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Fracchia contro Dracula – Carmilla on line


La democrazia occidentale s’è rivelata la peggiore truffa a schema piramidale del millennio.
Votare è inutile, nella migliore delle ipotesi.
Perché non c’è nessun vero cambiamento politico e sociale possibile senza cambiamento del modello economico.
Questa pantomima è l’unica “democrazia” consentita dal capitalismo.

Uno stralcio da un articolo di Alessandra Daniele, uscito per CarmillaOnLine, da incorniciare, così pregno di verità taglienti da essere appena visibili nella pur loro capitale importanza. Vi lascio a qualche altra perla.

“Non si può votare per abolire la legge di mercato, come non si può votare per abolire la legge di gravità”Carlo Alberto Carnevale Maffè, Università Bocconi.

Intanto il cadavere del PD aspetta d’essere rianimato dal morso di Minniti. Le conduttrici “progressiste” lo adorano, Gruber, Panella, Merlino, Berlinguer, lo intervistano con occhi sognanti, lo supplicano di salvare la nazione dai fascisti impresentabili.
E riconsegnarla a quelli beneducati.

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Essere partigiani, ieri e oggi – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un bel post che prende lo spunto da un libro di Valerio Monteventi, Tosti e giusti, che indaga a fondo il significato di cosa significhi essere ancora, al giorno d’oggi, partigiani; su cosa significhi lottare contro ogni tipo di fascismo, ideologia strisciante che tende all’oppressione, e al dimenticatoio dei propri diritti. Un estratto:

Quando gli anni passano (come nel mio caso) è facile farsi prendere la mano nel raccontare le storie dei tempi che furono. Ma se, nel richiamo alla memoria, ci si imbatte in episodi di grande dignità esistenziale o in significative battaglie per il riscatto sociale diventa una doverosa incombenza tentare di trasmetterne il valore ai più giovani.

Oggi che il virus del fascismo è di nuovo in libera uscita, che sulla scena si riaffacciano gruppi ispirati al Ventennio e al nazismo, la memoria corta è un lusso che non possiamo permetterci.

Quando, facendo leva sulle peggiori pulsioni della popolazione, prendono spazio retoriche populiste fondate sulla xenofobia, sull’antisemitismo, sulla discriminazione delle minoranze etniche, religiose e sessuali, sulla guerra alla società multiculturale, sull’identità di razza e sul nazionalismo estremo, dobbiamo ricordare cosa furono le leggi razziali volute da Mussolini.

E ci sono anche altre cose impossibili da sopportare: quei processi di rimozione che mandano in frantumi la memoria e la storia. È da un po’ di anni che, periodicamente, rispuntano letture revisionistiche del passato tese a descrivere la guerra di Liberazione come un sanguinoso ma normale conflitto tra due fazioni politiche opposte (i partigiani e i “ragazzi di Salò”), con un numero imprecisato di vittime da entrambe le parti.

Hanno provato a inzupparci come biscotti nella cosiddetta “pacificazione”, come se la grande rivolta popolare che nel ’45 sconfisse gli invasori tedeschi e i loro reggicoda in camicia nera fosse stata una battaglia tra soldatini di piombo. L’hanno chiamata “memoria condivisa”, anche se nessuno ci ha spiegato chi è che dovrebbe condividerla.

Ci vorrebbero abituare all’idea della storia come una specie di dermatite – sì, un’infiammazione della pelle – conseguenza di un’irritazione o di un’allergia. Le sue cause possono essere svariate e può colpire tutti: chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi è stato attivo e chi indifferente. ci vorrebbero convincere che la storia è fatalità e dalla fatalità tutto e tutti possono rimanere tra volti… per cui vale la pena rimuovere.

Ma gli esercizi di rimozione della storia rinsecchiscono la nostra materia grigia e, di conseguenza, la nostra visione del futuro. Quindi, è bene scansarli.

Nel periodo politico e culturale che stiamo vivendo, l’immaginario collettivo viene soffocato da molteplici sentimenti di paura: è un immaginario poco libero, colonizzato, etero-costruito, arroccato nei confronti del diverso e dell’altro. La politica è precipitata in una parodia mediatica che lascia ben poco spazio a movimenti duraturi, a conquiste so- lide, a interventi che non siano solo di facciata. Perfino i sogni e i desideri vengono manipolati.

Dobbiamo fare i conti con tutto questo e uno dei modi per farlo, soprattutto per chi ha la mia età, è quello di lasciare piccole tracce di memoria storica. Può essere un’operazione impegnativa, ma questo “peso della storia” non ci dovrebbe spaventare e non andrebbe aggirato appiattendoci illusoriamente sul presente.

Marchionne è vivo e lotta contro noi – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una critica ragionata a L’era Marchionne. Dalla crisi all’americanizzazione della Fiat, disamina del signorotto ipercapitalista a opera di Maria Elena Scandaliato.

…è un bilancio critico e rigoroso, più che sulla carriera e il destino di un manager, su una stagione intera delle relazioni industriali e delle politiche del lavoro, in Italia, nell’ultimo ventennio. Attraverso la vicenda di Sergio l’Americano, si può leggere in controluce la regressione sociale e culturale di un intero paese.

Spulciando qua e là per il libro, saltano agli occhi questi passaggi:

Marchionne viene scelto nel 2005 dalla famiglia Agnelli (sempre più simile alla tribù parassitaria e anacronistica dei Saud) alla morte del vecchio Umberto. Non è un outsider, negli ambienti internazionali il suo nome è già conosciuto. Il suo biglietto da visita è a due facce: da una parte abile e spregiudicato manovratore finanziario, dall’altra disponibile al dialogo sindacale e alle istanze operaie. Le manovre di bilancio servono a tamponare immediatamente la crisi di liquidità del gruppo e farsi legittimare dagli azionisti; le aperture sociali servono a lanciare segnali verso il mondo sindacale e la sinistra di governo, in un momento di grande fragilità dell’universo Fiat, bisognoso di consenso e pacificazione. Raccoglie successi immediati su entrambi i fronti. Bravo e fortunato nelle faccende finanziarie (il suo vero mestiere, altro che metalmeccanico, come amava definirsi per dare una vocazione industriale alla sua biografia di manager), si trova bella e pronta davanti a sé la famosa clausola che, sulla base di piani falliti e accordi già stipulati dalle gestioni precedenti, obbliga la General Motors a sborsare un miliardo e mezzo di dollari, in alternativa all’obbligo di acquisto del comparto auto Fiat: l’esercizio di tale opzione porta una provvidenziale boccata di ossigeno nelle casse dell’azienda torinese. I fondamentali del gruppo cominciano a stabilizzarsi rapidamente. Anche gli investimenti nel miglioramento delle condizioni di lavoro, soprattutto nello stabilimento simbolo di Mirafiori, provocano reazioni positive e vincono le diffidenze dei sindacati. Marchionne non risparmia i segnali e gli ammiccamenti in tal senso:

I risultati raggiunti da Fiat dimostrano che simili trasformazioni sono possibili anche in un paese con forte coscienza sindacale. La maggior parte degli analisti finanziari ritiene che le riduzioni di organico siano per definizione positive, ma sono fissazioni. Il costo del lavoro incide solo per il 6-7%. Quindi certe richieste di tagli sono indiscriminate. (p. 35)

Emblematico il racconto sulla ristrutturazione dello stabilimento G.B. Vico di Pomigliano:

Tanti credono che il piano Marchionne sia stato realizzato formalmente nelle fasi dell’accordo del 2010 […] Noi crediamo, al contrario, che […] sia iniziato ben prima e per la precisione con l’introduzione dei famosi corsi di formazione che si sono tenuti tra l’inizio del gennaio 2008 e il marzo dello stesso anno. Entrammo in fabbrica ognuno nel suo reparto d’appartenenza, ognuno sulla propria linea di produzione […]. Uno spiegamento di vigilantes mai visto prima a cui nessuno riusciva a dare un motivo […]. Iniziarono le pseudo lezioni dove capi e team leader, unitamente ai vigilantes che controllavano il regolare svolgimento dei corsi quasi come se si fosse a un colloquio con detenuti, volevano farci percepire, prima di ogni cosa, il significato di far parte di una squadra vincente e soprattutto cosa si rischiasse a non farne parte. […] I vigilantes, presenti in numero di due o tre sulle varie linee di montaggio, avevano il compito ben preciso di individuare chi durante i corsi esprimeva un semplice dissenso nei confronti delle regole, spiegate vagamente e spesso inventate dai capi. Avevano il compito di individuare tutti coloro che con il progetto Nuova Pomigliano e più tardi con Fabbrica Italia, avrebbero potuto essere pericolosi ostacoli per il processo di desindacalizzazione. Stava iniziando quella che oggi si può definire la “deFiommizzazione” della fabbrica. […] Il terzo giorno, i lavoratori iniziarono a capire che quel corso era una farsa, infatti dopo la teoria rieducativa, iniziava quella pratica. Iniziarono a farci ridipingere l’intero reparto con vernici e solventi chimici. (p. 148)

Questo termine – deFiommizzazione –, lo sradicamento e l’espulsione dal mondo Fiat del sindacato più rappresentativo, ricorrerà spesso negli anni successivi, dentro reportage e pensosi editoriali. Lo si accetterà come un normale neologismo – una parola nuova per definire un’esigenza nuova del sistema –, senza riflettere minimamente sulla portata epocale delle sue implicazioni: il fatto che il padrone scegliesse i sindacati con cui trattare ed espellesse quelli non graditi, in modo pubblico e conclamato, dentro il più grande gruppo industriale del paese, rappresentava il più grave attentato ai diritti politici degli italiani, perpetrato nella storia repubblicana.

La storia ci dice com’è andata a finire: la Fiat non esiste più – sostituita dal nuovo gruppo globale Fca. Il piano Fabbrica Italia fu definito dallo stesso Marchionne una sciocchezza, stravolto più volte e abbandonato strada facendo; alcuni importanti stabilimenti italiani del gruppo sono stati chiusi e centinaia di migliaia di ore di cassintegrazione sono tutt’ora in fruizione per un settore importante di forza lavoro, da sud a nord. Negli stabilimenti della ex-Fiat, un minimo di agibilità sindacale è stata ripristinata solo grazie ad una sentenza della Corte Costituzionale (Marchionne aveva letteralmente sbattuto fuori tutte le Rsu, arrivando persino a collocare in cassa a zero ore gran parte degli iscritti Fiom). Uno tsunami disgraziato che non solo “non ha salvato la Fiat”, ma che ha spostato decisamente verso il basso l’asticella dei diritti e delle aspettative per tutti: una nuova codificazione dei rapporti di forza dentro la società italiana che ha accelerato bruscamente una tendenza già in atto, verso il rafforzamento delle ragioni e degli interessi padronali. Dal Libro Bianco di Sacconi, ai contratti separati, agli accordi più o meno condivisi sui modelli contrattuali, fino ad arrivare al terribile Jobs Act renziano: la politica ha inseguito e assecondato il marchionnismo, dimostrandosi serva, complice e sostanzialmente inutile. Il sindacato confederale, dal canto suo, ha tristemente imboccato la sua deriva finale verso l’approdo aziendalista, fatto di servizi, enti bilaterali, previdenza e sanità integrativa, collateralismo d’impresa.

Walter Molinaro, operaio specializzato all’Alfa Lancia di Arese, è convocato nell’ufficio del direttore del personale. Il dirigente dell’Alfa – passata dall’Iri alla Fiat quasi due anni prima – propone al suo dipendente un incredibile salto di qualità: da operaio specializzato “provetto” (questa era la qualifica) a designer del Centro stile, uno dei reparti più prestigiosi dell’azienda. L’offerta non è casuale: Molinaro è un trentatreenne di belle speranze. Pur lavorando in fabbrica dall’età di sedici anni, sta per laurearsi in Architettura, dove è impegnato in un progetto di riqualificazione dell’area del Portello, storico stabilimento dell’Alfa Romeo. (p. 2)

L’unica condizione che l’azienda pone per questa prestigiosa promozione è che il suo dipendente abbandoni la tessera Fiom. Un piccolo gesto che gli aprirebbe grandi opportunità di carriera e guadagni. L’operaio quasi-architetto, nell’Italia rampante degli anni ’80, risponde no con serena fermezza, pubblicamente. Il suo partito, il Pci, lo trasforma in un caso nazionale attraverso interrogazioni parlamentari e petizioni, riaccendendo i riflettori sul mondo Fiat, otto anni dopo la marcia dei quarantamila. La domanda (retorica), che alimenta la discussione pubblica, è se i meriti professionali del singolo dipendente possano essere subordinati al giudizio politico-sindacale delle gerarchie aziendali. “L’Espresso”, “Repubblica”, il Ministro Formica, tutte le sinistre, si schierano contro “l’arroganza aziendalista”. Il dibattito sui diritti sindacali e politici divampa. Persino il più influente filosofo italiano vivente – Norberto Bobbio – si sente in dovere di intervenire, schierandosi a fianco della dignità del lavoro e del diritto di espressione.
È il 1988. Un anno prima della caduta del Muro di Berlino.

Credo che ce ne sia abbastanza per smettere di credere alle favole e favolette del Liberismo sfrenato e dei suoi pupazzi.

Il genio postumo del Weird italiano l’hanno scoperto gli americani – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un articolo competente (e come potrebbe non esserlo) di Andrea Vaccaro sul weird di Giorgio De Maria, parte integrante del volume Guida ai Narratori fantastici italiani, curato da Walter Catalano, Gian Filippo Pizzo e appunto Andrea Vaccaro.

Torino, città della magia e dello spiritismo, muta ancora una volta: attraverso un registratore speciale, vengono registrate le voci/le urla/i suoni, ma non si tratta delle “classiche” voci dei morti, qui si tratta di qualcosa di più arcano e sconosciuto. In tutto il romanzo c’è la consapevolezza di superare i canoni della classica storia dell’orrore e di fantasmi. Quasi beffardamente a un certo punto si dice: “Sì, però nelle ghost-stories alla fine le allucinazioni si rivelano fondate: i fantasmi ci sono davvero”. In effetti qui non ci saranno “fantasmi”, ma qualcosa di diverso, di altro, di non-conoscibile. Nel romanzo non è assente un’altra tematica tanto cara a De Maria, il rapporto tra potere e arte, con l’invenzione della Biblioteca. L’invenzione della Biblioteca, se pur può avere discendenze borghesiane, si distacca dal metafisico luogo sognato dal maestro argentino: nessuna pretesa di eternità o di infinito, bensì ricetto di diseredati, asociali, scrittori mancati: “Il frequentatore tipico della Biblioteca era un individuo timido, desideroso di approfondire la propria solitudine e di farla pesare al massimo sugli altri”. Ma dove l’invenzione di De Maria diventa geniale è la visione della Biblioteca come luogo di condivisione di esperienze vissute, reali: “Tu, potrai collaborare frequentandola per leggere, oppure portando dei tuoi manoscritti che saranno archiviati e numerati e che verranno a costituire a loro volta il materiale di lettura. A noi non interessano la carta stampata, i libri, c’è troppa finzione nella letteratura, anche in quella cosiddetta spontanea… noi siamo alla ricerca di documenti veri, autentici, che rispecchino l’animo reale della gente, che possano, insomma, considerarsi per davvero dei soggetti popolari… possibile che tu non abbia mai scritto un diario, un’autobiografia, una confessione di qualche problema che ti turba?”. Non sorprende che alla lettura del romanzo si sia gridato al talento visionario e anticipatore di De Maria, con la predizione dell’avvento di Facebook e del fenomeno dei social. E non si fatica a vedere anche una forte polemica dell’autore verso il mondo di quell’editoria che tanto aveva disatteso le sue speranze. L’aspetto più straordinario del romanzo è la capacità di creare una vera e propria escalation dell’incubo, arrivando sino al finale, uno dei più belli in assoluto della letteratura fantastica italiana. Lo sdoganamento negli Stati Uniti ha portato ad accostare il romanzo di De Maria ad autori quali Poe, Lovecraft (è possibile, se non probabile, che De Maria abbia letto Lovecraft nella prima e più celebre raccolta mondadoriana del 1966, I mostri all’angolo della strada), ma è certamente la letteratura italiana ed europea a rappresentare la principale fonte di ispirazione, da Kafka a Buzzati, da Musil a Landolfi, e se degli accostamenti tra i grandi del fantastico in lingua inglese si devono fare, alla mente corrono due grandi come Robert Aickman e Fritz Leiber, maestri, come De Maria, nell’esprimere l’irruzione dell’irrazionale nella realtà. Nello stesso anno di Le venti giornate di Torino esce Dissipatio H.G., il romanzo postumo di Guido Morselli, autore che tanti punti in comune ebbe con lo stesso De Maria, in particolare la cecità del mondo dell’editoria nei loro confronti. De Maria sopravvisse alla sua opera, ma dopo la pubblicazione di Le venti giornate di Torino, che non ebbe successo e cadde presto nel dimenticatoio, interruppe l’attività di scrittore, attraversò diverse crisi mistiche per poi precipitare nei meandri della follia, e morire nel 2009 in povertà. Grazie alla lungimiranza di Ramon Glazov il nome di Giorgio De Maria sta lentamente uscendo dall’oblio, così come speriamo l’intera sua produzione, percorso a cui ha dato il via Le venti giornate di Torino, capolavoro della letteratura weird, e non solo italiana.

Autobiografia di Carmilla 2/2 – Carmilla on line


La seconda puntata dell’intervista alla redazione di CarmillaOnLine. Qui la prima parte. Significativi estratti; adoro questa redazione di cui condivido il modo punk, il metodo e gli obiettivi culturali e politici, nonché il vomito verso il mercato fine a se stesso.

  • Come conciliare la necessità di farsi leggere con quella di pubblicare contenuti autentici, anche andando contro quelle che sono le logiche di mercato, contro il gusto prevalente?

Come detto, non ci poniamo a priori il tema che un articolo piaccia a una certa percentuale di lettori, se il testo ci sembra buono e adatto a una normale fruizione online (cioè non diluviale, non inutilmente “tecnico” –  anche se a volte pubblichiamo articoli con dati tecnici che ci sembrano rilevanti). Non dobbiamo piacere a tutti i costi, e cerchiamo di essere chiari nelle nostre posizioni.

  • Qual è il vostro bacino medio di utenza: chi sono i lettori, quanti sono, dove sono? Pubblicate rivolgendovi a un target, a un pubblico specifico, oppure no? Perché? Come vi ponete rispetto alla logica dei like e delle visualizzazioni, nonché della monetizzazione della visibilità mediatica?

Non ci curiamo di tutto ciò. Ci legge chi vuole leggerci. Molti o pochi, dipende dalle stagioni dell’anno o anche dai giorni della settimana. A noi interessa divulgare i nostri materiali, poi li recepirà chi nutre interesse. Siamo fuori da ogni logica mercantile. I like li usiamo come indicatore (benché poco affidabile). Siamo risoluti nemici del mercato, e non ne accettiamo le presunte leggi.

  • La critica ha senz’altro un ruolo forte, in Carmilla, ma con ampia libertà di declinazioni: le forme che citate e anche altre più creative o (se si preferisce) sperimentali. L’importante è la qualità degli scritti, non il taglio formale. Parlare dell’immaginario significa compiere un lavoro sulla realtà scardinando il mimetismo delle rappresentazione del reale, trovando nuovo significato e diverse possibilità. Ci ha fatto pensare il fatto che questa stessa parola sia presente nella vostra intestazione. Come mai l’avete scelta? Perché per voi è importante? Credete che sia categoria fondamentale attraverso la quale analizzare e capire la modernità e la contemporaneità? Perché?

L’abbiamo scelta perché ci pare che oggi una grande partita da giocare sia proprio sull’immaginario. Anzitutto in riferimento al peso di strutture dell’immaginario sul dibattito pubblico; e prima ancora su ciò che non è “dibattito” e resta invece inavvertibilmente, pericolosamente presupposto sotto ogni soglia critica, impattando sulla vita collettiva e le esistenze personali. Basta dare un’occhiata alle pagine web dei siti istituzionali per renderci conto di quanto immaginario (in senso retorico, simbolico, mitico) venga mobilitato da quel linguaggio a rendere la realtà quella che conosciamo. Pensiamo a quanto immaginario sedimenti in una formula come “la Buona Scuola”, a fingere una sintesi di quanto di buono la scuola italiana ha offerto nel tempo – e certamente ne ha offerto – con istanze presentate come “nuove”. Una vera e propria colonizzazione dell’immaginario a suon di parole-chiave, magari nella forma artificiosamente giovanilistica dei giochini con gli hashtag.

Ma pensiamo anche a quanto l’immaginario collettivo sia toccato tutti i giorni in modo solo apparentemente neutro da istanze artistiche: la letteratura come altri linguaggi, spesso popolarissimi (il genere) compresi ovviamente quelli di cinema e televisione. E compreso l’ambito – che su Carmilla ha uno spazio importante, come del resto già nella rivista cartacea che ne ha costituito l’immediato precedente – del cosiddetto fantastico, nelle sue varie forme. Dove fantastico, facciamo attenzione, non è tanto un contenuto quanto un modo di narrare: cioè una forma più o meno libera, più o meno cosciente, di gioco coi pesi specifici dell’immaginario. Anche se poi spesso il contenuto guarda a una realtà concretissima – nel bene e nel male, di implicazioni critiche o invece di manipolazione – a livello individuale, sociale o anche politico. Il fantastico è un linguaggio-laboratorio che ci permette di esplorare la realtà nelle sue possibilità più estreme. Come ha detto qualcuno, il fantastico è come un paio di occhiali che ci agevola una certa messa a fuoco sulla realtà, uno dei modi possibili di collocarla alla giusta distanza per cogliere alcune cose.

Carmilla è appunto uno spazio di riflessione, di provocazione a rileggere anche sottotesto questo orizzonte di suggestioni. Attenzione, non per contribuire a lottizzarlo, come in tema di fantastico ha fatto in Italia per decenni una certa cultura neofascista a tutt’oggi ben radicata, a suon di strumentalizzazioni evoliane di autori come Lovecraft o Tolkien. Non si tratta di lottizzare, di aggregare capziosamente consenso, ma di fare resistenza culturale, proprio nel rispetto della complessità, a una certa colonizzazione dell’immaginario; di leggere con rigore, di evidenziare le contraddizioni e le ambiguità, le potenzialità e le provocazioni in gioco in chiave di macchine per pensare e di una sana controinformazione. E tutto ciò senza temere di ammettere che certe letture, certe visioni ci piacciono: da cui anche lo spazio all’ironia, a una percezione “complice” – in modo avvertito e critico ma divertito e magari appassionato – di tutta una produzione fantastica anche popolarissima. E di tutto ciò le Schegge taglienti della nostra Alessandra Daniele, che grondano grande fantascienza letteraria e cultura “popolare” in un confronto lucidissimo con le maschere della politica, rappresentano una sintesi esemplare ed esplosiva.

Senza poi tener conto del fatto molto più grande e innovativo del rendersi conto che l’immaginario non occupa soltanto uno spazio ristretto dell’attività di pensiero umana e delle azioni  che ne conseguono, ma in realtà costituisce e riassume in sé tutte le formulazioni del pensiero e dell’attività intellettuale.  Quindi, rovesciando un assunto novecentesco, non si può più affermare, ad esempio, che l’immaginario è politico (che dipende soltanto dalle scelte che fa il singolo pensatore/autore oppure dal trend politico circostante), ma piuttosto che il politico è uno degli elementi, dei territori dell’immaginario. Così come lo sono  la letteratura, l’arte, l’economia e la scienza stessa nelle sue congetture e formulazioni precedenti alla conferma sperimentale.

Dialettica della città e spazio dei movimenti – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine riflessioni molto ragionate sul rapporto tra Architettura, Urbanismo e Politica, intesa in senso lato come religiosa, dittaturale o anche economica; si parte dal saggio di Henri Lefebvre, Spazio e politica. Il diritto alla città II.

La miseria e il degrado urbani sono alcune delle caratteristiche più appariscenti delle società contemporanee a dieci anni dalla scoppio dell’ultima grande crisi mai realmente superata. Non si tratta però di un processo che possa essere attribuito semplicemente ad un mix di austerità, malagestione pubblica e speculazione edilizia. Queste sono solo le cause più prossime che rimandano ad una dinamica più profonda e cioè al rapporto contraddittorio, dialettico, tra città e capitalismo. Henri Lefebvre sostiene infatti che il capitalismo accresce a dismisura le città determinando una esplosione-implosione delle sue tradizionali caratteristiche. Detto altrimenti, la città è negata e, al tempo stesso, generalizzata a livello della società intera, come si può leggere in Spazio e Politica, un testo che, scritto nel 1974 e ripubblicato quest’anno in Italia, è stato concepito dal suo autore come secondo volume de Il diritto alla città, uscito nel 1967 e ristampato nel 2014, sempre da Ombre Corte.

Quali sono le caratteristiche della città tradizionale secondo Lefevbre? La città è luogo per eccellenza dell’incontro e della simultaneità. Incontro significa confronto tra differenze, anche ideologiche e politiche, reciproca conoscenza dei diversi modi di vivere. La città è luogo del desiderio, dello squilibrio, dell’imprevisto, della dissoluzione dell’ordinario e dei vincoli, fino all’implosione-esplosione della violenza. La città nasce non solo come prodotto ma soprattutto come opera, nel senso di opera d’arte. In essa il valore d’uso prevale sul valore di scambio. Lo spazio non è soltanto organizzato, ma è anche modellato e appropriato dalle esigenze, dall’etica, dall’estetica, dall’ideologia dei gruppi sociali che lo abitano. La monumentalità, ma anche l’uso del tempo, sono aspetti essenziali di questa opera. L’uso principale delle strade, delle piazze e dei monumenti è la festa in cui si consumano improduttivamente ricchezze senza nessun altro vantaggio che il piacere ludico e il prestigio. Per tutti questi motivi non esiste nessuna realtà urbana senza un centro, senza un luogo di concentrazione di tutto ciò che può nascere e prodursi nello spazio. Nei diversi periodi storici la città ha creato differenti centralità: religiose, politiche, commerciali. La vita comunitaria, però, non esclude la lotta fra gruppi, fazioni, classi. Tutt’altro. Proprio perché i più ricchi si sentono minacciati da vicino giustificano le loro fortune donando alle città opere, monumenti e feste. Per questo civiltà fortemente oppressive si rivelano particolarmente creative.
Quando, con il capitalismo, lo sfruttamento direttamente economico sostituisce l’oppressione extraeconomica la creatività scompare. Il filosofo francese sostiene che nella città capitalistica gli elementi della società sono separati nello spazio determinando la dissoluzione dei rapporti sociali e l’affermazione della logica della segregazione. La separazione, però, è al tempo stesso vera e falsa perché lo spazio urbano si costituisce come l’unità del potere nella frammentazione, come un’integrazione disintegrante. Gli spazi del tempo libero sono separati da quelli della produzione cosicché appaiono affrancati dal lavoro, mentre sono ad essi collegati dal consumo organizzato, dominato. L’abitare, che significava partecipare alla vita sociale, fare parte di una comunità, diviene funzione a sé stante con la creazione dei sobborghi. Gli individui e i gruppi sono sradicati dai territori dove vivono, le relazioni di vicinato si attenuano, il quartiere si sgretola. Nulla sostituisce i vecchi simboli, gli stili, i monumenti, i ritmi, gli spazi qualificati e differenziati della città tradizionale. Il centro viene riprodotto sotto forma di centro direzionale, in cui si concentra potere, finanza, conoscenza, informazione, e di centro commerciale, luogo dove il monofunzionale resta la regola, interpolato da estetismi e decorazioni non funzionali, da simulacri di festa e di ludico. Il centro delle città più antiche può sopravvivere solo come luogo di consumo e consumo di luogo a beneficio dei turisti.

Autobiografia di Carmilla 1/2 – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la prima di due puntate che racconta la redazione della rivista online più performante e intrigante d’Italia. Un estratto:

  • Si può ancora parlare di rivista militante, di rivista che abbia una funzione sociale, politica, o è un retaggio novecentesco? Che funzione ha oggi per voi l’oggetto rivista?

Sebbene gran parte del retaggio politico e culturale del ‘900, almeno per quanto riguarda i suoi aspetti dogmatici, possa essere messo in soffitta, non c’è dubbio che per quanto spetta alle riviste, a patto che queste non vogliano intendersi come magazine e semplici strumenti di intrattenimento per pallidi e anemici appetiti intellettuali, il discorso militante resta inalterato.

Occorre però naturalmente intendersi sul significato dell’aggettivo militante.

Se con questo si vuole rivendicare una chiara scelta di schieramento politico o partitico è chiaro che non può costituire il caso di Carmilla. Se, invece, si intende il significato più ampio di impegno nel campo della conoscenza, dell’interpretazione dei fenomeni culturali e politici che l’attuale società produce allora il termine può essere perfettamente  calzante per il ruolo che Carmilla sembra rivestire all’interno del web.

Il termine opposizione che compare nella sua testata, accompagnando quelli di cultura, letteratura e immaginario, già di per sé definisce il compito che la rivista si è data fin dai suoi esordi: quello di essere luogo di dibattito, confronto e proposizione di idee e interpretazioni, oltre che di produzione letteraria, caratterizzato però dal non voler scendere a patti con la visione culturale, politica e letteraria mainstream oggi dominante, anche in siti troppo spesso accomunati per ruolo e funzione alla stessa. Per questo, ad esempio, Carmilla non fa distinzione di merito tra cultura alta e bassa, tra cultura dotta e cultura di massa: sia per la  letteratura che per il cinema e la musica. Ciò che conta è la vivacità e la qualità della proposta che può animare le diverse opere e i diversi approcci. Così come, per quanto riguarda la memoria storica, ritiene importante tanto rivangare la storia per disseppellire ciò che è stato rimosso, soprattutto delle esperienze generate dai movimenti antagonisti del passato, quanto per dare degna sepoltura alle celebrazioni, ai riti e ai miti che hanno contribuito a mantenere in vita gli aspetti peggiori del presente.

È un ruolo, che potremmo quindi definire di risveglio delle coscienze e degli intelletti, che Carmilla rivendica, rifacendosi, in questo senso sicuramente, alla grande tradizione novecentesca delle riviste artistiche, letterarie e culturali che sceglievano di essere motivo di rinnovamento del sapere e delle interpretazioni del mondo e delle rappresentazioni della società, oltre che di provocazione intellettuale.

Il maestro dei sogni

"Tutti siamo fatti della stessa sostanza dei sogni"

Il Bistrot dei Libri

"Un libro ben scelto ti salva da qualsiasi cosa, persino da te stesso" Daniel Pennac

Astro Orientamenti

Ri Orientarsi, alla ricerca del nostro baricentro interiore

Fantasy al Kilo

L'osteria del Fantasy e Sci-Fi

Medio Oriente e Dintorni

Storie, cultura e sport dal Medio Oriente e e Dintorni

Gli Archivi di Uruk

Database di genere in italiano

ˈGŌSTRAK

In Absentia Lucis Tenebrae Vincunt

PostScripts

Il Blog di Francesca Sabatini

Rosa Frullo

Rosa Frullo poeta "Noir, tra verità e surrealismo"

BREAKFAST COMICS

Il fumetto quotidiano di Michele Nuzzi

Il Caos dentro

...che genera una stella danzante

Aquilone di pensieri

And into the fields I go to lose my mind and find my soul

3... 2... 1... Clic!

E’ un’illusione che le foto si facciano con la macchina… si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa. (Henri Cartier-Bresson)

B-Movie Zone

recensioni di film horror, thriller, gialli, poliziotteschi, sci-fi, exploitation, erotika

I tesori di Amleta

il mio mondo diverso

VOCI DAI BORGHI

PERDERSI TRA LE EMOZIONI DEI BORGHI ITALIANI

Duplex Ride

electronic music & video

di Ruderi e di Scrittura

Il blog di Gaetano Barreca

ORME SVELATE

la condivisione del dolore è un dono di amore da parte di chi lo fa e di chi lo riceve

Flavio Torba

Scrittore horror.

francesca del moro

La differenza tra prosa e poesia è che la prosa dice poco e ci mette molto tempo, la poesia dice molto in pochissimo tempo. C. Bukowski

Istanze & Fantasmi

poesie seminate, di Martina Campi

Astro-Sirio

Astra inclinant non necessitant

The Twittering Machine

Racconti di fantascienza (e altro) di Piero Schiavo Campo

Quel cinema invisibile...

Cinema was made to reunite the Visible and the Invisible

Crudo e Cotto

Blog di cucina vegana

Il Calamaio Elettrico

Versi di Mauro De Candia e influenze varie

ON THE ROAD

Non bisogna lasciarsi sopraffare dalla paura, altrimenti diventa un ostacolo che impedisce di andare avanti

Evelyn

👩‍🎨 Drawing artist 🇮🇹 27 y/o ♍️ 📨 evelynartworks@virgilio.it 🌛🌓🌜 Facebook / Twitter / Instagram: @EvelynArtworks

Sull'amaca blog

Un posto per stare, leggere, ascoltare, guardare, ricordare e forse sognare.

A X I S m u n d i

Rivista di cultura, studi tradizionali, antropologia del sacro, storia delle religioni, folklore, esoterismo.

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mayoor

Abitiamo docili animali.

kyleweatwenyen

Come un angelo da collezione.

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