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Archivio per Biografia

Loro 2 | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione a Loro2, il seguito della prima parte del film di Paolo sorrentino che narra le gesta di Silvio Berlusconi.

Chi si ripromette di raccontare, davvero, Paolo Sorrentino? In effetti, emerge che cercare di definire il Berlusconi uomo è affare complesso, specie se procede parallelamente col Berlusconi politico, e chissà quanto si fondano tra loro. Da tutti i dialoghi e i numerosi silenzi che troverete nel corso del film si osserva il ritratto di un uomo imperscrutabile, che non si lascia mai conoscere o capire fino in fondo, neanche dalla donna che lo ha accompagnato per buona parte della vita. Un uomo torbido, calcolatore, mai in pausa, anche quando è seduto nelle sale dei festini.

Se questo fosse l’intento di Sorrentino non ne sono certa, ma ne emerge il ritratto di un uomo solo. Il politico, soprattutto, è avvicinato solo per i mezzi di cui dispone, e non per averne davvero l’amicizia o la compagnia, compiacendolo nelle più torbide delle condizioni. Questo aspetto è perfettamente reso.

Toni Servillo, del resto, non delude: entra completamente nel ruolo, ricalca movenze, la maschera facciale, l’appeal e i vezzi espressivi del protagonista e come lui cattura la scena. Un uomo consapevole del proprio potere, della propria capacità di affascinare, di far capitolare i deboli, i corruttibili. Un persuasore quasi diabolico.

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Lankenauta | Leni Riefenstahl. La regista di Hitler


Su Lankenauta la segnalazione della biografia su Leni Riefenstahl, la regista che Hitler aveva scelto per realizzare le sue propagande visive, scritta da Jérôme Bimbenet.

La biografia di Jérôme Bimbenet risulta un’opera dettagliata e attenta, un testo che non punta a denigrare Leni né a celebrarla ciecamente. Si tratta, infatti, del lavoro di uno storico che, grazie ad un’accurata analisi documentale e ad un’attività di ricerca e di riflessione, è riuscito a restituire un’immagine piuttosto meticolosa della regista di Hitler. Ne ha messo in luce il talento ma anche i difetti, l’originalità ma anche la fragilità, l’estro ma anche l’estrema volubilità. Leni era bella, sapeva perfettamente di esserlo e non ha mai evitato di sfruttare il suo fascino per ottenere quel che desiderava. Leni era entrata nell’orbita di Hitler e grazie a lui è riuscita a diventare la regista che aveva sempre voluto essere. Sul suo rapporto con il Fürher è stato detto e scritto moltissimo, soprattutto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e la sconfitta nazista.

Leni, al secolo Helene Amalie Bertha Riefenstahl, è nata nel 1902. Prima di arrivare al cinema, che l’ha consacrata, è stata ballerina ed attrice. Per i primi 30 anni della sua vita, Leni tenta di farsi notare ma è sicuramente solo dopo l’incontro con Hitler, nel 1932, che la sua esistenza e la sua carriera giungono ad una svolta decisiva. Nel febbraio di quell’anno, durante la tournée di presentazione del film che la vede debuttante regista, “La bella maledetta“, Leni assiste per la prima volta in vita sua a un’assemblea nazionalsocialista allo Sportpalast di Berlino. Aveva già letto il Mein Kampf e rimane affascinata da Hitler e dai suoi discorsi. “Quel giorno Hitler mi ha fatto un effetto assolutamente ammaliatore. Ed è sulla scia di quella emozione che gli ho scritto una lettera, perché mi sono detta: dopo tutto, forse si tratta dell’uomo che salverà la Germania“. Hitler riceve la lettera di Leni e chiede di poter incontrare l’attrice e regista per la quale nutre grande ammirazione.

Leni è morta nel 2003 a 101 anni. Ha attraversato un intero secolo rimanendo fedele alla sua visione del cinema e della fotografia (altra sua grande passione). Ha mostrato, fino alla fine dei suoi giorni, di essere una donna dotata di una forza inesauribile e di un carattere indistruttibile che per molti anni l’ha indotta a condurre aspre battaglie in tribunale per difendere il suo nome e le sue creazioni. I film che ha girato e che ha lasciato in eredità hanno sicuramente ispirato ed influenzato registi come Steven Spielberg, George Lucas, Paul Verhoeven e Ridley Scott. Eppure, nonostante i grandiosi meriti artistici della Riefenstahl, viene spontaneo chiedersi se per arrivare al successo, se per conquistare obiettivi personali e professionali è corretto disinteressarsi di tutto il resto, è corretto usare comparse pescate in un campo di zingari per poi riconsegnarle al lager e alla morte, è corretto sfruttare i soldi e il potere di un regime che ha devastato l’intera Europa. Leni ha curato alla perfezione la propaganda nazista seguendo sempre la propria ispirazione ma rimanendo una nazista per convenienza. Scrive giustamente Jérôme Bimbenet in chiusura: “Leni Riefenstahl è morta come ha vissuto, senza neppure un’oncia di rimorso, di compassione, di sensi di colpa, di coscienza politica, divorata da un ego smisurato. Fino alla fine avrà posto questa domanda: «Dov’è la mia colpa?»“. Perché, nonostante tutto, Leni qualche colpa l’ha avuta eccome.

Charles Baudelaire: la vita, l’opera, il genio – A X I S m u n d i


Su AxisMundi una bella e lunga panoramica su Charles Baudelaire, poeta e artista, scrittore, immancabile nella cultura moderna. Un estratto:

L’autore (della biografia – ndr) definisce gli uomini come Baudelaire bohème, «epiteto il cui significato è difficile da spiegare se non lo si comprende a partire dall’isolamento creato forzatamente attorno a coloro che si preoccupano solo di ciò che gli altri disdegnano». Questi individui straordinari sono «coloro che si entusiasmano solo per il bello, la cui unica ambizione è far bene, e che per tale motivo vengono considerati scettici dai politici e dai moralisti». In questo senso, bohème è un sinonimo di dandy per come lo intendeva Baudelaire, vale a dire «l’uomo perfetto, sovranamente indipendente, subalterno solo a se stesso, che regna sul mondo, disdegnandolo. Lo scrittore-dandy disprezza l’opinione comune e si affeziona solo al bello, sempre secondo la sua particolare concezione».

Lettere di Edgar Allan Poe | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la presentazione delle Lettere di Edgar Allan Poe, pubblicazione che contiene le epistole che lo scrittore di Boston ha scritto durante la sua breve ma fulgida carriera letteraria.

Edgar Allan Poe ha fatto della simulazione e dissimulazione, della fantasia disinibita, dell’immaginazione folleggiante la chiave di volta della sua opera letteraria. E se egli amava così tanto nascondersi e camuffarsi, nei saggi non meno che nei racconti, mille sono le maschere dietro cui si cela in queste Lettere, vera e propria autobiografia dell’ombra, nonché strumento d’elezione per capire la scaturigine psicologica degli incubi nella cui creazione egli si impegnava febbrilmente, cristallizzandoli in opere indelebili come Il pozzo e il pendoloIl crollo della Casa Usher Le avventure di Gordon Pym.

Prima di Stephen King; prima del fosco profeta del terrore contemporaneo, Thomas Ligotti; e prima ancora del rivoluzionario maestro dell’orrore cosmico, H.P. Lovecraft, il solitario sognatore di Baltimora aveva raccolta l’eredità della letteratura gotica inglese e vi aveva iniettato nuova linfa, la medesima che scorreva nelle vene violente della neonata America.

David Lynch: the art life, il documentario arriva oggi nei cinema italiani | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine si segnala l’uscita per oggi 20 febbraio di David Lynch: the art life, il documentario di Rick Barnes, Jon Nguyen e Olivia Neergaard-Holm sulla vita e l’arte del visionario regista statunitense. Presentato alla Mostra del cinema di Venezia nel 2016, il film sarà proiettato nelle principali città della penisola: da Torino a Milano, da Roma a Firenze, da Trento a Udine per un totale di 70 sale.

Nel documentario David Lynch accompagna lo spettatore in un intimo e personale viaggio nel tempo, raccontando gli anni della sua formazione artistica. Dall’infanzia nella tranquilla provincia Americana fino all’arrivo a Philadelphia, le tappe del percorso che lo hanno portato a diventare uno dei più enigmatici e controversi registi del cinema contemporaneo. L’opera penetra nell’arte, nella musica e nei primi film dell’autore, gettando luce negli angoli oscuri del suo singolare mondo e permettendo al pubblico di capire meglio l’uomo e l’artista. Le immagini lo ritraggono nel suo studio sulle colline sopra Hollywood, mentre racconta aneddoti dal proprio passato, come fossero scene da un suo film. Strani personaggi emergono come ombre dalle pieghe del tempo, ma solo per scomparire ancora di nuovo, lasciando un segno indelebile sull’artista e sullo spettatore. L’opera mette anche in luce le paure, le contraddizioni e gli sforzi che Lynch ha dovuto superare lungo la propria carriera, incontrando coloro che hanno contribuito alla sua formazione. Appare così evidente che già da giovane Lynch vedesse il mondo in modo diverso, assimilandone le ombre e impiegando i propri sogni fino a creare gli affreschi visionari che hanno ipnotizzato il pubblico di tutto il mondo. Questo film, dedicato alla figlia  più giovane del regista, è concepito come un diario familiare intimo che, scostando il velo dall’icona, svela l’uomo David Lynch.

Lynn Hershman Leeson – Civic Radar | Neural


[Letto su Neural]

Grazie al cielo abbiamo ancora grandi mostre personali che producono ampie monografie di artisti importanti, senza dover fare affidamento soltanto sul gusto e l’economia degli editori. Questo lussuoso catalogo ZKM sull’opera di Lynn Hershman Leeson, prodotto dopo la sua mostra retrospettiva, è il più completo finora sull’artista, che finalmente – per il suo lavoro – ha ottenuto un tanto atteso riconoscimento pubblico. La provocatoria media artist ha prodotto opere d’arte che sono spesso più coerenti e pertinenti, se paragonate a quelle di gruppi radicali di breve durata, ma senza alcun bisogno di urlare, per sottolineare la cosa. La sua maniera di trattare temi come l’identità, la sorveglianza e le questioni biologiche è unica, e in entrambe le sue opere – ironiche o rigorose – quello utilizzato è un vero e proprio approccio femminista. Tra queste opere vanno ricordate l’interpretazione rivoluzionaria della romanzesca Roberta Breitmore, o la serie di film di fantascienza con Tilda Swinton (anche autrice di uno dei testi inclusi). Hershman Lesson ha abbracciato tecniche elettroniche e digitali, spesso utilizzando la propria struttura tecnica come parte integrante del lavoro, a volte anche prefigurando gli aspetti destabilizzanti relativi alle dimensioni digitali e di rete. C’è una natura preveggente alla base dei testi inclusi, in particolare nei suoi scritti (1984-2014) e nell’intervista che la Leeson ha condotto con Nam June Paik. Questo libro è più di una monografia; si tratta di un doveroso omaggio ad una geniale mente visionaria che ha trovato la sua strada nel mondo dell’arte, cosa alla quale la generazione di artisti post-internettiani dovrebbe guardare al fine d’imparare qualcosa.

Barry Miles: IO SONO BURROUGHS – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una recensione e insieme segnalazione al saggio di Barry Miles: Io sono Burroughs. Una biografia.
Nulla di tenero o celebrativo, anzi l’autore ci va giù pesante, ma il protagonista non è certo immagine edulcorata e certe rivisitazioni buoniste e celebrative vanno assolutamente rigettate con una colata di vomito. Che ci sta tutta…

Un altro aspetto originale che emerge dalle dettagliate informazioni raccolte con maniacale rigore da Miles è la sostanziale estraneità di Burroughs al calderone in cui si è voluto ficcarlo a forza: la Beat Generation. Per estrazione sociale, età, educazione, visione del mondo e della letteratura, Bill ha ben poco a che vedere con gli idealizzati protagonisti delle ingenue agiografie compilate da Fernanda Pivano e dai suoi emuli in cerca di facili miti: Allen Ginsberg, Jack Kerouac, Neal Cassady, Gregory Corso, tutti più giovani di lui, tutti di estrazione proletaria, tutti cresciuti ed educati ben lontano dai college esclusivi e dalla Harvard University, tutti provincialmente americani nel profondo e assai poco inclini allo sradicamento cosmopolita: sono amici o conoscenti, occasionali amanti, talvolta confidenti e amanuensi devoti, ma non molto di più. Burroughs si lamenta ripetutamente e con severità dell’abbigliamento trasandato e dei modi da buzzurro di Corso, della spilorceria e della grettezza di Kerouac, non sopporta Cassady che considera solo un buono a nulla e uno scroccone, apprezza giusto un po’ di più Ginsberg, con il quale ha una relazione sentimentale lunga e tormentata, e che almeno è gentile e premuroso e si presta a fargli da editor, segretario e dattilografo (non risparmierà però neanche a lui pesanti ironie negli anni ’70, rimproverandogli orientalismi e pacifismo hippie).

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