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Sole nero – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine il post del lunedì di Alessandra Daniele. Condivisibile, come sempre.

“Nessuna notte è così lunga da impedire al sole di sorgere”. Questa è una gran bella metafora consolatoria, che però funziona solo per i sistemi che ruotano attorno a una stella viva.
Al centro del nostro sistema socio-economico c’è un sole morto. Un buco nero capace solo di divorare e distruggere tutto quello che riesce a catturare nella sua orbita letale. Vite umane, specie animali, risorse planetarie, tutto finisce risucchiato nel gorgo cieco del profitto senza futuro dal quale niente sfugge, nemmeno il tempo.
Siamo nelle tenebre.
Quello che periodicamente ci viene spacciato come un’alba non è che il sinistro baluginio dell’orizzonte degli eventi. L’orlo del pozzo.
Quest’occhio oscuro che ci fissa tutti è ormai privo di maschera. Il Velo di Maya è stato definitivamente strappato dalla pandemia. E non c’è più nessuno che possa sostenere in buona fede il contrario.
Le miserabili risse dei politicanti suonano solo come un ronzio d’insetti, le loro menzogne non sono che carta straccia nel vento.
La verità ci fissa innegabile.
Dobbiamo scegliere adesso se tentare di raggiungere la velocità di fuga per scampare al sole morto, o finirne inghiottiti e schiacciati per sempre.

Be seeing you – Carmilla on line


Alessandra Daniele su CarmillaOnLine graffia come la soda caustica, e scopre i nervi delle stronzate liberiste. Incollo integralmente.

A maggio potremo visitare i familiari. Ma senza riunioni.
A giugno potremo mangiare al ristorante. Ma con la mascherina.
A luglio potremo andare al mare. Ma dentro box di plexiglass.
E potremo comprare abbigliamento. Ma tutti i vestiti che ci proveremo in negozio andranno subito disinfettati.
Le direttive e le proposte per la cosiddetta “Fase di convivenza col virus” sono finora degne d’uno sketch dei Monty Python.
Una cosa è certa: saremo costantemente sorvegliati, schedati, tracciati, controllati e pedinati, e se oltrepasseremo i confini prestabiliti, se usciremo dai binari, un drone ci inseguirà per farci immediatamente riacchiappare, magari da uno sferoide gommoso che ci inghiottirà, come il Numero 6 di The Prisoner.
Intanto migliaia di aziende, fabbriche, empori, cantieri saranno padroni di riaprire subito, e con una semplice comunicazione alla prefettura migliaia non hanno mai chiuso. Perché quei binari devono continuare a portarci al lavoro, come droni telecomandati. Oppure lasciarci a telelavorare da casa, cioè a cottimo.
Chi non riuscirà a riaprire, finirà sbranato e digerito da quello stesso sistema cannibale di cui fa parte.
Mentre ogni giorno di Covid-19 si continua a morire a centinaia, alla Tv, via Skype da casa, la classe dirigente delle librerie bianche incita tutti alla Ripartenza. E a cantare dal balcone, Fratelli D’Italia, Bella Ciao, o entrambe.
Nella notte fra il 18 e il 19 aprile è andato in onda in mondovisione l’One World Together at Home. Pubblicizzato come un concerto, è stato in realtà una mesta videoconferenza nella quale alcune popstar, Lady Gaga (l’organizzatrice) Paul McCartney, Stevie Wonder, Elton John, Celine Dion, Andrea Bocelli e pochi altri si sono a turno collegati per cantare una canzone al pianoforte delle loro ville. Qualcuno, come Beyoncé, non ha neanche cantato, ma s’è limitato ai soliti discorsi di rito, ripetuti anche da Bill Gates, Oprah Winfrey, Laura Bush e Michelle Obama, su immagini di moltitudini in mascherina. L’unica cosa a somigliare vagamente a un concerto è stata la session a distanza degli immarcescibili Rolling Stones.
Per tutto il resto, è stato uno spettacolo profondamente malinconico e sinistro.
Il ritratto d’una civiltà di miliardari blindati nei loro castelli, circondati da masse disperate.
Una civiltà morente.
E non solo di Coronavirus.
Questi sono tempi apocalittici, cioè di rivelazione, ma ciò che abbiamo scoperto in fondo lo sapevamo già.
Il capitale se ne fotte della vita umana.
Se ne fotte della nostra vita.
Siamo criceti che corrono dentro a una ruota, per far girare la dinamo che serve a tenere accesi i lampadari di cristallo ai piani alti.
Quanti di questi criceti vengano travolti e schiacciati ogni giorno, ai piani alti non frega, gli basta solo che nella ruota ne restino sempre a sufficienza da continuare a farla girare.
Lo sapevamo già.
Non possiamo più fingere di non saperlo.

COVID Marx, per un comunismo pandemico – Carmilla on line


Articolo fiume su CarmillaOnLine per applicare la teoria marxista del capitale al periodo di lockdown che, forse, sta per sfumare in altre forme di controllo, può darsi più subdole ma comunque di gestione ancora più problematica – muoversi poco è più complicato del non muoversi per niente. Un estratto:

Il distanziamento sociale cui ci costringe l’epidemia da COVID-19 si configura, a prima vista, come la versione più estrema dell’isolamento individualistico tipico della società borghese. Il mondo che stiamo vivendo ci appare popolato da atomi che evitano qualsiasi rapporto sociale con gli altri atomi, fatti salvi quelli strettamente utilitaristici, necessari a soddisfare i bisogni materiali essenziali. Stando così le cose, sembriamo proprio fottuti, intrappolati come siamo in un sogno che non è il nostro. È il sogno di Margaret Thatcher: “La società non esiste. Ci sono solo gli individui, uomini e donne, e le loro famiglie”. Ma è davvero così?
Per rispondere a questa domanda partiamo da una famosa affermazione di Marx: “L’uomo è nel senso più letterale uno zoon politikon, non soltanto un animale sociale, ma un animale che solamente nella società può isolarsi”. Queste parole, seppur scritte nell”800 per polemizzare con le “robinsonate” degli economisti borghesi, possono aiutarci a comprendere qualcosa della crisi attuale. Per capire come sia possibile, aggiungiamo un’altra affermazione dello stesso Marx, immediatamente precedente a quella prima citata, che riporto di seguito con una piccola variazione: “l’epoca che genera questo modo di vivere, il modo di vivere dell’individuo isolato, è proprio l’epoca dei rapporti sociali (generali da questo punto di vista) finora più sviluppati” (nell’originale al posto della parola “vivere” si trovava “vedere”).

Quello che vorrei sostenere è che, per quanto paradossale possa sembrare, per isolarci al massimo al fine di evitare il contagio abbiamo bisogno del livello più alto possibile di sviluppo dei rapporti sociali. Non siamo in una società che si basa su piccole unità produttive sostanzialmente autosufficienti dal punto di vista della produzione dei beni di prima necessità, come poteva essere la società contadina precapitalistica. Moltissimi beni che consumiamo vengono prodotti attraverso filiere produttive lunghe e internazionalizzate. Ogni singolo bene prevede l’interazione di una molteplicità di individui, organizzazioni, unità produttive sia a livello di produzione che di distribuzione. E’ evidente che ciascuna delle interazioni umane necessarie al nostro sostentamento, anche se ci limitiamo ai beni relativamente essenziali, porta con sé rischi di contagio. Occorrerebbe allora un altissimo livello di integrazione economica, sociale e politica per far funzionare una macchina così complessa al servizio di tutti i singoli individui separatamente presi assicurando loro il benessere materiale e al contempo minimizzando l’esposizione al virus.

Leggi il seguito di questo post »

Economia di guerra / 2: ancora sulla centralità del lavoro e del necessario conflitto che l’accompagna – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine continua l’analisi di Sandro Moiso sulle strategie degli Stati e delle grandi entità economiche mondiali per uscire dalla crisi. Saranno nuovi tempi? In un certo senso sì, ma non sembra proprio un miglioramento rispetto a prima, bensì un radicale peggioramento, se mai fosse stato possibile; e si sa, al peggio non v’è mai fine – un sistema chiuso e complesso può solo peggiorare, è l’entropia a dirlo.

Come afferma Frank M. Snowden, storico americano della medicina, nel suo Epidemics and Society: non è vero che le malattie infettive “siano eventi casuali che capricciosamente e senza avvertimento affliggono le società”. Piuttosto è vero che “ogni società produce le sue vulnerabilità specifiche. Studiarle significa capirne strutture sociali, standard di vita, priorità politiche”.

Gli elementi che potrebbero aiutare a definire il campo per un intervento immediato, concreto e condivisibile a livello di massa sono già molti. Sono compresi nelle parole, nelle promesse fasulle e nei provvedimenti che i governi e i loro padroni, nazionali e internazionali, stanno esplicitando, come si affermava all’inizio, sotto gli occhi di tutti. Una lunga sequenza di leggi, prevaricazioni, distruzioni e violenze che costituiscono la trama della più lunga crime story mai raccontata.
Ancora una volta è inutile, infatti, cercare l’ordito nascosto o segreto della realtà, basta saperla osservare e ascoltare, oppure semplicemente leggere, following the money.

Per esempio, nella “Convenzione in tema di anticipazione sociale in favore dei lavoratori destinatari dei trattamenti di integrazione al reddito di cui agli Artt. da 19 a 22 del DL N. 18/2020” concordata il 30 marzo 2020 a Roma, alla presenza del Ministro del lavoro e delle politiche sociali tra Associazione Bancaria Italiana (ABI), l’ Alleanza delle Cooperative Italiane, tutte le maggiori associazioni imprenditoriali e confederazioni sindacali.

Il tema è sostanzialmente quello della cassa integrazione ordinaria o in deroga. Provvedimenti da sempre destinati a ricadere economicamente sulle spalle dello Stato, degli imprenditori e dell’INPS, ma che grazie a questo accordo, in piena crisi economica (di cui la pandemia da coronavirus costituisce un’aggravante ma non l’unica origine), potrebbe ricadere direttamente sulle spalle dei lavoratori che la vorranno o dovranno richiederla.

Se già la cassa integrazione comporta sempre e comunque un costo per i lavoratori, consistendo mediamente in un 80% del salario, a partire da questo accordo la stessa si trasforma in una sorta di prestito che viene accordato ai lavoratori in attesa che sia l’INPS a ripianarlo e a provvedere ai successivi pagamenti, ma il cui costo iniziale ricadrà interamente sui dipendenti coinvolti, a differenza della cassa integrazione comunemente intesa che prevede, in caso di ritardo delle prestazioni dell’INPS, che il costo iniziale ricada sugli oneri delle imprese che, di fatto, sono costrette ad anticipare per qualche mese gli stipendi parziali pagati dall’ente previdenziale.
Come si può leggere nel testo della Convenzione, invece:

Al fine di fruire dell’anticipazione oggetto della presente Convenzione, i/le lavoratori/trici […] dovranno presentare la domanda ad una delle Banche che ne danno applicazione […]
Il/la lavoratore/trice e/o il datore di lavoro informeranno tempestivamente la Banca interessata circa l’esito della domanda di trattamento di integrazione salariale per l’emergenza Covid-19.
In caso di mancato accoglimento della richiesta di integrazione salariale […] qualora non sia intervenuto il pagamento da parte dell’INPS, la Banca potrà richiedere l’importo dell’intero debito relativo all’anticipazione al/la lavoratore/trice che provvederà ad estinguerlo entro trenta giorni dalla richiesta.
Nei casi della anticipazione del trattamento di integrazione salariale da parte della Banca, quest’ultima, in caso di inadempimento del lavoratore, […] comunicherà al datore di lavoro il saldo a debito del conto corrente dedicato.
In tal caso, a fronte dell’inadempimento del lavoratore, il datore di lavoro verserà su tale conto corrente gli emolumenti spettanti al lavoratore, anche a titolo di TFR o sue anticipazioni, fino alla concorrenza del debito. Il lavoratore darà preventiva autorizzazione al proprio datore di lavoro […] in via prioritaria rispetto a qualsiasi altro vincolo eventualmente già presente evitando che sia il datore di lavoro a dover regolare i criteri di prevalenza tra i diversi impegni presenti, nei limiti delle disposizioni di legge.

La Convenzione con le banche non è un inedito, è già stata usata nel 2008/2009 e se la pratica di cassa non va in porto l’impresa è comunque obbligata a pagare le mensilità al lavoratore, che può così restituire gli anticipi versati dalla banca. La Convenzione è un accordo astratto, ma agli sportelli (persino di due filiali diverse dello stesso gruppo) possono nascere piccoli ricatti o fraintendimenti che il lavoratore, di solito inesperto, può non saper gestire – tipo l’obbligo di aprire una posizione permanente in quella banca, al di là del conto corrente e a termine della Convenzione. Inoltre:

“«L’accordo con l’Abi parla di un’istruttoria di merito creditizio nei confronti del lavoratore. Ma questa previsione rischia di essere un problema per chi ha un finanziamento in corso e magari non sia riuscito a pagare qualche rata di credito al consumo», spiega Roberto Cunsolo, consigliere dell’Ordine nazionale dei commercialisti. Tanto basta, infatti, per essere segnalati alla Centrale rischi finanziari (Crif) e di conseguenza vedersi rifiutare l’anticipo degli ammortizzatori.
L’argomento non è da poco visto che il governo nei provvedimenti adottati finora non ha previsto lo stop alle rate per i piccoli prestiti.” (qui)

Hanno la faccia come il Covid – Carmilla on line


Il lunedì di Alessandra Daniele su CarmillaOnLine. A voi i commenti, qui sotto un estratto delle frasi salienti.

È la Ripartenza. Mentre gli esperti embedded blaterano di plateau come cuochi, e si continua a morire a centinaia nella Lombardia dell’orrore degli ospizi-lazzaretto, e in tutto il Nord dove non c’è mai stato nessun reale lockdown delle attività produttive, già Confindustria e Confcommercio scalpitano per riaprire anche quel poco che è stato chiuso, con la complicità di politici ed esperti embedded che hanno la faccia da Covid di attribuire i dati negativi a fantomatici “contagi avvenuti in famiglia”.

Bisognerà smettere di citare I Promessi Sposi, le epidemie vere non finiscono come la Peste manzoniana, non sono i Don Rodrigo a morire, nessun Innominato si pente, piuttosto continuano a curare i loro affari insieme, mentre l’Azzeccagarbugli si dedica alle conferenze stampa in Tv.

Bisognerà smetterla con questa anosmia che ancora a troppi impedisce di sentire tutta la puzza delle stronzate d’una classe dirigente di scarafaggi stercorari, e d’un sistema socio-economico di merda che ci sta letteralmente soffocando a morte.
E che strozzerà i superstiti con la recessione. Usando il distanziamento e il tracciamento anti-contagio come strumenti di controllo sociale.
Bisognerà imparare a salvarsi da soli.
E poi, ci chiameranno Provvidenza.

“– What genre is this?
– It’s reality, man”
Westworld, 3X05

Retorica bellica e narrazione della pandemia – Carmilla on line


Pertanto, se l’Italia non è in guerra – come si è cercato di argomentare – la pandemia tanto imprevista quanto impegnativa che stiamo attraversando si potrà risolvere con gli strumenti della medicina, innanzi tutto e della scienza, più in generale e, in un secondo momento, con una ricerca che sia opportunamente sostenuta, ovverosia finanziata, e con un sistema sanitario nazionale che va difeso, rafforzato e migliorato e non smantellato a seguito di scellerate scelte ragionieristiche, figlie di miopi politiche di austerity, proprie di un liberismo tanto egemone quanto ottuso, egoista e prevaricatore. A nulla serve la retorica bellica e militare, se non a confondere le acque, a semplificare, a banalizzare e a travisare la sostanza delle cose.

Infine una riflessione che guarda a ciò che potrebbe accadere nei prossimi giorni. Tra poco ricorrerà il 25 aprile e il rischio che la Resistenza e la Lotta di liberazione dal fascismo finiscano per essere utilizzate per alimentare la retorica della guerra italiana al virus è più che concreto, anzi si può dire che questo processo sia già iniziato: corriamo il pericolo di sentir parlare di Resistenza alla pandemia e di Lotta di liberazione dalla malattia, il tutto con un duplice effetto deleterio. Ancora una volta eviteremmo di dare una rappresentazione realistica di quanto sta accadendo, infarcendone la narrazione con vuote e bislacche formule retoriche e presteremmo un pessimo servizio al dovere della memoria di eventi storici fondamentali e fondanti lo spirito stesso della nostra Repubblica, ma che a più di settant’anni di distanza ancora disturbano una parte del Paese, quella che forse non si farà sfuggire l’occasione di depotenziarne la valenza attraverso un loro utilizzo improprio. La Resistenza e la Lotta di liberazione ne uscirebbero svuotate della loro sostanza storico-politica e trasformate in inutili etichette astoriche da utilizzare per una abborracciata e fuorviante rappresentazione della situazione presente di emergenza sanitaria.

Usare le parole giuste aiuta a comprendere e comprendere può, forse, aiutare a risolvere anche i problemi più complessi.

Una chiosa superlativa a questo post di CarmillaOnLine dedicato al momento sociopoliticoeconomico e retorico che stiamo vivendo in queste settimane da lockdown against Covid. E come dargli torto?

Business as usual – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine il lunedì di Alessandra Daniele. Ecco il copiaincolla; come non essere d’accordo?

L’Italia va a puttane di default.
Anche quando non c’è nessuna particolare emergenza, l’Italia va comunque a puttane di suo.
I ponti crollano, i fiumi esondano, le mafie prosperano, le fabbriche esalano fumi cancerogeni e colano gli operai nell’acciaio fuso.
I politici istigano all’odio razziale o cantano Bella Ciao solo per rastrellare voti, e una volta eletti fanno esclusivamente gli interessi dei loro padroni, nazionali e internazionali.
E vanno a puttane.
In Italia milioni di persone sono costrette all’eroismo quotidiano per sopravvivere a un sistema socio-economico che mette la vita umana all’ultimo posto della sua lista – dopo “varie ed eventuali” – e da una classe dirigente di scarafaggi stercorari che ad ogni emergenza s’arrampica sul tricolore, e fa appello all’orgoglio e alla coesione nazionale.
“Siamo tutti sulla stessa barca”.
Cazzate.
C’è chi ha ricevuto il tampone per la diagnosi del Covid-19 al primo sternuto, e chi è morto soffocato dopo settimane di abbandono in un ospizio-lager.
C’è chi fa la lagna via Skype perché gli manca la movida, e chi ogni mattina è costretto a rischiare il contagio per andare a produrre o cercare di vendere carabattole che adesso non ci servono, e che forse non ci serviranno mai.
Gli italiani sognano di tornare alla normalità, ma non dovrebbero.
La normalità fa schifo.
La normalità sono le fabbriche cancerogene, le formiche negli ospedali, i cravattari delle banche e dell’Unione Europea, il precariato a vita, i manganelli dei Decreti Sicurezza, i tagli sanguinosi a Sanità e Ricerca.
La normalità è quello che ha prodotto questa emergenza come tutte le altre, e che cercherà di sfruttarla a suo uso e consumo. Nella Fase 2 si potrà tornare a circolare, ma solo nei binari, come tram: divieto di qualsiasi assembramento non finalizzato alla produzione di beni e servizi.
Una vita da droni.
“Ci salveremo tutti insieme”.
Cazzate.
Con questa classe dirigente di parassiti sulla schiena non ci salveremo mai.
Se non di Covid-19, moriremo di Covid-21, di cancro, di acciaio fuso.
Ci beccheremo una fucilata accidentale dal vigilante davanti al discount.
“Andrà tutto bene”.
Cazzate.
Se continueremo ad accontentarci della normalità, andrà tutto a puttane.

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