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Archivio per CarmillaOnLine

L’ultimo romanzo di Valerio – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la segnalazione di La fredda guerra dei mondi. Romanzi brevi e racconti ritrovati, che Franco Forte ha pubblicato recentemente per Mondadori; si tratta dell’ultimo romanzo di Valerio Evangelisti, purtroppo incompleto, su cui stava lavorando un anno fa, più altri racconti che completano il quadro dell’autore da più punti di vista, qualcosa di cui si sentiva la mancanza. Ciao Valerio

Gli alieni esistono, attaccano la Terra e ne distruggono i monumenti. Chiedono la liberazione dei loro compagni catturati dopo la seconda guerra mondiale. Le élite mondiali utilizzano la paura del nemico per rafforzare il consenso e dominare la popolazione. Nel frattempo uno scalcinato gruppo di rapinatori organizza un colpo proprio in una delle basi dove si trovano i prigionieri. I protagonisti dell’impresa si autodefiniscono anarchici e concepiscono le loro azioni come espropri volti a ridistribuire la ricchezza sociale. Si sono dati perfino un nome, Confederazione sotterranea dei lavoratori, ma a parte il leader – Justin Mathurin, detto il Reverendo – e il Tricheco – militante in gioventù della Gauche prolétarienne – gli altri hanno ben poco di politico: si tratta di prostitute occasionali, ex tossicomani e altri frequentatori del sottomondo criminale.
Di questo parla La fredda guerra dei mondi, l’ultimo romanzo di Valerio Evangelisti. Si tratta di un’opera incompleta, ma godibilissima per i suoi personaggi scanzonati, il ritmo incalzante, l’acume politico e l’irresistibile comicità popolaresca:

“Al primo sorso di champagne, Romero, che non vi era abituato, emise un rutto così forte da far sussultare la clientela e tremare le vetrate. Un ritratto di Apollinaire cadde e si ruppe il vetro di protezione. Dal piano superiore, separato da quello in basso con una scaletta, si affacciò irritato un noto giornalista televisivo. Gridò al maître: «Gustave, siamo al Dôme o in una bettola di Aubervilliers?»”.
Romero Avellano gli urlò: «Ti vedo in tv! Io faccio con la bocca i rumori che tu fai col culo, e trasformi in notizia! Vieni giù, e ti infilzo con una forchetta, sporco borghese!».

Certo, quando al diciottesimo capitolo il testo s’interrompe proviamo un tuffo al cuore e ci ricordiamo che il suo autore non è più tra noi. Però possiamo leggere il finale dell’omonimo racconto apparso in una raccolta Millemondi Urania nell’estate del 2020. Il romanzo incompiuto ne rappresenta infatti una riscrittura “aumentata” che ci introduce nel laboratorio segreto di Evangelisti: qui prendono vita personaggi tridimensionali come si conviene a un testo di maggiori dimensioni e compare lo scenario mutuato dalla precedente professione dello scrittore, quella di storico. Nel caso specifico torna alla memoria il suo saggio sugli anarchici illegalisti francesi del primo Novecento, contenuto nel libro Sinistre eretiche. Dalla banda Bonnot al sandinismo 1905-1984 (SugarCo, 1985). Non possiamo sapere se l’autore riservasse anche per il romanzo lo stesso finale del racconto, ma abbiamo una traccia possibile.

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Archeologia e cioccolata fondente. Intervista a Enrico Giannichedda – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una singolare intervista a un singolare archeologo: Enrico Giannichedda. Un botta e risposta assai significativo del tenore dell’intervista e dell’intervistato.

Nell’opinione pubblica italiana l’archeologia è percepita in modo ambivalente: osannata da una parte (un lavoro affascinante, che porta alla scoperta di oggetti belli e civiltà scomparse) e dall’altra disprezzata (un lavoro parassita, inutile, in particolare in relazione a tutta l’archeologia da cantiere, quella che si interseca con i lavori pubblici e privati sul territorio). Facendo un confronto ardito, a me sembra che la duplicità di considerazione ricordi quella che nei sistemi sociali patriarcali molti hanno avuto e hanno della donna: “santa o puttana”. Nel caso della donna, la dicotomia si fonda sull’uso del corpo che quella donna fa. Il controllo del corpo femminile è la massima aspirazione dei sistemi di cui sopra; la donna non può usare come le pare il proprio corpo e tutto quello che passa attraverso (la sessualità, la procreazione, ecc). Non ti sembra che l’archeologia sia percepita, ugualmente, come santa e puttana? I resti materiali del passato – e l’uso che se ne fa – sono un po’ la controparte del corpo, nella nostra metafora.

Forse la metafora è ardita, sì, ma potrebbe essere utilmente rovesciata. Tu ipotizzi che l’archeologia “santa” sia quella dei ritrovamenti nobili, belli, meritevoli per l’opinione pubblica. E “puttana” quella che rompe le scatole bloccando i lavori pubblici, di urbanizzazione eccetera. Forse è il contrario: l’archeologia, spesso, sputtana i propri rinvenimenti migliori rendendoli eventi. Il rischio dei ritrovamenti molto notevoli è che vengano poi variamente sviliti del loro potenziale informativo proprio per offrirli a tutti, per metterli sul mercato come una merce qualsiasi. Mentre l’archeologia di scavo, che non arriva quasi mai all’opinione pubblica ma che costituisce la massa critica dei dati archeologici, forse la si potrebbe definire santa perché per lo più finisce nei magazzini, per pochi addetti al culto i quali spesso non si preoccupano di pubblicare o di rendere disponibili i dati, se mai ci fosse qualcuno interessato a conoscerli. Il problema vero, a mio avviso, è questo: mentre di fronte a un archivio cartaceo di 100.000 documenti, in costante crescita, nessun archivista si pone l’intento di leggerli tutti e di farne il regesto, l’archeologo pensa che per studiare un sito deve conservare e studiare tutti i materiali contenuti in tutte le cassette dei reperti, strato per strato, e questo santifica le testimonianze materiali. Gli archivi e le biblioteche sono luoghi di selezione, perché tutto non si può conservare né studiare; in archeologia è un po’ diverso.
Di recente, parlando in una conferenza, ho detto che avevo studiato una ventina di recipienti di un certo tipo, una persona è intervenuta e mi ha detto che forse avrei dovuto studiarne 200, e ovviamente avrebbe potuto dire 2000 o 200000. Certo, se ne avessi studiati 2000 sarebbe stato meglio che studiarne solo 20 ma non sarei sopravvissuto e, fino a prova contraria, avrei ottenuto i medesimi risultati di fronte all’obiettivo che mi ero posto con quel lavoro. Ovviamente, altre domande potevano necessitare studi più ampi, ma comunque finalizzati. Perché il limite siamo noi stessi e la legislazione che, in Italia, impone agli archeologi di essere accumulatori seriali, e conservatori acritici senza riflettere su cosa ciò comporti.
Quindi forse la metafora si potrebbe capovolgere. I grandi rinvenimenti spesso vengono un po’ sputtanati, nel senso che nel proporli al pubblico si abbassa il livello della comunicazione e così via. Mentre gli altri, per quanto comuni, vengono messi in una teca di cristallo (leggasi magazzini chiusi al pubblico e a potenziali studiosi) e restano nella disponibilità di un culto burocratizzato che si è affermato negli ultimi 50 anni in un numero limitato di paesi occidentali.

Ricchi in fuga – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione di Gioacchino Toni a Solo i più ricchi, saggio-diario di Douglas Rushkoff  edito da Luiss University Press. Intrigante, interessante, istruttivo, fa riflettere a fondo – come, devo dire, gran parte della produzione di quest’inaspettata casa editrice, da cui ti aspetti ben altro che la feroce critica al sistema cognitivo che la sostiene.

Cinque tra gli uomini più ricchi del pianeta invitano un massmediologo marxista in una località segreta nel deserto per ricevere una consulenza circa l’efficacia dei piani di fuga a cui stanno pensando in vista di quello che chiamano l’Evento, una non meglio definita catastrofe che prevedono si stia per abbattere sulla Terra.
Non si tratta di un romanzo o di un film. Questo è quanto è realmente accaduto a Douglas Rushkoff, docente di teoria dei media e di economia digitale presso il Queens College di New York, divulgatore sui temi dell’innovazione e dell’hi-tech e conduttore del celebre podcast “Team Human”.

Il volume si apre con lo stupore dell’autore per la bizzarra proposta ricevuta di raggiungere un lussuoso resort situato in una imprecisata località nel deserto al fine di fornire un suo parere sul “futuro della tecnologia” a un gruppo si uomini di affari. Trattandosi di un’offerta economicamente importante, lo studioso accetta pur attendendosi la classica raffica di domande volte unicamente a comprendere se vale o meno la pena investire su questa o quella trovata tecnologica nel totale disinteresse circa l’impatto che avrebbero avuto sulla società. Dopo un viaggio aereo in prima classe, proseguito poi in limousine, raggiunto un lussuoso resort in mezzo al nulla, il “massmediologo marxista”, come egli stesso si definisce, scopre di non dover tenere una conferenza a una platea di invitati ma bensì dialogare con soli «cinque tipi ricchissimi» appartenenti «alla più alta élite nel campo degli investimenti tecnologici e dei fondi speculativi» (p. 10).
Cosa diavolo vogliono da lui costoro? Qualche dritta su ove conviene investire in ambito tecnologico? Ed eccoci alla vera sorpresa: a costoro interessa capire quale zona del mondo subirà di meno la futura crisi climatica, se la minaccia principale deriverà dal cambiamento climatico o da una guerra biologica, quanto si potrà resistere isolati senza aiuto esterno e come potranno continuare ad esercitare la loro autorità sulle forze di sicurezza che dovranno difenderli nei loro bunker da razzie o ammutinamenti dopo l’evento. «L’Evento. Era il loro eufemismo per il collasso ambientale, le rivolte nelle strade, l’esplosione nucleare, la tempesta solare, il virus inarrestabile o l’hack informatico in grado di bloccare ogni cosa» (p. 11).

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Attitudine hacker e tecnologie conviviali – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione di Gioacchino Toni a Tecnologie conviviali, saggio di Carlo Milani che analizza il nostro mondo virtuale dei social, e internettiano tutto visto dall’etica hacker. Un estratto:

«Come possiamo affidare le nostre relazioni a sistemi di cui non sappiamo praticamente nulla, sui quali non esercitiamo alcun potere reale? Non abbiamo contribuito alla produzione delle norme che regolano le interazioni tecniche, e non abbiamo alcun potere. Ma il potere è proprio quello che ci serve per cambiare le cose». «Questo libro parla esattamente del potere, di come gli strumenti in generale siano fonte di potere, e in particolare gli strumenti elettronici che nel XXI secolo vanno sotto il nome collettivo di “tecnologie digitali”, anche se si tratta di apparecchi molto diversi fra loro. Parla di come possiamo non solo immaginare, ma anche concretamente operare in modo che il potere possa essere esercitato in maniera diversa. Per fare ricreazione, costruire spazi dove può fiorire il mutuo appoggio». Così Milani riassume l’intento che si pone con il suo volume dedicato alle “tecnologie conviviali” e all’“attitudine hacker”.

L’autore inviata a concepire gli strumenti elettronici come «potenziali alleati per costruire relazioni di mutuo appoggio»; se questi non si rivelano utili a «diffondere il loro potere per realizzare autogestione e abolire il principio del governo a tutti i livelli», allora non sono che «strumenti di oppressione, individuale e collettiva». Il potere deve essere distribuito affinché non si accumuli strutturando gerarchie di dominio; soltanto attraverso la sua distribuzione si può ambire ad incrementare la libertà e l’uguaglianza di tutti e tutte.
Milani delinea la pedagogia hacker derivandola da una rielaborazione/intersezione dell’apprendimento esperienziale di David Boud, Ruth Cohen e David Walker, dei metodi d’azione di Jacob Levi Moreno della pedagogia critica di Paulo Freire. L’attitudine hacker prospettata dall’autore si fonda dunque su un particolare atteggiamento nei confronti delle tecnologie presupponendo «un essere umano che, nelle sue azioni concrete, mir[i] a ridurre l’alienazione tecnica, cioè il baratro che nel corso dell’evoluzione è stato scavato nei confronti degli esseri tecnici».

La normalizzazione del neofascismo passa per la CGIL – Carmilla on line


Per reggere la bandiera di un’idea bisogna avere mani poderose e piedi profondi come radici. Nel nostro Paese si assiste da tempo e costantemente alla destrutturazione e, per meglio dire, alla cancellazione di simboli e riferimenti valoriali della lotta per i diritti dei lavoratori e dei disoccupati.
L’invito di partecipazione al Congresso della CGIL, al presidente del consiglio, lo ha fatto recapitare…

Ometto la foto dell’articolo di CarmillaOnLine, ometto ogni opinione o nome proprio, sono già abbastanza allibito di mio.

WestWorld: la valle della disrupzione / 3 – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la terza disamina sul mondo degli androidi, sulle loro evocazioni umane, sui significati semantici che nascono dal brodo politicoeconomico da cui sono stati concepiti. Un estratto significativo:

Diventando oggetti presenti nel processo comunicazionale, gli hosts, chiara allusione alle tecnologie digitali, sono diventati cose. Sono diventati cioè parte del processo percettivo del soggetto e, in questo modo, hanno cominciato un’opera di codificazione constante dei comportamenti umani. In quest’opera – identificabile nel modo in cui i motori di ricerca, i social media, o alcune società di marketing politico maneggiano i dati generatesi nel processo comunicativo di ogni singolo individuo – l’illusione transumanista, così come lo sviluppo di entità tecnologiche intelligenti a tutti gli effetti, rappresenta solo una scusa perfida e perfetta per portare avanti la mappatura dei più intimi pensieri e dei più profondi desideri di ogni individuo. E, a mio avviso, è proprio questa la denuncia che sembra evidenziarsi nella terza stagione di WestWorld, una denuncia capace di rendere noto e ricordare chiaramente che il capitale non è altro che una forza di produzione di desideri. E forse non è mai stato altro. Questa natura del capitale ben si palesa nella forza egemonica di Hollywood, forza magistralmente analizzata e criticata da Horkheimer e Adorno nel loro fondamentale Dialektik der Aufklärung (1947)2.

Come già sottolineato nel dibattito sulla produzione nell’era post-fordista, il lavoro si è spostato progressivamente verso la generazione e lo scambio di informazione. Questo fenomeno non solo permette di evidenziare l’affermarsi del capitalismo cognitivo, oggi – nel nostro contesto digitale – ormai sotto gli occhi di tutti, ma offre qualche indizio circa la nuova capacità del capitale di inglobare l’informazione in tutte le sue manifestazioni. Vale a dire, come sembra possibile evincere da una (ri)lettura attuale del testo (degli anni Novanta) di Paolo Virno, Virtuosismo e rivoluzione, la forza del capitale finisce per assorbire e scambiare il lavoro con l’attività, inclusa l’attività politica. Questo fenomeno mette in luce la capacità del capitale, soprattutto nella sua fase post-fordista, di assorbire e posizionare nel flusso reificante lo scambio d’informazione del processo quotidiano di comunicazione con l’altro e cioè, di assorbire anche il semplice scambio comunicazionale, la semplice relazione con il prossimo.
Quando Baudrillard delinea la trasformazione del lavoro, che da forza diventa segno tra i segni, permette proprio di identificare questa nuova capacità del capitale attraverso la nozione di ‘scambio’ (échange):

“Poiché il lavoro non è più una forza, è diventato un segno tra i segni. Si produce e si consuma come tutto il resto. Si scambia con il non-lavoro, il tempo libero, secondo un’equivalenza totale, è commutabile con tutti gli altri settori della vita quotidiana. Né più né meno “alienato”, non è più il luogo di una “prassi” storica singolare che genera singolari relazioni sociali. Non è niente più, come la maggior parte delle pratiche, di un insieme di operazioni di segnalazione. Rientra nel disegno generale della vita, cioè nell’inquadramento da parte dei segni3.

Tuttavia, benché la nozione di scambio permettesse di intuire che il capitale avrebbe potuto inglobare ogni forma di informazione, lo scambio quotidiano compreso, non sembrava possibile che questa forza inglobante e reificante sarebbe stata in grado di sviluppare la capacità tecnologica di includere nella mercificazione azioni apparentemente al di fuori del processo produttivo. Come ci insegna la figura dello host, la forza reificante oggi trova terreno fertile anche nei gesti quotidiani, nella frase fatica e nella sua intonazione, in ogni piccolo gesto, smorfia e frammento del puzzle infinito, mutante e collettivo che costruisce il desiderio individuale. Ed è proprio qui, in questo fenomeno su cui si fonda l’attuale capitalismo cognitivo, che gli hosts diventano classe.
Gli hosts sono individui, ma allo stesso tempo sono forza collettiva, e per questo la figura dello host si posiziona tra la figura tradizionale dell’automa e quella del robot. Tuttavia, lo host presenta una forte componente di robot che emerge solo nel momento in cui si accetta la natura del capitalismo cognitivo. Infatti, l’esistenza degli hosts si fonda sul loro sfruttamento: essi sono lavoratori, schiavi la cui forza viene impiegata nella produzione immateriale. A differenza del robota ideato da Čapek, gli hosts sono schiavi della produzione dell’informazione, non della produzione materiale4.

Troia brucia dopo una guerra senza fine – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione di Paolo Lago a Troia brucia. Come e perché raccontare l’Ilioupersis, di Alberto Camerotto. Spicca questo brano della rece, che risuona di un’attualità spaventosa, sempre rivolta al presente:

Lo scontro fra Greci e Troiani si trasforma in una guerra senza fine: anche su quella di Troia, all’inizio, aleggia l’illusione di una guerra lampo. E, come molte guerre che, anche nella contemporaneità, si sono protratte per lungo tempo, anch’essa inizia come una grande spedizione della ‘guerra giusta’ per vendicare il rapimento di Elena. La narrazione epica dell’Iliade inizia dall’ira di Achille, al nono anno di scontri, quando ormai la “guerra infinita” è diventata il paradigma e il segno dell’identità, e “nella celebrazione se ne dimentica il significato reale, si dimenticano i morti e le sofferenze, quelle più semplici, quotidiane, tremende, proprio mentre ne costruiamo la memoria”. Ecco che gli anni devono essere dieci, un numero dal valore simbolico. I morti si aggiungono ai morti perché “quando si comincia una guerra non si può più tornare indietro”. Lo stesso potrebbe valere anche ai giorni nostri, in cui gli apparati bellici sono al servizio del capitale e dei suoi interessi: quelle stesse esigenze di carattere economico e strategico si trasformano in valori assoluti, in idee che non è possibile mettere in discussione, dall’una e dall’altra parte, come nel conflitto in Ucraina. Nel racconto della persis di Troia, sia in quello omerico che in quelli di Quinto Smirneo e Trifiodoro, entrambi del III secolo d.C., emerge anche la progressiva consunzione della macchina bellica, come se su tutto cadesse un velo di angosciosa stanchezza e l’intero apparato si stesse lentamente sgretolando. E tale consunzione sembra gravare più sugli oggetti che sulle persone: le navi, le corazze, le frecce, i dardi, gli scudi, gli elmi, gradatamente si trasformano, per utilizzare un’espressione di Francesco Orlando, in “oggetti desueti”, vecchi, consumati dal tempo. In questo caso, sembra che sia la stessa dimensione bellica a consumare, a divorare: è essa stessa divenuta desueta, vecchia, antiquata, imbambolata nella sua assurdità.

Troia è caduta, la sua persis sanguinosa è stata consegnata all’eternità dal canto epico; ma, possiamo chiederci, quante altre Troie oggi stanno bruciando e bruceranno? Quanti altri crimini efferati stanno continuando in svariate parti del mondo? Tante, purtroppo, sono le guerre che ancora si combattono – e tante sono quelle lontane dai riflettori dei media – non volute né dal fato e neppure dagli dei, ma dalla spietata logica del capitale che non guarda in faccia a niente e a nessuno.

No, non è l’egemonia. Cosa c’è in ballo nello scontro tra Cina e Stati Uniti – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Strutture, strategie, contingenze, saggio politicoeconomico di Raffaele Sciortino uscito per Asterios; uno largo stralcio:

Lo scontro tra Cina è Stati Uniti è solo all’inizio. Si tratta di una complessa e inevitabile sfida sistemica dagli esiti quanto mai incerti. La Cina, per quanto rapidamente ascesa al rango di potenza mondiale, è ben consapevole di essere più debole del suo avversario e per questo non può e non vuole sfidare l’egemonia americana a livello planetario, per quanto essa risulti indebolita. E questo sia detto con buona pace degli antimperialisti d’antan, quelli che mai hanno elaborato fino in fondo il lutto per la scomparsa della vecchia Unione Sovietica e per questo immaginano un mondo multipolare in cui possa risplendere la stella del nuovo stato guida socialista. Ciò detto l’imperialismo è una questione quanto mai seria e gli esiti dello scontro tra Cina e America saranno fondamentali per le sorti dell’umanità intera. Con buona pace, questa volta, dei puristi della lotta di classe per i quali l’unica cosa importante è lo scontro diretto tra borghesia e proletariato, concepito in una sorta di vuoto geopolitico generalmente privo di riferimenti alla dimensione bellica.
Questo è solo un piccolo assaggio, con l’aggiunta da parte nostra di un pizzico di pepe polemico, dal ricco ed elaborato piatto rappresentato dall’ultimo libro di Raffaele Sciortino, Stati Uniti e Cina allo scontro globale. Si tratta di un testo in cui la geopolitica non è considerata come mero scontro tra potenze statuali ma è concepita come “economia e politica concentrate allo stadio dell’imperialismo”, capace di tenere insieme contraddizioni inter-borghesi e di classe, competizione inter-capitalistica e crisi socio-politica. Strutture, strategie, contingenze è il sottotitolo del libro che esprime il tentativo di dare conto sia degli ineludibili meccanismi oggettivi che governano il nostro mondo a livello planetario sia delle istanze progettuali collettive che cercano di modificare il contesto di riferimento. Il tutto nell’ambito di un processo che rimane aperto a differenti esiti, benché essi non risultino certamente infiniti e indefiniti.
“Il sistema dollaro-centrico è in prima istanza una struttura costituitasi e consolidata nei decenni tra dinamiche concorrenziali inter-capitalistiche e lotte di classe nel quadro dell’egemonia mondiale statunitense. Serve a oliare e a “chiudere” il circuito internazionale della produzione di valore; non è dunque una pura escrescenza monetaria e finanziaria così come l’economia statunitense non è “vuota” di attività produttive detenendo ancora la leadership in molti settori a tecnologia avanzata, intrecciati alla ricerca e produzione di guerra, dall’informatica alle tecnologie della comunicazione, dall’industria della salute all’agro-industriale, ai brevetti e ai diritti di proprietà intellettuale. Siamo, piuttosto, di fronte alla forma assunta dalla riproduzione del capitale sociale complessivo nel quadro del passaggio alla sussunzione reale del lavoro1.

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Rogas Edizioni presenta “Alle radici di un nuovo immaginario” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di Alle radici di un nuovo immaginario, un saggio dei già conosciuti su CarmillaOnLine Gioacchino Toni e Paolo Lago. La quarta:

Consapevoli che lo sguardo sull’alterità è inevitabilmente anche uno sguardo su se stessi, sulla propria identità, alcune opere cinematografiche uscite a ridosso dei primi anni Ottanta del Novecento – Alien (1979) e Blade Runner (1982), entrambe di Ridley Scott, La Cosa (1982) di John Carpenter e Videodrome (1983) di David Cronenberg – hanno affrontato in maniera del tutto nuova le montanti paure identitarie del periodo costringendole al confronto con alterità sempre più spaventose. In film come questi, di cui vengono qua indagati i concetti di identità, alterità e spazio, si possono cogliere le premesse alla nostra contemporaneità, le radici di un nuovo immaginario.

La recensione di “La giostra del maleficio” di Jean Ray | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione di Cesare Buttaboni a La giostra del maleficio di Jean Ray, raccolta di racconti edita da Agenzia Alcatraz; ecco un passo della valutazione di Cesare:

Ci troviamo qui di fronte a racconti minori dell’autore, ma certo non mancano spunti notevoli che fanno emergere il talento tipico dello scrittore di razza.
In La giostra del maleficio troviamo atmosfere che uniscono fantastico, insolito e bizzarro con immagini forti. Non manca nemmeno un tocco di umore nero, tanto che si sarebbe tentati di definire le storie di questa antologia – citando Poe – i racconti del grottesco e dell’arabesco di Jean Ray.

Si è spesso parlato dello scrittore fiammingo come il Lovecraft europeo ma, anche se ci sono possibili collegamenti, Danilo Arona in un vecchio articolo apparso su Carmilla afferma che probabilmente il belga si sarebbe trovato più a suo agio in compagnia di un Montague Rhodes James. Inoltre Ray, a differenza del Solitario di Providence, si è molto interessato all’uomo e alle meschinità della sua natura.
In generale le storie qui presenti sono molto brevi e rappresentato a sprazzi il talento di Jean Ray, tuttavia il libro merita indubbiamente di essere letto e piacerà ai suoi estimatori.

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