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Archivio per Avanguardie

Cos’è l’anarchia? Risponde David Graeber – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un bell’articolo di David Graeber che prova a fare un’analisi organica delle dinamiche e del pensiero anarchico; da quale punto di vista? Be’, organizzare l’anarchia non è esattamente il tipo di approccio giusto per la tematica, per esempio può essere utile una chiacchierata:

“Quando un gruppo di persone si oppone a una qualunque forma di dominio e inizia a immaginare un mondo diverso, modificando di conseguenza le proprie relazioni con gli altri… beh è questa l’anarchia, comunque vogliate chiamarla”.

Q: C’è una definizione generica di anarchia in un libro che noi consideriamo molto importante, The Principle of Anarchy di Reiner Schürmann, che per noi è un ossimoro. Si tratta di una definizione controintuitiva perché non è politica, bensì storica. Nella nostra epoca, diciamo negli ultimi due secoli, non abbiamo avuto un punto di riferimento com’era l’Uno per i Greci, la Natura per i Romani, Dio per i medievali o il Sé/la Coscienza per i moderni. Noi abbiamo il principio dell’assenza di principi: appena provi ad afferrarli, questi ti sfuggono di mano. Pertanto in certo modo viviamo nell’anarchia. L’anarchia è nell’arte, l’anarchia è nel sesso e nell’amore, e ovviamente anche in politica. Qual è allora il significato della comparsa dell’anarchia nel xix secolo?

David Graeber: Stai quindi suggerendo che l’emergere dell’anarchismo come filosofia politica più o meno in contemporanea con Nietzsche non sia una coincidenza? Non ci avevo mai pensato prima, ma… Comunque, pensando a quel che è successo dopo il 1917 e dopo il 1968, due anni segnati da rivoluzioni su scala mondiale, una volta ho utilizzato il concetto di flame-out, ossia di fiammata improvvisa. Sostanzialmente l’espressione si riferisce a quel che accade quando una grande tradizione all’improvviso esplode e in un periodo molto circoscritto attraversa ogni possibile permutazione formale. Prendiamo il 1917: in poco tempo abbiamo Dada, Suprematismo, Costruttivismo e Surrealismo. Dalla pittura bianca su fondo bianco agli orinatoi che diventano sculture, fino alle poesie basate sul nonsense per fomentare esposizioni artistiche ribelli in cui i partecipanti ricevono un martello e sono incoraggiati a distruggere tutto quello che non è di loro gusto. Per alcuni anni il radicalismo formale e il radicalismo politico si erano sovrapposti, ma poi avevano bruciato ogni spazio, la fiammata si era esaurita e non era rimasto più niente. In seguito, un artista poteva essere radicale nella forma ma conservatore in politica (come Andy Warhol), o conservatore nella forma ma radicale in politica (come Diego Rivera), o ancora poteva essere radicale in politica e non produrre alcuna arte (come i situazionisti). Dopo la rivoluzione mondiale del 1968, qualcosa di simile è successo nella filosofia continentale. Nel corso di pochi anni, i filosofi hanno esplorato quasi ogni possibile tesi formalmente radicale che potesse avere implicazioni politicamente radicali (da «l’uomo non esiste» a «la verità è violenza»), lasciando i pensatori radicali degli anni a venire con nient’altro da fare se non guardare a loro, così come continuiamo a guardare ancora oggi alle avanguardie artistiche degli anni successivi alla prima guerra mondiale.
Quello che tu stai suggerendo è che qualcosa di simile sia accaduto in politica dopo la rivoluzione del 1848. Solo che in questo caso, ipotizzo, sarebbero comparse simultaneamente tutte le posizioni della politica moderna, dal socialismo al liberalismo fino al fascismo. E da allora non ci sarebbero più state nuove forme di pensiero politico. In effetti potrebbe funzionare, dato che anche il termine «anarchico» è stato coniato da Proudhon proprio in quel contesto. Volevano sapere da lui cosa fosse. Un repubblicano? Un monarchico? Un democratico? E alla fine Proudhon disse: «No, respingo tutte queste definizioni. Io sono un anarchico». Quindi questa ipotesi potrebbe funzionare. Ma non sono sicuro che sia un’analogia appropriata.
Quanto al termine «anarchia», usato in contrapposizione ad «anarchismo», è entrato nell’uso comune (per lo meno in inglese) solo successivamente, nel xx secolo, quando gli anarchici hanno cercato di prendere le distanze dall’ipotesi che la loro fosse un’ideologia come il socialismo, il liberalismo, il conservatorismo, ecc. E non avevano torto, perché i socialisti non sostengono certo la socialità o i liberali la liberalità… o almeno non è quella la loro prima istanza. In certo modo serviva a evidenziare che in molte filosofie politiche l’unità di teoria e pratica è vera solo in teoria ma non in pratica. Al contrario, per gli anarchici era una cosa molto concreta. Se poi questo comporti anche il fatto di rivendicare quel senso di frattura e destabilizzazione introdotto dal capitalismo – la pensavano così i dadaisti e i surrealisti, che vedevano nel caos e nella disgregazione delle vecchie verità veicolati dai mercati capitalisti una forza di tipo anarchico che alla fine avrebbe consumato il capitalismo stesso – beh, non ne sono affatto sicuro. Anzi, ho molti dubbi al riguardo. Per come la vedo io, si tratta di un impulso avanguardistico decisamente più in linea con certe tesi socialiste, come quelle formulate da Marx nel Manifesto del Partito comunistaquando loda la borghesia come rivoluzionaria, affermando che è arrivato il momento di portare a compimento il suo lavoro.

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Karl Salzmann – Bruchstücke | Neural


[Letto su Neural]

La quindicesima uscita in catalogo per Moozak – che si deve a Karl Salzmann – non è stampata su vinile, come normalmente ci si aspetterebbe da un 7″ e ogni disco è differente, realizzato in gesso, in diverse tonalità di grigio e nero, risultando al tatto piuttosto grezzo e spigoloso, pesante ma allo stesso tempo fragile e delicato. Il rilascio è letteralmente fisico, nessun file digitale è disponibile, così come non è nemmeno possibile acquistare il tutto in un negozio di dischi. All’etichetta sottolineano che la modalità d’acquisto è esclusivamente per corrispondenza e molto probabilmente il disco arriverà rotto al destinatario con un libretto allegato contenente un testo di Lona Gaikis e le fotografie di Markus Gradwohl. Bruchstücke viene pubblicato in un’edizione rigorosamente limitata a 20 copie e i suoni presenti nel disco sono concreti: vetro, pietra, metallo, legno e altri materiali che scoppiano, si rompono e durante questo accadimento trasferiscono una loro qualità acustica che dà vita a una sorta d’arrangiamento. Ogni copia è realizzata a mano dallo stesso Salzmann e inviata con una Polaroid firmata e numerata: siamo ai confini con l’arte contemporanea e un simile manufatto rientra perfettamente nella categoria dei multipli d’artista. Qui si tratta però d’una uscita discografica, di un’etichetta focalizzata sull’experimental music e di un autore, Karl Salzmann, avvezzo alle riflessioni sulla materialità del suono, nonché a suo agio nel valutare i fenomeni auditivi nella sfera del sociale. L’interazione tra il suono e le arti visive è naturalmente anche in questo caso decisiva e imprime un’aura molto distintiva all’opera. I frammenti sono per Salzmann la prova che “ovunque qualcosa si rompe, c’è anche l’inizio di qualcosa di nuovo” e così il destinatario ha l’opportunità di unire – con un adesivo appositamente fornito – i pezzi rotti, rendendo i punti di rottura parte integrante della composizione. È possibile definire ancora un simile approccio come musicale? È questa un tipo particolare d’arte concettuale? Siamo in un’area di confine nella quale è scalfita la nostra comprensione di quello che secondo consuetudine è il lavoro d’un musicista: in un’operazione di questo tipo sono raccolte alcune fra le più interessanti suggestioni delle avanguardie moderne, pulsioni che catapultate in un universo comunicativo profondamente mutato producono ancora un cortocircuito di sensi e ragionamenti.

Conservazioni di avanguardie


Confederazioni di ristampe e riedizioni di cose stantie, valide un tempo, ora non più, adesso conservative.

Barbara Ellison – CyberSongs | Neural


[Letto su Neural]

Se i riferimenti stilistici più immediati possono essere ancora quelli a un’estetica popular eccentrica e ultra-contemporanea, in questo “ciclo di canzoni transumane per voci computerizzate simili a quelle umane” l’autrice non scende a compromessi, rifuggendo sia i modelli classici di quella che è una cyber-song (alla Laurie Anderson, per intenderci, o se preferite alla Holly Herndon), sia la tentazione di cercare facile presa nel pubblico, utilizzando famose hit del passato da coverizzare, robotizzare e rendere fruibili per tempi futuri (Atom™ e Alexei Shulgin sono due ottimi rappresentanti di quest’approccio). Barbara Ellison nelle tredici tracce che compongono il progetto approfondisce invece la complessa musicalità degli avatar vocali e del TTS (Text-to-speech), creando trame ipnotiche, rifacendosi piuttosto alla tradizione della poesia sonora e dell’avant jazz, ricorrendo insistentemente a ripetizioni, ad allitterazioni, intervenendo su parole, morfemi e fonemi, con frasi e particelle vocali alle quali si danno nuovi significati sonori, trasformando in schemi ritmici le molteplici lingue utilizzate. È comunque una trattazione “oltre l’umano” quella alla quale siamo sottoposti, fantasmatica e un po’ ossessiva ma anche giocosa e combinatoria, che verrà ulteriormente implementata in un già programmato spettacolo teatrale, dove sarà protagonista assieme a Barbara Ellison la sua collaboratrice abituale Nathalie Smoor. Le voci campionate al computer assurgono quindi a veri e propri strumenti per esplorare diversi fenomeni attraverso l’uso intensivo ed estensivo delle varie iterazioni possibili. “CyberSongs è una serie di brani che si concentra esattamente sull’uso e l’interpretazione di modelli di discorso per la generazione di ritmo e significato” dice Ellison, specificando come sia proprio la ripetizione a originare poi una “rottura antitetica del significato”. Nelle composizioni presentate viene sfruttato l’intero spettro di unità linguistiche e sintattiche: sono microfrazioni di sillabe, intere frasi, intrecciate in modelli di discorso che a scale differenti intervengono sulla nostra attenzione, costringendoci ad adattare continuamente l’ascolto. Accogliere nuove informazioni e decifrare ciò che i suoni generano all’interno di un preciso contesto, questa è una possibile strategia d’ascolto, oppure – al contrario – un ulteriore opzione potrebbe essere lasciarsi andare al flusso metamorfico d’elementi in gioco, liberandosi come nel gibberish d’ogni categoria-energia concettuale e/o astratta.

Intervista a Emmanuele Pilia (D Editore, Roma) | Futurismo2000


Su Futurismo2000 una nervosa – nel senso di breve ma intensamente bella – intervista di Roberto Guerra a Emmanuele Pilia di D Editore. Un estratto:

Emmanuele, più nello specifico, quasi come paradigma e stile editoriale, la tua sembra una rotta cyberpunk virtuosa,  come Rete sistemica posta tra arte, sociologia e molti rami avveniristici, quasi fossero scienze del domani. Tra distopie e utopie possibili?

In tutta sincerità, credo che la distopia è il mondo che stiamo vivendo. Il capitalismo sta assumendo ogni giorno che passa una forma sempre più simile a quella che gli autori e le autrici cyberpunk (ma non solo) hanno disegnato con così tanta attenzione. L’utopia non è possibile, per sua stessa natura, eppure è necessaria: come sarebbe il mondo senza utopia? L’utopia ci spinge a combattere, a scavare tunnel sotterranei dove affilare i coltelli. Qualche volta l’utopia si realizza, come nella rivoluzione russa, cubana o nel sogno infranto di Neto e Sankara, anche se poi il reale irrompe. Ma proprio per questo, proprio per non rendere il lavoro più duro al potere, è necessario combattere ogni fascismo.

Emmanuele, sulla nostra era del virus attuale, cosa scriveranno secondo te, gli storici del futuro?

Credo che vivendoci dentro non ci rendiamo conto del contesto. Credo che due anni per la storia sia roba di poco conto: è necessario capire quali sono le conseguenze future.

Marcin Pietruszewski – The New Pulsar Generator Recordings Volume 1 | Neural


[Letto su Neural]

Con un packaging il cui design si deve a Joe Gilmore e alle raffinate manipolazione di font di Florian Hecker, stampato in due distinti colori, argento metallizzato e nero, con un libretto di trenta pagine redatto da Curtis Roads, a sua volta storico compositore elettronico e uno dei principali esperti di pulsar synthesis, The New Pulsar Generator Recordings Volume 1 è un progetto sonoro alquanto ispido e sperimentale che viene presentato da Marcin Pietruszewski sotto le insegne della Fancyyyyy, etichetta operativa sia a Glasgow che a Manchester e dedita a una ricerca auditiva certo non convenzionale e dai molti risvolti teorico-pratici (per esempio la realizzazione e la vendita di moduli eurorack di effettiere a feedback non lineare e divisori di clock). L’opera è stata composta utilizzando una nuova implementazione del classico software di computer music Pulsar Generator, questa versione è stata messa a punto dallo stesso Pietruszewski, elaborando una forma avanzata di sintesi particellare che viene utilizzata per generare sequenze soniche alquanto impredicibili e caotiche. Il suo output varia da impulsi e sequenze singolari a toni continui su più scale temporali percettive, un’idea quella dei grani sonori che è stata proposta per la prima volta da Iannis Xenakis e successivamente sviluppata proprio da Curtis Roads. L’effetto all’ascolto è quello di composizioni assai astratte e siderali, ultraterrene e abrasive, con repentini passaggi e cambi di registro, emergenze auditive e risucchi. Sono quindici le tracce presentate, la maggior parte molto brevi, sotto i due minuti, la più estesa, “tnpgr (shifting(glissement) (f -_ _f_))”, di poco più di cinque minuti, elaborata insieme a diverse altre – ma non tutte – allo ZKM Center for Art and Media di Karlsruhe nel 2018. La sintesi della pulsar è puramente digitale, una composizione algoritmica implementata da Pietruszewski nel linguaggio di programmazione open source SuperCollider 3. Fra sbuffi, sibili, scoppiettii, eruzioni e gorgoglii vari, facendo ricorso ad astruse manipolazioni ritmiche, innescando passaggi improvvisi e mutazioni, Marcin Pietruszewski comunque non perde mai il gusto nel connettere più elementi e sperimentali accostamenti sonori, dando all’estrema diversità d’impulsi una certa coerenza e rigore. Un immaginario racconto poetico, un viaggio immaginativo, fanno comunque capolino fra i solchi e certi timbri e trasformazioni sonore sembrano mai ascoltate prima, in bilico fra psicoacustica fuzzy e avant-jazz lunatico.

“DRESSING WITH NAKAHARA” – slideshow da foto di Lucia Luce | Duplex Ride


Sul blog dei DuplexRide la segnalazione – con video – di una performance del collettivo. Sperimentazioni e fascinazioni di avanguardie sonore, artistiche.

MME dUO – awholerunboom | Neural


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Debuttano le MME dUO – Patricia Koellges e Tamara Lorenz – e per farlo scelgono Makiphon, label experimental di Colonia gestita dalla prima assieme ad Andreas Oskar Hirsch. Quello della coppia è un appassionato collage sonoro di forte matrice ritmica ed elettronica, nel quale i quattro lati del doppio vinile sono idealmente dedicati alle differenti stagioni dell’anno. Le due sperimentatrici utilizzano una gran varietà di strumenti e dispositivi, piccoli sintetizzatori, looper, diapason, basso elettrico, percussioni e voci. Un complesso setting atto a mettere insieme un tendenzioso conglomerato d’elettroacustica casalinga che è accompagnata anche da numerosi e interessanti videoclip, altrettanto pervasi da un robusto avanguardismo formale dalle tensioni piuttosto quotidiane e autobiografiche. L’effetto complessivo è tanto diversificato quanto sorprendente. “Sweet Cold Night” è ronzante ma quasi cinematica per le sue costruzioni ben spazializzate e un po’ aliene, “CutCut” è altrettanto straniante e minimalista, un po’ dondolante, sbilenca e con innesti di sonagli sordi. “RZCK”, che è parecchio estesa rispetto alle altre come durata con i suoi dieci a passa minuti, è focalizzata invece su percussioni incalzanti incastonate in un drone iterato alquanto industriale e urticante. In “Transmission” l’approccio è spoken word, rimanda a certa poesia sonora, mentre “Agent A” è piuttosto penetrante e sci-fi, con rumori striduli non ben identificabili se di origine naturale o artificiale. Patricia Koeliges e Tamara Lorenz, che ricordiamo anche per un precedente terzetto con Julia Bünnagel – Sculptress Of Sound era il nome del combo che sempre su Makiphon aveva pubblicato Spectodrama – adesso sembrano forse meno concettualmente dense che in passato ma meglio focalizzate tra elettronica, ambient e improvvisazione, una somma d’ispirazioni stilistiche forse abbozzate dal vivo dalla quale poi estraggono idee per chiudere le singole tracce, a cui necessariamente rimettono mano in fase di post-produzione. Le mademoiselle duo chiudono l’album con “HipWig” una delle tracce più introverse ma con qualche suono giocattoloso a far capolino fra i solchi, ricordandoci che si può rimanere “leggeri” anche a queste latitudini stilistiche.

Chef in galleria | Daniele Cascone


Collaborazione insolita per Daniele Cascone, l’esplorazione del connubio cibo e arte figurativa. Ecco i dettagli presi dal suo post. Chi può vada, non si perda questa splendida occasione di avanguardia e buon gusto.

Modica – Il binomio tra arte e cibo è sempre più diffuso al giorno d’oggi. Se le mostre di quadri e fotografie d’arte all’interno dei ristoranti sono divenute una consuetudine, è piuttosto insolito che i piatti di uno chef siano gustati in una galleria d’arte. È questa l’idea alla base di “Chef in galleria”, l’iniziativa organizzata da Lo Magno arte contemporanea di Modica. Domenica 2 dicembre alle ore 19 gli spazi espositivi di Via Risorgimento 91-93 si trasformeranno per una sera in un esclusivo ristorante. Dove gli ospiti potranno ammirare una mostra allestita con i “pezzi forti” della collezione di opere della galleria e gustare una “collezione di piatti” dello chef Accursio Craparo di Accursio Ristorante, stella Michelin nel cuore di Modica. L’iniziativa è la prima del genere nella provincia.

La serata gastronomica sarà preceduta, venerdì 30 novembre alle ore 19, dalla presentazione della collettiva d’arte. In mostra dipinti di Francesco Balsamo, Gianni Di Rosa, Franco Fratantonio, Emanuele Giuffrida, Sylvie Martens, Giovanni Viola, Giovanni Blanco, Frank Lupo, Sasha Vinci, Piero Guccione, Giovanni La Cognata, Irina Ojovan, Giuseppe Colombo, Francesco Lauretta, Andrea Cerruto, Piero Zuccaro, Giuseppe Puglisi; incisioni di Sandro Bracchitta; fotografie di Davide Bramante, Daniele Cascone, Aldo Palazzolo, Mariagrazia Galesi, Giuseppe Leone, Melissa Carnemolla, Claudio Centiméri e ceramiche di Nicolò Morales. L’esposizione potrà essere visitata dal 4 al 24 dicembre, tutti i giorni dalle ore 10 alle 13 e dalle 16 alle 20.

Domenica 2 dicembre gli ospiti della galleria potranno deliziare l’occhio e il palato. L’occhio, con le opere in mostra. Il palato, con un menù ispirato ai concetti di pittura e scultura, forma e colore, accompagnati dai Vini d’Autore di Luca Giunta.

«La cucina in generale, l’alta cucina in particolare – spiega lo chef stellato – trova nell’arte una naturale ispirazione. La stessa arte della presentazione assume un significato non tanto e non solo in relazione agli ingredienti e al piatto stesso, ma agli intrecci culturali che lo hanno generato, intrisi di riferimenti trasversali. Per questo, per la Galleria Lo Magno ho pensato a una piccola “collezione” di piatti che più di tutti rendono chiaro questo legame. Pane e Olio e Pane e Cipolla, innanzitutto, due omaggi alla tradizione contadina che ho ripensato quasi scultoreamente, attraverso giochi di forme e consistenze. Lo stesso si può dire del Carciofo, che nasce da un vero e proprio lavoro di studio della materia e di rappresentazione plastica. Verso suggestioni astratte si muovono invece “L’arancino si chiude a riccio”, ennesima evoluzione del mio storico arancino millesimo, e “Autunno”, un maialino arrosto in cui il contorno di castagne, nocciole, verdure spontanee e frutti rossi si ricompone pittoricamente in vere e proprie macchie di colore. E per finire, l’Uovo-illusione, il mio storico dolce-firma, concettuale e allo stesso tempo ludico, che tra le altre cose proprio il mese scorso è entrato nel menu di selezione internazionale del ristorante In Situ del San Francisco Museum of Modern Art».

La cena, solo su prenotazione, sarà riservata a un massimo di 40 persone che saranno ospiti della Galleria. Le prenotazioni potranno effettuarsi entro il 29 novembre telefonando allo 0932 763165 oppure al 339 6176251. L’iniziativa è realizzata dalla Galleria Lo Magno, in collaborazione con Accursio Ristorante, l’enoteca Vini d’Autore di Luca Giunta e il contributo di Sento Centro Acustico.

Avanguardie tecnologiche


Restano ancora pochi iati da conquistare, e infine il suggello è costituito da un watermark d’avanguardia tecnologica.

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"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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