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Archivio per Antonio Caronia

Il destino del corpo elettrico – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione di Sandro Moiso a Il corpo virtuale. Dal corpo robotizzato al corpo disseminato nelle reti, riedizione del saggio che Antonio Caronia scrisse anni fa e che ora è curato da German A. Duarte, con una postfazione di Marcel-lí Antúnez Roca.

“Canto il corpo elettrico, le schiere di quelli che amo mi abbracciano e io li abbraccio, non mi lasceranno sinché non andrà con loro, non risponderà loro, e li purificherà, li caricherà in pieno con il carico dell’anima.
È mai stato chiesto se quelli che corrompono i propri corpi nascondono se stessi? E se quanti contaminano i viventi sono malvagi come quelli che contaminano i morti? E se il corpo non agisce pienamente come fa l’anima? E se il corpo non fosse l’anima, l’anima cosa sarebbe? (Walt WhitmanI Sing the Body Electric)”.

Sono passati più di centocinquant’anni dalla prometeica intuizione contenuta nei versi di Walt Whitman e inserita nella sua unica raccolta di poesie, «Foglie d’erba», pubblicata per la prima volta nel 1855 e in seguito rivista ed ampliata più volte. Eppure soltanto oggi è forse possibile comprendere appieno il significato di quella comunanza dei corpi “fisici” e la loro intrinseca e specifica bellezza e diversità esaltata allora dal poeta americano.
È stato Antonio Caronia (1944-2013), in un saggio edito per la prima volta nel 1996 e oggi ripubblicato dalle sempre meritorie edizioni Krisis Publishing di Brescia, a sviluppare in senso attuale quel “canto”. Anche se lo ha fatto in prosa e con un testo che analizza nel dettaglio le trasformazioni del corpo fisico e della specie avvenute in seguito allo sviluppo delle diverse tecnologie a disposizione delle differenti e successive società umane, nel tentativo di proiettarsi nella comprensione del destino futuro delle funzioni e dello sviluppo dello stesso una volta inserito nel magma della comunicazione elettronica.

L’autore, saggista, docente di Comunicazione all’Accademia di Brera e figura di spicco della critica letteraria fantascientifica italiana fra gli anni settanta e ottanta, attraverso una cavalcata che, sulle orme di Marshall McLuhan e dei più importanti innovatori della letteratura fantascientifica e del cinema corrispondente (da Asimov a Ballard e da Dick a Sterling e Gibson fino a Cronenberg), ci porta dall’avvento della scrittura alla Rete e oltre. Ci fa riflettere sulla progressiva esternalizzazione delle funzioni cognitive, ma non solo, svolte dal nostro corpo “naturale” a favore di tecnologie che se da un lato ingigantiscono le nostre capacità di gestire dati, dall’altra sembrano trasformare e condizionare sempre più il nostro immaginario e il corpo “sociale”.

“La prima edizione di questo volume è apparsa nel periodo in cui si andavano consolidando le narrazioni utopiche che hanno accompagnato lo sviluppo delle tecnologie digitali e della rete […] La rete, in particolare, sembrava poter dare voce al singolo cittadino, e molti leggevano questa sua potenzialità come la capacità, insita nel digitale, di determinare processi sociali complessi. Ed era fuor di dubbio, all’interno della narrazione utopica, che tutti questi processi fossero avviati verso una democrazia diretta, o quantomeno più partecipativa.
[…] Negli stessi anni, però, il panorama democratico e quello liberale cominciavano ugualmente a mutare. Progressivamente, quegli stessi scenari si trasformavano in un laboratorio per le multinazionali e le corporations che regnano nel mediascape contemporaneo. E’ infatti proprio nel momento più alto dell’ondata libertarianista che, in forma embrionale, le corporations hanno trovato terreno fertile, minando progressivamente questi spazi di libero scambio di idee, d’informazione e di merci, e appropriandosene successivamente a livello planetario1“.

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Evangelisti’s RACHE di Mariano Equizzi: riesumazioni cyberpunk | Postdigitale


Sul blog di Simone Arcagni considerazioni di qualche anno fa su uno dei lavori più celebri di Mariano Equizzi, RACHE, un film basato sull’universo fortemente distopico di Valerio Evangelisti, contenuto nella saga dell’inquisitore Eymerich. Ecco qualche passo:

Ecco finalmente RACHE di Mariano Equizzi! O meglio bisognerebbe dire, ecco “di nuovo” finalmente RACHE di Mariano Equizzi! Dopo dieci anni dalla sua realizzazione, questo piccolo gioiello di cyberpunk italiano viene finalmente messo online. Non me lo ricordavo, avevo dei ricordi vaghi, mi ricordavo l’impatto musicale, il delirio narrativo, mi ricordavo Valerio Evangelisti (scrittore che amo!), gli effetti speciali, la declinazione dell’action che tocca percorsi complottistici e tanto tanto amore per le tecnologie.
Ho sentito Mariano e abbiamo fatto una chiacchierata a proposito di questa “riesumazione”… eccovela!

RACHE è un film di 10 anni fa, mi ricordo quando lo giravi a Trieste, mi mandavi foto, un teaser, erano corpuscoli sparsi di un progetto quasi folle… ora ritorna? Perché ora?

“Lo abbiamo tenuto nascosto per quasi dieci anni, ma quando lo abbiamo finito e abbiamo conseguito l’Angel Award in Italia calò il gelo. Valerio Evangelisti sembrava il nemico numero uno del cinema italiano. Quando abbiamo visto l’ISIS, l’Ucraina, Ebola allora ci siamo detti: ora.”

RACHE è piuttosto radicale, se non conosci l’opera di Evangelisti, i riferimenti continui soprattutto alla saga di Eymerich, non riesci a tenere il filo, non puoi tenere il filo, eppure proprio questa massa di informazioni mai complete sembra essere la forza del lavoro che vuole violentare continuamente le conoscenze dello spettatore e lasciargli profonde zone d’ombra: è un attacco psichico più che un film.

“Si, Evangelisti’s RACHE è radicale, non si cura dei personaggi ma li fotografa nel maelstrom della Storia, quel tritacarne che riecheggia molto bene il The Wall di Alan Parker. Che importanza ha il percorso drammatico se è l’apocalisse il finale? Lavorandoci per oltre sei mesi alla postproduzione abbiamo capito che l’essenziale era offrire al fruitore la sensazione della lettura di Valerio Evangelisti; quel roller coaster che ti resetta il cervello e lo apre a considerazioni e visioni antipodali rispetto al sonno profondo che i media spesso ci inoculano.”

RACHE non nasce per il web eppure è sicuramente – almeno oggi – un prodotto dannatamente per il web… è virale, si coniuga con i video dei terroristi, con le notizie crude, cruente e spettacolarizzate di Vice, nasce per essere visto più volte, scavato a fondo dai fan, fatto circolare, merito delle tue intuizioni ma anche di questa invenzione letteraria.

“La RACHE è tutto e si nasconde nell’impossibilità dei media di immaginare l’impossibile. In una conferenza Antonio Caronia disse che era la più felice creazione letteraria Italiana. È un portmanteau in cui spingere a forza l’intero orrore globale che adesso viviamo. La RACHE per me è L’ISIS, è una creatura del potere e delle ‘ragioni’ storiche che si moltiplica diventa nazione e terrore puro e può essere ogni cosa poiché in essa si cela l’inganno di Philip K. Dick, e Valerio potrebbe essere The Man in High Castle. Valerio Evangelisti è il nostro Orwell, ma decenni di brizzi martani parenti muccini zaloni e zelig ci hanno fatto scordare che siamo il paese di Salò, che a mio parere è il vero antesignano di Eyes Wide Shut. l’Amnesia è il male più atroce, l’amnesia uccide la civiltà.”

Orizzonti del fantastico: attualità del cyberpunk – Quaderni d’Altri Tempi


Su QuaderniAltriTempi un corposo articolo di Luca Giudici che opera un lungo excursus nei meandri del cyberpunk, approfittando dell’evento mondadoriano del momento: l’uscita nelle libreria di Cyberpunk, antologia assoluta, tomo di quasi 1400 pagine in cui sono contenuti i romanzi Neuromante di William Gibson, La matrice spezzata di Bruce Sterling, Snow Crash di Neal Stephenson e l’antologia Mirroshades.

La storia della ricezione del cyberpunk e di ciò che ne nacque, a conti fatti è quindi un libro che deve essere ancora scritto. Soltanto oggi, a otto anni dalla scomparsa, si comincia ad analizzare con la dovuta serietà l’immane lavoro di Antonio Caronia e la sua riflessione su questi temi. Ancora da iniziare invece è un’analoga operazione per quanto riguarda Franco “Bifo” Berardi, che sul tema ha scritto diversi testi, molti dei quali oggi di difficile reperibilità, e il cui apporto alla ricezione del cyberpunk in Italia è determinante. Ciò che emerge è la estrema difficoltà insita nel tentativo di codificare ciò che accadde al mondo del fantastico nell’ultimo quarto del secolo scorso, anche e soprattutto perché nei vent’anni che seguirono e che ci portano fino all’oggi, ancora una volta cambiò tutto. Cosa è successo? È successo che il cyberpunk è diventato, come avrebbe detto Baudrillard, il simulacro di se stesso.

Quanto fino a pochi decenni or sono rientrava nella sfera dell’immaginario oggi appartiene alla realtà quotidiana, e contestualmente si è creata una zona grigia, una fascia di trasmissione osmotica dove la tecnologia realizzata e quanto proiettato dal fantastico si mescolano e si confondono, influenzandosi reciprocamente e ricreandosi l’un l’altro senza interruzione. Ciò che oggi nella produzione letteraria viene definito cyberpunk, in realtà ne è solo un pallido riflesso, un debole rimando, inefficace per leggere il reale e ciecamente rinchiuso nella dimensione narrativa, confidando su quel fraintendimento che vede nella distopia una espressione del cyberpunk. Tutto ciò dimenticando il movimento degli esordi, che esondava continuamente nella realtà e in ogni altro tipo di espressione, influenzandole e trasformandole.

Cortocircuito temporale
Oggi quanto intuito nei primi romanzi e racconti si è nella sostanza realizzato, e noi viviamo immersi in quella connessione continua e costante che William Gibson ha chiamato cyberspazio, ma questo evento, per quanto chiaro e distinto ai nostri occhi, per essere analizzato deve essere calato nel contesto, sia in termini di datazione sia per quanto riguarda i contenuti caratteristici.
Il cyberpunk ha un rapporto complicato con la sua cronologia, sin dalle origini. Da un lato si tratta di una delle poche correnti ad avere una data di nascita e una di morte piuttosto precise, dall’altro è diventato poco più di un aggettivo, continuamente collegato impropriamente a romanzi e opere varie, che nei fatti nulla hanno a che vedere con la sua storia…

L’uomo artificiale – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un saggio di Antonio Caronia, che ricordiamo sempre con affetto e nostalgia per le larghe e acute vedute che ha sempre avuto; in questo caso Caronia fa il punto sulle definizioni di robot, replicanti e vie di mezzo che quasi s’identificano con lo status umano. Un estratto:

Lautoma moderno, in Hoffmann come in Villiers de lIsle-Adam, in Jean Paul come in Mary Shelley, in Goethe come in Jarry fino alla fantascienza degli anni 30, 40 e 50, affonda la sua ragione dessere in quellinterrogativo e nelle inquietudini che esso suscita. È un dubbio squisitamente moderno”, nel senso che è inconcepibile senza la nascita della scienza moderna, senza il drastico taglio tra razionalità e irrazionalità, senza la separazione delluomo dal suo ambiente e la nascita della nostalgia per la Natura. E tuttavia sbaglieremmo se iscrivessimo le figure dellautoma e del robot, dellandroide e del cyborg (esseri a volte molto diversi, ma che per comodità di esposizione sono stati qui accomunati in una sola categoria) nei ruoli della modernità, come se fossero nati nel secolo dei lumi o, al massimo, alla fine del Medioevo. Moderna è la sensibilità con cui luomo si è rapportato con queste figure dellimmaginario: ma esse già esistevano, e anche la loro storia nelletà moderna e nella contemporaneità sarebbe incomprensibile se non ne cogliessimo i tratti che le connotavano nelle società antiche.
In condizioni così mutate, esse conservano qualche caratteristica arcaica, profonda e sedimentata nelle origini dellimmaginario collettivo: del tutto laicizzate, secolarizzate come la società che le ospita, recano ancora i segni del sacro che in altri tempi le attraversava. Ancora una volta la straordinaria sensibilità di Poe ci offre una traccia: il protagonista di un suo racconto umoristico sullalchimia si chiama proprio come il costruttore dellautoma Giocatore di scacchi (e lautore stesso suggerisce che si tratti della stessa persona).

Può sembrare a prima vista azzardato ricondurre alla categoria del sacro, a un atteggiamento religioso, per esempio la colomba di Archita (per citare il primo automa storico” di cui si abbia notizia nella Grecia classica) o le elaborate macchine semoventi, a corda o a vapore, di Erone alessandrino, che tanto interesse dovevano destare nel Rinascimento italiano. Ma una serie di altri dati attenuano il dubbio. Labilità dellartigiano, la sua capacità di costruire ordigni e macchine prodigiosi, è celebrata in quasi tutti i miti, simbolizzata nella figura di un fabbro celeste. Il più vicino a noi è il dio del fuoco e della fucinatura della mitologia greca, Efesto (Vulcano a Roma).
Efesto, figlio deforme di Zeus ed Era (Giove e Giunone), è un artigiano robusto e abilissimo. Fabbrica vergini semoventi e tripodi animati, doro, per i banchetti degli dei (come si legge nellIliade), è il costruttore della prima donna, Pandora, anchessa un essere artificiale (ne parla uno degli autori più misogini della Grecia classica, Esiodo). Spesso disprezzato dagli altri dei, persino da sua madre che se ne vergogna, (è questo un sintomo della scarsa considerazione in cui la cultura greca tiene le attività tecniche), Efesto mette le sue arti al servizio di una raffinata vendetta, come quando manda in dono a Era un trono semovente che incatena la madre e la porta in giro a suo capriccio, o quando immobilizza la moglie adultera Afrodite e il suo amante Ares (Venere e Marte) con sottilissime corde doro. In alcune pitture vascolari greche Efesto è indicato come Dedalo, labilissimo ingegnere umano costruttore del labirinto cretese e della vacca di legno nella quale si nasconde la regina Pasifae per congiungersi col toro: da questa unione nascerà il Minotauro. Dedalo fuggirà poi a volo dallisola col figlio Icaro, con le note tragiche conseguenze.

Estetiche interattive | L’indiscreto


Su L’Indiscreto un estratto di Datacrazia, opera curata da Daniele Gambetta e uscita per D Editore; uno dei temi trattati all’interno di Datacrazia è su come la raccolta dei dati e l’interattività hanno influenzato l’arte contemporanea. Vi lascio a uno stralcio del piccolo saggio scritto da Tommaso Campagna.

In che modo possiamo relazionare l’analisi dati con il mondo estetico, affinché lunghe stringhe di numeri e lettere possano essere analizzate da un punto di vista artistico?
L’utilizzo delle piattaforme digitali e la conseguente creazione di identità virtuali hanno permesso di raccogliere e analizzare informazioni sempre più dettagliate sui singoli utenti.

L’utilizzo di questi dati è diventato fondamentale per qualsiasi previsione e analisi di stampo politico, economico e sociale. Poter osservare graficamente i flussi che i singoli utenti creano è molto utile per capirne i gusti, i comportamenti e ogni altro parametro legato alla personalità.

Informazioni fondamentali per creare un’offerta che non sia soltanto statisticamente più vantaggiosa, ma che possa provare a soddisfare ogni singolo utente, rendendolo parte attiva del processo. All’interno della rete, quindi, ogni componente del sistema ha un ruolo che è di importanza proporzionale alla quantità di informazioni cedute. Questo rapporto intimo tra offerta e utente permette, però, al singolo fruitore di avere un grado di intervento e di coscienza non sempre soddisfacente. Se tramite la rete, infatti, la consapevolezza di far parte attivamente di un processo collettivo aumenta, è al contrario sempre più difficile avere il controllo di come le nostre informazioni vengono utilizzate esternamente.

Le implicazioni di questo fenomeno, potenzialmente rivoluzionario ma con un alto grado di pericolosità, sono diventate un importante campo di indagine teorica e tecnica. Nel mondo dell’arte questo fenomeno si va ad inserire in un processo che però ha basi molto più lontane.

La volontà di assegnare un ruolo, non soltanto al mittente di un determinato messaggio ma anche al suo ricevente, è un tema che nella storia dei media è spesso ripreso e che basa la propria idea di creatività sulla messa in comune degli strumenti del comunicare.

“Un’opera interattiva è infatti, per definizione, un insieme di possibilità, un processo più che un’opera: l’opera viene creata volta in volta proprio dall’intervento finale del visitatore o dello spettatore/partecipante. Si potrebbe addirittura pensare che l’interattività possa essere uno strumento per ricomporre la frattura fra arte e società prodottasi nella fase matura della modernità […]. I lavori che rivelano un approccio più interessante al rapporto uomo-macchina però sono forse quelli che non basano la loro interattività esclusivamente sulle scelte consapevoli del visitatore, ma su una combinazione di scelte consapevoli e di segnali emessi inconsapevolmente, e a volte solo su questi ultimi, escludendo ogni forma di attività da parte del fruitore, e spesso con l’utilizzo di sensoristica biomedica”

Questo estratto proviene dal saggio L’inconscio della macchina di Antonio Caronia, filosofo, critico letterario e saggista. Con queste parole, scritte più di dieci anni fa, il critico genovese ci ha consegnato un’interessante definizione del concetto di arte interattiva. Caronia ha dedicato gran parte della sua attività di ricerca allo studio di quello che oggi potremmo definire il virtuale e più in particolare al ruolo che le soggettività hanno al suo interno, a partire dall’interazione tra il corpo e la macchina.

Nemico (e) immaginario. Il postumano tra soggettivazione emancipatoria e nuove forme di dominio – Carmilla on line x


Da CarmillaOnLine un articolo molto speculativo sul postumano, su ciò che significa socialmente e su come l’immaginario SF di varia estrazione politica abbia trattato la suggestione che, ormai, di suggestione ha più ben poco. Un estratto:

Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 anche in Italia, grazie a studiosi come il compianto Antonio Caronia, si apre un serrato dibattito sulle trasformazioni tecnologiche che stanno investendo tanto il sistema produttivo che il soggetto stesso. A tal proposito Giuliano Spagnul (“Distruggere l’utopia”) sottolinea come Caronia non parli di mutazione antropologica come conseguenza di una tecnologia intesa come agente autonomo; essendo la tecnologia figlia dell’attività umana, essa non può essere causa ma sintomo della trasformazione che avvolge l’essere umano. Ne consegue che non è possibile concepire l’ibridazione uomo-macchina o solo come minaccia o solo come promessa esaltante e ciò vale a maggior ragione per una contemporaneità che ha notevolmente ridotto la distanza tra naturale ed artificiale, tanto che quest’ultimo appare sempre più inglobato all’interno dell’uomo. «Caronia non rinnega l’interesse e la necessità di affrontare il nuovo e di accettare la sfida di un mondo in cui reale e immaginario sempre più sembrano fondersi; semplicemente, in una radicale scelta anti-utopica, ancora il proprio interesse a un presente che possa contenere in sé il futuro come possibilità e non come programma» (p. 24).

Per meglio comprendere la questione del postumano, vale la pena indagare quell’ambito che, meglio di ogni altro, da tempo si è posto tanto il problema del rapporto tra l’uomo e la tecnologia, quanto la proiezione del presente nel futuro: la fantascienza. Lo scritto di Domenico Gallo (“Una solitudine inespugnabile. Critica del presente ed elaborazione del futuro nella fantascienza statunitense”) si focalizza proprio sull’uso della fantascienza come strumento di elaborazione politica e sull’impatto delle scienze e della tecnica sull’organizzazione sociale. Lo studioso ricorda come a partire da fine Ottocento la tradizione dell’utopia come luogo isolato subisca una netta trasformazione. «Dalla critica all’utopia nasce il desiderio di costruire una società migliore combattendo all’interno dei luoghi dello sfruttamento occidentale […] È un passaggio importante quello che dall’idealizzazione letteraria conduce all’utopia come pratica, perché dimostra che anche le classi che erano state escluse dalla cultura e dalla lotta per il potere, e i cui desideri di pace e prosperità erano stati esclusivamente declinati dalla religione, potevano essere realizzati nella vita reale» (pp. 25-26). Dunque, contro l’idea tradizionale di utopia come luogo separato di molta letteratura americana «si schiera una cultura collettiva e urbana che, attraverso il sindacalismo, si sposta progressivamente dall’utopia al miglioramento quotidiano delle condizioni di vita e di lavoro. L’altra linea proviene dall’Illuminismo e dal mito del progresso scientifico e tecnologico, che ha supportato negli Stati Uniti la creazione di un ceto di tecnici sempre più numeroso e che ha giocato un ruolo ambivalente all’interno dei rapporti [di] classe» (pp. 26-27).

Kipple.it: Philip K. Dick: l’enciclopedia gratuita


[Letto su KippleBlog]

Uno degli autori più complessi, non solo di fantascienza, del secolo che ci siamo lasciati alle spalle è senza dubbio Philip K. Dick. I suoi racconti contengono diversi livelli di lettura. Le sue esperienze personali, soprattutto quelle di carattere mistico, hanno fornito all’autore le chiavi per svelare gli aspetti più nascosti della realtà, al punto da farci dubitare quanto appunto la realtà sia, paradossalmente, davvero reale. Forse è impossibile comprendere del tutto un autore così complesso, ma un’analisi approfondita delle sue opere può lo stesso aiutarci a entrare nella dimensione dickiana e forse farci vedere alcune delle cose che l’autore desiderava mostrarci.
Philip K. Dick, la macchina della paranoia fa proprio questo. Antonio Caronia e Domenico Gallo hanno scritto questa stupenda enciclopedia dickiana, curata benissimo sia nell’aspetto grafico che nei contenuti, distribuita secondo i principi Creative Commons, che di sicuro delizierà tutti gli amanti dell’autore. Nell’introduzione leggiamo: “Solo chi è alla ricerca spasmodica di un senso e di un ordine può dare  voce e respiro all’insensatezza e al disordine del mondo. Philip K. Dick  cercò quest’ordine e questo senso lungo tutta la vita. Nel 1979 annotava  nel suo interminabile diario notturno, l’Exegesis: “è evidente che all’epoca di The Dark-Haired Girl stavo disperatamente cercando un centro  (omphalos) per la mia vita, ma non c’ero riuscito; ero ancora ‘apolide’.  Adesso ho trovato l’autenticità – sein”. Si trattava ancora una volta di  una situazione instabile. Dick non approdò mai davvero a una situazione di quiete interiore, né a un’ipotesi sul mondo che lo soddisfacesse  appieno. Per questo fu capace di descrivere alcuni tra i più formidabili,  strutturati, paranoici incubi di tutto il Novecento.”
Per leggere il resto basta cliccare qui dove potrete scaricare gratuitamente il PDF.

www.posthuman.it – Note per un Collasso Mentale – Ballard a teatro


PostHuman.it presenta Ballard a teatro, ovvero un invito per andare a vedere uno spettacolo milanese, ispirato al Maestro dell’Innerspace, dove c’è in aggiunta l’inventiva e la capacità artistica di Antonio Caronia.

Un breve estratto dall’articolo, per farvi capire meglio:

Come si fa a portare Ballard a teatro? E perché portarlo a teatro? Il Ballard più terremotante e insicuro che ci sia, poi, quello degli anni 1960, quello della sua fase più delirante e provocante, quello di The Atrocity Exhibition. Ammesso che ci siano delle ragioni per rileggere questo Ballard a quarant’anni di distanza, bisogna vedere poi perché tradurlo in movimenti di corpi dal vivo, in musica dal vivo, in video, in una scelta di parole (di Ballard) tessute dentro quei suoni, quei video, quei movimenti. Sono due problemi diversi, evidentemente, ma collegati.

The Atrocity Exhibition va letto (o riletto) e amato, perché è uno dei documenti più spaventosi e lucidi (e dunque belli) del breve e intenso momento in cui la nostra vita di ipermoderni o tardomoderni o postmoderni cominciò: gli anni ’60. Sono la nostra data di nascita immaginaria, e quindi tanto più reale, quella in cui abbiamo cessato di essere dei soggetti “moderni”, in cui siamo sfuggiti a Joyce e a Picasso, al cinema visto su un grande schermo dentro una sala buia e alla drogheria sotto casa, alla grande fabbrica e al “territorio”, per entrare in un mondo tutto diverso. Il mondo della produzione just in time, del lavoro precario, dell’immaginario come forza produttiva, del rifiuto della politica, della tecnologia sotto la pelle, della nuova religione della comunicazione e della nuova categoria filosofico-scientifica della “informazione”. Se molto di tutto questo (o anche la sua totalità) è venuto dieci, venti, trent’anni dopo, negli anni ’60 era già in incubazione. E lo era perché si era definitivamente conclusa la seconda guerra mondiale; e le sue inenarrabili atrocità, da Auschwitz alla bomba di Hiroshima, potevano finalmente produrre le loro repliche farsesche (anche se altrettanto disgustose e perturbanti): l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, il suicidio di Marilyn Monroe, il primo disastro dell’Apollo. L’insensatezza della storia era finalmente sotto gli occhi di tutti, non era più solo l’incubo privato di James Joyce.

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