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Thomas Ligotti: Nato nella paura – Ver Sacrum


Su VerSacrum una recensione di Cesare Buttaboni a Nato nella paura, saggio di Thomas Ligotti che getta luce sulla sua anima. Un estratto, che cita insieme i tre personali maggiori autori weird di sempre (non è un caso):

“Probabilmente, il fattore più importante tra quelli che mi hanno avvicinato alla scrittura in generale è l’esaurimento a cui accennavo prima. È successo nell’agosto del 1970, per colpa del consumo massiccio di droga e alcol, che in ogni caso hanno fatto solo da catalizzatori a un destino che prima o poi mi sarebbe toccato, ipersensibile e lunatico com’ero. Prima non mi interessava né leggere né scrivere, sebbene a scuola riuscissi bene in entrambe le cose; dopo, leggere e scrivere è diventato l’unico modo in cui riuscivo ad alterare il mio stato mentale senza avere paura, o perlomeno quella paura estrema, di perdere completamente il senno. La mia malattia si chiama agorafobia; in parte è ereditaria e continuo a sperimentarne i sintomi, tra i quali gli attacchi di panico e un generico senso di irrealtà.”

Questo è un estratto significativo di un’intervista che potete trovare nel recente volume di Thomas Ligotti Nato nella paura pubblicato da Il Saggiatore (editore che sta facendo conoscere Ligotti nel nostro paese mentre le edizioni Elatra rimangono ancora troppo di nicchia). Finalmente il lettore italiano ha la possibilità di farsi un’idea del vissuto sofferto di questo controverso scrittore. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando Poppy Z. Brite scrisse la celebre domanda “Are You Out There, Thomas Ligotti?”. Oggi anche grazie alla serie True Detective il suo nome è stato sdoganato. Da queste pagine emerge la sua particolare concezione del weird e della vita. Lettore compulsivo, almeno fino a un certo punto della sua esistenza, della letteratura horror più oscura Ligotti resta fondamentalmente legato a Poe e Lovecraft e lontano da Stephen King (chi pensa che sia invidioso del successo di Stephen King è completamente fuori strada). Il volume è diviso in 4 parti: la prima parte Incubi incantatori copre il periodo dal 1988 al 1991, la successiva Questo carrozzone di carne si svolge nel triennio 2000-2003, Una demenza necessaria contiene interviste effettuate nell’arco temporale 2004-2011 e infine troviamo il capitolo che dà il titolo a questo libro ovvero Nato nella paura racchiuso nel biennio 2011-2013. Leggendo queste interviste si possono ricavare alcune informazioni interessanti: ne viene fuori la figura di un cultore di maestri del fantastico come Arthur Machen e Algernon Blackwood, anche se fu Shirley Jackson a farlo appassionare alla narrativa weird con il suo romanzo L’incubo di Hill House, Ligotti essendo un grande fan del film di Robert Wise.

“Zothique n. 4”: Arthur Machen e il fascino panico del perturbante – A X I S m u n d i


Su AxisMundi una estesa disquisizione su Arthur Machen e la sua opera sulle culture cultuali celtiche, delle creature fatate, e sui rapporti che lui ha avuto con le società ermetiche ignlesi del XIX secolo. Le considerazioni partono dal numero 4 della rivista Zothique, già recensita qui.

Nel suo saggio del 1919, Das Unheimliche, Sigmund Freud prendendo spunto dalle intuizioni del collega Ernst Jentsch indagò la natura di questo strato della vita psichica:

« Non c’è dubbio che esso appartiene alla sfera dello spaventoso, di ciò che ingenera angoscia e orrore, ed è altrettanto certo che questo termine non viene sempre usato in senso nettamente definibile, tanto che quasi sempre coincide con ciò che è genericamente angoscioso. È lecito tuttavia aspettarsi che esista un nucleo particolare, che giustifichi l’impiego di una particolare terminologia concettuale. »

Nondimeno, ben prima delle ricerche freudiane e oltre un decennio dopo, Machen scandagliò tale sentimento in lungo e in largo, conducendo il suo pubblico all’interno di quel nucleo che lo psicanalista austriaco aveva soltanto abbozzato. Il presente corposo volume, comme d’habitude curato con grande passione e professionalità da Pietro Guarriello, ricostruisce organicamente tale esperienza, attraverso numerosi contributi critici e cinque racconti (di cui quattro dello scrittore gallese) rimasti fino ad ora inediti in Italia.

Arthur Llewelyn Jones nacque a Caerleon-on-Usk il 3 marzo del 1863, figlio del pastore anglicano John Edward Jones e della scozzese Janet Robina Machen, da cui prenderà il cognome d’arte. Nelle sue memorie rimarcò come la sua più grande fortuna sia stata quella di essere nato nel cuore del Gwent, in un vero e proprio caleidoscopio di leggende.

All’interno del suo mirabile studio inserito nella seconda parte dell’albo (pp. 181-222), Le fate, le streghe e la porta per l’Altro Mondo: rilievi folklorici ed etnografici sull’opera di Arthur MachenMarco Maculotti ricorda come già Jorge LuisBorges avesse rilevato la fiera identità celtica di Machen, attraverso cui «poté sentirsi oscuramente vittorioso e antico, radicato nella propria terra e alimentato da primitive scienze magiche». Caerleon, Isca Silurum per i romani, è anche identificata con Camelot, la fortezza di re Artù. Infine, è una delle terre maggiormente interessate dalla tradizione dei fairies, le enigmatiche creature che abitano il Regno segreto, pregevolmente tratteggiato dal presbiteriano scozzese Robert Kirk sul finire del Seicento (The SecretCommonwealth, scritto nel 1692 e pubblicato per la prima volta solo nel 1815).

Nell’opera macheniana, tuttavia, si assiste a più riprese a un capovolgimento radicale della percezione post-shakespeariana di questi esseri, in quanto l’autore gallese, appassionato studioso di folklore celtico, recuperò la visione tradizionale e perturbante del cosiddetto “piccolo popolo“. Ne La storia del sigillo nero, il professor Gregg, alter ego dell’autore, sembra riferirsi direttamente a Kirk quando afferma:

« Così come i nostri antenati avevano chiamato “fatati” o “buoni” gli esseri terribili perché li temevano, li avevano anche rivestiti di forme affascinanti, ben sapendo che la verità era assai diversa», giungendo alla conclusione per cui fate e diavoli sarebbero di un’unica razza e di un’unica origine.

La maschera del Daimon: Gustav Meyrink e la “Metamorfosi del sangue” – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un approfondimento su Gustav Meyrink e la sua opera, lo scrittore weird che tanto ha dato al genere e tanto ha preso all’esoterismo. Un estratto:

Di Gustav Meyrink abbiamo già parlato sulle nostre pagine, recensendo la sua raccolta di saggi Alle frontiere dell’occulto — Scritti esoterici (1907 – 1952) recentemente tradotta in italiano dalle edizioni Arktos. La metamorfosi del sangue (titolo originale Die Verwandlung Blutes), testo appena pubblicato dalle edizioni Bietti — che nel sottotitolo invita a considerarlo alla stregua di una «Autobiografia spirituale» dello scrittore austriaco —, è da inquadrarsi dalla medesima prospettiva, presentando in forma di saggio le tematiche “occultistiche” che hanno reso così unica la mitopoiesi del’autore in questione.

Questa novità del catalogo Bietti, indirizzata agli appassionati della letteratura mitteleuropea di carattere “sovrannaturale” di inizio ‘900 e agli studiosi di dottrine “esoteriche”, si presenta impreziosita da una prefazione di Sebastiano Fusco (Il paradiso all’ombra delle spade. L’esoterismo nell’opera di Meyrink), dalla rara introduzione di Enrico Rocca alla prima edizione italiana de Il Golem e dalla postfazione critica di Andrea Scarabelli (Magiche metamorfosi), cui si deve ascrivere anche la curatela del testo. Così viene presentata l’opera in quarta di copertina:

«Come ormai universalmente riconosciuto, Gustav Meyrink è passato alla storia per aver inserito, nei suoi romanzi e racconti, una serie di esperienze vissute in prima persona nei più svariati ambiti di ciò che siamo soliti chiamare “esoterismo”. Tutte queste esperienze — dallo Yoga all’alchimia, dal tantrismo alla teosofia — sono accuratamente documentate ne La metamorfosi del sangue, saggio autobiografico rimasto inedito alla morte dell’autore, risalente agli ultimi anni della sua vita e qui tradotto per la prima volta in italiano. Testamento spirituale, lunga rêverie sul ruolo del destino e sulla possibilità d’influenzarlo attivamente, inno all’Immaginazione creatrice, questo scritto può essere considerato una sorta di “laboratorio” della narrativa di Meyrink, Demiurgo del Fantastico che fece di vita, letteratura e occultismo una cosa sola».

Parlando di trasmutazione del sangue o del corpo — dottrina che l’autore ritrova sia nello Yoga, che negli antichi insegnamenti gnostici, che tra i Rosacroce — Meyrink sottolineò come il superamento della condizione meramente umana cui fa seguito l’esperienza mistica di unione con il divino preveda la trasmutazione dello stesso veicolo corporeo del neofita: un tema, questo, che egli stesso indagò nei suoi romanzi iniziatici, così come pure fece nello stesso periodo il gallese Arthur Machen.

Nei racconti di quest’ultimo, i personaggi che riescono misteriosamente ad accedere all’Altro Mondo si renderanno conto, una volta tornati nel nostro mondo, di non aver più niente in comune con esso, appartenendo ormai de facto al mondo invisibile. Il cambiamento avvenuto in tali persone dopo la visita a Fairyland non è meramente psicologico, ma altresì ontologico: sia il loro corpo che la loro anima subiscono una vera e propria trasformazione, operata dai Fairies stessi, che ricorda da molto vicino lo «smembramento rituale» compiuto dagli spiriti iniziatori nelle tradizioni sciamaniche e la conseguente trasmutazione operata da questi ultimi sul corpo del neofita.

Zothique 4: Arthur Machen – Ver Sacrum


Su VerSacrum, Cesare Buttaboni recensisce Zothique 4, numero della rivista dedicato ad Arthur Machen. Un estratto della rece:

Dopo il numero consacrato ad Algernon Blackwood la mitica rivista Zothique di Pietro Guarriello dedica un corposo speciale a un altro nume tutelare del fantastico ovvero Arthur Machen. Rispetto allo stesso Blackwood e ad altri autori del genere, Machen in Italia ha avuto una relativa fortuna: di lui anche di recente (penso a Il cerchio verde pubblicato da Providence Press e Un frammento di vita delle Edizioni Hypnos) si continua a pubblicare materiale inedito ed edito. Nonostante questo Machen (a dispetto degli omaggi di Lovecraft, Stephen King e Guillermo Del Toro) non ha mai sfondato (come è invece successo a Lovecraft) presso il pubblico ma il motivo è che ci troviamo di fronte a un autore particolare, lontano anni luce da un horror di facile presa sul lettore. Per Fruttero e Lucentini era uno scrittore estremamente raffinato e di nicchia (trovavano il suo stile troppo reticente e, per questo motivo, cassarono Il gran dio Pan dall’antologia Storie di fantasmi della Einaudi, anche se consideravano Il terrore un capolavoro e in effetti questo racconto ha ispirato la Du Maurier per Gli uccelli da cui venne tratto il film di Hitchcock) mentre per Borges era un “minore” senza che questo termine fosse da considerare in senso negativo dal famoso scrittore argentino.

Il Terrore e l’Estasi: “La collina dei sogni” di Arthur Machen – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un fluente articolo che celebra l’opera di Arthur Machen nel giorno del suo compleanno – oggi. Un estratto:

Nelle pagine del romanzo (La collina dei sogni) si possono dunque intravedere le difficoltà e privazioni che segnarono quegli anni di vita di Machen, dalla realizzazione del divario insormontabile esistente tra vita reale e vita ideale — un leitmotiv nell’opera macheniana — alle insidie insite nella stesura del libro: infatti, benché «ebbro di sentimenti e fantasie arcane, desidera[sse] con ardore tradurre ogni emozione in parole scritte», Lucian/Machen si rende conto che «[i]l grande mistero del linguaggio, la magia della parola, continuavano a sfuggirgli: le stelle brillano soltanto nell’oscurità della notte e il loro splendore si dilegua alla luce del giorno».

Il narratore percepisce «l’esistenza di cose nascoste e spaventose, fuori e dentro di lui», al punto che «il paesaggio del cuore si rifletteva nel mondo circostante e viceversa»: «le selvagge colline a cupola e i boschi che si profilavano minacciosi nel buio gli sembravano simboli di qualche tremendo segreto nascosto nelle fibre più recondite di quell’estraneo ch’era diventato ai suoi stessi occhi». Come nella migliore tradizione folk-horror britannica, il territorio si trasmuta in un «paesaggio che frantuma in modo netto l’ego del protagonista […] attraverso il contatto con l’Antico così come con il surreale e il sovrannaturale».

È evidente, qui come in tutto il romanzo, l’influenza esercitata su Machen dal decadentismo francese, da Huysmans a Baudelaire, secondo cui la Natura è da vedersi come un «tempio vivente», una «foresta di simboli» che solo il poeta, grazie alla sua sensibilità e veggenza, può decifrare; tema, questo, peraltro caro anche al contemporaneo William Butler Yeats.

È solo uno dei tanti passaggi citati nell’articolo, tutti meritevoli di attenzione perché tutti tendenti a un mondo surreale, a una descrizione di realtà inesistenti sotto cui si agitano innumerevoli cosmi di energia, di oscurità, di surrealtà non descrivibili attentamente e scientificamente se non col metro delle proprie percezioni e sensibilità. Un capolavoro di uomo, Machen, e di verità.

“Oltre il reale” – A X I S m u n d i


Su AxisMundi l’intro del saggio Oltre il reale, scritta da Lorenzo Pennacchi. Qui sotto la significativa selezione iniziale, dove si dispiega la potenza mitopoietica del Fantastico attraverso le opere, tra gli altri citati, di Gustav Meyrink, Arthur Machen, Clark Ashton Smith:

La Fantasia è una naturale attività umana.
Certo, essa non distrugge e neppure offende la Ragione,
e non smussa neanche l’appetito per,
né oscura la percezione della, verità scientifica.
Al contrario. Quanto più la ragione è acuta e chiara,
tanto meglio opererà la fantasia.

Così nella conferenza Sulle Fiabe, tenuta nel marzo 1939 alla St. Andrews University, Tolkien definiva la propria visione del fantastico, concepito non solamente come mezzo di riscoperta, evasione e consolazione, ma anche e soprattutto in quanto incantesimo, realizzato mediante l’autentica arte sub-creativa, che «produce un Mondo Secondario nel quale sia l’artefice che lo spettatore possono entrare». Una vera e propria abilità elfica in grado di superare la realtà, attraversandola e non semplicemente rigettandola. Similmente, nel 1934, in Alcuni appunti sulla narrativa interplanetaria, Howard Phillips Lovecraft aveva sostenuto che «situazioni e avvenimenti inverosimili […] debbono superare l’handicap di essere incredibili; e superarlo è possibile soltanto mediante un accurato realismo in ogni altro aspetto della storia, in aggiunta alla graduale e sottilissima creazione di un’appropriata atmosfera emotiva».

La dimensione del fantastico è da sempre presente nella vita umana. Nell’antichità, attraverso il ricorso a miti, saghe e leggende gli esseri umani hanno plasmato le proprie convinzioni e motivato le loro azioni. Nella modernità questa spinta propulsiva non si è affatto esaurita, articolandosi in riferimento a società più dinamiche e meno organiche. Ad oggi il fantastico invade l’immaginario collettivo: i prodotti fantastici si trovano quotidianamente nelle librerie, nei cinema e nelle case. Parallelamente a questo approccio di consumo del genere, scaturito da motivazioni generalmente ludico-economiche e caratterizzato da una ricezione spesso passiva dei contenuti, si stanno sempre più diffondendo analisi critiche profonde attorno a determinati autori, creatori di universi altri, ma non per questo distanti dalla realtà.

Del resto, ieri come oggi, «mancanza di sincerità, convenzionalità, banalità, artificiosità, false emozioni e puerile stravaganza regnano incontrastate in questo genere sovraffollato, cosicché soltanto pochissime opere possono rivendicare una vera maturità». Relazionarsi autenticamente con questi demiurghi significa, infatti, entrare in piani secondari, fittamente oscuri o colmi di speranza a seconda dei casi, per uscirne rafforzati, tanto da poter proiettare quelle esperienze e tematiche appena acquisite nel mondo primario. Allo stesso tempo le loro opere richiedono al lettore la propensione all’evasione, come momento essenziale dell’autentica ricerca. Scrive Elémire Zolla:

«Uscire dallo spazio che su di noi hanno incurvato secoli e secoli è l’atto più bello che si possa compiere. Quasi nemmeno ci rendiamo conto delle nostre tacite obbedienze e automatiche sottomissioni, ma ce le possono scoprire, dandoci un orrore salutare, i momenti di spassionata osservazione, quando scatta il dono di chiaroveggenza e libertà e per l’istante si è padroni, il destino sta svelato allo sguardo

I rapimenti dei Fairies e il mistero dei “Missing 411” – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un lungo excursus sulle sparizioni che la tradizione popolare anglosassone ha sempre voluto causate dagli gnomi e dalle fate. Qui, quelle suggestioni s’intrecciano con lo spirito dei luoghi selvaggi che, si cita, Algernon Blackwood e Arthur Machen hanno sempre narrato nei loro racconti folgoranti; non ultimo, anche le spiccate essenze fantastiche di Picnic a Hanging Rock, gli X-Files, True Detective e TwinPeaks trovano il giusto posto nell’articolo. Un estratto inesaustivo:

Pur non avendo mai avuto, fin dalla fondazione avvenuta nel 1776, una tradizione religiosa strettamente propria, gli Stati Uniti d’America più di ogni altro stato al mondo si configurano come l’area geografica che, tra lo scorso secolo e l’attuale, ha visto nascere una serie di correnti culturali nella cosiddetta “realtà alternativa” che potremmo definire pseudo-religiose. Si tratta di movimenti che, pur non potendo essere catalogabili stricto sensu come “religiosi”, sono basati su credenze ben precise condivise dai membri interni che spesso presuppongono una fede incondizionata nell’argomento, se non addirittura l’aver vissuto in prima persona un’esperienza catalizzatrice della stessa.

Il caso più famoso resta ovviamente la “religione” ufologica, con tutte le sue derive più o meno New Age, dalle abductions alla fecondazione in vitro di ibridi umano-alieni, fino alle più estreme teorie cospirazioniste che parlano di “rettiliani” et similia. Ma molti altri esempi potrebbero essere portati a titolo di esempio: la credenza nell’esistenza del Bigfoot/Sasquatch, omologo del più noto Yeti himalayano; il chupacabras, che molti vogliono responsabile delle cosiddette “mutilazioni del bestiame”; il Mothman, i cui avvistamenti avverrebbero poco prima di catastrofi inimmaginabili (si dice sia stato avvistato anche prima dell’attacco alle Torri Gemelle); il Diavolo del Jersey; e via discorrendo.

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Nameless – Neonomicon in space | PostHuman


Su PostHuman un articolo complesso, articolato tra immani interpretazioni cabalistiche, occulte, Lovecraft vs. weird, graphic novel contro il rock colto e stratificato nelle linee cognitive delle conoscenze arcaiche… Vi lascio a un brano della recensione di Mario Gazzola, tanto per dirvi che dovete leggere dalla prima all’ultima parola per precipitare nell’abisso del non reale, che io non saprei rendervi meglio.

Addentrarsi nel geniale e labirintico graphic novel di Grant Morrison disegnato da Chris Burnham (riedito da Saldapress in una lussuosa versione hard cover arricchita di tavole originali e ‘making of’, di cui a lato vedete la copertina e sopra una vignetta originale) è un po’ come dare l’assalto all’asteroide Xibalba al centro della trama, che minaccia di schiantarsi sul nostro triste pianeta (un po’ come nel “ciclo della meteora” che va a concludersi coll’attesissimo numero 400 di Dylan Dog): si rischia fortemente di smarrire senso della logica e senno del lettore in “un tesseratto ricorsivo di mille realtà convergenti, un ipercubo di cui ogni faccia porta con sé molteplici alternative potenziali”, definizione che prendiamo in prestito dalla recensione (a firma di Davide Scagni) pubblicata dal sito specializzato Fumettologica.

È un articolo piuttosto articolato e completo, solo non fatevi ingannare dalla frase all’inizio del terzo capoverso: “La trama in realtà è piuttosto semplice”, è ironica! Niente di più falso: in realtà quella trama è un vertiginoso gioco di specchi mentali, che conviene affrontare con l’aiuto delle chiavi di lettura inserite dall’autore medesimo nell’appendice intitolata Lavori Notturni, e che chiamano in causa l’immancabile Lovecraft (la remota guerra fra arcani dei affonda le radici nelle sue oscure cosmogonie), ma anche Arthur Machen (la ‘Pietra Sessanta’), l’altrettanto immancabile Burroughs (la sua Dreamachine sviluppata coll’amico Gysin), gli occultisti John Dee ed Edward Kelly, Castaneda, Piranesi e Le Corbusier, la cabala, l’epica Maya di Popul Vuh e non meno oscure divinità della mitologia babilonese e sumera, come Marduk, patrono della città di Babilonia e dio del Caos dai quattro occhi, da cui tra l’altro prende il nome l’omonima black metal band scandinava.

Il Senzanome del titolo è un “enigmatico e sfrontato esperto di occultismo in grado di muoversi a piacimento nella dimensione onirica” (definizione che invece viene dalla recensione di Pulp, scoperta grazie all’amico Giovanni De Matteo), sboccato e dalla moralità non cristallina come un John Constantine/Hellblazer, che “viene assoldato da alcuni eccentrici miliardari per guidare una squadra di dodici apostoli/astronauti nella missione di tentare di salvare il mondo dalla collisione col gigantesco asteroide” di cui sopra. Ascensione nello spazio che – spiega sempre Davide Carnevale su Pulp Libri – “rapidamente si capovolge in una vera e propria catabasi, una discesa agli inferi e nella profondità della psiche umana che non prevede ritorno”.

Ma in cui i fantarocker fra voi anche non iniziati alle delizie esoteriche di Alan Moore (con il cui ciclo Neonomicon/Providence la storia di Morrison presenta diverse assonanze) e Alejandro Jodorowsky (ciclo de L’Incal) scopriranno non poche chicche di occultismo musicale, ben oltre l’origine del band name degli svedesi Marduk e dai progressivi teutonici Popol Vuh, autori negli anni ’70 di diverse colonne sonore per film di Herzog (tra cui Nosferatu), ma anche dei loro colleghi doom Tiamat, pure svedesi, dal nome ispirato alla dea madre del cosmo e degli oceani, sempre nella mitologia babilonese.

L’ultima chicca si collega invece all’innesco stesso della vicenda: dice infatti il protagonista Nameless che sul mondo “ha iniziato a «piovere merda” nel 2001, “quando le Torri Gemelle sono crollate e Malkuth è saltato su Yesod” (ovvero la Terra è saltata sulla Luna, per tradurre gli elementi dell’Albero della Vita della cabala ebraica). “A quel punto si è rotto il confine tra realtà e immaginazione”, spiega ancora Scagni su Fumettologica.
Ma allora in questa storia, definita non a caso un mix di “Apollo 13 + L’Esorcista“, il viaggio spaziale s’è svolto davvero o è stato solo un’allucinazione, un tuffo nell’inconscio del povero Nameless, manipolato a propria insaputa dalla minacciosa Dama Velata?

Recensione a Malasacra – Racconti di sacro orrore | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

Su Biblon è stata pubblicata una bella recensione a Malasacra, raccolta di racconti di Francesco Corigliano, uscita nella nostra collana k_noir. Un estratto della critica:

Abbiamo parlato di Male, ma sarebbe più esatto dire Caos: un Caos che appartiene a un passato ancora incomprensibile, figlio più dell’immaginario del gallese Arthur Machen che di quello lovecraftiano, al quale però si devono, è inevitabile per chi frequenti l’orrore, certe atmosfere naturalistiche. Mentre ritroviamo la lezione di Algernon Blackwood nella scrittura di Corigliano, così razionale, ordinata, e pessimista.

Il Terrore non si può nominare. Lo si racconta, lo si circonda, ci si sofferma sull’ambiente circostante, sugli effetti. C’è un limes insuperabile, lo si può intravedere supporre, ma risulterà sempre perlopiù invisibile e innominabile. È il linguaggio il grande assente?”, si chiede il delirante protagonista del racconto-saggio Del vuoto mormorare. La controlinguistica a partire da Lacan, gioco letterario dai richiami borgesiani tra i più riusciti e bizzarri del volume.

Malasacra è l’occasione di ribadire l’importanza di un genere, quello dell’orrore e delle sue propaggini, dei suoi tentacoli verrebbe da dire, nella letteratura. Sebbene scarseggi grande fantasia e scelta di nuovi titoli nell’editoria mainstream, esiste una varia e importante proposta che deve essere scoperta, letta e con la quale confrontarsi.

La quarta

Nelle solitudini mentali di luoghi bizzarri e inquietanti, i personaggi di Francesco Corigliano muovono la loro ricchezza lessicale e sensoriale verso la profondità degli abissi disumani, indifesi di fronte ai misteri del mondo che li ospita; sono corpi estranei che galleggiano nella deflagrazione dei limiti e che, in qualche occasione, sublimano inviti alla modestia, alla trascendenza delle miserie umane.

L’autore

Francesco Corigliano (Vibo Valentia, 1990) è docente di italiano, storia e geografia nella scuola media. Nel 2013 si è laureato in Filologia Moderna con una tesi dedicata ai racconti del terrore, mentre nel 2019 ha conseguito un Dottorato di Ricerca con un lavoro sulla letteratura weird. Ha pubblicato diversi articoli di critica letteraria dedicati al fantastico, in raccolte e riviste specializzate.
Nel 2015 con il racconto “Ex machina” (Hypnos 5, 2015; Strane Visioni, 2016) si è classificato al primo posto al Premio Hypnos, concorso in cui negli anni successivi è stato più volte finalista. Nel 2018 è stato vincitore della XIV edizione del concorso NASF, dedicato ai racconti di fantascienza e finalista nella XXIV edizione del Trofeo RiLL. Malasacra è la sua prima antologia personale.

La collana k_noir

k_noir è la collana di Kipple Officina Libraria, diretta da Andrea Vaccaro, dedicata alle contaminazioni noir con le espressioni più innovative del weird, alle sue mutazioni e ai furori che esplorano i confini della narrativa più esasperatamente umana e, contemporaneamente, più disumana che esista.

Francesco Corigliano, Malasacra
Curatela e introduzione di Danilo Arrigoni
Copertina di Franco Brambilla

Kipple Officina Libraria – Collana k_noir
Formato ePub e Mobi – Pag. 236 – 3.95 € – ISBN 978-88-32179-12-5
Formato cartaceo – Pag. 224 – 3.95 € – ISBN 978-88-32179-11-8

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SpectreVision vuole realizzare il suo Lovecraft Universe | HorrorMagazine


Di pochi giorni fa la notizia di Richard Stanley vincitore dell’H.P. Lovecraft Film Festival, e ora su HorrorMagazine la segnalazione della volontà di creare un universo visivo del mondo di Lovecraft, sempre con l’aiuto di Stanley. I dettagli:

Si è nelle prime fasi di sviluppo dell’adattamento di L’orrore di Dunwich. Se la risposta del pubblico sarà positiva, SpectreVision partirà con la produzione anche di un terzo adattamento degli scritti di Lovecraft.

Richard Stanley aveva già tempo fa espresso il desiderio di lavorare alla trasposizione di L’orrore di Dunwich. Secondo la personale visione del regista, L’orrore di Dunwich dovrebbe essere qualcosa di paragonabile all’incontro di Il grande dio Pan di Arthur Machen con la famiglia di assassini di di Non aprite quella porta.

Ci si è affidati a Richard Stanley per la realizzazione di Il colore venuto dallo spazio perché il suo adattamento ha saputo rimanere fedele al materiale originale.

La Ragazza con la Valigia

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simonebocchetta

Qui all'ombra si sta bene (A. Camus, Opere, p. 1131)

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È impossibile non comunicare. (Primo assioma della comunicazione. Scuola di Palo Alto)

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