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Il destino del corpo elettrico – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione di Sandro Moiso a Il corpo virtuale. Dal corpo robotizzato al corpo disseminato nelle reti, riedizione del saggio che Antonio Caronia scrisse anni fa e che ora è curato da German A. Duarte, con una postfazione di Marcel-lí Antúnez Roca.

“Canto il corpo elettrico, le schiere di quelli che amo mi abbracciano e io li abbraccio, non mi lasceranno sinché non andrà con loro, non risponderà loro, e li purificherà, li caricherà in pieno con il carico dell’anima.
È mai stato chiesto se quelli che corrompono i propri corpi nascondono se stessi? E se quanti contaminano i viventi sono malvagi come quelli che contaminano i morti? E se il corpo non agisce pienamente come fa l’anima? E se il corpo non fosse l’anima, l’anima cosa sarebbe? (Walt WhitmanI Sing the Body Electric)”.

Sono passati più di centocinquant’anni dalla prometeica intuizione contenuta nei versi di Walt Whitman e inserita nella sua unica raccolta di poesie, «Foglie d’erba», pubblicata per la prima volta nel 1855 e in seguito rivista ed ampliata più volte. Eppure soltanto oggi è forse possibile comprendere appieno il significato di quella comunanza dei corpi “fisici” e la loro intrinseca e specifica bellezza e diversità esaltata allora dal poeta americano.
È stato Antonio Caronia (1944-2013), in un saggio edito per la prima volta nel 1996 e oggi ripubblicato dalle sempre meritorie edizioni Krisis Publishing di Brescia, a sviluppare in senso attuale quel “canto”. Anche se lo ha fatto in prosa e con un testo che analizza nel dettaglio le trasformazioni del corpo fisico e della specie avvenute in seguito allo sviluppo delle diverse tecnologie a disposizione delle differenti e successive società umane, nel tentativo di proiettarsi nella comprensione del destino futuro delle funzioni e dello sviluppo dello stesso una volta inserito nel magma della comunicazione elettronica.

L’autore, saggista, docente di Comunicazione all’Accademia di Brera e figura di spicco della critica letteraria fantascientifica italiana fra gli anni settanta e ottanta, attraverso una cavalcata che, sulle orme di Marshall McLuhan e dei più importanti innovatori della letteratura fantascientifica e del cinema corrispondente (da Asimov a Ballard e da Dick a Sterling e Gibson fino a Cronenberg), ci porta dall’avvento della scrittura alla Rete e oltre. Ci fa riflettere sulla progressiva esternalizzazione delle funzioni cognitive, ma non solo, svolte dal nostro corpo “naturale” a favore di tecnologie che se da un lato ingigantiscono le nostre capacità di gestire dati, dall’altra sembrano trasformare e condizionare sempre più il nostro immaginario e il corpo “sociale”.

“La prima edizione di questo volume è apparsa nel periodo in cui si andavano consolidando le narrazioni utopiche che hanno accompagnato lo sviluppo delle tecnologie digitali e della rete […] La rete, in particolare, sembrava poter dare voce al singolo cittadino, e molti leggevano questa sua potenzialità come la capacità, insita nel digitale, di determinare processi sociali complessi. Ed era fuor di dubbio, all’interno della narrazione utopica, che tutti questi processi fossero avviati verso una democrazia diretta, o quantomeno più partecipativa.
[…] Negli stessi anni, però, il panorama democratico e quello liberale cominciavano ugualmente a mutare. Progressivamente, quegli stessi scenari si trasformavano in un laboratorio per le multinazionali e le corporations che regnano nel mediascape contemporaneo. E’ infatti proprio nel momento più alto dell’ondata libertarianista che, in forma embrionale, le corporations hanno trovato terreno fertile, minando progressivamente questi spazi di libero scambio di idee, d’informazione e di merci, e appropriandosene successivamente a livello planetario1“.

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Percepibile


Sciolti i ricordi, rimangono soltanto le nostalgie; il tutto è percepibile in un formato liquido e connettivo, a contatto, aprendo soltanto la boccetta.

Iridescenze psichiche


Informati delle iridescenze costruite nei laboratori psichici in caduta libera, saranno le tue delizie e il tuo deliquio.

Jukebox alla ricina


L’aspetto della concordia sociale, mostrato dalle aziende, è un blando moto di rassicurazione, mentre l’avvicinarsi di una disperazione senza nome e speranza miete le migliori menti delle nostre generazioni.

I tuoi semi


Nei decreti immorali del tuo futuro impreciso e plastico, scorgi i semi da coltivare attraverso cladi frattalizzati

Due righe per Valerio


Un omaggio a Valerio Evangelisti. Glielo devo perché, a prescindere dal discorso umano, dalla persona che conoscevo poco, era nella lista dei più grandi autori che abbia mai letto, insieme a un gigante che risponde al nome di Bruce Sterling e con altri scrittori non più, Shirley Jackson e Algernon Blackwood.
Valerio ha lasciato dietro di sé commistioni quantiche di politica e Storia collassate nel nostro presente, come un conflitto della RACHE: era un lucido visionario, disincantato e consapevole del cinismo collettivo che ci schiaccia. Lui scriveva “Noi saremo tutto”, che tra i connettivisti abbiamo mutuato rendendolo vivo alla nostra maniera, e in questo modo ha scandito i limiti irregolari di fine millennio, facendoli sfociare nel nuovo secolo e nella nuova frontiera che sembra essere ancora il vecchio tempo, quello arcaico e disumano che s’agita in interi ordini dimensionali, alieni all’umanità, combattuti come faceva Pantera col suo sciamanesimo anarchico.
Inutile dire, forse, che le idee radicali su cui ci ha invitato a ragionare Valerio sono le basi della nuova èra, quella necessaria alla nostra sopravvivenza: ha disseminato nella sua opera l’invito implicito alla lotta, all’affermarsi di un pensiero sociale scevro dalle follie di un mondo votato al Profitto, che vomita ingiurie su ogni essere vivente del pianeta; la sua è una chiamata a disgregare un sistema oppressivo, furbo e potentissimo, letale, che è ancora quello dell’inquisitore Eymerich.

Ecco, pensavo di differenziare quest’omaggio con due paragrafetti, uno narrativo e l’altro reale, ma proprio perché Noi siamo tutto, dalla fine del paragrafo precedente dove ho ricordato le sue suggestioni letterarie mi sono accorto che stavo parlando anche dell’uomo Evangelisti, della sua amata Storia, della passione per il sociale che lo ha portato a studiare le vicende umane come pochi altri scrittori al mondo; intuisco fino in fondo, quindi, il significato dell’essere tutto: è un’aura che mi comunica sapientemente la rabbia, la necessità di divenire sfuggenti, ineffabili, vivi di una volontà per adoperarsi a favore degli oppressi, tra vertigini dello spaziotempo collassato in paradossi inumani e le fantasmagorie di un’esistenza superiore, lontana soltanto un passo se riusciremo a essere radicalmente contro.
Valerio, però, in tutto ciò non c’è più; mi sarebbe piaciuto parlare con lui una seconda volta – ci siamo visti solo in un’occasione, a Fiuggi, in un lontano turbinio di presentazioni – e glielo avevo pure scritto nell’ultima delle poche mail che ci siamo scambiati: incontrarci de visu per tentare di collassare, ancora una volta e magari col mio piccolissimo contributo, la galassia di probabilità che costituiscono il nostro universo.
Pensavo a una prossima CarmillaFest, cui stavolta non sarei mancato; pensavo d’intessere nuove suggestioni personali con l’immaginario di Eymerich, come quell’omaggio che gli avevo umilmente donato da lettore e scrittore, e invece non ci sarà più modo per nulla, a meno che Valerio non trovi davvero il modo di bucare le dimensioni che lo celano a noi, chiedendoci magari un unico contributo: mantenerlo vivo nei nostri ricordi affinché la sua energia e volontà non si dissolvano, immortale come Eymerich, per donarci il senso di una lotta che, come dice Cory Doctorow,Non è una di quelle battaglie che si vincono, è una di quelle che si combattono”.

Noi saremo tutto, Valerio, ma ci manchi già.

Discreti dispersi nel sistema siderale


Discreti oltre la linea dell’orizzonte, a raccontare segreti antropici indifferenti all’astrazione inumana.

Dalla vendetta della politica sui colossi dell’hi-tech alla vera natura delle IA: il 2022 secondo Bruce Sterling – la Repubblica


Su Repubblica una bella intervista a Bruce Sterling che analizza il reale con gli occhi abituati al futuro e alla dissezione sociopolitica del tessuto del presente. Un estratto:

“Se durante il 2021 e in generale nel periodo della pandemia, le grandi compagnie della tecnologia hanno prosperato, penso che il 2022 sarà l’anno in cui ci vedremo molte reazioni al loro strapotere”, spiega Sterling. “È un processo che in Cina ha preso piede in maniera netta e che sto seguendo con molto interesse. Nonostante il grande successo di Alibaba, Baidu o Tencent, il governo è evidentemente molto preoccupato riguardo il loro modo di fare e ha approvato un numero rilevante di leggi per limitarne il potere. Di base si tratta di una sorta di bullismo di Stato in puro stile cinese. Ma è rilevante che un Paese che fino a ieri puntava tutto sull’essere iper-competitivo e così ansioso di calcare le scene internazionali, abbia ora deciso che bisogna intervenire contro le sue migliori compagnie hi-tech”.

Non pensa si tratta di un cliché già visto a Mosca, con il Cremlino che periodicamente rimette in riga i grandi oligarchi?

“Ci sono delle similitudini, ma non è la stessa cosa. Gli oligarchi russi sono pessimi uomini d’affari, potremmo quasi dire dei parassiti messi lì dal Cremlino stesso a gestire pezzi di industria che un tempo erano statali. Alibaba o Tencent al contrario hanno rivoluzionato il settore della tecnologia andando oltre i confini cinesi. Tutti pensavamo che il Governo di Pechino continuasse a sostenerli, come testa di ponte verso l’esterno. Ma sembra di capire che il Partito Comunista Cinese e in particolare Xi Jinping, abbia deciso che erano troppo potenti, ricchi e che questa loro forza andava contro l’interesse nazionale. Da noi Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft non sono più popolari come un tempo, hanno iniziato a litigare fra loro e a ricevere multe sempre più consistenti. Anche in Occidente quindi i colossi dell’hi-tech dovranno affrontare difficoltà malgrado abbiano conservato il proprio potere economico. Eppure il segnale che arriva da Oriente è che non si tratta solo più di regolamentazione, ma di una precisa volontà politica di fermare certe realtà. La Cina da questo punto di vista è all’avanguardia. Altrove, in Danimarca e soprattutto in India, obbligano queste compagnie ad aprire uffici se vogliono operare in quei Paesi e Delhi promette di considerare responsabili i dipendenti in caso di condotte giudicate discutibili. Dalle multe alla minaccia della galera. In fondo, tornando alla Cina, è successa una cosa simile sempre nel 2021 con le criptovalute: avevano in casa la maggior parte delle miniere di Bitcoin e simili, ma le hanno chiuse benché le si potesse considerare un punto di forza”.

Fino all’apice del sensorio


Piccole parentesi di angoscia minimale, che si diffondono a macchie lipidiche nella minestra, citando e coinvolgendo i maestri nella predisposizione alla costruttività creativa, fino all’apice del sensorio.

Il Cyberpunk è morto: lunga vita al Cyberpunk | AxisMundi


Su AxisMundi un articolo che è in realtà un posteditoriale alla pubblicazione Cyberpunk di Mondadori. Siamo sulle stesse lunghezze d’onda espresse in queste mesi un po’ ovunque da altre critiche evocate dal tomo Mondadori, il cyberpunk è stato un movimento che ha anticipato talmente tanto il basso futuro da divenire l’attualità. Alcuni estratti:

Bisognerebbe fare un listone della spesa solo per elencare le principali opere classificabili nella categoria cyberpunk e i suoi precursori. Blade Runner, Ghost in the Shell, Transmetropolitan, Nirvana… il cyberpunk è ovunque, ma questo non è necessariamente un bene. È un problema nel momento in cui si rapporta a una società troppo cyber e poco punk, che lo riduce a ennesimo oggetto di consumo e lo muta in agente della società dello spettacolo, teorizzata da Guy Debord nel 1967: Lo spettacolo è il cattivo sogno della società moderna incatenata, che non esprime in definitiva se non il suo desiderio di dormire. Lo spettacolo è il guardiano di questo sonno.

Con le tecnologie avanzate, le luci al neon e il Keanu Reeves di turno, lo spettatore viene trascinato nel cyberspazio delle infinite possibilità. Ma vi resta inerme. Così il cyberpunk sta vendendo l’anima al diavolo, in contraddizione ai principi che l’hanno fondato. Questa condizione paradossale è percepita soprattutto in riferimento al contesto italiano. Negli anni Novanta in Italia il cyberpunk era qualcosa di marcatamente politico. Per rendersene conto basta recuperare alcuni testi cult di quel periodo. La prefazione all’antologia Cyberpunk edita da Shake Edizioni Underground si apre con queste parole del curatore Raffaele Scelsi: La tensione politica di questo scritto è orientata difatti verso la riappropriazione della comunicazione da parte dei movimenti sociali, tramite la formazione di reti informatiche alternative, che possa finalmente impattare lo strapotere delle multinazionali del settore. Oggi tramite il cyberpunk si offre l’opportunità, a tutti gli operatori culturali e di movimento, di aprire un nuovo enorme campo di produzione di immaginario collettivo, capace di scardinare la tenace cappa immaginativa esistente, dalla quale da più tempo si è compressi. 
Non c’è partitismo, ma vengono affermati dei principi. L’autogestione, la democratizzazione dell’informazione e le potenzialità delle nuove tecnologie non sono slogan, come si legge all’inizio del volume: «Non esiste copyright su questa pubblicazione. Si diffidano però tutte quelle Società che lavorano per la costruzione e il mantenimento di una “società orientata verso una comunicazione di tipo chiuso”, a farne liberamente uso». Cyberpunk non come orpello ludico-letterario, ma sottocultura.

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