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Archivio per Carl Gustav Jung

NICK MASON’S SAUCERFUL OF SECRETS: UN OSPITE SPECIALE… | PINK FLOYD ITALIA


È successo. Roger Waters è salito sul palco come ospite della band di Nick Mason, i suoi Saucerful of Secrets che suonano in giro per il mondo i primi anni dei Floyd, prima che arrivasse il successo planetario di DarkSideMoon. Stanotte, a NewYork, Waters ha cantato e suonato il gong su Set the controls for the heart of the Sun – con simpatico siparietto in mezzo – e lo ha fatto con lo spirito dell’epoca, cosa che mi colpisce molto perché, proprio in questi giorni, sto evocando esattamente quel pezzo come ispirazione per un racconto, in cui entrano gli I Ching e la Sincronicità di Jung, fattori che portano invariabilmente alla performance floydiana in questione, riassunta dal video sottostante. Via PinkFloydItalia.

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Uruk – Mysterium Coniunctionis | Neural


[Letto su Neural]

La collaborazione fra Massimo Pupillo (Zu, Ardecore) e Timothy Lewis, aka Thighpaulsandra (Coil) si era già concretizzata lo scorso anno, il 2017, quando fu realizzato per la Consouling Sounds a dicembre Leave A Silver Trail Through Blackness. Quella sensibilità dark ambient di allora si ritrova anche oggi in questo Mysterium Coniunctionis, progetto sonoro dalla struttura ancora più dronica e dalle trame post-apocalittiche, con sonorità molto cupe, sibilanti e come tenuemente raschiate nella prima parte, “Spagyria”, suite millimetrica nel dare vita a inviluppi anche industrial dal sapore cyber-cinematico. Pure nella seconda composizione, “Solve Et Coagula”, anche questa attorno i venti minuti di durata, il duo non si discosta poi troppo per atmosfere e coerenza della narrazione, tra emergenze auditive quasi impercettibili, dilatate arie e trasalimenti romantici. Suggestioni bene sintetizzate visivamente, inoltre, nelle foto di Francis Meslet scelte per l’artwork e intrise d’un elegante “ruin porn”. L’ambientazione da “castello abbandonato” ben s’addice infatti alle oniriche arie apparecchiate dai due sperimentatori, che sembrano finalmente aver trovato una distintiva ed efficace cifra stilistica. Nondimeno il titolo dell’album fa la sua parte nella confezione d’una simile personale mitologia: il riferimento infatti è allo psicologo Carl Gustav Jung e alle sue “riflessioni alchemiche”, un testo seminale e a sua volta ricco di forme, simboli, concetti e immagini, una sorta di passe-partout concettuale nell’evocare quello che la separazione e composizione degli opposti psichici comporta. In questo caso gli estremi tirati in ballo sono quelli di strutture musicali differenti che – tuttavia – sembrano irresistibilmente attrarsi (così come la proto-chimica alchemica può riuscire ad irretire ed ispirare anche un pensiero fortemente razionale). Numerosi sono i passaggi contemplativi ma altrettante le concatenazioni più noisy, fra digitale e analogico, con un’elettronica comunque pulsante, piena di suoni di sintesi, fluida e con effetti space. L’esatta miscelazione degli elementi messi in opera sembra essa stessa una sorta di rituale forma di conoscenza, sostanza densa e coinvolgente che attraversa quindi più generi, evocando atmosfere immersive, ricche di tensione, nebulose e spettrali.

Suspiria di Guadagnino: non un horror ma un saggio sul male – minima&moralia : minima&moralia


Recensione a Suspiria di Luca Guadagnino che affonda negli archetipi della filosofia, della psicologia junghiana, dell’esoterismo fino all’occultismo, tra l’altro condivisibile anche se non ancora esaustiva – almeno dal mio punto di vista, che continuo a indagare interiormente. Su MinimaEtMoralia.

Il film non solo merita la visione, non solo ne merita di successive, ma ispira, consapevolmente, delle riflessioni molto più interessanti e, verrebbe da dire, fatidiche dal punto di vista culturale rispetto alla vexata quaestio sull’originalità. In poche parole, chi se ne importa del genere horror, qui c’è una riflessione non banale sulla presenza degli archetipi nella contemporaneità.

Non è un film horror (in quel senso è noioso e deludente), è un saggio sul Male (e in questo senso è molto stimolante dal punto di vista intellettuale).

Ora consentitemi, dopo aver ammesso il mio errore di valutazione istintiva, di vantarmi invece di una mia lettura (credo) esclusiva: avevo ragione quando notavo nel trailer la presenza di un omaggio a Bowie e un richiamo consapevole alla gestualità rituale di Crowley. Quel gesto, non a caso, è il primo col quale si presenta al memorabile provino la protagonista: un gesto potente, carico di magia nera, una rivelazione esoterica sbattuta in faccia allo spettatore ignaro (come il nome della fermata della metro berlinese dalla quale la stessa Susie si reca all’incontro fatidico si chiama proprio Suspiria).

Ricordo che il gesto è chiamato “The Enterer”: con quel gesto non solo la protagonista entra nella scuola di danza, ma più profondamente nella rete psichica di telepatia demoniaca che scandirà in crescendo il disvelamento della sua natura.
Come direbbe Elémire Zolla, “Verità segrete esposte in evidenza”. E ha ragione Luca Valtorta quando, nella sua interessantissima intervista a Thom Yorke (autore di una colonna sonora che intelligentemente si distanzia completamente dal precedente glorioso e ingombrante dei Goblin), sottolinea l’indugio della camera sul saggio di Jung , La psicologia del transfert. Il film, infatti, è (anche) un intelligente riflessione sull’archetipo junghiano della Grande Madre.

Certo, è un tema sotterraneo (fino all’epifania finale), un fiume carsico che esplode solo dopo essere stato seppellito sotto tutti gli altri temi (puntualmente notati da molte altre recensioni): Berlino nel 1977 come luogo tragico e iniziatico del Male ma anche di Rinascita (Bowie, appunto);  il legame con la violenza contemporanea del terrorrismo (le cronache della vicenda tragica Banda Baader-Meinhof ritmano ossessivamente il crescendo della vicenda) e allo stesso tempo con la Memoria della Colpa (lo spettro allora molto più vicino del nazismo); il vincolo nemmeno tanto inconscio tra femminismo e stregoneria, come rivendicazione agguerrita del Femminile negato dalla società patriarcale (il claim del film è stato proprio lo slogan storico “Tremate, tremate /Le streghe son tornate); la condanna secca e convincente del fanatismo religioso come seme della negatività, il richiamo semplice ma agghiacciante all’attualità (“Perché tutti sono convinti che il peggio sia già passato?” chiede Susie a Madame Blanc, nel momento di massima complicità esoterica tra le due prima dell’agnizione spettacolarmente infernale del finale).

Sono anche bellissime le scene di gruppo in cui l’agnizione del Male trapela nell’apparente quotidianità delle prove. Un rapporto di forze destinato al capovolgimento (come insegna la dialettica hegeliana), in un transfert non solo psicanalitico ma propriamente magico. Carisma del resto, etimologicamente, è collegato a Grazia. Una grazia satanica, rovesciata, che diviene un potere magico. E se uniamo Energia, Grazia e Potere otteniamo quello che nella cultura indiana si appella Shakti. L’Energia Femminile Primordiale.

Arriviamo al cuore ardente del film: ben più consapevolmente gnostico della blasfemia quasi punk di Argento, Guadagnino tocca temi esoterici non come meri giocattoli estetici.
Nelle coreografie (stupende, di Damien Jalet) ci sono echi delle danze di Gurdjieff, nel sabba la citazione di Crowley si rivela come precisa e non peregrina: come nei suoi maledetti rituali, i ballerini diventano automi disarticolati, in una immonda parodia del sama, la danza rituale sufi dei dervisci (al centro il pir, ovvero l’elemento fermo e catalitico è proprio la Madre). Sia la gestualità (la Swinton tocca il punto relativo al chakra del Sahasrara sulle mani di Dakota Johnson nel momento in cui le trasmette la sua energia) che la precisione del rituale (la presenza di un Testimone maschio come nella cosmogonia induista) rivelano una conoscenza più approfondita dei rituali esoterici rispetto a mere suggestioni estetizzanti.

Nel finale, la Madre appare nel suo Doppio aspetto analizzato (guarda caso) da Jung: tremenda e vendicativa con chi attacca i propri figli, nutrita del sangue dei demoni; benevola e compassionevole, portatrice di Verità e Liberazione nei confronti delle vittime innocenti. Ma (al di là della perfezione estetica di molte scene e al compiacimento kitsch di alcune scene barocche) qui ci troviamo di fronte a un film di notevole spessore intellettuale. Un monito e un appello sulla necessità di risvegliare l’archetipo della Madre, unica via alla Rinascita.

Ultima vertiginosa digressione personale: il link citato nell’articolo, questo, indica anche una matrice gnostica dell’opera di Guadagnino, che scava e scavalca ogni banale riferimento all’occulto e spalanca una pletora paurosa di citazioni e iperlink aperti sull’insondabile delle oscurità degne del regno di uno sciamano.

Il primo Kubrick tra sperimentalismo linguistico e psicanalisi junghiana – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una bella disamina su Stanley Kubrick e la sua arte eccelsa, analizzata nei suoi inizi grazie al libro La trappola del testo. Sul primo Kubrick, di Saverio Zumbo. Un estratto significativo:

Zumbo ritiene che se le primissime opere del regista risultano contraddistinte sia da uno sperimentalismo in linea con la lezione modernista votata all’autoriflessività, che da un costante riferimento alla psicanalisi junghiana, successivamente le cose cambiano e il connubio tra sperimentalismo linguistico e i modelli interpretativi proposti da Jung si allenta: così come l’inclinazione autoriflessiva della prima produzione, pur non venendo mai meno nelle opere successive, sembra via via diradarsi e perdere in incisività, anche il riferimento profondo alla psicanalisi junghiana sembra attenuarsi lasciando il posto a rimandi freudiani.

Scrive Zumbo che Il modernismo di Kubrick deriva tanto dalla sua partecipazione alle spinte neoavanguardiste dell’epoca in cui lavora che dalla sua conoscenza delle avanguardie storiche.
«Modernismo, dunque, anche nel senso, se così si può dire, più “classico” del termine. In riferimento al fenomeno che, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, ha attraversato le arti avendo come trait-d’union la riflessività. In letteratura, con T. S. Eliot e James Joyce come massimi teorici, oltre che esponenti di spicco, col funzionalismo in architettura, con lo “straniamento” del teatro epico brechtiano, con le sperimentazioni della musica contemporanea, con l’astrattismo nelle arti figurative. Sintomatica, nell’ambito di queste ultime (ma nel quadro di una ricognizione estetica più generale che trascende le stesse), l’elaborazione teorica di Clement Greenberg, che afferma la necessità di una riflessione, da parte di ciascuna arte, sul medium che le è proprio, sulla sua “opacità”» (p. 15).

II calore: recupero della sacralità nella sessualità di Clarissa Pinkola Estés | Iridediluce (Dott.ssa Fiorella Corbi)


Sul blog IrideDiLuce un bel post sulla sessualità femminile – e sull’osceno – vista con gli occhi del Classicismo, delle istanze antropologiche delle divinità del tempo, sui riflessi che tali echi hanno tuttora nella società moderna. Un estratto, la bella leggenda di Ade e Persefone (o Proserpina):

Demetra, la dea materna della Terra, aveva una bellissima figlia di nome Persefone, che un giorno giocava all’aperto. Persefone vide a un tratto un fiore particolarmente bello, e allungò le mani per coglierlo. D’improvviso la terra prese a tremare e si aprì una profonda voragine. Dalle profondità della terra emerse Ade, il dio degli Inferi. Alto e possente, stava ritto su un carro nero tirato da quattro cavalli del colore dei fantasmi.

Ade rapì Persefone sul suo carro, e lanciò i cavalli giù nelle profondità della terra. Le urla di Persefone si fecero sempre più flebili a mano a meno che si richiudeva la voragine sulla terra, come nulla fosse mai accaduto. Sulla terra regnò il silenzio, e si diffuse il profumo dei fiori calpestati. E la voce della fanciulla risuonò attraverso le pietre delle montagne, gorgogliò tra le onde del mare. Demetra udì le pietre urlare. Udì le acque urlare. E strappandosi il serto dalla chioma immortale, e spogliandosi degli scuri veli, prese a volare sulla terra come un grande uccello, alla ricerca di sua figlia, chiamandola a gran voce.
Quella notte una vecchia seduta al limitare di una caverna disse alle sorelle di aver udito tre grida quel giorno: una era una giovane voce che urlava di terrore, l’altra chiamava lamentosamente, e la terza era di una madre in lacrime.

Persefone non si ritrovava, e iniziò così la lunga folle ricerca di Demetra della figlia tanto amata. Demetra si infuriò, pianse, urlò, cercò indizi e frugò dentro, sotto, sopra ogni rialzo della terra, implorò compassione, implorò la morte, ma non riuscì a trovare l’amata figlia.

Allora, lei che aveva fatto crescere ogni cosa per l’eternità, maledisse tutti i campi fertili del mondo, urlando nell’afflizione:
«Morite! Morite! Morite!» 
Per via della maledizione di Demetra, nessun bambino poteva nascere, non poteva crescere il grano per il nutrimento, né potevano sbocciare fiori per le feste o crescere rami d’albero per i morti. Tutto era appassito e inaridito sulla terra riarsa.

Demetra non si era più bagnata, e le sue vesti erano tutte infangate e i capelli arruffati. Nel suo cuore la pena vacillava, ma non si sarebbe arresa. Dopo tante domande, preghiere, avventure che non avevano portato a nulla, cadde infine accanto a un pozzo in un villaggio in cui nessuno la conosceva. E appoggiò il corpo dolente contro la pietra fredda del pozzo, e in quel mentre sopraggiunse una donna, o piuttosto una specie di donna. E questa donna si mise a danzare davanti a Demetra dimenando i fianchi in un modo che ricordava il rapporto sessuale, e scuotendo i seni nella danza. E vedendola Demetra non poté trattenere un lieve riso.

La femmina ballerina era davvero magica, perché non aveva testa, e i capezzoli erano i suoi occhi e la vagina la sua bocca.
Con questa amabile bocca prese a intrattenere Demetra con storielle piccanti. Demetra cominciò a sorridere, poi ridacchiò, poi esplose in una fragorosa risata. E insieme risero le due donne, la piccola Baubo e la potente Demetra.

E fu proprio questo riso che trasse Demetra dalla depressione e le diede l’energia necessaria per continuare la ricerca della figlia; con l’aiuto di Baubo, della vecchia Ecate e di Elio, il Sole, la ricerca ebbe buon esito. Persefone fu restituita alla madre. Il mondo, la terra e il ventre delle donne ripresero a fiorire.

Orrore e follia nel genio di Poe – Parte terza | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la terza e ultima puntata del piccolo saggio di Sandro Fossemò su Edgar Allan Poe e l’interazione con la psicoanalisi.

Sospetto che proprio la dissociazione dal reale abbia reso possibile a Poe di essere un grande esegeta della psiche. Voglio dire che lo scrittore, da come ci viene testimoniato anche dalle riflessioni in Marginalia, dissociandosi coscientemente ma involontariamente dalla realtà, vale a dire senza cadere vittima dell’alterazione psichica, finisca per analizzare e studiare l’anima fino a comprendere paradossalmente, in modo dissociativo, quel volto oscuro della psiche descritto nei personaggi schizofrenici dei racconti. Quindi è totalmente falso e assurdo quello che sostiene Maria Bonaparte.

Edgar Allan Poe, per impedire alla sua natura strana, instabile e ossessionata di far di se stesso un vero criminale o un vero pazzo, aveva ancora a disposizione un’altra “droga”, una droga il cui uso non è alla portata di tutti; intendo parlare dell’inchiostro, con cui fissò sulla carta la sua scrittura bella e curata, le ”immagini” macabre, orribili ma consolatrici, che lo sollevavano ancora dal suo lutto.

Lo scrittore al contrario usa la propria dissociazione non per salvare se stesso dalla follia ma per indagare nella follia del prossimo. La scrittura non è stata un mezzo per evadere dalla propria pazzia ma per immergersi nella pazzia altrui. È assai probabile che Poe sia stato in un certo senso uno psicologo geniale, talmente brillante da usare la propria nevrosi per comprendere la schizofrenia umana. In questo senso, Poe era mentalmente sano perché, a differenza dei folli, era bravo nel comprendersi e nel comprendere. Solo una persona sana di mente può capire quando la ragione si trasforma in “lucida follia” perché diviene eccessivamente strumentale o maniacale a causa di un grave disturbo dissociativo  destinato a sfociare nella schizofrenia.

Interessanti punti di vista, ma la chiosa di tutto l’articolo è illuminante, come se nell’opera di Poe si trovassero elementi connettivi che ricollegano le essenze del nostro mondo con un filo sciamanico, antropologico, surreale. Connettivista, se mi permettete…

La discesa agli inferi di Poe diventa un delirio nevrotico che si trasforma in un mezzo dissociativo ma necessario non solo per esprimere la potenza del sogno nella creatività artistica ma forse anche per stimolare una certa sincronicità attraverso l’archetipo, nell’abisso dell’arte metasimbolica che esprime una rappresentazione del mondo quantico, dove tutto è connesso nella coscienza collettiva universale.

Le esperienze visionarie dello scrittore americano ricordano in particolar modo gli studi dello psichiatra Rick Strassman sugli effetti psichedelici della dimetiltriptamina (DMT) prodotta dalla ghiandola pineale. In questi stati di coscienza espansa, provocati spontaneamente o con la meditazione oppure da determinate sostanze, si riesce a liberare la mente dagli abituali e rigidi schemi mentali per avere accesso a esperienze mistiche dove si possono avere intuizioni brillanti. Può darsi che gli stati visionari provocati  dalla DMT possano facilitare la connessione sincronica dell’archetipo, anche con l’influenza di quelle entità intelligenti che Strassman ipotizza presenti negli stati alterati di coscienza.

Dato che Jung e Pauli hanno collegato le “connessioni significative” al futuro viene spontaneo associare la sincronicità alla sintropia. Conseguentemente, nell’arte metasimbolica di Poe possiamo ipotizzare la descrizione di eventi sintropici quando gli avvenimenti premonitori della morte vengono simbolicamente descritti sotto forma di visioni oniriche. La sintropia è un fenomeno scoperto dal grande matematico Luigi Fantappié (1901 – 1956) che ha teorizzato un tempo che scorre al contrario, vale a dire dal futuro verso il passato. In altre parole, avviene che la causa si trova nel futuro e l’effetto nel passato per il raggiungimento di uno scopo. Se dai racconti di Poe la sintropia ha luogo nei sogni allora possiamo dedurre, visto che il «sogno è l’anima» (Hillman), che l’anima sia probabilmente il cuore della sintropia. A questo punto viene spontaneo chiedersi se i sogni premonitori, senza escludere quelli legati alla morte, siano dei fenomeni sintropici, come avviene proprio nei racconti di Poe. Seguendo questa riflessione possiamo provare a proporre un altro accostamento tra HillmanFantappié  legato alla possibilità che la sintropia si manifesta in qualche modo anche nel processo di individuazione.

Orrore e follia nel genio di Poe – Parte seconda | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la seconda parte di tre del piccolo saggio di Sandro Fossemò dedicato a Poe e alla lettura psicoanalitica delle sue opere.

Secondo Poe, colui che sognava a occhi aperti sviluppava molta fantasia ed era in grado di comprendere la realtà nella sua complessità al prezzo di uno stato di dissociazione visionaria diretta a esprimere una “suprema forma d’intelligenza”. Gli stati di alterazione psichica erano un mezzo per sviluppare fantasia creativa perché permettevano all’inconscio di emergere vertiginosamente nella sfera percettiva. Una caratteristica della percezione geniale consiste nella compenetrazione tra sogno e realtà provocata da stati mentali alterati, forse dovuti a traumi psicologici o all’assunzione di sostanze stupefacenti, in cui avviene la dissociazione dal reale. Carl Gustav Jung (1875-1961) analizza ottimamente il fenomeno in cui l’individuo perde la cognizione della realtà per lasciare spazio all’inconscio.

La forze eruttate dalla psiche collettiva portano confusione e cecità mentale. Una conseguenza della dissoluzione della persona è lo scatenamento della fantasia che, evidentemente, è né più né meno che l’attività specifica della psiche collettiva. Questa irruzione di elementi fantastici introduce violentemente nella coscienza materiali e impulsi della cui esistenza non si aveva alcun sospetto. Si scoprono tutti i tesori del pensiero e del sentimento mitologico. Non è sempre facile resistere a impressioni talmente travolgenti. Questa fase va annoverata tra quelle che rappresentano un vero pericolo nel corso dell’analisi, pericolo da non sottovalutarsi.

Si comprenderà facilmente come questa condizione sia talmente insopportabile che l’individuo desidera porvi termine al più presto possibile, dato che la somiglianza con l’alienazione mentale è finanche troppo stretta. Come è noto, la forma più comune di pazzia , la demenza precoce o schizofrenia, consiste essenzialmente nel fatto che l’inconscio espelle e soppianta, in larga misura, le funzioni della mente cosciente. L’inconscio usurpa le funzioni del reale e vi sostituisce una propria realtà. I pensieri inconsci diventano udibili sotto forma di voci, oppure sono percepiti come illusioni o allucinazioni corporee, ovvero si manifestano sotto forma di giudizi insensati, ma irremovibili, sostenuti in opposizioni alla realtà.

Allorché la persona si dissolve nella psiche collettiva, l’inconscio viene spinto entro la coscienza in un modo simile, ma non identico. L’unica differenza rispetto allo stato di alienazione mentale è che l’inconscio viene portato in superficie mediante l’analisi cosciente; almeno questo è ciò che accade al principio dell’analisi, quando si devono ancora superare forti resistenze di ordine culturale. Più tardi, dopo l’abbattimento di barriere erette nel corso di anni, l’inconscio invade la coscienza spontaneamente e talvolta irrompe nella mente come una fiumana. In questa fase la somiglianza con l’alienazione mentale è strettissima. Però si tratterebbe di vera follia solo se i contenuti dell’inconscio diventassero una realtà che prendesse il posto della realtà cosciente; in altri termini, se il soggetto vi prestasse fede senza riserve.

Solo una mente preparata come quella di Poe era pronta ad accogliere le invasioni dell’inconscio senza crollare completamente nella totale alienazione mentale perché lo scrittore era genialmente in grado di sfruttare la disfunzione percettiva come mezzo conoscitivo della realtà, servendosi dell’analisi razionale della propria fantasia. Di conseguenza, Poe non era uno schizofrenico che aveva completamente perduto il senso del reale, ma piuttosto era un forte visionario, pieno di talento, capace di interpretare coscientemente le proprie visioni. L’analisi junghiana sulla dissociazione della realtà con particolare visioni trova quasi un certo riscontro quando lo scrittore descriveva il suo stato mentale nei momenti in cui “sognava a occhi aperti” nel saggio Marginalia, facendo proprio riferimento in modo impreciso a delle improvvise “fantasie”.

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