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Archivio per Biografia

Incubi al femminile: la Strange Fiction di Lisa Tuttle – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un importante approfondimento e recensione di Walter Catalano sulla figura di Lisa Tuttle, autrice recentemente pubblicata in Italia da Edizioni Hypnos. Un estratto:

Texana trapiantata da decenni in Scozia, Lisa Tuttle si può considerare una delle principali eredi dirette contemporanee della grande tradizione femminile anglosassone della weird fiction, quella lunga e gloriosa traiettoria che dai Gothic novel di Anne Radcliffe, attraverso il Frankenstein di Mary Shelley, il romanticismo oscuro delle sorelle Bronte, le inquietudini vittoriane di Charlotte Riddell o Edith Nesbit, e quelle primo novecentesche di Edith Warthon, Elizabeth Bowen o Vernon Lee, giunge tortuosa e troppo spesso ingiustamente sottovalutata, fino al magistero di Shirley Jackson e Flannery O’Connor. Una prospettiva sul disagio femminile e una testimonianza di emancipazione letteraria, filosofica e sociale dal dominio patriarcale che, procedendo dai territori impervi e trasgressivi del gothic, dell’horror e del weird a quelli altrettanto ribelli della fantascienza e del fantasy, arriverà a includere, con la Tuttle stessa, anche Ursula K. Le Guin, Margaret Atwood, Octavia E. Butler, Alice Sheldon, Joanna Russ, Joyce Carol Oates, e decine di altre. Nel campo del fantastico, come in molti altri, è evidente quanto le autrici siano state, oltre che più presenti, anche decisamente più rilevanti degli autori.

Lisa Tuttle ha brillantemente praticato tutte le declinazioni e i sottogeneri della narrativa fantastica, ha pubblicato una Encyclopedia of feminism, ha curato come editor varie antologie miscellanee tra cui Skin of the Soul: New Horror Stories by Women (1990), raccolta horror di sole scrittrici, e Crossing the Border: Tales of Erotic Ambiguity (1998), stessa formula ma applicata a testi erotici. La sua lunga carriera letteraria inizia nel 1981, a fianco di George R.R. Martin – di cui è stata per qualche tempo compagna – con cui ha scritto il romanzo Windhaven (da noi Il pianeta dei venti); a questo sono seguiti una decina di altri romanzi, altrettante raccolte di racconti e vari testi per l’infanzia, oltre alla saggistica femminista di cui abbiamo detto. La scrittrice ha lasciato l’America fin dagli anni ’80 per trasferirsi prima a Londra, dove è stata sposata per qualche anno con il noto autore britannico Cristopher Priest, poi in Scozia dove risiede tutt’ora.

L’efficacia di questo procedimento è testimoniata nell’antologia appena pubblicata dall’infaticabile Hypnos Editore, Il profumo dell’incubo: tredici storie selezionate dalla scrittrice stessa appositamente per il pubblico italiano e che ripercorrono la sua intera carriera, da “La casa degli insettidel 1980, a “L’ultima sfida” del 2017, passando per “Sostituti” del 1992, uno dei suoi testi più apprezzati. I racconti sono tutti, senza eccezione, di straordinaria qualità: si parte sempre da una situazione apparentemente ordinaria, da problemi e conflitti di ordine naturale che, quasi inavvertitamente scivolano lentamente verso un bizzarro e un abnorme che raramente si manifestano in sovrannaturale esplicito ma restano sempre elusivi ed enigmatici. Non si può parlare a questo proposito esattamente di ghost stories, proprio come avveniva nel caso di Robert Aickman, che definiva infatti i suoi racconti strange tales. Anche la Tuttle parla di strange fiction più che di horror per dare un’idea della sua narrativa. Come ci spiega l’autrice nell’introduzione al volume, autobiografia e deriva fantastica non sono incompatibili ma complementari: così in “Il volo per Byzantium”, la partecipazione a una improvvisata convention fantascientifica in Texas diventa la porta d’ingresso nell’incubo; in “Gli oggetti nel sogno potrebbero essere più vicini di quanto sembrano”, un appuntamento con l’ex-marito vent’anni dopo la separazione per cercare una casa fantasma nel Devon con l’aiuto di Google Earth e GPS, produrrà risultati imprevedibili quanto sgraditi; la cameretta della prima infanzia o dell’adolescenza diventerà la trappola di “Sogni nell’armadio” o “L’uomo di cibo”; l’angoscia della gravidanza partorirà il delirio di “La mia malattia” o “A cavallo dell’incubo”. Non mancano gli omaggi espliciti: a Walter de la Mare in “L’ultima sfida” e soprattutto a Robert Aickman in “Il libro che ti trova”, una delle storie forse più terribili e commoventi della raccolta, in cui ispirandosi all’incontro mancato a Londra fra la Tuttle e lo scrittore ormai morente per un male incurabile, si evoca il fantasma tragico dell’amore tormentato e infelice fra Aickman e la scrittrice Elizabeth Jane Howard, spettro di tutti gli amanti respinti.

Odoya Editore presenta “La vera storia di Edgar Allan Poe” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di La vera storia di Edgar Allan Poe, prima biografia italiana scritta da Teresa Campi, che ci racconta la vita travagliata di Poe, i suoi sogni e le sue speranze, i suoi amici e i suoi amori e il continuo desiderio di lavorare in proprio.

La chiave per decifrare il mistero Edgar Allan Poe è introvabile. La teneva in tasca lui stesso quando fu trovato riverso su un marciapiede di Baltimora: fu malmenato, derubato o assassinato? Sarebbe morto comunque perché malato? Alcolismo, depressione, perversione, mania di persecuzione: che nome dare alla sua malattia? Di sicuro ne aveva una: la Letteratura, alla quale sacrificò denaro, amore, prestigio.

Il termometro della febbre si chiamava Poesia e lo scopo della guarigione Bellezza, intesa come verità, aspirazione eterna, fine ultimo dell’uomo, da ricercarsi ovunque, persino nella deformità, nel grottesco, nell’intelligenza analitica e negli abissi del cuore umano. Edgar Allan Poe fu soprattutto un veggente: anticipò la critica moderna e generi letterari come la detective story e il gotico moderno, in una società – quella americana degli inizi dell’Ottocento – priva di una cultura nazionale, che sarebbe sprofondata, da lì a poco, nella tragedia della Guerra Civile.

Come autore fu disprezzato dai più; costretto ai margini come giornalista, non pubblicò mai per intero una raccolta né di racconti, né di poesie. Solo nel suo ultimo anno di vita conobbe una certa fama grazie alla poesia Il Corvo, composta come estremo “graffio” al mondo che lo ignorava. Abbandonato a più riprese dagli affetti più cari, assaporò l’amore solo per essere costretto a separarsene. In vita sua guadagnò poco più di 300 dollari e scrisse i suoi migliori racconti sotto l’urgenza della fame e del freddo: tanto gli costò il suo posto nella letteratura mondiale.

Tolkien | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione al film Tolkien, che vi ho segnalato pochi giorni fa. Uno stralcio:

Diverse narrazioni s’intrecciano nel film: l’esperienza sul fronte; la formazione etica, morale, universitaria e sentimentale; il devastante impatto della Grande Guerra per la generazione di Tolkien. Sia pure retto da una ricostruzione d’ambiente e da un cast convincenti, il film appare però incerto nel risultato finale.
Uno degli scopi della storia sembra quello voler raccontare quanto Tolkien fosse “predestinato” e quanto della sua vita sia entrato nell’opera. Uno scopo che verso coloro che poco o nulla sanno della vita di Tolkien.

Il biopic su Tolkien arriva al cinema | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione dell’uscita nelle sale cinematografiche di Tolkien, il film che racconta la vita di J.R.R. Tolkien. Un film epocale, il punto di vista del creatore delle saghe più famose e belle mai scritte.

Tolkien esplora gli anni formativi della vita del famoso autore mentre trova amicizia, coraggio e ispirazione in un gruppo di scrittori e artisti negli anni degli studi. La loro fratellanza si rafforza mentre crescono e affrontano sia l’amore che la perdita, incluso il tumultuoso corteggiamento di Tolkien della sua amata Edith Bratt, fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale che minaccia di distruggere la loro fratellanza. Tutte queste esperienze in seguito avrebbero ispirato Tolkien a scrivere i suoi famosi romanzi della Terra di Mezzo.

Shirley Jackson: abbandonarsi alla stranezza | Pulp libri


Su PulpLibri una lunga biografia, a cura di Walter Catalano, di Shirley Jackson, in parte già sviscerata su CarmillaOnLine. L’importanza della scrittrice statunitense è paradigmatica, in grado di definire attentamente i sensi sfuggenti di un mondo che apparentemente non esiste ma che, invece, devasta il nostro reale proprio con ciò che dovrebbe essere inesistente. Dobbiamo soltanto, quindi, metterci d’accordo su cosa è reale, su cosa è interiore e cosa esteriore. L’incipit della bio:

L’8 Agosto del 1965, quando inaspettatamente, a soli 48 anni, Shirley Jackson scomparve per un arresto cardiaco nel sonno, la diagnosi medica ufficiale parlò di occlusione coronarica dovuta ad arteriosclerosi e ipertensione cardiovascolare. Oltre che di certe incontinenze alcoliche e alimentari che la portarono a pesare più di un quintale già in giovane età però, la scrittrice fu probabilmente vittima soprattutto di quel Mother’s Little Helper – micidiale mistura di anfetamine, antidepressivi e barbiturici – che proprio l’anno successivo i Rolling Stones stigmatizzeranno nell’omonimo pezzo del loro album Aftermath. La droga delle casalinghe.

Con quattro figli di età diverse e un marito scrittore – il critico letterario, recensore su The New Yorker, e docente universitario Stanley Hyman – assolutamente deficitario in qualsiasi questione pratica e domestica (ma decisamente sveglio quanto a infedeltà coniugali con ex studentesse), Shirley fu per tre quarti della sua giornata ordinaria, a tutti gli effetti, un’indaffarata casalinga, costretta a ritagliarsi faticosamente i momenti liberi da poter dedicare alla creazione letteraria. Quando finalmente cominciò a guadagnare ben più del marito con il successo della sua narrativa – a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta – questi (autore di due monumentali lavori di saggistica, The Armed Vision: A Study in the Methods of Modern Literary Criticism, del 1947 e The Tangled Bank: Darwin, Marx, Frazer and Freud as Imaginative Writers, del 1962: testi critici di tutto rispetto ma non certo dei best seller) cominciò a rinfacciarle il tempo sprecato a scrivere lettere o qualsiasi altra cosa non fosse fiction vendibile. Mamma, moglie, casalinga (e quindi cuoca, colf, donna delle pulizie, autista, amministratrice domestica, ecc.) e insieme fonte principale di reddito familiare, non stupisce che le responsabilità, l’ansia e la frustrazione (il suo precoce decadimento fisico e le frequenti scappatelle del coniuge) abbiano minato profondamente e irreparabilmente la sua salute.

Un laboratorio di fantastici libri, la biografia di Riccardo Valla


Su Fantascienza.com la segnalazione di una biografia intellettuale dedicata a Riccardo Valla, scomparso pochi anni fa, lasciando il ricordo delle sue innumerevoli qualità. Un laboratorio di fantastici libri. Riccardo Valla intellettuale, editore, traduttore, a cura di Giulia Iannuzzi.

Traduttore, saggista, bibliofilo, responsabile di collane: Valla ha saputo aprire l’editoria italiana di fantascienza e fantastico a nuove prospettive letterarie e a una dimensione internazionale. Questa ricerca ne ripercorre il tragitto professionale, esemplare delle evoluzioni nel campo editoriale e traduttivo della penisola dagli anni Sessanta del Novecento agli anni Dieci del Duemila. La raccolta di lettere inedite che accompagna il saggio completa il ritratto e schiude la porta del laboratorio intellettuale di un raffinato studioso.

Valla entra nel mondo dell’editoria nel 1968 presso Boringhieri, per passare presto a dirigere le collane della Nord di Milano, editore che in Italia promuove la fantascienza a una veste editorialmente e criticamente curata, degna degli scaffali delle librerie. Tiene contatti con le principali agenzie letterarie italiane e straniere e con le massime firme del mondo fantascientifico anglo-americano. Dagli anni Ottanta Valla si dedica alla sua libreria e sigla editoriale Sevagram, e alla traduzione per Mondadori, Tea, Rizzoli e altri.

Tra le centinaia di autori tradotti nella sua lunga carriera ricordiamo: Isaac Asimov, James Graham Ballard, James Blish, Dan Brown, John Brunner, Greg Egan, P.J. Farmer, Robert Heinlein, Ursula K. Le Guin, Stanisław Lem, Richard Matheson, Robert J. Sawyer, Clifford Simak, J.R.R. Tolkien, A.E. Van Vogt, Roger Zelazny.

ARTHUR MACHEN e il segreto delle Ninfe | Heroic Fantasy Italia


Su HeroicFantasy una bella biografia di Arthur Machen, ben dettagliata e innervata nei suoi gangli creativi e occulti. Un estratto:

L’opera di Machen può essere avvicinata a quella di Tolkien nel resuscitare gli antichi miti celtici. Ma mentre Tolkien, con gli occhi del letterato, dà valenza positiva ai “piccoli popoli”, Machen sa che questi erano visti con paura dagli antichi gallesi, così come gli Alvar nordici e gli Alp tedeschi e alpini erano ben più temibili degli Elfi di Tolkien. L’idea che il popolo di Faerie sia una maschera per un orrore arcaico indicibile è bene esposta nel racconto Il Sigillo nero.

Selvagge colline, arcaiche foreste, criptiche rovine romane fanno appunto da sfondo a The White People, secondo Lovecraft è l’opera in cui più ogni altra Machen ricrea la tradizione magica celtica. “In Machen, la storia più sottile—The White People— è indubbiamente la più grande, anche se non ha i terrori tangibili e visibili di The Great God Pan o The White Powder.” (lettera a Robert E. Howard, 4 Ottobre 1930). Il grande bibliografo e studioso dei letteratura fantastica E.F. Bleiler considerava questo racconto “probabilmente la migliore singola storia soprannaturale del secolo e forse della letteratura”, anche se l’elemento soprannaturale è fatto intuire, più che esplicitato e descritto.

«La stregoneria e la santità, ecco le sole realtà». È l’inizio del racconto, una lunga discussione tra un uomo pratico e razionalista (Cotgrave) e un mistico eccentrico (Ambrose), probabilmente portavoce di Machen. Questo prologo è stato bersaglio di critiche, sia di forma che di contenuto. Nella forma, si ritiene contrario a ogni buona regola di scrittura iniziare un racconto con un dialogo filosofico; nel contenuto, perché lo spiritualismo di Ambrose (nome non casuale: da Ambrosia, l’elisir dell’immortalità, come il Padre della Chiesa Ambrogio, ma anche come il mago Emrys Myrdinn, Merlino), e giudicato politicamente scorretto, irrazionale e misogino.

La tesi di Ambrose è che il vero peccato, come la vera santità, hanno poco a che fare con la nozione comune di bene e male, determinata dall’utile della società. La maggior parte degli uomini è debole, mossa dalle circostanze verso la criminalità o la rispettabilità. Il santo e il peccatore sono coloro che guardano oltre il velo dell’apparenza, l’uno per raggiungere sfere superiori con mezzi un tempo naturali, la contemplazione e l’estasi, l’altro con mezzi innaturali, la stregoneria. Il peccatore è non meno solitario del santo, e la sua via è ancora più ardua. Questo dialogo, da molti critici biasimato, è stato ammirato da Louis Pauwels e Jacques Bergier che vi hanno visto una spiegazione del male assoluto del nazismo. Perché l’adepto del male di Machen può non fare mai un atto violento (la strega bambina non fa nulla di più crudele di rompere dei piatti col pensiero, spaventando una cuoca), ma può anche compiere crudeltà mostruose come Gilles de Rais, che sacrificò, smembrò e violentò centinaia di bambini per trovare la pietra filosofale, o come, aggiunge Jacques Bergier, Hitler e Himmler che massacrarono milioni di persone per creare una razza di superuomini.

Loro 2 | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione a Loro2, il seguito della prima parte del film di Paolo sorrentino che narra le gesta di Silvio Berlusconi.

Chi si ripromette di raccontare, davvero, Paolo Sorrentino? In effetti, emerge che cercare di definire il Berlusconi uomo è affare complesso, specie se procede parallelamente col Berlusconi politico, e chissà quanto si fondano tra loro. Da tutti i dialoghi e i numerosi silenzi che troverete nel corso del film si osserva il ritratto di un uomo imperscrutabile, che non si lascia mai conoscere o capire fino in fondo, neanche dalla donna che lo ha accompagnato per buona parte della vita. Un uomo torbido, calcolatore, mai in pausa, anche quando è seduto nelle sale dei festini.

Se questo fosse l’intento di Sorrentino non ne sono certa, ma ne emerge il ritratto di un uomo solo. Il politico, soprattutto, è avvicinato solo per i mezzi di cui dispone, e non per averne davvero l’amicizia o la compagnia, compiacendolo nelle più torbide delle condizioni. Questo aspetto è perfettamente reso.

Toni Servillo, del resto, non delude: entra completamente nel ruolo, ricalca movenze, la maschera facciale, l’appeal e i vezzi espressivi del protagonista e come lui cattura la scena. Un uomo consapevole del proprio potere, della propria capacità di affascinare, di far capitolare i deboli, i corruttibili. Un persuasore quasi diabolico.

Lankenauta | Leni Riefenstahl. La regista di Hitler


Su Lankenauta la segnalazione della biografia su Leni Riefenstahl, la regista che Hitler aveva scelto per realizzare le sue propagande visive, scritta da Jérôme Bimbenet.

La biografia di Jérôme Bimbenet risulta un’opera dettagliata e attenta, un testo che non punta a denigrare Leni né a celebrarla ciecamente. Si tratta, infatti, del lavoro di uno storico che, grazie ad un’accurata analisi documentale e ad un’attività di ricerca e di riflessione, è riuscito a restituire un’immagine piuttosto meticolosa della regista di Hitler. Ne ha messo in luce il talento ma anche i difetti, l’originalità ma anche la fragilità, l’estro ma anche l’estrema volubilità. Leni era bella, sapeva perfettamente di esserlo e non ha mai evitato di sfruttare il suo fascino per ottenere quel che desiderava. Leni era entrata nell’orbita di Hitler e grazie a lui è riuscita a diventare la regista che aveva sempre voluto essere. Sul suo rapporto con il Fürher è stato detto e scritto moltissimo, soprattutto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e la sconfitta nazista.

Leni, al secolo Helene Amalie Bertha Riefenstahl, è nata nel 1902. Prima di arrivare al cinema, che l’ha consacrata, è stata ballerina ed attrice. Per i primi 30 anni della sua vita, Leni tenta di farsi notare ma è sicuramente solo dopo l’incontro con Hitler, nel 1932, che la sua esistenza e la sua carriera giungono ad una svolta decisiva. Nel febbraio di quell’anno, durante la tournée di presentazione del film che la vede debuttante regista, “La bella maledetta“, Leni assiste per la prima volta in vita sua a un’assemblea nazionalsocialista allo Sportpalast di Berlino. Aveva già letto il Mein Kampf e rimane affascinata da Hitler e dai suoi discorsi. “Quel giorno Hitler mi ha fatto un effetto assolutamente ammaliatore. Ed è sulla scia di quella emozione che gli ho scritto una lettera, perché mi sono detta: dopo tutto, forse si tratta dell’uomo che salverà la Germania“. Hitler riceve la lettera di Leni e chiede di poter incontrare l’attrice e regista per la quale nutre grande ammirazione.

Leni è morta nel 2003 a 101 anni. Ha attraversato un intero secolo rimanendo fedele alla sua visione del cinema e della fotografia (altra sua grande passione). Ha mostrato, fino alla fine dei suoi giorni, di essere una donna dotata di una forza inesauribile e di un carattere indistruttibile che per molti anni l’ha indotta a condurre aspre battaglie in tribunale per difendere il suo nome e le sue creazioni. I film che ha girato e che ha lasciato in eredità hanno sicuramente ispirato ed influenzato registi come Steven Spielberg, George Lucas, Paul Verhoeven e Ridley Scott. Eppure, nonostante i grandiosi meriti artistici della Riefenstahl, viene spontaneo chiedersi se per arrivare al successo, se per conquistare obiettivi personali e professionali è corretto disinteressarsi di tutto il resto, è corretto usare comparse pescate in un campo di zingari per poi riconsegnarle al lager e alla morte, è corretto sfruttare i soldi e il potere di un regime che ha devastato l’intera Europa. Leni ha curato alla perfezione la propaganda nazista seguendo sempre la propria ispirazione ma rimanendo una nazista per convenienza. Scrive giustamente Jérôme Bimbenet in chiusura: “Leni Riefenstahl è morta come ha vissuto, senza neppure un’oncia di rimorso, di compassione, di sensi di colpa, di coscienza politica, divorata da un ego smisurato. Fino alla fine avrà posto questa domanda: «Dov’è la mia colpa?»“. Perché, nonostante tutto, Leni qualche colpa l’ha avuta eccome.

Charles Baudelaire: la vita, l’opera, il genio – A X I S m u n d i


Su AxisMundi una bella e lunga panoramica su Charles Baudelaire, poeta e artista, scrittore, immancabile nella cultura moderna. Un estratto:

L’autore (della biografia – ndr) definisce gli uomini come Baudelaire bohème, «epiteto il cui significato è difficile da spiegare se non lo si comprende a partire dall’isolamento creato forzatamente attorno a coloro che si preoccupano solo di ciò che gli altri disdegnano». Questi individui straordinari sono «coloro che si entusiasmano solo per il bello, la cui unica ambizione è far bene, e che per tale motivo vengono considerati scettici dai politici e dai moralisti». In questo senso, bohème è un sinonimo di dandy per come lo intendeva Baudelaire, vale a dire «l’uomo perfetto, sovranamente indipendente, subalterno solo a se stesso, che regna sul mondo, disdegnandolo. Lo scrittore-dandy disprezza l’opinione comune e si affeziona solo al bello, sempre secondo la sua particolare concezione».

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