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L’entropia è stata colmata. La meravigliosa swinging London acida immortalata da Michalangelo Antonioni in BlowUp è ancora qui.

Blow-Up: Recensione, trama e trailer del film di Antonioni


Su OcchioDelCineasta una particolareggiata recensione a BlowUp, il film del ’66 di Michelangelo Antonioni che ha riscritto le regole filmiche del Giallo. Un estratto:

Blow-Up è il film che prima di tutti, forse più di tutti, attua una forte rottura forte con tutte le canonizzazioni del racconto e del cinema classico; pur sotto una luce che può essere quella di un film di genere, e senza violarne in esplicito le caratteristiche dell’idea del thriller (Giallo, poliziesco, del dubbio, del voler trovare una soluzione ad un enigma), praticamente arrivando in fondo vediamo che quasi tutto è stato stravolto. C’è un omicidio di cui noi non ne abbiamo consapevolezza, che emerge dalle fotografie. A differenza che nella parodia che mette in salvo il protagonista, qui lo mette in pericolo. La fotografia invece di chiarificare ciò che è successo, fa entrare la narrazione in una dimensione di dubbio, di assoluta misteriosità di quello che è successo. Lo strumento che dovrebbe restituire in maniera obiettiva cosa c’è davanti alla macchina, invece ci mostra un’immagine difficile da distinguere e capire. Sono dei segni che vengono interpretati in un certo modo, non sono chiari. In tutto questo, il vicino di casa del protagonista, una coppia, marito e moglie in cui lui, Bill, è un pittore astratto; il suo modo di dipingere è assolutamente automatico, senza riflessione, dove l’azione è essa stessa parte dell’opera (alla Pollok). Recuperando dei quadri vecchi che lui ha composto, che ha nel suo studio, dice che lui dipinge senza sapere cosa sta facendo, poi riguardandoli vede uscire delle forme (“qui c’è una gamba, c’è qualcosa”).  Alla fine la moglie di Bill dirà della foto superstite nello studio del protagonista “Sembra un quadro di mio marito”, ci sono delle macchie bianche e nere, le foto sono in bianco e nero, che non restituiscono niente di nitido, solo delle forme che devono essere ulteriormente interpretate, sono ponte per un insieme di possibilità di lettura di quella situazione. La base di Cortazar, quella in cui la foto è il ponte per un possibile, e non è definizione di una certezza, non fa chiarezza neanche la foto del racconto, che diventa ponte per un possibile sviluppo di questo tipo di rapporto, e di quello che sarebbe potuto accadere a quel ragazzo.

Pur mantenendo le caratteristiche di genere, mancano tutti quei presupposti e i personaggi tipici del genere Thriller e Noir. Abbiamo un omicidio, ammesso che effettivamente lui veda questo corpo, e che ci sia davvero sull’erba durante la notte; non vediamo come è stato commesso, e non c’è indagine della polizia. Sembra che nessuno si sia accorto di questo delitto. Siamo in una rappresentazione assolutamente concettuale (intellettuale, mentale) sia della realtà, sia del genere. Non abbiamo un punto di vista chiaro, indelebile, con delle linee chiare e da seguire. Come succedeva nel cinema di Rossellini, con protagonista Ingrid Bergman, abbiamo un personaggio che è assolutamente decontestualizzato da ciò che lo circonda, che si trova a doversi rapportare, a dover cercare un’interpretazione dei segni che arrivano da quello che lo circonda. E’ una riflessione molto più filosofica di quella che potrebbe suggerire la trama del film. Seguiamo questa odissea, così come abbiamo seguito le odissee delle varie protagoniste di Rossellini interpretate da Ingrid Bergman. L’idea che questo film ci parli non soltanto di un mistero da dover eventualmente risolvere e affrontare, ma che ci parli di altro, è per certi versi esplicitata da due oggetti che compaiono nel film, e che vengono trattati in maniera completamente opposta e che hanno un’opposta funzione, proprio in quanto oggetti. A un certo punto appare un’elica che lui compra in un negozio di antiquariato e che gli viene portata nel suo studio.

Antonioni ci mostra non soltanto la nostra continua e perenne inadeguatezza nel confrontarci con il reale, che le foto confondono ancora di più non essendo gli elementi visti dal fotografo nel momento in cui sta scattando le foto, che si accorge di alcune cose soltanto entrando a sviluppare i negativi e ingrandendoli, facendo emergere un omicidio. All’inizio il fotografo lo vediamo convinto di poter catturare il reale nell’attimo (Entrando nel dormitorio pubblico notturno facendo le fotografie ai poveri che si lavano, si cambiano, si spogliano), e questa sua idea di poter congelare in maniera estetica anche la realtà più cruda; e come una sorta di contrappasso la fotografia precipita il protagonista all’interno di un’incertezza, di un’indagine che conduce da solo e che non ha i mezzi per poter riuscire ad arrivare alla logica e ai motivi, e quindi abbiamo questo precipitare del fotografo in questa sua inadeguatezza che lo porta prima alla distruzione per mano di altri del proprio studio fotografico, e ad accettare il gioco surreale dei mimi che fingono di giocare a tennis, è una finzione sinestetica perché abbiamo da una parte la vista di due mimi che giocano a tennis senza la pallina, ma dall’altra abbiamo il sonoro che ci fa sentire come questi mimi toccano veramente la palla, c’è il rumore di una palla colpita da una racchetta. Accettare questa assurdità lo porta a scomparire egli stesso all’interno del parco.

Il parco già di per se è una metafora dell’incertezza in cui si trovano i personaggi a vagare. E’ un qualcosa di artificiale che vorrebbe riproporre un qualcosa di assolutamente naturale. Lui si perde all’interno di questa dialettica tra il naturale e l’artificiale che è il parco. Il film attraversa principalmente tre luoghi che hanno una componente cromatica ben determinata:

  • La città di Londra e le sue strade, rappresentate in maniera come se fossero dipinte, sembra quasi impossibile che ci possa essere una composizione della città in questa maniera. Le due sfumature prevalenti sono quelle di grigio e di rosso, due colori assolutamente antitetici come effetto visivo sullo spettatore. Vive di un contrasto cromatico enorme
  • Parco: Totalmente verde
  • Studio fotografico: Colori artificiali, acrilici, innaturali. Bianchi, neri, viola. I vestiti delle modelle che popolano questo studio sono assolutamente colorati con colori acidi, lontani dal naturale.

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"L'unico uccello che osa beccare un'aquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'aquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

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