti, della sua amata Storia, della passione per il sociale che lo ha portato a studiare le vicende umane come pochi altri scrittori al mondo; intuisco fino in fondo, quindi, il significato dell’essere tutto: è un’aura che mi comunica sapientemente la rabbia, la necessità di divenire sfuggenti, ineffabili, vivi di una volontà per adoperarsi a favore degli oppressi, tra vertigini dello spaziotempo collassato in paradossi inumani e le fantasmagorie di un’esistenza superiore, lontana soltanto un passo se riusciremo a essere radicalmente contro.
Valerio, però, in tutto ciò non c’è più; mi sarebbe piaciuto parlare con lui una seconda volta – ci siamo visti solo in un’occasione, a Fiuggi, in un lontano turbinio di presentazioni – e glielo avevo pure scritto nell’ultima delle poche mail che ci siamo scambiati: incontrarci de visu per tentare di collassare, ancora una volta e magari col mio piccolissimo contributo, la galassia di probabilità che costituiscono il nostro universo.
Pensavo a una prossima CarmillaFest, cui stavolta non sarei mancato; pensavo d’intessere nuove suggestioni personali con l’immaginario di Eymerich, come quell’omaggio che gli avevo umilmente donato da lettore e scrittore, e invece non ci sarà più modo per nulla, a meno che Valerio non trovi davvero il modo di bucare le dimensioni che lo celano a noi, chiedendoci magari un unico contributo: mantenerlo vivo nei nostri ricordi affinché la sua energia e volontà non si dissolvano, immortale come Eymerich, per donarci il senso di una lotta che, come dice Cory Doctorow,Non è una di quelle battaglie che si vincono, è una di quelle che si combattono”.

Noi saremo tutto, Valerio, ma ci manchi già.

Autodeterminazione


Polarizzando le idee mostri insofferenze statiche verso la disciplina, il senso di autodetermminazione si struttura in ideologie e senso di potenza, e nulla sarà più come prima.

Roger Waters — Wish You Were Here


Una versione che mi piace molto di un brano che non amo particolarmente (per non dire poco). Indica che c’è ancora speranza, per Julian Assange e per chiunque si senta libero di contestare un sistema inumano e politico che opprime, anche se la speranza è una trappola inventata dai padroni (cit.)

Da Faust’O a Fausto Rossi, sempre fuori dagli schemi: «Battiato falso, De André fascista» | Rolling Stone Italia


Fausto Rossi – o Faust’O – è un autore davvero unico, anarchico e forse misantropo non accetta alcun compromesso né ha peli sulla lingua nel dire che ciò che pensa di chicchessia; credo che però sia una persona fondamentalmente onesta, e perciò v’invito a leggere questa sua lunga e recente intervista rilasciata a RollingStone; un estratto:

Quella che state per leggere, più che una intervista, è un J’accuse – dal titolo di uno dei suoi album più noti – verso tutta la musica italiana e non solo. Perché Fausto Rossi, in arte Faust’O, nonostante i 68 anni suonati, ancora non accetta le regole del “sistema”. Cioè quelle imposte da altri, che si parli di mercato discografico o della vita di tutti i giorni. Da un decennio non pubblica un disco, Blank Times è del 2012, eppure a cadenza fissa qualche collega lo ricorda come uno dei cantautori da cui ha tratto più ispirazione. Un vero autore di culto, ma sfuggente, sempre al limite, dissacrante, indignato e ribelle ai limiti della sfrontatezza. Anarchico? Nemmeno, preferisce definirsi uno «che vuole essere lasciato in pace». Con noi ha fatto una eccezione e lo abbiamo incontrato a Milano, dove è tornato di malavoglia («perché le città non sono un bel posto») dopo aver passato anni sulle colline brianzole a sperimentare nuove musiche e vecchi “viaggi” psichedelici. E in fondo, a guardalo bene – con quei lunghi capelli bianchi e un maglione dolcevita che ne accentua la magrezza – sembra di avere di fronte un novello Williams Burroughs, lo scrittore che, tra l’altro, stima in modo sconfinato: «Lui ha sempre ragione, ricordatelo».

Chi è oggi Fausto Rossi dopo aver abbandonato il nome d’arte Faust’O?
Non mi sento molto cambiato da quando a un certo punto ho deciso di lasciar perdere il nome d’arte e di uscire dal mondo dello spettacolo. Ho sempre creato musica, anche quando ero lontano dal mercato. Ho composto, studiato, sono soltanto passati gli anni.

Che rapporto hai con la musica di oggi?
Faccio veramente fatica ad ascoltarla. Non guardo la televisione. Sul web qualcosa mi passa davanti, leggo qualche notizia. Ma adesso soprattutto della guerra in Ucraina. Già trent’anni fa mi sono ripromesso di uscire da tutto, di non prendere posizione, tanto sono sempre i soliti a decidere. Quelli di cui non si parla mai…

Non c’è mai stato un periodo in cui hai avuto fiducia nella politica?
Quando sono entrato nel mondo della discografia mi è stata chiara da subito la spartizione. Il Partito Socialista si era accaparrato tutta la musica giovanile e il Partito Comunista tutta la cultura, quella più di élite. Una vera schifezza! Oggi è uguale, con altre persone che hanno sostituito i partiti. Non decide certo il “rettiliano” Draghi, ma stiamo vivendo una dittatura. Non come in Russia o in Sud America, però quando ce n’è bisogno emerge, si smaschera… a proposito di mascherine…

In un mondo in cui tutti fremono per il successo, pubblicare, dimostrare di esistere tu te ne freghi e rifiuti la fama, non sai neanche se pubblicherai e non sembri per nulla soffrirne.
Ormai sono dieci anni che non pubblico un disco. Un po’ di fretta dovrei averla, solo che ho avuto dei problemi familiari, senza quelli forse sarei uscito prima. Inizialmente la produzione era piuttosto regolare, poi dopo Love Story sono passati sei-sette anni. Negli ani ’80 mi sono fermato perché sentivo l’esigenza di studiare. L’etnomusicologia, la musica contemporanea. Non capisco perché tanti non si fermino mai per studiare. Non mi garantisce di fare buona musica, ma almeno ci ho provato. Poi ho pubblicato Cambiano le cose, ci ho messo poco per L’erba e Exit, solo che in collina sono stato impegnato a sperimentare altre cose. Avevo il giardino pieno…

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MINISTRY – “Sabotage Is Sex” feat. Jello Biafra


Appena uscito. È il momento di fare caos.

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"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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“Siamo l’esperimento di controllo, il pianeta cui nessuno si è interessato, il luogo dove nessuno è mai intervenuto. Un mondo di calibratura decaduto. (…) La Terra è un argomento di lezione per gli apprendisti dei.” Carl Sagan

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