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Archivio per BandCamp

Sargo / Posidonia (CSR317LP) | Sleep Research Facility / Llyn Y Cwn | Cold Spring


Storie di uno spazio profondo, sterile, concentrato su dettami non antropocentrici. Ascoltane il suono, e fluisci nell’inumano.

Matmos – Regards​/​Ukłony dla Bogusław Schaeffer | Neural


[Letto su Neural]

Anche un oscuro compositore come Bogusław Schaeffer (ma non così oscuro da essere confuso con Pierre Schaeffer, il teorico della musica concreta) può assurgere a raffinato espediente per le manipolazioni elettroniche dei Matmos, ovvero Drew Daniel e Martin C. Schmidt, duo di Baltimora che negli anni ha imposto un’operatività sempre in bilico fra ricerca e piacevolezza, concettualismo e groove, rigore (a particolari vincoli autoimposti nella produzione dei loro album) e disinvoltura. In questo caso l’ispirazione è arrivata da un sample pack della musica di Schaeffer realizzato dal Polish Radio Experimental Studio (PRES), una delle prime istituzioni nell’Europa del blocco orientale dedicate alla musica sperimentale ed elettronica, particolarmente specializzata, a partire dalla fine degli anni cinquanta, nel fornire materiali per quelle che erano le nuove esigenze di cinema, radio e televisione. Nel tentativo di far conoscere più ampiamente la storia dello studio sperimentale radiofonico polacco, l’Instytut Adama Mickiewicza (IAM), ha commissionato la produzione di una libreria di campioni da alcune delle opere realizzate in quegli studi. Al giorno d’oggi, la creazione di campioni è il modo più semplice per dare una seconda vita alle registrazioni d’archivio e i Matmos hanno pensato bene di servirsene assecondando anche la tendenza imperante – in epoca post-techno – di andare alla ricerca delle radici analogiche del suono digitale contemporaneo. A livello tecnico poi, le pratiche di un centro come il PRES, proprio per la sua vocazione “commerciale”, erano piuttosto simili a quello che oggi fanno molti degli artisti elettronici ed anche i Matmos, campionare opere proprie o di altri compositori, attingere al pop (o se preferite alla musica popolare), riutilizzare lo stesso materiale in diverse composizioni in modo “simile a un remix”, aggiungendo impulsi ritmici regolari a suoni e trame sperimentali. Anche Bogusław Schaeffer, come molti altri compositori polacchi della sua generazione, si muoveva fra modernismo piuttosto classico e sperimentalismo, dando però vita a seminali suoni elettronici e partecipando all’attività del Gruppo di Cracovia guidato dal regista teatrale e pittore Tadeusz Kantor, un’assoluta icona delle scene d’avanguardia internazionali. Il risultato di questo leggiadro recupero dei Matmos, adesso, scevro da ogni velleità critica rispetto agli originali ed essendo estremamente libero ogni utilizzo dei materiali scelti, è nel complesso godibilissimo. Il ricercato taglia e cuci conferma l’abilità del duo, imbattibile in studio così come nell’inventare per le proprie uscite relazioni e teorie sempre accattivanti ed esteticamente coerenti.

 

Özcan Saraç – Copnvvvs | Neural


[Letto su Neural]

Copnvvvs è il debutto su formato esteso dell’artista, musicista e conceptual performer Özcan Saraç che va ad arricchire il catalogo della Kaer’Uiks, etichetta tedesca dedita a un experimental piuttosto rumorista, poliritmico e venato da decostruzioni digitali dalle multiformi sfaccettature. Assecondando le linee di ricerca dell’etichetta, anche in questo caso la mescola è iper-vivida, con forti venature glitch, noise e IDM, categorie stilistiche che oramai danno vita a indefinibili connubi, ai confini di molteplici pratiche artistiche e musicali. Il fuoco d’artificio elettroacustico ed elettronico è continuo nelle undici tracce presentate, senza sosta alcuna, assecondando un flusso seghettato e ansiogeno, poco propenso a soluzioni di comodo. Copnvvvs è opera vetriolitica ma elegante nel suo compact disc in policarbonato nero (con stampa negativa sullo strato superiore cromatico), accompagnata da un digipak a 6 pannelli di alta qualità in un’edizione limitata di soli 50 pezzi. La prima traccia dell’album, “AaAC7ES7F2n”, è subito rappresentativa della potenza messa in campo: sono dieci minuti d’iperboli dense e digitali, con parti vocali ricche d’effetti e manipolazioni varie, a malapena riconoscibili come tali, sottostanti ad un taglia-e-cuci assai abrasivo, martellante, pieno di gorgoglii, sciabolate sintetiche, sussulti percussivi e intrecci elettroacustici portati a uno stadio di parossismo auditivo. Non c’è nessuna melodia a far capolino fra i solchi, nessun contrasto organizzato ad arte fra le parti (pieno-vuoto, rumore-silenzio, interno-esterno). Tutto è compresente, sullo stesso piano, esibito in maniera sfacciata. Özcan Saraç vanta un curriculum e un approccio da artista globale – più che da musicista – e non cede a compromesso alcuno, sviluppando un impatto rumorista oltremodo contundente. Il suo riottoso brutalismo glitch generativo colpisce nel segno, anche in questo caso “sopra ogni cosa”, parafrasando il titolo di una sua installazione dalle altrettanto potenti istanze attiviste e politiche. Alle paure ingiustificate prodotte dalla simulazione messa in scena su scala globale la maniera di un artista di rispondere al controllo centralizzato è quella d’aumentare il grado di radicalità e scontro estetico andando a destrutturare – ad esempio – proprio le abitudini d’ascolto e i concetti di gradevolezza, decoro e armonia.

Michel Redolfi – Sonic Waters, Underwater Music 1979 – 1987 | Neural


[Letto su Neural]

È una mescola materica, densa, evocativa e labirintica, quella che scaturisce da Sonic Waters, un progetto avviato nel 1978 dal compositore transalpino Michel Redolfi e segnato dalla comparsa nelle scene dell’epoca di quelli che erano i primi sintetizzatori digitali, in particolare il Synclavier, uno strumento che ha letteralmente segnato gli ambiti sia pop che avanguardistici, in particolare apprezzato da musicisti e studi di produzione per la profondità dei suoni, la versatilità e la facilità d’uso. Redolfi fu un seminale utilizzatore di questo strumento, già dal 1977, ben prima che fosse adottato da produttori come Mike Thorne, che lo utilizzò per modellare il suono di band new wave quali Siouxsie & The Banshees, Soft Cell, Marc Almond e Bronski Beat, o da artisti di confine quali Laurie Anderson e Frank Zappa. A fine anni settanta – è doveroso ricordarlo – la synth-music proprio in Francia già celebrava il suo campione olimpico, Jean-Michel Jarre, emblema in qualche modo di come un artista elettronico possa riuscire a conquistare l’attenzione di una vasta audience e rompere quella dicotomia fino ad allora ferrea, che collocava su piani differenti sperimentazione e mainstream. Sempre di quegli anni è anche l’idea di connotare “per ambienti” i propri progetti musicali, sia come spazi per concerti che come immaginari narrativi. Qualcuno preferiva riferimenti urbani particolarmente caratterizzanti, altri, come Michel Redolfi, facevano correre l’immaginazione in direzione di spazi naturali, vasti, fuori dalle anguste sale da concerto. È questo il caso della sua Musica Subacquea, che situava nell’Oceano Pacifico il suo spazio d’elezione, sia per l’acustica che per ragioni culturali. L’estetica e la tecnica che stanno dietro questa scelta saranno poi costantemente sviluppate nel tempo, nel corso di ben quattro decenni, con esibizioni in siti naturali, in riserve marine ecologiche o in grandi piscine pubbliche metropolitane, ben oltre questo che è adesso l’arco di lavori raccolti per Sub Rosa. Michel Redolfi ha suddiviso Sonic Waters, Underwater Music in 2 parti, musica per l’acqua dolce (1981) e musica per acqua salata (1979-1987), classificazione tassonomica ma anche specificatamente funzionale agli spazi nei quali la musica è stata eseguita. L’ascolto risente indubbiamente del tempo che passa ma è ancora assolutamente accattivante e coinvolgente.

▶︎ Devotio | Onasander & Ashtoreth | Winter-Light


La nuova proposta di Onasander (insieme ad Ashtoreth): Devotio. E cosa c’è di meglio di questo soffio gelido disincarnato, siderale, in questo momento solstiziale di buio intenso e massimo?

Ben Vida + Marina Rosenfeld – Leaving | Neural


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Sono quattro gli altoparlanti posizionati da Marina Rosenfeld e Ben Vida, sperimentatori sonori che assieme hanno già pubblicato due album, Feel Anything e Vertice, il primo per iDEAL Recordings e l’altro per Fridman Gallery. Una nuova composizione di oltre 32 minuti, questa volta ideata per il festival Skaņu Mežs, associato alla rete ICAS (International Cities of Advanced Sound), che sin dal 2003 si tiene a Riga, in Lettonia, contribuisce ad ampliare il già interessante catalogo della 901 Editions di Fabio Perletta, etichetta italiana a sua volta attenta alle ibridazioni fra musica sperimentale e arte contemporanea, che ben si presta a far da sponda alle poetiche generative e alla creativa sensibilità dei due newyorkesi. Leaving è una meditazione degli artisti sull’assenza e la presenza, sulla frammentazione e la deriva della nostra realtà presente, una riflessione nata non a caso durante la calda estate della quarantena Covid-19 e intrisa anche di precedenti elaborazioni musicali, quasi a condensare la memoria anche improvvisativa ed elettroacustica del duo, in virtù d’inediti intrecci e complesse permutazioni. Sono infatti soprattutto i continui spostamenti tonali, densi e ipnotici, a conquistarci nell’ascolto, dipanando sussulti gorgoglianti e droni, micro-emergenze auditive insondabili, scampanellini, fruscii e ispidi trattamenti. Anche il packaging dell’uscita riflette a suo modo della stessa bellezza e forza dei suoni, con un raffinato CD masterizzato su vetro in una custodia digi-sleeve, con un opuscolo di 8 pagine pregno dei testi di Evan Calder che esplora e documenta il progetto. Anche se le sequenze risonanti di Leaving incedono un po’ malinconiche e stranianti, a volte stridenti e gutturali, evocando visionarie distese d’atmosfere e texture fluidiformi, oppure imprimendosi tese e ipnotiche, non mancano aliene melodie a far capolino fra i solchi e a rendere il tutto ancora più sognante, infondendo un esotismo anche effettistico e un po’ retro-future. La sensazione è che il duo organizzi momenti improvvisativi in successive strutturazioni, in una ben articolata integrazione d’elementi e relazionale, che ha come base anche un approccio concettuale nell’impiego di altoparlanti. Insomma, gli elementi messi in gioco sono sempre in continua evoluzione e non potrebbe essere altrimenti considerando la vocazione e la storia di performance, installazioni e sculture sonore che intersecano le pratiche sperimentali assai varie dei due artisti. Il modello è quello d’una sorta di conversazione sonora, esattamente il contrario della composizione, seppure la preparazione accurata del set favorisca poi un approccio fluido e ispirato, astratto ma allo stesso tempo molto efficace e immaginifico.

Agostino Di Scipio & Dario Sanfilippo – Machine Milieu | Neural


[Letto su Neural]

Una trattazione quasi indecifrabile e inaudibile, se il suono è l’interfaccia, non va interpretata nel senso di una mancanza, anche perché le inibizioni e gli stessi silenzi – facendo nostri gli insegnamenti di John Cage – letti in un particolare contesto, ci parlano di un senso pubblico dell’ascolto e prevedono altre informazioni, al fine d’essere riconosciuti in quanto eventi “musicalizzati”. Agostino Di Scipio e Dario Sanfilippo in Machine Milieu oltre ai rarefatti suoni materici, crudi e ultraterreni, dipanati in dodici tracce, presentano un opuscolo di sedici pagine, comprensivo di un’analisi visiva dei pezzi come spazi di fase 3D in cui le dimensioni sono il volume e il baricentro spettrale, oltre a varie curiosità su ognuna delle composizioni. Il progetto consiste in due sistemi dinamici autonomi, sviluppati indipendentemente e progettati per interagire tra loro attraverso l’ambiente. Sempre Cage ci ricorda che si ascolta con il proprio corpo e questa inconfutabile verità è a sua volta permeata dalle abitudini d’ascolto che acquisiamo per cultura, contesto sociale e dimestichezza con certi costrutti musicali. Di Scipio e Sanfilippo hanno sviluppato a tal proposito, invece, una singolare predisposizione su come un preciso set può cambiare le carte in tavola. Si tratta in questo caso di esplorare la possibilità di meta-sistemi, l’ibridazione di macchine autonome, con o senza intervento umano, nonché la formulazione di un insieme di modalità acustico-spettacolari in cui l’uomo e la macchina sono un tutt’uno. I performer e le macchine, allora, hanno come sponda un ambiente sonoro condiviso e mettono a frutto uno scambio energetico e informativo, una sorta di comunicazione desiderante che diventa una fonte di reale comportamento musicale. Insomma, il duo eccelle nel progettare sistemi di feedback musicale, che sono anche adattativi e ognuno dei due sperimentatori si riserva comunque la possibilità di interferire frequentemente nel funzionamento dei propri apparati, sia tramite l’interfaccia basata sullo schermo del computer, sia manipolando componenti analogici e meccanici dell’intera configurazione (microfoni, piezo-dischi, altoparlanti da studio, piccoli risonatori acustici, ecc.). L’ecosistema delle prestazioni, ovvero l’intero campo di interazioni tra l’agire del musicista e le attrezzature – contraddistinte dai dispositivi informatici e dall’elettroacustica analogica – è configurato come un ambiente unico con il quale confrontarsi e operare creativamente ulteriori trasformazioni. Il risultato è a dir poco cristallino, affascinante e veramente speciale.

Tobias Freund – Hall ov Fame | Neural


[Letto su Neural]

A marchio Concentric Records, questa nuova prova di Tobias Freund subito colpisce la nostra attenzione per la citazione felliniana di copertina, un Marcello Mastroianni in La Città delle Donne, opera cinematografica che a sua volta vantava manifesti e locandine con in bella mostra un disegno poco convenzionale ma estremamente attrattivo realizzato da un giovanissimo Andrea Pazienza. “Ho i film nella mia testa” dice il raffinato musicista tedesco e ciascuna delle otto tracce rappresenta una scena di un cortometraggio fittizio, a volte con un’atmosfera piuttosto chiusa, ovattata e densa di tensione, in altre occasioni agitando tessiture leggiadre, positive e oniriche, comunque con un forte taglio ambientale ma anche con innesti elettroacustici e trattamenti esotico-space a far capolino tra i solchi. Sono tre i cardini che fungono da costanti punti di riferimento: i pattern elettronici ed acustici d’impianto ripetitivo, le voci che provengono come da lontano e le field recording d’origine incerta e a volte di non facile identificazione. Anche un altro celebratissimo regista, Ingmar Bergman, oltre che il maestro riminese, sottolineava che “non c’è nessuna forma d’arte come il cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima”. Forse è questo, semplicemente, lo scopo recondito di Tobias, sperimentatore sonoro che assomma capacità piuttosto difformi – mix engineer e maverick di studio, collaboratore di Atom™, veterano del Berghain – che lo consacrano specialista a 360° di quelle che sono le scene internazionali dell’electronic music, con un range d’influssi e stratificazioni che va dal post punk a Stockhausen. Quello di creare eventi psico-cinematografici, rimestando nella capacità dell’ascoltatore di emozionarsi, evocando tutta una gamma di sensazioni, come in un vero e proprio film mentale che scorre non solo nella nostra immaginazione ma che coinvolge anche tutti gli altri sensi, non è certo impresa di poco conto. Nelle produzioni di Tobias Freund è difficile cogliere un’ispirazione univoca e nonostante la qualità e la quantità dei progetti nei quali è stato protagonista o ha collaborato, dagli anni ottanta ad oggi, è esorbitante ed è bello oggi vederlo ancora in carreggiata e così propositivo, a suo agio implementando anche musicalità come questa, molto astratte, concettuali ed evocative. La musica in generale è però più di una semplice somma dei suoi pezzi materiali e questo disco va ascoltato tutto d’un fiato, lasciandosi guidare dall’esperienza e la passione che esprime.

Alvin Lucier – Bird and Person Dyning | Neural


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Continua la serie di ristampe che la Dialogo di Luciano Cantone dedica alla Cramps Records, storica etichetta milanese anni settanta, una delle più importanti del panorama europeo non-mainstream in quel periodo e che negli stessi intenti dei fondatori, Gianni Sassi, Sergio Albergoni e Franco Mamone, aveva appunto come obiettivo quello di valorizzare gli artisti più all’avanguardia, che non riuscivano a trovare spazi nel circuito discografico tradizionale. Finalmente, dopo decenni fuori stampa, a rivedere la luce tocca adesso a Bird and Person Dyning, opera del maestro Alvin Lucier, un compositore statunitense di musica sperimentale, uno dei seminali specialisti d’installazioni sonore, membro del progetto Sonic Arts Union con Robert Ashley, David Behram e Gordon Mumma, musicista che si è dedicato ad un approccio avanguardistico proprio a partire dall’Italia, dove si trasferì nel 1960. L’opera, pubblicata originariamente nel 1976, è il primo LP da solista del compositore, un album visionario e a tutt’oggi modernissimo ma che potremmo pensare abbia un titolo con un errore di stampa nella pur stilizzata e tendenziosa copertina. No, non è così: dyning è la versione abbreviata di heterodyning, un termine che è ampiamente utilizzato nel campo dell’ingegneria e della strumentazione delle onde radio, praticamente da più di sessanta anni prima di queste registrazioni, già nei giorni dei primi tentativi di trasmissione della voce umana via radio. Il fenomeno è quello per cui se due onde sonore vengono mescolate – in un mezzo non lineare – vengono creati due segnali extra con la somma e la differenza di frequenza. Questo fenomeno può verificarsi anche quando le onde sonore raggiungono il nostro orecchio, con l’eccezione che nell’orecchio si producono principalmente “toni di differenza”. In Lucier sarà sempre forte l’attenzione nell’esplorare le teorie scientifiche riguardanti le proprietà fisiche del suono e questo – in qualche modo – è un suo primo manifesto a proposito, una dichiarazione d’intenti di come l’esecutore debba mettere in campo toni differenti. Questi toni in Bird and Person Dyning provengono da due sorgenti sonore differenti, quelle di un richiamo elettrico d’uccelli – originariamente un ornamento natalizio che produce il cinguettio – e, in secondo luogo, da un feedback creato da un microfono binaurale e un sistema stereo. Le frequenze ottenute dipendono a loro volta dalla posizione dell’esecutore nello spazio, che deve cambiare e controllare la frequenza del feedback, muovendosi o comunque cambiando considerevolmente la posizione della testa. L’opera trasmette un senso d’intimità e non potrebbe essere altrimenti visto che è la stessa musica in cui ascoltiamo effettivamente un compositore che a sua volta produce e ascolta quello che succede durante la stessa esecuzione.

Máquina Magnética – Máquina Magnética | Neural


[Letto su Neural]

È un combo experimental all stars quello formato da Pedro Tudela, Miguel Carvalhais, Gustavo Costa, Rodrigo Carvalho e Boris Chimp 504. I primi due famosi per il loro progetto @c e per essere le menti dietro la stessa Crónica, etichetta che pubblica questa uscita. Costa per le sue doti di valente batterista e percussionista, sin dai primi anni novanta nelle scene underground portoghesi e – fra attività in solo e collaborazioni – con all’attivo ben sette album. Infine Rodrigo Carvalho e Boris Chimp 504 che sono ben noti per sviluppare visual generativi e illuminazioni interattive, forte il primo dell’esperienza acquisita con Openfield, un laboratorio che esplora le molteplici e immaginifiche combinazioni fra arte e tecnologia, l’altro esperienziato performer audiovisivo a suo agio nell’enfatizzare sintesi sonora e linguaggi grafici in un’estetica alquanto sci-fi e futuribile. Máquina Magnética spinge a fondo quelle che sono le singole specialità dei suoi componenti, dando vita ad ulteriori intrecci, mescolando organico e artificiale, registrazioni in studio e dal vivo, gesti musicali e suoni acustici, attitudine audio e video, composizione e libera improvvisazione. Queste dicotomie creano a loro volta un riferimento forte, perturbante, agito direttamente nelle due esecuzioni dal vivo, a O’culto da Ajuda a Lisbona e a gnration a Braga, e nei due studi, Sonoscopia e Crónica, entrambi che hanno sede a Porto, luoghi nei quali l’album è stato registrato e mixato in un continuo processo di scambio creativo, in performance aperte e caratterizzate da un’elettronica rarefatta ed evocativa. Le azioni spettacolari che di questi eventi sono state immortalate vantano una qualità espressiva assai vivida e fanno leva sulla materialità delle percussioni e delle eleganti e geometriche proiezioni, sussultorie e nomadiche, come fossero dune virtuali che mutano piuttosto velocemente la loro stessa morfologia. Viene sfatato così ogni luogo comune a riguardo del fatto che set elettronici dal vivo non possano competere per fisicità con esibizioni musicali di tipo tradizionale, ammesso e non concesso che questo sia fra gli intenti del collettivo. Il comune sentimento di questi artisti è tuttavia quello di un rinnovamento dei linguaggi, il cui risultato è una scrittura scenica, intensa ed estremamente coinvolgente. La scena è una scrittura, un sistema che coinvolge tutti gli elementi linguistici in gioco, quelli legati ad un preciso setting, alle sonorità e anche ai molteplici aspetti che riguardano le singole presenze dei performer. Máquina Magnética sembra averlo capito meglio di tante blasonate popstar e questo è un passo significativo anche in prospettiva di quelle che saranno future implementazioni di set computer-based di qualsivoglia tipo e collocazione.

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