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Furtherset – To Live Tenderly Anew | Neural


[Letto su Neural]

Tommaso Pandolfi, aka Furtherset, torna su -ous con To Live Tenderly Anew, album che arriva dopo le sue precedenti uscite del 2018, ovvero due EP, To Alter and Affect e Drawings of Desire and Hate, pubblicati entrambi sulla medesima etichetta. Il giovane musicista perugino aveva pubblicato nel lontano 2013, ad appena diciotto anni, la sua prima prova su formato esteso, un Cdr per la Concrete Records, opera alla quale fa seguito l’anno seguente un altro album, How To Be You su Bertrand Tapes, etichetta di cui è anche cofondatore. Sempre nel 2018 pubblicherà il suo terzo album per la White Forest, evolvendo in maniera più spinta i metodi compositivi che sono il suo marchio di fabbrica. Densità, intensità, fragilità ed emozioni caratterizzano l’approccio globale di Furtherset, sperimentatore che sembra specificatamente orientato a elaborazioni sonore che partono da idee prestabilite, turbamenti, presagi, linee ipotetiche o più precise suggestioni. Rimestare con la propria emotività è quello che da sempre gli artisti fanno, quando non imboccano le strade del mainstream: nell’opera di Pandolfi non è certo una sola particolare linea armonica o un certo modo di risolvere i trattamenti a definire il complesso stato d’animo dell’autore. Tutto sembra delinearsi in maniera molto diretta e mai banale, con una precisa attenzione ai dettagli che trasmette una cura, una passione per i suoni e un talento fuori dall’ordinario. Rispetto ai precedenti lavori di Pandolfi questa uscita – proposta in digitale e in cassette – ci sembra la più elegiaca, fennesziana, accessibile e comunicativa del suo già consistente repertorio musicale, divisa in sei tracce, tutte meritevoli d’attenzione, anche se a noi hanno particolarmente colpito proprio le ultime due in scaletta, “Uncoordinated Delicate Perfection” e “Choirs of Deception and Truth”. La composizione finale parte senza nessuna introduzione e, pur priva di battute, colpisce alle viscere per potenza ed espressività. La precedente è invece più iterata, sinuosa, stratificata e un po’ inquietante. Nonostante le fascinazioni per altri artisti e opere che inevitabilmente ricorrono tra i solchi e negli immaginari del giovane artista elettronico, il processo di scrittura di Furtherset è assolutamente individuale, ispirato e non derivativo. Dà vita a un suono compatto, raffinato, immersivo e coinvolgente, che cresce ad ogni successiva prova e che – siamo certi – darà ancora splendidi frutti.

Robin Schlochtermeier – Spectral | Neural


[Letto su Neural]

L’eclettico Robin Schlochtermeier, compositore e sound designer, musicista di formazione classica che non disdegna di prestare la sua opera per il cinema e la televisione, ritorna su Denovali dopo due EP, usciti uno nel 2017 e l’altro nel 2018, questa volta con un album comprensivo di nove differenti brani. Gli intrecci sonori sin dalla prima traccia in scaletta, “Lapping”, confermano un approccio combinatorio e l’utilizzo d’elementi sia organici che occasionalmente di sintesi, in accostamento a strumentazione tradizionale ed elettronica. In questo caso il pianoforte è in evidenza, insieme a una sequenza dronica piuttosto dilatata ed insinuante. Similmente nel pezzo successivo, “Woodlouse”, e nell’altro ancora, “Glacial”, è il flusso pianistico a dettare la grazia e l’espansione dei brani, seppure le trame in sottofondo si fanno più corali e stratificate. “Foghorn” è composizione umbratile e malinconica, ellittica e introversa, mentre in “Transparence” è un effetto come di risucchio ad unirsi al pianoforte ed al resto dell’orchestrazione cameristica. Anche “Flutters” risuona idealmente di flebili ricordi e narrazioni fantasticate. In “Sonnenstaub”, invece, a delle tenui percussioni sono aggiunte le registrazioni del frangersi di onde, rimanendo su un registro alquanto meditativo e assai placido. Si chiude con “Vapours”, decisamente elegiaca e un po’ più solenne di tutte le altre. L’album è piuttosto ambientale ed evocativo, intimo e onirico: il suono del pianoforte preparato induce a sensibili rimembranze e non sembra soltanto un vezzo quello d’utilizzare un pianoforte verticale inglese degli anni Cinquanta con corde originali consumate e inumidite alla bisogna con stucco per poster (l’effetto è un sustain smorzato, con un attacco acuto e una risonanza morbida). Tutto concorre nel creare un forte senso d’intimità e l’attenzione ai particolari è massima. “La mia ispirazione per l’album” afferma Robin Schlochtermeier “è legata all’essere diventato padre di recente e mentre la coscienza di mia figlia si stava formando, spesso catturavo uno sguardo stupito sul suo viso o notavo che si fermava e fissava qualche piccolo dettaglio nel suo ambiente”. Il profondo senso di mistero e anche d’apertura emotiva è assolutamente conseguente nelle tracce poi elaborate. Spectral non è affatto “spettrale” e tanto meno “spettralista”: l’ascolto è decisamente godibile, le sequenze sempre quietiste e gentili, con l’obiettivo esplicito d’esplorare una tavolozza limitata di suoni e di creare spazio e meraviglia negli arrangiamenti. Risultato che ci sembra decisamente riuscito.

Geins’t Naït & L.Petitgand – Like This Maybe Or This | Neural


[Letto su Neural]

Quelle agite da Geins’t Naït & L.Petitgand sono ambientazioni piuttosto misteriche e inquietanti, intrise da costruzioni melodiche e strati elettronici, inviluppi a volte densi di citazioni industriali, completati spesso da voci sognanti e arrangiamenti cinematici. Alle tensioni post-industriali di Geins’t Naït, già molto metropolitane e anni ottanta, si sommano le arie più gentili e musicali di L.Petitgand, anche compositore di colonne sonore, uno specialista del genere, che ha collaborato con maestri del cinema quali Wim Wenders e Paul Auster. Like This Maybe Or This è un perfetto intreccio di queste sensibilità, che a noi pare particolarmente riuscito proprio quando i passaggi si fanno edulcorati, poetici e piuttosto malinconici. Sono dodici le tracce comprese nell’album e i titoli vantano nomi enigmatici, sibillini, che poco ci aiutano a decifrare un senso anche narrativo della produzione. A noi – in ordine né sequenziale né d’importanza – sono piaciute molto “Dustil”, “Naga”, “Aphro” e “22”, forse le proposte più romantiche ed ibride, con un’elettronica misurata, insieme ad armoniche soluzioni e trasalimenti digitali, anche se la più rappresentativa fra le proposte presentate è forse proprio la composizione iniziale, “Shape of Stories”, forte di vocal maschili particolarmente accattivanti. Notevole è anche l’artwork dell’uscita che si deve al fotografo Francis Meslet, che con aplomb ruin porn accentua il senso di decadimento e nostalgia insito nelle partiture del duo, atmosfere quasi desolate ma che esprimono una loro profonda bellezza, come nella foto di copertina, uno scatto del 2014 fatto in Italia, che testimonia d’un asilo abbandonato, probabilmente un grande schedario – un archivio – oramai del tutto inutilizzato. L’uscita, che si deve all’etichetta Ici d’ailleurs, prende posto nella Mind Travels Series, collezione arrivata oramai alla sua decima implementazione. L’interazione tra i due artisti è assai fluida e non potrebbe essere altrimenti, visto che è dagli anni ottanta che – anche a fasi alterne – questa collaborazione è attiva: sono passati cinque anni dopo l’uscita di “Je vous dis” – sempre per la stessa raccolta – e di nuovo il duo è stato capace di catturare l’attenzione, invitando gli ascoltatori a un viaggio interiore, inebriante e raffinato.

Anthony Pateras – Pseudacusis | Neural


[Letto su Neural]

È un settetto elettroacustico quello messo in campo da Anthony Pateras per il progetto Musica Sanae, sviluppato con il Creative Victoria Creator’s Fund. L’opera che ne scaturisce, Pseudacusis, è stata eseguita nel 2019 a Napoli, Sokolowsko, Berlino e Cracovia, quest’ultima la location nella quale al Sacrum Profanum Festival – curato da Krzysztof Pietraszewski – è stata registrata per intero la performance che possiamo ascoltare adesso in questa uscita a marchio Bocian. A essere più precisi si tratta di un progetto di collaborazione artistica tra tre realtà europee: Phonurgia di Napoli, In Situ di Sokolowsko (Polonia) e NK di Berlino. L’idea alla base del progetto sonoro è quella di esplorare il legame tra musica e medicina, tema piuttosto inconsueto e che nel caso di Pateras rimanda in particolare alle sue ricerche sulla componente allucinatoria del suono. I musicisti scelti provengono dalle tre città succitate e sono Chiara Mallozzi, Riccardo La Foresta, Mike Majkowski, Lucio Capece, Gerard Lebik e Tiziana Bertoncini. Anche il titolo, rispettando il proposito del progetto, è una citazione che ha origine medico-scientifica. Pseudacusis è un termine specifico che significa allucinazione o illusione uditiva e Pateras suggerisce direttamente quali sono gli stati ai quali si è ispirato: la pareidolia uditiva, la sindrome della testa che esplode, le emissioni otoacustiche e più in generale la psicoacustica. Ancor più suggestivo è come Pateras sviluppa in maniera strettamente tecnica queste suggestioni, spazializzando il suono, modulando il pitch e i timbri delle sequenze, avvalendosi di effetti stocastici, dinamiche estreme o eterodinamiche, ripetizioni poliritmiche e ambienti di altoparlanti acusmatici. Non mancano le interferenze elettroacustiche, così come l’utilizzo di frequenze di battute e di toni differenti. L’ensemble è alquanto particolare e vede accanto al violoncello, il violino e il contrabbasso, ai quali sono affiancati due fiati e le percussioni. Non tutti i musicisti citati, che sono stati davvero essenziali nello sviluppo delle liriche nelle sue esecuzioni iniziali, hanno poi potuto essere presenti a Cracovia per la registrazione di questo album e sono stati sostituiti da Krzysztof Guńka al sassofono, da Deborah Walker al violoncello e Lizzy Welsh al violino. C’è da dire che anche la costruzione dell’opera è stata alquanto particolare, con un primo nastro realizzato in Australia, registrato con altri musicisti ancora, che suonano gli stessi strumenti del settetto. Pateras ha poi elaborato singolarmente i suoni, orchestrati successivamente con l’ensemble in Europa. Dal vivo, ogni membro dell’ensemble era in mezzo agli altoparlanti, con Pateras che mixava e innescava l’elettronica situandosi al centro dello spazio.

Yannis Kyriakides & Electra – Face | Neural


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Yannis Kyriakides è un compositore e sound artist cipriota di nascita (classe 1969), emigrato in UK nella prima adolescenza e poi, dopo i vent’anni, trasferitosi definitivamente in Olanda, nella cui capitale adesso vive e lavora occupandosi principalmente di dar vita a nuove tipologie e ibridi di media che problematizzando l’atto dell’ascolto trovano le forme di raffinate e complesse esecuzioni e installazioni. Il rapporto tra percezione, emozione e linguaggio – e come quest’ultimo definisce la nostra esperienza del suono – è un elemento centrale del suo operare, adesso in particolare improntato alle relazioni che si creano tra parole e musica, soprattutto attraverso l’uso di sistemi di codifica delle informazioni, sintetizzando voci e proiettando testi musicati. L’idea di voci solo immaginate e idealmente interiori ha sempre appassionato Yannis Kyriakides, che torna sull’etichetta di casa, la Unsounds, per questo Face, un LP nel quale il viso e le espressioni facciali diventano il presupposto per poetici esercizi di stile assieme al quartetto Electra, composto da Diamanda Dramm, Susanna Borsch, Michaela Riener e Saskia Lankhoorn (tutte musiciste che utilizzano la voce e aggiungono strumenti quali pianoforte, tastiere e violino). A Kyriakides non rimane che strutturare meticolosamente i singoli brani e occuparsi dell’elettronica, qui non particolarmente spinta se non nelle robotizzazioni vocali e mantenuta tenue, invece, in tutto il resto delle stratificazioni, che non sono mai prevaricanti e che nella loro resa multimediale assommano anche registrazioni, scanner e proiezioni video. Naturalmente, le informazioni che sono tratte utilizzando appositi software di riconoscimento facciale, assumono opportuno valore come set di dati e non sono solo una manifestazione di emozione e identità, s’imprimono cioè in quanto dati che l’artista utilizza secondo parametri all’uopo impostati. Alla complessa realizzazione di Face hanno dato il loro apporto anche l’artista visivo Johannes Schwartz e la scrittrice Maria Barnas: l’artwork, che comprende fotografie e testi dei due, utilizzati anche nelle esibizioni dal vivo, è completato inoltre da un libretto di 12 pagine, il cui design si deve allo studio grafico Experimental Jetset. L’ascolto è decisamente piacevole, i suoni gentili e il contrasto fra arie cameristiche, voci e digitali emergenze auditive, mantenuto sempre assai vivido e non convenzionale.

Tine Surel Lange – Works for Listening 1-10 | Neural


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Album di debutto in solo per la compositrice norvegese e artista interdisciplinare Tine Surel Lange, sperimentatrice avvezza oltre che alla semplice produzione sonora anche a installazioni, performance e opere audiovisive strumentali ed elettroacustiche. Sono piccole partiture molto dilatate ed ambientali quelle presentate, avvolgenti ma mai elegiache, pregne di suoni molto definiti e spazializzati. Tutti i lavori presentati in questa uscita per Sofa sono stati composti in Ambisonics di quinto ordine, un formato audio surround full-sfera che, oltre al piano orizzontale, copre sorgenti sonore posizionate sopra e sotto l’ascoltatore, anche se poi per esigenze pratiche sono stati presentati in molti formati diversi. Il lavoro di Tine Surel Lange con questo sistema permette una rappresentazione spaziale delle informazioni sonore il più realistica possibile e parte da catture auditive mono, solitamente eseguite con microfoni a contatto, registrazioni che spesso possono vantare una grana assai fisica e tattile, decontestualizzate dalle loro provenienze originarie, materiali quasi sempre di natura organica, in varia misura rimodulati operando su toni, percussioni, rumore, risonanze e strati vocali. L’attenzione è focalizzata in particolare all’estetica dell’ascolto e ci s’interroga sulle categorizzazioni psicologiche del suono. Gli ambienti sonori sono quasi sempre creati con materiale tratto dalla vita di tutti i giorni e questo s’imprime come una sorta di realismo magico, emanando un fascino non indifferente venato da sperimentalismi cameristici, elettroacustica e drone music. L’esaltazione d’un simile approccio è chiaramente quella dei live o di installazioni multicanali: non è un caso, infatti, che queste composizioni possano vantare un numero davvero cospicuo d’esecuzioni a più latitudini. Anche nella più semplice decodifica stereo si apprezzano, tuttavia, i movimenti verticali dei suoni, si distingue una particolare cura dei dettagli e quanto i flussi musicali nelle differenti composizioni risultino avvincenti sin nei minimi passaggi, frutto d’iterazioni davvero rarefatte e coinvolgenti. Nelle composizioni di Tine Surel Lange le forme astratte di gran parte delle manipolazioni audio diventano palpabili, molto tangibili, in un processo d’ascolto sicuramente realistico e suggestivo. Le registrazioni ambisoniche, la cui scoperta come tecnica risale agli anni settanta, godono di grande attenzione negli ultimi tempi, grazie proprio alla loro affinità con il mondo delle telecamere 3D e della realtà virtuale. Tine Surel Lange è una specialista di questa metodologia e il suo lavoro per questo album ne è la dimostrazione.

 

Prins & Simonis – Mothers Of Exit | Neural


[Letto su Neural]

Gert-Jan Prins e Lukas Simonis sono due esperienziati e ben conosciuti musicisti improvvisativi che in questa loro prima collaborazione hanno dato vita a sette brani, produzioni piuttosto aspre e dissonanti, venate da inserimenti rumoristici, sibili ed effetti sghembi, oltre che dai suoni scaturiti da chitarre, sintetizzatori modulari, microfoni e da una batteria utilizzata in maniera piuttosto viscerale e imponente. Entrambi i musicisti danno fondo al loro repertorio di conoscenze specialistiche: Prins a suo agio nelle parti più ritmiche, utilizzando microfoni ed effettistica varia, Simonis alla chitarra, al synth e alla blippoo box, un generatore elettronico di sonorità che opera secondo i principi della teoria del caos. Stilisticamente il duo è in bilico fra jazz e noise rock, facendo ricorso a molte di quelle che sono tecniche improvvisative ben consolidate. Per esempio alle coppie oppositive (vuoto-pieno, ritmo-melodia, ripetizione-differenza, dentro-fuori), oppure tonicizzando o sostituendo gli accordi, alternando tappeti rumoristici poco definiti a interventi strumentali più nitidi, utilizzando specifici espedienti di addizione e sottrazione ritmica. In Mothers Of Exit i suoni, insomma, sono sempre degli avvenimenti e i modelli e le trame delle tracce presentate offrono continue mutazioni, cambi d’atmosfere e livelli energetici, rimanendo sostanzialmente rumorosi ma mai convenzionali. I due eclettici performer non mancano nel ritornare ai loro strumenti d’elezione, la batteria per Prins e la chitarra per Simonis, ma allo stesso tempo è molto forte e presente tutto il resto, che non può essere percepito come semplicemente aggiuntivo. La coerenza fraseologica improvvisativa del duo è indiscutibile e seppure alcuni elementi di matrice rock potrebbero sembrare piuttosto “minimali”, l’insieme d’intrecci presentato non è affatto scarno e presenta una complessità piuttosto accentuata. “La complessità è ciò che è tessuto insieme” – per dirla con le parole di Edgar Morin – e qui sono molteplici gli elementi che concorrono al risultato finale, godibilissimo, vivido e pungente, che ci fa interrogare sulle cause dei processi sonori e sul con-esserci che l’ascolto determina.

 

Snow Palms – Land Waves | Neural


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Snow Palms, la band composta adesso da David Sheppard, Christopher Leary e Matt Gooderson -quest’ultimo oramai aggiunto stabilmente nell’ensemble – ha elaborato questo suo terzo album sempre per la Village Green Recordings, la stessa etichetta delle prime due uscite pubblicate su formato esteso, risalenti oramai al 2012 e al 2017. Se spesso – soprattutto nell’ambito della critica rock – è utilizzata per questo collettivo la categoria postminimalismo, suggerendo implicitamente che ci si trovi di fronte a musicalità che vengono sulla scia del lavoro e delle teorizzazioni di Terry Riley e Philip Glass, l’impressione che noi ne ricaviamo, invece, è che la sostanza sonora sia nel caso specifico molto meno ideologizzata e più lieve rispetto alla seminale scuola della musica ripetitiva, incentrata più sugli sviluppi melodici in chiave quasi orchestrale e portatrice di un’ariosità predominante rispetto alla pura iterazione di specifici fraseggi privi di una struttura musicale definita dall’armonia. È vero tuttavia che la stessa Village Green Recordings sottolinei l’iterazione fra minimalismo, nuova classica e musica elettronica, elementi che in parte nelle corde del trio sono comunque presenti, frutto di intricati e sensibilissimi inviluppi, dal flusso immaginifico e piuttosto gentili nelle trame. Si parte negli ascolti con “Atom Dance”, traccia d’apertura di quasi nove minuti, ipnotica e insinuante, infarcita da vocal tenuemente spumeggianti e da un gusto quasi lounge ed esotico, incasellato in interazioni piuttosto avvolgenti e scampanellanti. “Everything Ascending” è invece una composizione appena più lunga della precedente e vanta anch’essa voci suadenti e un flusso musicalissimo, traccia che era stata anticipatrice dell’album in un EP dello scorso anno e che ci conferma quanto queste articolate ripetizioni siano tutt’altro che scarne, essenziali ed esiziali. Le atmosfere sono edificanti e molto placide anche nella successiva “Evening Rain Gardens”, incisione ancora più spirituale e meditativa, nella quale ancora spicca la voce di Megan, moglie di Matt Gooderson. In “Landwaves”, la title track, l’intreccio di percussioni e synth è pure molto quietista, serafico anche se insistente, così come parecchio misurati e puntinisti sono i trattamenti che si devono ai fiati. Anche nelle restanti tre tracce, prima di concludere con la radio version di “Atom Dance”, l’approccio fondamentalmente non cambia, così come nelle esibizioni dal vivo nella quali il potenziale della band raggiunge a nostro avviso i massimi livelli di amalgama e levità.

“M” by Milena Medu | Free Trip Downl Hop Music Blog


L’incedere interiore al ritmo elettrico, dissonante e armonico. Da FreeTrip.

Franck Vigroux – Ballades Sur Lac Gelé | Neural


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Mika Tapio Vainio, sia nei Pan Sonic che sotto il suo moniker Ø, è stato uno dei musicisti e sperimentatori che maggiormente ha influenzato la nuova estetica elettronica degli anni novanta, innestando elementi glitch e fomentando una techno minimale ma aggressiva, infusa da frequenze distorte e atmosfere melodiche. L’opera di Vainio – che ricordiamo è venuto a mancare nell’Aprile del 2017 – è significativa anche in relazione alla storia della Raster-Noton, etichetta che oramai da tempo ha scelto di separare i suoi percorsi, tornando alle origini di due entità separate. Franck Vigroux e Mika Vainio hanno suonato insieme al Berghain e hanno anche collaborato in un live a La Muse en Circuit e per “Luxure”, forse l’ultima registrazione dal vivo prima della dolorosa scomparsa di Mika Vainio. “Drive”, la prima traccia di Ballades Sur Lac Gelé, risale proprio all’ultimo periodo di collaborazioni fra i due, seppure l’impostazione ci pare più dinamica e altalenante ritmicamente, caratterizzata anche da ambientazioni un po’ space-vintage. Insomma è a Mika Vanio che questa traccia e l’intero album sono dedicati ma Vigroux non abdica al suo personale tocco, fatto di trasalimenti sintetici e modulazioni assai variate, di citazioni futuribili e incombenti flussi distopici. La successiva, “Cygnus X-1”, è più elegiaca ma può esibire altrettanta energia e trattamenti sci-fi, mentre in “Ritournelle” è il Vigroux più onirico e sperimentale ad articolare minimali modulazioni elettroniche in un riff altamente emotivo. Insomma, non è sempre un tutto pieno a prevalere e l’alternanza di momenti e interazioni fra le diverse parti è sempre distribuita con maestria e notevole attitudine narrativa, contando su una studiata successione di sequenze melodiche e ritmiche. Si chiude con “Atotal” mettendo mano al repertorio più crudo e dissonante del quale Vigroux è capace, riportandoci ancora qui, in particolare, alle sue aspre e iper-vivide collaborazioni con Vainio. Franck Vigroux sviluppa bene la suggestione insita nel titolo di una passeggiata su un lago ghiacciato ed è a suo agio nel dar vita ad ambientazioni mantenute vivide da una tensione costante, così come nell’innestare passaggi elegiaci e risonanze dinamiche che immaginiamo durante un live ancora più funzionali e reattive.

The Nefilim

Fields Of The Nephilim

AppartenendoMI

Ero roba Tua

AERIA VIRTUS

"L'unico uccello che osa beccare un'aquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'aquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

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