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Agente segreto al servizio di sua Maestà | SherlockMagazine


Su SherlockMagazine un bel post per ricordare Roger Moore, scomparso pochi giorni fa e che ho adorato per la sua bellissima ironia, Attenti a quei due su tutto. Grazie per tutto il pesce…

La carriera di Moore non si limitò al ruolo di agente segreto: a renderlo inizialmente famoso fu la serie televisiva Il Santo, realizzata negli anni Sessanta, nella quale l’attore interpretava la parte del ladro gentiluomo Simon Templar. Nella serie Attenti a quei due invece troviamo Moore nei panni del raffinato inglese Lord Brett Sinclair, amico-nemico del milionario statunitense Danny Wilde (Tony Curtis). Ma nel curriculum di Moore trovano posto anche ruoli impegnati, come in L’uomo che uccise se stesso, un thriller psicologico del 1970.

Da non trascurare è poi l’impegno dell’attore come Ambasciatore Umanitario per conto dell’Unicef, ruolo che assunse dal 1990 facendosi anche promotore di diverse campagne di sensibilizzazione. È nota anche la sua partecipazione alla campagna animalista contro la produzione di foie gras, ottenuto dal fegato delle oche sottoposte a un’alimentazione forzata che le conduce ad ammalarsi di steatosi epatica. L’iniziativa, soprattutto grazie al carisma di Moore, ottenne una tale risonanza, che la catena di grandi magazzini Selfridges dovette eliminare il prodotto dalla vendita.

Il dio dei polli – Free Animals, Loved & Respected


Dal blog di Roberto Contestabile la segnalazione di un racconto “a tema” di Francesco “DeadToday” Cortonesi, che è un piacere rileggere. Copioincollo il suo contributo, Il dio dei polli, che è breve e molto suggestivo.

“Il sole si acquatta lentamente dietro la collina. Le nuvole, venate di rosso sembrano vascelli ancorati alle montagne che circondano l’insenatura della valle. Nel sacco nero che Osvaldo porta sulle spalle, i pulcini si agitano disperati prigionieri di un cielo buio senza stelle. Gli alberi ondeggiano leggermente nella brezza e sembrano fantasmi che danzano al tramonto. Osvaldo getta a terra il sacco, prende la pala e inizia a scavare.
Ogni mese fa questo lavoro. Trenta, quaranta, cinquanta pulcini maschi, li chiude in un sacco e li seppellisce, poco lontano dalla fattoria. I pulcini maschi sono inutili alla produzione di uova, quelli che nascono vanno smaltiti. Questa comunque potrebbe essere l’ultima volta che fa così. La prossima settimana dovrebbe infatti arrivare il tritacarne e allora non dovrà far altro che metterli in una scatola e poi rovesciarli direttamente nell’imbuto che porta alle lame che riducono, in una manciata di secondi, i pulcini in tanti minuscoli granelli ottimi come mangime. Osvaldo scava, settanta, ottanta, novanta centimetri. Scava e fischietta. Poi prende il sacco e lo butta nel buco. Lo ricopre velocemente, mentre i pulcini si agitano nel sacco, scalpitano, pigolano. Osvaldo non li schiaccia più come faceva un tempo, la pala si macchia di sangue e tocca lavarla. Del resto, dopo l’ultima palata di terra, i pulcini tacciono. Osvaldo si ferma un istante a guardare il tramonto, a contemplare la campagna. Pensa a sua moglie, ai suoi due figli, Giovanni e Carolina. Quanto è fortunato si ripete, forse per la milionesima volta, quella è la vita che ha sempre desiderato. Una fattoria. Lontano dalle ansie. Lontano dalle angosce della città. Una bella famiglia, un bel lavoro. L’allevamento. Non molto grande. Abbastanza. Osvaldo torna verso la fattoria, non vede l’ora di mettersi a tavola. E’ ora di cena. Sta facendo buio. Tra le frasche che come muri di foglie e arbusti costeggiano il sentiero improvvisamente però sente qualcosa. Un rumore di passi, come di qualcuno che lo segue, forse un Animale. Osvaldo si ferma, si volta, non vuole mettersi a correre, non è nel suo carattere scappare e poi se fosse un Animale che vuole attaccarlo, un Cane selvatico mettiamo, probabilmente lo inseguirebbe. Vede le frasche muoversi. Oramai qualsiasi cosa sia è molto vicino, gli è quasi addosso. Osvaldo impugna la pala con due mani. Il mese scorso all’allevamento di Bernardo, giù a valle hanno rubato duecento Maiali. Ladri di bestiame. Puah. Se sono loro ne vuol lasciare almeno uno in terra. Sono ladri da poco, disperati, mai armati, organizzati a volte, ma non pericolosi. Ma cosa potrebbero mai volere da lui? Il borsello? L’orologio? Osvaldo si prepara a colpire. Tende i muscoli, alza la pala. Ora però è tutto silenzio. Osvaldo aspetta. Un minuto. Due. Cinque. Niente. Se era un Animale se ne è andato. Un Cinghiale sicuramente. Quelli appena sentono odore di uomo scappano a gambe levate, pensa Osvaldo, poi sorride della sua paura. Si sente uno sciocco. Osvaldo si volta e si riavvia verso casa. Fa qualche passo, cinque, dieci, quindici forse. Poi sente di nuovo le frasche agitarsi. Si ferma. Ma non ha certo intenzione di farsi prendere dalla paura come prima. Lentamente si avvicina al bordo del sentiero. Con una mano abbassa le frasche. Improvvisamente un colpo di becco potente come una picconata lo colpisce in piena fronte. L’osso del cranio si rompe. L’ultima cosa che Osvaldo intravede è un ombra.
Gli sembra quella di un pollo.
Un pollo gigante.
Poi Osvaldo cade a terra e muore.
Arriva l’alba e Osvaldo è ancora al centro del sentiero, disteso con le braccia larghe, come crocifisso e il cranio spaccato. Non lo hanno ancora trovato. Ci vorranno ancora due ore, ma lo stanno cercando. Così come nella stessa zona stanno cercando uno Struzzo scappato da un circo.”

Il veganismo non è una filosofia di vita personale – Free Animals, Loved & Respected


Sul Veganesimo. Dal blog di Roberto Contestabile. Inutile quanto quoti tutto, inutile aggiungere, ma forse no, quanto i mattatoi siano luoghi di sofferenza estrema, lager degli umani che, al pari dei nazisti, sfruttano e uccidono – a volte solo per loro piacere estetico – altri esseri. Le religioni non fanno nulla per contrastare tale fenomeno, rimane solo la coscienza mistica, anarchica e svincolata da qualsiasi credo politico_religioso, a far barriera contro questa barbarie. Tutto ciò mi fa davvero vomitare… e mi chiedo: come si fa a non amare gli animali?

Molte volte ho scritto che il veganismo è solo un punto di partenza, intendendo la punta di un iceberg di una questione molto più ampia che quella dello sfruttamento degli animali e che quindi non si deve considerare come punto di arrivo, essendo, tutto sommato, una prassi individuale; per quanto possa diventare, all’occorrenza, di testimonianza pubblica.
Spesso sento parlare di “filosofia vegana”. A mio avviso porla in questi termini non aiuta a far comprendere alle persone cosa c’è dietro in quanto rimane un discorso circoscritto appunto alle scelte personali. Ciò che si recepisce dall’esterno è che ci sono alcune persone che seguono una precisa filosofia che è quella del rispetto per gli altri animali. Punto e basta.
Invece il veganismo intanto non è una filosofia, ma una prassi, che è sì individuale, ma non in quanto scelta di vita, bensì in quanto presa di posizione politica contro un sistema che considera lecito sfruttare gli individui di altre specie. E da individuale, nel momento in cui si è capito che non si sta facendo qualcosa per sé stessi, come stile di vita nella propria esistenza, ma per combattere un’ingiustizia che riguarda altri individui, diventa collettiva, sociale, politica.
Restando nell’ambito semantico della “filosofia di vita” non si riesce a far capire che abbiamo riconosciuto lo sfruttamento degli altri animali come un’ingiustizia e che trattandosi di un’ingiustizia il discorso si fa sociale e politico.
Serve questo spostamento semantico dal piano filosofico/individuale a quello sociale/politico.
Inoltre chiedere alle persone di diventare vegane senza che abbiano compreso quanto sopra è come chiedergli di andare sulla luna. Cioè, diventa una richiesta dal loro punto di vista inaccettabile perché non comprensibile. Diventa quasi una richiesta autoritaria, come se volessimo imporre loro una nostra scelta di vita.
Il punto è che quando si parla di “filosofia vegana”, “cucina vegana”, “dieta vegana” ecc. gli animali e il loro sfruttamento continuano a restare sullo sfondo, come referenti assenti.
Va fatto capire che gli allevamenti, i mattatoi e ogni altra forma di dominio sui corpi altrui distruggono esistenze di individui che sono senzienti quanto noi; distruggono nuclei familiari, impediscono ogni bisogno etologico essenziale (e poco importa che il maiale nato in gabbia non conosca la libertà, stare rinchiuso senza poter fare ciò che sarebbe nella sua natura fare è comunque un danno enorme, è comunque sofferenza, è ingiustizia), impediscono lo sviluppo evolutivo di intere specie, spezzano relazioni, soffocano interazioni, spazzano via interi mondi.
A volte ci stupiamo di come animali che da lungo tempo interagiscono con noi siano così intelligenti, comunicativi, comprensivi, volitivi (nel senso che esprimono desideri e bisogni propri) e non riflettiamo su quanto ogni individuo di quella massa inimmaginabile che finisce nei mattatoi sia come il nostro cane o gatto. Ossia, diverso da qualsiasi altro, unico, bisognoso di star bene, di gioia, di felicità, di libertà, di contatto, di interazione con i propri simili e a volte con noi.
Comunque sia, quando cominceremo a ottenere qualche risultato, quasi sicuramente il Potere di chi vuole continuare ad avere schiavi a costo zero ci contrasterà in due modi:
con la repressione e censura vere e proprie;  con la diluizione del messaggio, facendo sembrare le nostre lotte un fenomeno di costume (come sta accadendo appunto per il veganismo e per il movimento animalista nel suo complesso).

Animali come persone? – Free Animals, Loved & Respected


Condivido molto di questo post preso dal blog di Roberto Contestabile, ma non tutto.

È quindi sbagliato definirli simili a noi solo perché ci ricordano nell’espressione, o nelle note caratteriali, una determinata persona. Spesso è usanza farlo con i Cani, descrivendoli uguali ai loro “padroni” (brutta terminologia di possesso). I Cani (come ogni Animale) non hanno nulla da condividere, con nessuno, senonchè la loro dipendenza forzata con gli esseri Umani. Tipica è l’espressione con cui spesso si afferma: “Gli manca solo la parola!”. Niente di più sbagliato perché non sono loro che non riescono a comunicare…bensì il contrario, ovvero la nostra incapacità di ascoltarli e quindi capirli.

Gli esseri in questione hanno un grosso grado di empatia con i suoi possessori – ha senso dire padroni, perché i cani da soli generalmente si sentono persi, hanno quella necessità di amare un umano che li rende assai simili allo schiavo del rapporto BDSM. Tendono ad assomigliare, invece, al proprio umano prediletto e sì, a volte se parlassero sarebbero davvero uguali agli umani. Anzi, meglio, parecchio meglio. Quoto invece:

Attualmente gli unici esseri viventi dotati di tutela legale ed ogni diritto civile sono le persone Umane tramite pratiche inventate da loro stesse a difesa della propria incolumità. Nonostante ciò si continua a commettere una lunga serie di enormi atrocità, e questo la dice lunga in merito alla mancata consapevolezza della vita altrui, segno inequivocabile di un passaggio evolutivo alquanto controverso.

Artificial Afterlife, corpses, energy and apparatus | Neural


[Letto su Neural]

Tentativi di connessioni tecnologiche con l’aldilà sono frequenti e di solito frutto di predizioni (si veda, ad esempio, il catalogo Extra Fantômes recensito in questo stesso numero di Neural). “Artificial Afterlife” dell’artista Amy Whittle sposa perfettamente questo approccio, dando vita a un sistema che è tecnicamente efficiente ma che funziona anche simbolicamente. L’artista ha usato animali deceduti (donati da un locale centro di soccorso) al fine di creare un sistema di circuiti analogici. Questi circuiti fatti in casa offrono energia sufficiente per visualizzare tremolanti pattern rossi e blu su un monitor adiacente. L’intensità della sfarfallio e le estetiche mutevoli dei semplici modelli convergono nel visualizzare l’energia di ogni animale scelto. L’intero sistema tecnologico mistificante – che comprende un oscillatore e cavi colorati – è esposto. La disposizione contraddittoria diventa ancora più aperta a interpretazioni, tranne che per la dura realtà della carcassa animale, che giace ancora e rilascia un potere inaspettato.

Il dolore dei Pesci – Free Animals, Loved & Respected


Dal blog di RobertoContestabile, un post per ricordarci che il mutismo non indica un’assenza di sensi, indica molto spesso soltanto la impossibilità a comunicare secondo un media determinato, canonico: i pesci sono muti, ma non per questo privi di capacità di provare dolore, di essere spaventati dalla morte.

Posseggono gli stessi nostri cinque sensi e anche di più: dei ricettori sensoriali sui fianchi che gli consentono di percepire gli oggetti che hanno vicino.
Sebbene non possano urlare, se provassimo a guardarli mentre hanno un amo infilato nella carne o mentre si dimenano fuori dall’ acqua, riusciremmo a vedere il loro dolore.
I pesci sono in grado, esattamente come noi umani, di secernere endorfine, sostanze chimiche che entrano in gioco per ridurre la sensazione del dolore.
Esattamente come i mammiferi, posseggono nocicettori, i ricettori del dolore. Il paradosso è che buona parte di queste scoperte è stata fatta sottoponendo gli animali a test dolorosi e invasivi, come la somministrazione per bocca di veleno d’ ape o acido acetico e la successiva somministrazione di morfina.

Quei giovani che odiano gli animali – Il richiamo della Foresta – Blog – Repubblica.it


Suggerisco un giro di pene infernali da inquisizione medioevale per questi sadici del cazzo che torturano chi non può difendersi. Augurerei a queste persone un’ulcera perforante fino al loro cervello, in modo tale che nessuno di loro muoia prima di due anni di tormenti inenarrabili ma mai terminali… Dal blog di Repubblica, Il richiamo della foresta.

Ma che bella gioventù. Abbiamo visto decapitare e massacrare esseri umani cosicché, nella coscienza sociale, le sevizie gratuite inflitte agli animali rappresentano un male minore. Eppure, quanto accade con frequenza spaventosa anche in Italia, soprattutto a opera di ragazzi, deve preoccuparci molto.

Infatti, la ventenne russa di fresco accusata di uccidere brutalmente animali filmandone l’agonia non è da meno del giovanotto di Perugia il quale, un paio d’anni da, è stato trovato in possesso di una vasta gamma di strumenti di tortura con cui sezionava malcapitati gatti. E cosa dire dei massacratori calabresi di Angelo, abbracciati dall’omertà paesana dopo aver postato su facebook il video in cui il povero meticcio veniva bastonato e impiccato, o del seviziatore della povera pincher Pilù, la cui morte (anch’essa ripresa e pubblicata) si deve alla ripicca contro la fidanzata di un uomo di 27 anni.

Si tratta di azioni mostruosamente vili, con cui personalità disturbate danno sfogo alle proprie frustrazioni o cercano visibilità sui social che, in tal senso, accumulano pesanti responsabilità.

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Rivista di cultura, tradizione, antropologia del sacro, storia delle religioni, esoterismo. A cura di Marco Maculotti.

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