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Archivio per Antropologia

Presentazione di «AXIS mundi» agli Stati Generali della Psichedelia in Italia 2020 – A X I S ✵ m u n d i


Su AxisMundi un lungo articolo di Marco Maculotti che aiuta a inquadrare l’essenza stessa del sito, il motivo per cui esiste e gli obiettivi che i tenutari si sono prefissati. Un estratto, non esaustivo ma significativo:

Inquadrare «AXIS mundi» in una categoria ben definita non è semplice. Pur essendo incentrato su tematiche apparentemente molto accademiche come la storia delle religioni, l’antropologia del sacro, l’etnografia e il folklore, in realtà le pubblicazioni riguardano spesso anche argomenti più difficilmente inquadrabili in una prospettiva accademica, come tutte quelle dottrine che vengono solitamente definite “esoteriche”, pratiche rituali e “magiche”, e non ultima la letteratura del fantastico.
Il “filo rosso” che unifica tutte queste tematiche eterogenee trattate sulle pagine di «AXIS mundi» in realtà, definizioni ed etichette a parte, è molto chiaro, e si può rintracciare nella credenza nell’esistenza di un mondo ulteriore dietro quello di cui facciamo esperienza tutti i giorni con i sensi ordinari: un mondo occulto e normalmente invisibile, decifrabile alla stregua di un codice segreto, cui l’individuo può accedere eccezionalmente durante le esperienze estatiche e mistiche e di cui la storia delle religioni e le dottrine etnografiche ci hanno dato innumerevoli testimonianze attraverso i millenni della storia dell’umanità.
A livello accademico l’antropologia non si è mai concentrata, purtroppo, su questa prospettiva interpretativa dell’esperienza cultuale e religiosa. Quando nacque nel XIX secolo, l’antropologia era considerata nelle università una disciplina quasi interamente incentrata sul profilo razziale. Nella seconda metà del XX secolo si è poi passati a una prospettiva nominalmente “culturale”, ma in realtà più incentrata su tematiche di tipo sociologico, e non sulle tradizioni sacre stricto sensu. Io invece ritengo che, se vogliamo davvero studiare la storia dell’homo religiosus attraverso i millenni, dobbiamo mettere al centro della nostra analisi proprio l’esperienza sacra in sé, e tutta la visione del mondo che nelle società tradizionali stava dietro e rendeva possibile, collettivamente e individualmente, questa esperienza.

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La Corsica onirica di Dorothy Carrington – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un lungo articolo incentrato sulla figura di Dorothy Carrington, autrice di un weird particolare – e già il weird è un genere particolare – in cui prende vita lo scenario prossimo al primordiale, anche dal punto di visto etnico, della Corsica, in cui l’autrice è vissuto per molto tempo e da cui ha estrapolato alcune immagini e potenti suggestioni. Un estratto:

“La Corsica mi apparve al levare del sole. La sua silhouette incolore, dai contorni incerti, sembrava galleggiare nella bruma del mattino, ectoplasma immateriale di un mare in stato di trance. Questa prima visione mi permise di comprendere i sentimenti del Capitano Cook nel momento in cui scopriva qualche isola meravigliosa, sperduta nel Pacifico. Le montagne s’innalzavano verso il cielo in catene che si susseguivano le une a ridosso delle altre, culminando in file irregolari di cime, picchi e protuberanze quadrate che sembravano denti giganteschi. I loro fianchi, interamente ricoperti dalla vegetazione, parevano disabitati ed inaccessibili. Che cosa avrei trovato laggiù, oltre a rocce e foreste? Mano a mano che ci avvicinavamo alla costa, la nostra attenzione era attratta da nuovi particolari: poche le opere fatte dall’uomo, sparse le case ed i campi coltivati, ancora più rare le strade. Solo un faro ed una torre d’avvistamento si levavano dalle Sanguinarie, una sfilza di isolette deserte protese dalla baia come i bastioni di un avamposto. Fu allora che alle nostre narici giunse il primo sentore della boscaglia, portato da una leggera brezza dell’entroterra. È il profumo della Corsica tutta, un’essenza dolce amara, che richiama l’incenso, inebriante dopo la pioggia, come una droga. La macchia è una giungla inestricabile di piante e arbusti aromatici: corbezzoli, mirti, cisti, lentischi, rosmarino, lavanda e timo. Ricopre quasi tutto il paesaggio, ad eccezione delle foreste e degli orti. Non è mai servita a granché, se non come rifugio ai banditi e ai patrioti che durante la turbolenta storia della Corsica si sono opposti agli oppressori di turno. Ma rappresenta un incanto potente e continuo. Ci si addormenta e ci si sveglia con un profumo senza eguali. Negli ultimi giorni della sua vita, durante l’esilio a Sant’Elena, Napoleone lo rammentava con nostalgia: il suo orgoglio ferito trovava conforto non nel ricordo dei palazzi e dei trionfi, ma nelle fragranze del bosco della sua infanzia.”

Quella tratteggiata in queste righe è una vera e propria dichiarazione d’amore per l’isola di granito, che accoglie Dorothy tra le sue ruvide braccia e non la abbandonerà mai più, diventando la patria d’elezione della giovane scrittrice. “In Corsica – dirà molti anni dopo – credo di aver trovato l’assaggio di assoluto che cercavo fin da bambina”. I primi tempi della  sua nuova vita non sono affatto facili. Il marito, bisognoso di un riconoscimento sociale assai diverso da quello che poteva offrirgli l’austera esistenza isolana con le sue ristrettezze, parte presto per altri lidi. Dato che il patrimonio familiare, dilapidato da uno zio biscazziere e sciupa femmine, è evaporato in un batter d’occhio, la ragazza si trova a dover provvedere a se stessa.

Nel 1953 prende dimora in un minuscolo appartamento nel cuore di Ajaccio messole a disposizione da un amico e sbarca il lunario reinventandosi come guida turistica per i (pochi) visitatori stranieri. Un’occupazione che certo non le consente gli agi di una volta, costringendola a fare della povertà una questione di stile, come lei stessa ammetterà, ridendo, durante una celebre intervista televisiva, ma le permette di vivere libera e di esplorare la Corsica a piedi in lungo e in largo. Capelli corti, pantaloni alla corsara, anfibi e zaino in spalla, Dorothy conserva, nella postura e nei tratti del viso, il fascino sfrontato e sbarazzino dell’aristocratica disinibita che negli anni Trenta posa nuda nello studio di Fernand Léger ma, a suo agio ovunque, come ben si addice a una Lady inglese, si arrampica come uno stambecco per tratturi e mulattiere, dorme negli ovili, s’intrattiene con marinai dall’oscuro passato e pescatori filosofi che discettano con lei sui massimi sistemi, parla con donne che leggono il futuro in bacinelle ricolme d’olio. La visione dei maestosi megaliti antropomorfi di Filitosa, nel sud dell’isola, segna per la scrittrice il punto di non ritorno.

Si rende conto che la Corsica è uno scrigno e, dietro le sparute vestigia napoleoniche, cela un giardino segreto ricolmo di meraviglie senza tempo, accessibile solo a chi sa guardare nella giusta direzione ed ha un orecchio allenato ad ascoltare il sibilo del vento tra i rami, le mille voci del bosco e l’urlo disperato del mare in tempesta. Scopre una società pastorale fedele alla terra e alla legge del sangue, avulsa dal turbinio insensato della Modernità, consumata da rancori inestinguibili e passioni funeste, rabbiosamente ancorata ad un senso ancestrale dell’onore che non disdegna il ricorso alla vendetta come mezzo di risoluzione delle controversie. Dorothy s’inoltra in questo Paradiso perduto senza più guardarsi indietro.

Il nome segreto delle donne romane – TRIBUNUS


Su Tribunus una curiosa consuetudine degli antichi Romani che ha attinenze col mondo magico, e che è legata anche al famigerato nome segreto di Roma: il nome segreto delle donne romane. Un estratto:

Nella Roma antica, trascorsi otto giorni dalla nascita di una bambina, questa doveva essere sottoposta a un rito di purificazione (lustratio). Quello stesso giorno, nel quale i parenti portavano doni, la neonata avrebbe ricevuto anche il suo nome proprio, il praenomen.

Il nome della bambina, anche una volta divenuta una donna adulta, sarebbe dovuto rimanere segreto, e utilizzato solo ed esclusivamente tra le mura domestiche.
Varie sono le interpretazioni di questa consuetudine, quasi certamente di origini remote. In epoca arcaica, il nome proprio aveva un potere magico e una connotazione sacrale – secondo la concezione per la quale dire il nome di qualcosa equivaleva a crearla – ed era considerato una parte vera e propria della persona. In questo senso, se un uomo avesse pronunciato il nome proprio di una donna, sarebbe stato come avere un contatto fisico con lei.
Ancora, forse conoscere e pronunciare il nome di una donna sarebbe equivalso ad avere pieno potere sulla persona.

Pink Floyd – One of These Days (‘French Windows’)


Una rielaborazione teatrale, grafica e fumettistica di OneOfTheseDays, dei Floyd, che nel 1972 per Ian Emes – che ritroveremo poi a lavorare cogli ultimi Floydfunzionava così, con tracce di entoptiche sotto.

Dee: i misteri del divino femminile di Joseph Campbell | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di Dee: i misteri del divino femminile, raccolta di scritti di Joseph Campbell su miti e archetipi femminili. Estremamente interessanti gli argomenti, che possiamo sintetizzare così leggendo la sinossi:

«Ma è plausibile secondo voi che la dea, dopo tutti questi anni e millenni caratterizzati da forme e condizioni mutevoli, non sia ora in grado di far sapere alle sue figlie chi sono?» scriveva l’esperto di mitologie e religioni comparate Joseph Campbell nel 1980. Con i suoi studi su miti, archetipi e simbologie universali, Campbell trovò una chiave di lettura per leggere la storia e la cultura a lui contemporanee proprio nelle grandi narrazioni del passato.

Dee: i misteri del divino femminile, pubblicazione curata da Safron Rossi per la Joseph Campbell Foundation e in arrivo in Italia con Edizioni Tlon dal prossimo 2 dicembre, raccoglie gli scritti di Campbell intorno ai miti e agli archetipi del divino femminile, esplorando questo versante di quella che chiamava «la più grande storia dell’umanità» e tracciando così le coordinate della comprensione che hanno di sé uomini e donne.
Accompagnato da una bibliografia pensata per introdurre al dibattito e alle sue evoluzioni successive, Campbell esplora le rappresentazioni del femminile in diverse tradizioni e culture. Laddove sembrerebbe esserci un vuoto simbolico, l’autore dimostra come i sistemi mitici siano molto più ricchi e complessi di quel che comunemente si crede e, allo stesso tempo, come la sfida della nostra epoca sia proprio quella di concepirne di nuovi.

Dall’Europa neolitica alla mitologia sumera ed egizia, dai poemi omerici al ciclo arturiano, Campbell indaga i temi archetipici del divino femminile, la loro persistenza e la loro trasformazione nel tempo nonostante l’imporsi delle tradizioni monoteistiche. Delinea così il quadro complessivo dei rapporti tra le radici archetipiche del mito e le loro singole manifestazioni in diverse culture, intuendo come ogni elemento contribuisca a comporre una storia universale dell’immaginario. Dee: i misteri del divino femminile rappresenta un’occasione per indagare il senso storico del maschile e del femminile, il loro ruolo nel modo in cui ci raccontiamo a noi stessi e il modo in cui gli archetipi hanno formato le nostre identità, consapevoli che nelle storie del passato possiamo trovare il seme di quelle del futuro.
«La sfida attuale è fiorire come individui [ma] nella nostra mitologia non esistono modelli di una ricerca femminile indipendente […] E questo è il significato complessivo (in termini mitologici) della sfida attuale: noi siamo gli “antenati” di un tempo a venire, gli ignari creatori di strutture mitologiche future, i modelli mitici che saranno fonte di ispirazione per le vite che seguiranno»

Soglie invisibili – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la segnalazione di Favole del reincanto. Molteplicità, immaginario, rivoluzione, saggio di Stefania Consigliere che è antropologa e docente presso il Dipartimento della Formazione dell’Università di Genova. Consigliere condensa nelle brevi analisi sottostante il filo conduttore che porta dal Capitalismo alla religione passando per il fascismo, i tre cardini che incatenano da lungo tempo ormai l’umanità in un percorso dove non è facile riconoscere l’origine né l’arrivo, un cane che si mangia continuamente la coda e contemporaneamente pure noi. Vi lascio all’articolo.

Il testo giunge nel momento più adatto per riaprire una riflessione globale sulla conoscenza e le sue conseguenze ideologiche e politiche. In tutti i campi del sapere, dell’immaginario e dell’agire. Collettivo e individuale. Ecco un significativo assaggio delle sue pagine iniziali. Perfette, oserei dire, nel definire l’ambito cognitivo e discorsivo in cui si è voluta muovere l’autrice.

La via del disincanto # 1. E poco più che una constatazione: l’impresa moderna, con la sua narrazione di progresso e felicità per il maggior numero di individui, è fallita. Il mondo intorno a noi e un disastro.
Dopo quattro secoli di capitalismo, nei paesi occidentali (o ex-colonialisti) è scomparso il terriccio della vita comune. Sotto il giogo della governance neoliberista, la sussunzione è totale: che si tratti di chiacchiere, di salario, di sentimenti o di decisioni collettive, tutto avviene entro una gabbia di regole al contempo vincolanti, incomprensibili e mutevoli, in un deserto affettivo privo di senso esistenziale e con il solo imperativo della crescita economica. L’esperienza triviale della chiamata a un call centre compendia questo sentimento del presente che si estende fino all’intimità, dove disabilità emotiva, stereotipia linguistica e ossessione per il godimento illustrano la miseria dei tempi.
[…] Per vivere come viviamo, siamo tenuti a separare continuamente ciò che sappiamo da ciò che ci muove, ciò che sentiamo da ciò che facciamo, in un regime psicopatologico di dissociazione e impotenza. Non sorprende, allora, la diffusione epidemica del disagio mentale: più di meta dei nostri concittadini fa o ha fatto uso di psicofarmaci regolarmente prescritti; quasi tutti, per arrivare in fondo alle giornate, impieghiamo una varietà di sostanze legali e illegali; mentre i più giovani, l’asettica ≪fascia pediatrica≫ delle statistiche, danno di matto come non mai.
Tanto basta per intuire tempi difficili. Eppure manca ancora qualcosa, l’enzima capace di precipitare i problemi in incubi: è la paralisi dell’immaginazione, l’incapacità di guardare oltre le mura della prigione che ci sta soffocando. Quest’alienazione trasforma il disastro in apocalisse, il venir meno del mondo a cui siamo abituati nella scomparsa di ogni mondo possibile.
[…] La via di fuga da un tempo stregato è qualsiasi cosa non sia il disastro incombente. La paralisi si scioglie a contatto con l’altrimenti. Non un altrimenti astratto, fumoso o esotico, ma quello assai prossimo di un mondo che continua a esistere fuori dal fascio abbacinante dei fari: l’erba, il terrapieno, la tana, il sentiero, gli alberi, l’ombra del bosco, gli animali sul prato. La foresta e ancora viva. Quello che cerchiamo e già qui: frammentario, imperfetto, ruvido come le cose reali. Si tratta solo di avvertirne l’esistenza. Cosa ci impedisce il contatto?

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Sul Torrente Subissone | Itinerari nel Lazio dei misteri


Segnalo, dal blog IlLazioDeiMisteri, questo post e questa foto, assai suggestivo e indicativa di cos’era il Lazio arcaico, quello prefondazione di Roma, quello che era Roma prima che venisse urbanizzata o semplicemente antropomorfizzata.

Il Torrente Subissone, lungo il Sentiero del Fiore (a valle di Torre Alfina) crea angoli magici dove par quasi di potersi aspettare la comparsa del “piccolo popolo”… Per saperne di più su Torre Alfina: “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito”.

Sa morte secada | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la recensione a Sa morte secada, riedizione del primo romanzo di Nicola Verde, uscito nella prima edizione più di quindici anni fa. Vi lascio a una parte della valutazione:

Sa morte secada, dice all’inizio del romanzo una delle protagoniste e qualche pagina dopo l’autore spiega, servendosi del dialogo fra il maresciallo Carmine Dioguardi e il prete del paese, cosa significa l’espressione sarda. “Siamo un popolo preistorico che ancora crede che dalle ossa si possa resuscitare, un detto ormai in disuso, più o meno vuol dire tagliare la morte e deriva probabilmente da un antico rito pagano. Vuol dire che bisogna andare in fondo, fino all’osso.” (pp. 14,15)

Intorno al grumo dei riti preistorici, innestati per quanto compatibili nei riti della religione cristiana, si sviluppa faticosamente l’indagine del maresciallo Dioguardi sulla morte cruenta di un bambino, il cui corpo era stato ritrovato scarnificato sopra un antico amuleto. Il paese è Bonela, centro agropastorale nel cuore della Sardegna. Altri personaggi chiave sono due sorelle dalla vita antitetica: una divenuta prostituta dopo una violenza subita da ragazzina dal padrone della casa dove prestava servizio e da altri dopo, l’altra si chiuderà nel suo mondo di visioni, di preghiere e di credenze religiose, poi ci sono i notabili del luogo, il brigante Farore e infine due sacerdoti, anch’essi antitetici: Don Melchiorre, ascetico e intuitivo, Don Mario detto preide Bertula, abituato ad assecondare e a far prevalere i suoi istinti peggiori.

Nel linguaggio, Nicola Verde utilizza molto il sardo sia per le espressioni idiomatiche che nei dialoghi, non mancando di tradurle per i suoi lettori. Il maresciallo, campano come il suo autore, venuto dal “continente” con la segreta speranza di ritornarci, si impegna nell’indagine ma, essendo estraneo alla cultura “preistorica” sarda, è impossibilitato per anni a dare una soluzione a quella morte misteriosa. Si avvicinerà alla verità dopo molti anni, quando, ormai in pensione, potrà dire di aver compreso il lato oscuro della sua terra di adozione.

Isabella e il revival magico – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine, Franco Pezzini traccia le coordinate di una rivista che ignoravo completamente: Man, Myth & Magic: An Illustrated Encyclopedia of the Supernatural, un settimanale da edicola che è, probabilmente, la prima e comunque la più leggendaria rivista mai apparsa in materia.

A trattare di antropologia religiosa, mitologia e appunto – in abbondanza – magia, sotto la cura di Richard Cavendish (storico inglese specializzato nel filone dell’occulto, 1930-2016), per la bellezza di un migliaio di articoli, sono più di duecento autori accademici e non, alcuni di notorietà ultraconsacrata: e scorrerne l’elenco fa un certo effetto. Vi troviamo letterati come Robert Graves e Christopher Isherwood, un’autorità dell’archeologia preistorica del calibro di Stuart Piggott, un sociologo specialista in fanatismo religioso come Norman Cohn, occultisti quali Ambelain e Kenneth Grant e studiosi di storia dell’occulto come Francis King e Ribadeau Dumas, cultori di studi arturiani come Ashe, e poi sociologi e folkloristi, criminologi e teologi, critici d’arte e botanici… e tantissimi altri, perché lo spettro tematico è giustamente ampio e gli articoli (in uno stile comprensibile al grosso pubblico) presentano comunque taglio enciclopedico.

A supportare Cavendish sono esperti di consacrata notorietà: nell’editorial advisory board figurano l’etnografo Cottie Arthur Burland del British Museum, l’archeologo gallese Glyn Daniel editor di Antiquity, il leggendario grecista E. R. Dodds (autore, per dire, del famoso I greci e l’irrazionale), l’antropologo religioso Mircea Eliade dalle brutte frequentazioni politiche ma senz’altro di immensa erudizione, e l’importante  psichiatra William Sargant; mentre quali educational board consultants sono John Symonds, esecutore testamentario di Aleister Crowley e autore della sua (discussa) prima biografia nonché di altri testi sull’occulto, R. J. Zwi Werblowsky, docente di Comparative Religion a Gerusalemme e specialista in cabala e misticismo ebraico, e il cattolico Robert Charles Zaehner, studioso di religioni orientali. Art director di una rivista oltretutto molto illustrata – dove l’ampiezza delle pagine e il molto colore annunciano il passaggio alla grafica dei Settanta – è Brian Innes, già percussionista della band The Temperance Seven attivissima nel decennio precedente. I centododici fascicoli usciti per i tipi BPC Publishing, Ltd. verranno poi riuniti in un monumentale volume in seguito variamente riproposto (e per esempio l’edizione 1995 avrà una serie di nuovi consulenti e contributori).

Ripetiamolo, 1970: e una simile clamorosa intrapresa era stata preparata da un paio d’anni di effervescenza in tema mitico-magico su carta e sugli schermi. Fin dall’inizio degli anni Sessanta simili suggestioni avevano prosperato underground, o in forme appartate, o attraverso la libertà di riletture artistiche (letteratura compresa), quasi in controcanto alla ripresa industriale e alle paure atomiche; ma con Sessantotto, rivoluzione sessuale e diffusione di massa delle utopie, da ogni tombino o semplice fenditura del suolo occidentale era parso eruttare qualcosa di magico. L’uscita di Man, Myth & Magic rappresenta dunque una sorta di ufficiale presa d’atto di un revival epocale dell’occulto: un fenomeno il cui impatto al tempo e la cui variegata latitudine può difficilmente arrivare a percepire chi non la ricordi, tanto pervasiva era la forma assunta. Giornali di ogni tipo, infiniti volumi (sia di case editrici nate apposta, sia delle grandi che cercano di cavalcare il fenomeno senza cadute), programmi televisivi, film; e poi discorsi tra amici, sedute spiritiche… Se quella stagione di febbri dell’immaginario terminerà a fine anni Settanta, la sua eredità arriva ai giorni nostri e – al di là di maggiori o minori fortune – sembra destinata a non conoscere un’estinzione.

Ma che senso può avere parlare oggi di questi temi, tanto più su una testata come Carmilla? In questione non è certo un dato di convinzioni soggettive sulla fondatezza o meno di fenomeni “magici” (usiamo il termine con tutta la latitudine del caso) o l’adesione a una filosofia di vita che li comprenda o giustifichi. Ciò accederebbe – anche in forme alte, pensiamo a certe riflessioni di Jung – a una dimensione di idee più o meno personali nel cui merito non ha senso entrare in questa sede. O comunque in questo pezzo. Più interessante sembra il fatto che, a prescindere dalla natura “sostanziale” di alcuni fenomeni, il linguaggio mitico-magico possa risultare congruo a esprimere realtà profonde della nostra vita interiore. Una fictio, se vogliamo, o piuttosto un efficace teatro, di volta in volta simbolico o metaforico, utile a comunicare coi nostri sottoscala, a dar parole a concetti sfuggenti o inaccettabili, a innescare reazioni del singolo o della comunità. Qualcosa che attiene all’immaginario, con tutta l’ambiguità del concetto – nel senso di immaginario subìto, agito o un misto dei due.

Ciò che non riguarda soltanto l’etnopsichiatria o gli studi antropologici su terre remote (peraltro nell’insidioso rapporto tra osservatore e fenomeno): si tratta di realtà che impattano sul sentire dell’uomo comune qui e ora. Del resto lo sappiamo, per esprimere alcune realtà abbiamo bisogno di linguaggio mitico-magico: se parliamo d’amore non possiamo ricorrere al gergo delle neuroscienze, mentre ne utilizziamo un fortemente simbolico, pieno di mito e di magia. La discesa negli inferi di cui prima o poi quasi tutti facciamo esperienza ben prima della morte fisica è una realtà psicologica – ma vorrei dire esistenziale – serissima e molto concreta. Ma gli esempi sono infiniti, e una certa ritualità appartiene a prassi di liberazione che riguardano anzitutto il nostro modo profondo di comunicare. “Siamo simboli e viviamo in essi” ha scritto da qualche parte Emerson.

Sulla concezione tradizionale dell’arte figurativa e sulla sua funzione sacrale – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un trattato sulla dicotomia – causa-effetto – della concezione scientifica che esiste soltanto in virtù della concezione religiosa o mistica dell’esistenza umana, trasfigurandola così in arte. Un modo di equilibrare le energie antropologiche con un dualismo che è tale dalla notte dei tempi e che in questi anni, su altri aspetti della nostra esistenza ma nemmeno troppo distanti, è venuto a mancare nel mondo economico, con il trionfo del capitalismo sulle dottrine socialiste (lo so, ho semplificato molto, forse troppo, ma non è questa la sede per parlarne). Un estratto:

Fu Julius Evola a rilevare come anticamente, fin dall’epoca dei Cromagnon, l’arte figurativa fosse sempre stata caratterizzata dall’«inseparabilità dell’elemento naturalistico da una intenzione magicosimbolica». Prendendo le fila da questa osservazione, vi è subito da notare come nel mondo tradizionale l’arte non fu mai considerata fine a se stessa né fondata unicamente su concetti meramente esteriori quali bellezza o piacevolezza: al contrario, si può affermare che il fine principale dell’arte figurativa antica — come per es. nel caso delle pitture rupestri rappresentanti scene di caccia — fu sempre di carattere magico-apotropaico. In altri termini, tradizionalmente la raffigurazione pittorica ebbe lo scopo di concentrare l’attenzione “magica” dei membri della società tribale, ad es. sulla preda che veniva dipinta. Questa convergenza di attenzione e volontà da parte di tutti i consociati avrebbe condotto al risultato sperato, e veicolato dalla pittura: la cattura della selvaggina. Sempre Evola fa notare come

«le arti antiche […] erano tradizionalmente “sacre” a particolari numi o eroi, sempre per ragioni analogiche, tanto da presentarsi come contenenti potenzialmente la possibilità di realizzare “ritualmente”, cioè nel valore di simbolo di una azione o significato trascendente, la varietà dell’azione materiale».

E ciò non vale solo per quanto riguarda la pittura: nell’esempio dei Cromagnon a cui abbiamo accennato, una funzione importantissima ebbe anche la danza rituale. Una visione per così dire complementare del sacro e del profano — per come siamo soliti intenderli noi uomini moderni — sopravvisse a lungo: ancora in epoca classica, Luciano riferisce che i danzatori avevano conoscenza dei “sacri misteri”, ragion per cui non di rado venivano assimilati a dei sacerdoti.

Si deve dunque sottolineare come, nelle società tradizionali (e con ciò intendiamo comprendere una fascia temporale della durata di diverse decine di millenni) a ogni arte o scienza profana è sempre corrisposta una “scienza sacra”, la quale aveva, per dirlo con Evola «un carattere organico-qualitativo e considerante la natura come un tutto, in una gerarchia di gradi di realtà e di forme di esperienza, delle quali forme quella legata ai sensi fisici non è che una particolare».

In questo senso Ananda K. Coomaraswamy poté affermare che «religione e arte sono quindi nomi diversi per una stessa esperienza: un’intuizione della realtà e dell’identità». Identificandosi con le figure non solo antropomorfe della pittura rupestre, ma altresì anche e soprattutto con le rappresentazioni della preda (una renna, per esempio) i cacciatori Cromagnon si assicuravano il buon esito della spedizione: in tale operazione magico-apotropaica era essenziale l’identificazione con la situazione stessa, e quindi con tutti i fattori da cui ne sarebbe dipeso l’esito — i cacciatori così come la preda.

Si pensi anche alle prime forme mediterranee delle arti teatrali: da una parte esse avevano relazione con un antichissimo complesso di cerimoniali volti ad ottenere e a garantire la fertilità del mondo naturale (si può pensare a questo riguardo ai rituali del tipo dei Lupercalia, i quali dietro l’aspetto esteriore di pantomime veicolavano una funzione magica ben poco dissimile da quella che sottintendevano le danze e le pitture dei Cromagnon); dall’altra, se sfociarono nei “drammi sacri” del tipo della tragedia (da τραγῳδία, lett. “canto del capro”), la ragione con tutta probabilità è da ricercarsi nelle loro origini.

Noi riteniamo infatti che il substrato da cui nacque l’ars teatrale mediterranea vada ricercato nell’ambito del Sacro, e segnatamente nelle iniziazioni e nelle adunate delle confraternite misteriche del mondo antico — quali le Dionisie e le Tesmoforie — oltre che nelle “mascherate” di fine anno e in altre ricorrenze tradizionali del calendario cosmico-agrario.

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