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Il veganismo non è una filosofia di vita personale – Free Animals, Loved & Respected


Sul Veganesimo. Dal blog di Roberto Contestabile. Inutile quanto quoti tutto, inutile aggiungere, ma forse no, quanto i mattatoi siano luoghi di sofferenza estrema, lager degli umani che, al pari dei nazisti, sfruttano e uccidono – a volte solo per loro piacere estetico – altri esseri. Le religioni non fanno nulla per contrastare tale fenomeno, rimane solo la coscienza mistica, anarchica e svincolata da qualsiasi credo politico_religioso, a far barriera contro questa barbarie. Tutto ciò mi fa davvero vomitare… e mi chiedo: come si fa a non amare gli animali?

Molte volte ho scritto che il veganismo è solo un punto di partenza, intendendo la punta di un iceberg di una questione molto più ampia che quella dello sfruttamento degli animali e che quindi non si deve considerare come punto di arrivo, essendo, tutto sommato, una prassi individuale; per quanto possa diventare, all’occorrenza, di testimonianza pubblica.
Spesso sento parlare di “filosofia vegana”. A mio avviso porla in questi termini non aiuta a far comprendere alle persone cosa c’è dietro in quanto rimane un discorso circoscritto appunto alle scelte personali. Ciò che si recepisce dall’esterno è che ci sono alcune persone che seguono una precisa filosofia che è quella del rispetto per gli altri animali. Punto e basta.
Invece il veganismo intanto non è una filosofia, ma una prassi, che è sì individuale, ma non in quanto scelta di vita, bensì in quanto presa di posizione politica contro un sistema che considera lecito sfruttare gli individui di altre specie. E da individuale, nel momento in cui si è capito che non si sta facendo qualcosa per sé stessi, come stile di vita nella propria esistenza, ma per combattere un’ingiustizia che riguarda altri individui, diventa collettiva, sociale, politica.
Restando nell’ambito semantico della “filosofia di vita” non si riesce a far capire che abbiamo riconosciuto lo sfruttamento degli altri animali come un’ingiustizia e che trattandosi di un’ingiustizia il discorso si fa sociale e politico.
Serve questo spostamento semantico dal piano filosofico/individuale a quello sociale/politico.
Inoltre chiedere alle persone di diventare vegane senza che abbiano compreso quanto sopra è come chiedergli di andare sulla luna. Cioè, diventa una richiesta dal loro punto di vista inaccettabile perché non comprensibile. Diventa quasi una richiesta autoritaria, come se volessimo imporre loro una nostra scelta di vita.
Il punto è che quando si parla di “filosofia vegana”, “cucina vegana”, “dieta vegana” ecc. gli animali e il loro sfruttamento continuano a restare sullo sfondo, come referenti assenti.
Va fatto capire che gli allevamenti, i mattatoi e ogni altra forma di dominio sui corpi altrui distruggono esistenze di individui che sono senzienti quanto noi; distruggono nuclei familiari, impediscono ogni bisogno etologico essenziale (e poco importa che il maiale nato in gabbia non conosca la libertà, stare rinchiuso senza poter fare ciò che sarebbe nella sua natura fare è comunque un danno enorme, è comunque sofferenza, è ingiustizia), impediscono lo sviluppo evolutivo di intere specie, spezzano relazioni, soffocano interazioni, spazzano via interi mondi.
A volte ci stupiamo di come animali che da lungo tempo interagiscono con noi siano così intelligenti, comunicativi, comprensivi, volitivi (nel senso che esprimono desideri e bisogni propri) e non riflettiamo su quanto ogni individuo di quella massa inimmaginabile che finisce nei mattatoi sia come il nostro cane o gatto. Ossia, diverso da qualsiasi altro, unico, bisognoso di star bene, di gioia, di felicità, di libertà, di contatto, di interazione con i propri simili e a volte con noi.
Comunque sia, quando cominceremo a ottenere qualche risultato, quasi sicuramente il Potere di chi vuole continuare ad avere schiavi a costo zero ci contrasterà in due modi:
con la repressione e censura vere e proprie;  con la diluizione del messaggio, facendo sembrare le nostre lotte un fenomeno di costume (come sta accadendo appunto per il veganismo e per il movimento animalista nel suo complesso).

Animali come persone? – Free Animals, Loved & Respected


Condivido molto di questo post preso dal blog di Roberto Contestabile, ma non tutto.

È quindi sbagliato definirli simili a noi solo perché ci ricordano nell’espressione, o nelle note caratteriali, una determinata persona. Spesso è usanza farlo con i Cani, descrivendoli uguali ai loro “padroni” (brutta terminologia di possesso). I Cani (come ogni Animale) non hanno nulla da condividere, con nessuno, senonchè la loro dipendenza forzata con gli esseri Umani. Tipica è l’espressione con cui spesso si afferma: “Gli manca solo la parola!”. Niente di più sbagliato perché non sono loro che non riescono a comunicare…bensì il contrario, ovvero la nostra incapacità di ascoltarli e quindi capirli.

Gli esseri in questione hanno un grosso grado di empatia con i suoi possessori – ha senso dire padroni, perché i cani da soli generalmente si sentono persi, hanno quella necessità di amare un umano che li rende assai simili allo schiavo del rapporto BDSM. Tendono ad assomigliare, invece, al proprio umano prediletto e sì, a volte se parlassero sarebbero davvero uguali agli umani. Anzi, meglio, parecchio meglio. Quoto invece:

Attualmente gli unici esseri viventi dotati di tutela legale ed ogni diritto civile sono le persone Umane tramite pratiche inventate da loro stesse a difesa della propria incolumità. Nonostante ciò si continua a commettere una lunga serie di enormi atrocità, e questo la dice lunga in merito alla mancata consapevolezza della vita altrui, segno inequivocabile di un passaggio evolutivo alquanto controverso.

Artificial Afterlife, corpses, energy and apparatus | Neural


[Letto su Neural]

Tentativi di connessioni tecnologiche con l’aldilà sono frequenti e di solito frutto di predizioni (si veda, ad esempio, il catalogo Extra Fantômes recensito in questo stesso numero di Neural). “Artificial Afterlife” dell’artista Amy Whittle sposa perfettamente questo approccio, dando vita a un sistema che è tecnicamente efficiente ma che funziona anche simbolicamente. L’artista ha usato animali deceduti (donati da un locale centro di soccorso) al fine di creare un sistema di circuiti analogici. Questi circuiti fatti in casa offrono energia sufficiente per visualizzare tremolanti pattern rossi e blu su un monitor adiacente. L’intensità della sfarfallio e le estetiche mutevoli dei semplici modelli convergono nel visualizzare l’energia di ogni animale scelto. L’intero sistema tecnologico mistificante – che comprende un oscillatore e cavi colorati – è esposto. La disposizione contraddittoria diventa ancora più aperta a interpretazioni, tranne che per la dura realtà della carcassa animale, che giace ancora e rilascia un potere inaspettato.

Il dolore dei Pesci – Free Animals, Loved & Respected


Dal blog di RobertoContestabile, un post per ricordarci che il mutismo non indica un’assenza di sensi, indica molto spesso soltanto la impossibilità a comunicare secondo un media determinato, canonico: i pesci sono muti, ma non per questo privi di capacità di provare dolore, di essere spaventati dalla morte.

Posseggono gli stessi nostri cinque sensi e anche di più: dei ricettori sensoriali sui fianchi che gli consentono di percepire gli oggetti che hanno vicino.
Sebbene non possano urlare, se provassimo a guardarli mentre hanno un amo infilato nella carne o mentre si dimenano fuori dall’ acqua, riusciremmo a vedere il loro dolore.
I pesci sono in grado, esattamente come noi umani, di secernere endorfine, sostanze chimiche che entrano in gioco per ridurre la sensazione del dolore.
Esattamente come i mammiferi, posseggono nocicettori, i ricettori del dolore. Il paradosso è che buona parte di queste scoperte è stata fatta sottoponendo gli animali a test dolorosi e invasivi, come la somministrazione per bocca di veleno d’ ape o acido acetico e la successiva somministrazione di morfina.

Quei giovani che odiano gli animali – Il richiamo della Foresta – Blog – Repubblica.it


Suggerisco un giro di pene infernali da inquisizione medioevale per questi sadici del cazzo che torturano chi non può difendersi. Augurerei a queste persone un’ulcera perforante fino al loro cervello, in modo tale che nessuno di loro muoia prima di due anni di tormenti inenarrabili ma mai terminali… Dal blog di Repubblica, Il richiamo della foresta.

Ma che bella gioventù. Abbiamo visto decapitare e massacrare esseri umani cosicché, nella coscienza sociale, le sevizie gratuite inflitte agli animali rappresentano un male minore. Eppure, quanto accade con frequenza spaventosa anche in Italia, soprattutto a opera di ragazzi, deve preoccuparci molto.

Infatti, la ventenne russa di fresco accusata di uccidere brutalmente animali filmandone l’agonia non è da meno del giovanotto di Perugia il quale, un paio d’anni da, è stato trovato in possesso di una vasta gamma di strumenti di tortura con cui sezionava malcapitati gatti. E cosa dire dei massacratori calabresi di Angelo, abbracciati dall’omertà paesana dopo aver postato su facebook il video in cui il povero meticcio veniva bastonato e impiccato, o del seviziatore della povera pincher Pilù, la cui morte (anch’essa ripresa e pubblicata) si deve alla ripicca contro la fidanzata di un uomo di 27 anni.

Si tratta di azioni mostruosamente vili, con cui personalità disturbate danno sfogo alle proprie frustrazioni o cercano visibilità sui social che, in tal senso, accumulano pesanti responsabilità.

L’economia senza denaro – Free Animals, Loved & Respected


Dal blog di Roberto Contestabile un bel post – Articolo “L’economia senza denaro” tratto dal numero cartaceo Dicembre 2012 del mensile Terra Nuova, disponibile anche come eBook – che racconta di come il denaro sia tutt’altro che indispensabile. Io condivido davvero queste idee, sono le uniche che potrebbero salvarci nel lungo periodo.

“Togliamocelo dalla testa: in fondo nessuno di noi ha bisogno di soldi. Abbiamo tutti bisogno d’altro. Mangiare, dormire, riposare tranquilli. E poi amare, divertirci, realizzarci come individui e nella relazione con gli altri. Per ottenere tutto questo non bisogna inchinarsi per forza al dio denaro. Da qualche decennio ci siamo dimenticati che il denaro è solo un mezzo, una convenzione, creata con l’obiettivo originario di favorire lo scambio e le funzioni sociali. Fuori dai circuiti chiusi dell’euro oggi si scopre tutto un mondo pulsante fatto di relazioni, passioni, interessi comuni, sinergie impreviste e cariche di significato che possono arricchire la nostra vita. Gli strumenti sono la banca del tempo, il dono, il baratto o le monete locali. Di questa ricchezza a Bruxelles o a Wall Street non se ne parla. Ma i fautori della decrescita sono sicuri: i bisogni di una comunità possono venire soddisfatti più facilmente senza passaggi di soldi. Quante energie, quanti sentimenti e quante capacità abbiamo perso, riducendo tutto il nostro interagire a un freddo interscambio di banconote! A volte sono le piccole cose che fanno la felicità. Come qualcuno che stiri le tue camice, due ore di babysitter, un massaggio, una mano per montare un armadio. Servizi che potremmo scambiare con quello che sappiamo fare: una torta di mirtilli, una lezione di inglese, il taglio dell’erba in giardino. Nei mercatini del baratto, o negli orti condivisi, sembra risorgere «la creatività contro l’economia dell’assurdo», secondo un titolo profetico di Serge Latouche. Una teoria che si è già fatta realtà in molte località sparse per l’Italia. Realtà che sembrano frammentarie, vissute come sacche di resistenza, se non altro perché faticano a farsi conoscere. È facile immaginare i frequentatori di questi ambienti con camicioni a quadri, maglioni larghi e lunghe collane, tra le spire di incenso e il tam tam dei tamburi. Il fascino della reciprocità, invece, seduce anche le persone apparentemente più lontane dal mondo alternativo. Molti fanatici della moda oggi, a Milano come a Roma, rinunciano alle vetrine del corso per darsi agli «swap party», le feste dello scambio, in cui si barattano capi e accessori firmati. «Non vogliamo rottamare capi vecchi e consunti» si legge sulla pagina di Facebook di BarattaMi. «Proponiamo il recupero e il ri-uso intelligente di tutti quegli indumenti semi-nuovi che giacciono dimenticati nei nostri guardaroba». Della serie anche gli yuppie hanno un’anima.

Moby & The Void Pacific Choir – Don’t Leave Me


Pensateci, prima di addentare carne o pesce, prima di mangiare derivati industriali degli animali, prima di usufruire di una cura basata sulla vivisezione. Pensateci bene, che sono loro a soffrire, gli unici indifesi, quelli che vengono dilaniati dall’apocalisse iperliberista nei lager_allevamenti, in attesa di una morte straziante…

Gwynto

Aspirante scrittrice, lettrice avida, amante delle parole

Chiara Prezzavento

editing, scrittura, lettura

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… Dorothy si trova in un mondo colorato con delle piccole casette e una stradina dorata, in viaggio verso la città di smeraldo. Il mago di Oz (1939)

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“Non so niente della coscienza”, disse Suzuki. ” Io cerco solo d’insegnare ai miei studenti ad ascoltare il canto degli uccelli”.

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