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“The Handmaid’s Tale” e altri capolavori della distopia novecentesca portati sullo schermo – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un articolo molto dettagliato, a cura di Gian Filippo Pizzo, sulla distopia, su cosa significa e cosa coinvolge. Da non perdere.

Il capolavoro assoluto, ancora oggi, dell’utopia negativa è 1984 (1949) di George Orwell, che al contrario del precedente ha una trama sviluppata e persino coinvolgente, visto che narra le sventure di Winston Smith, impiegato addetto a correggere i vecchi libri e giornali per adeguarli all’ideologia revisionista della dittatura del “Grande Fratello”, in un’Inghilterra che fa parte di Oceania, uno dei tre blocchi in conflitto tra loro in cui si è divisa la geopolitica dopo una catastrofe atomica, gli altri essendo Eurasia e Estasia. Smith, contrario al regime ma tranquillo, conosce Julia che fa parte di un’organizzazione segreta, diventano amanti e rivoluzionari, si incontrano clandestinamente, vengono scoperti, imprigionati, sottoposti a tortura e, infine, al lavaggio del cervello: usciti di galera si incontreranno per caso in un parco, si confesseranno di essersi traditi a vicenda ma comunque ormai sono diventati sostenitori del “bispensiero” del regime. Indipendentemente che si tratti di un’opera anticomunista, come sostengono alcuni, o semplicemente anti totalitaria, come dice la maggior parte dei critici, 1984 è un apologo contro i regimi, contro la manipolazione del pensiero, la pubblicità  e la falsificazione dei fatti storici, ma non va trascurata la splendida caratterizzazione della psicologia del protagonista, che molti non evidenziano.

Ebbe tre trasposizioni per lo schermo, la prima nel 1954 in un adattamento televisivo BBC di Nigel Kneale (il creatore di Quatermass) che suscitò polemiche e interrogazioni parlamentari perché il contenuto fu giudicato eversivo; segue la trama pur con qualche inserimento non sempre necessario e qualche lungaggine di troppo, ma è ancora oggi fruibile e apprezzabile anche per l’ottima interpretazione di un giovane Peter Cushing (chi sa l’inglese può trovarlo su Youtube). La seconda nel film diretto da Michael Anderson distribuito in Italia come Nel 2000 non sorge il sole (1956), molto fedele al romanzo eccetto che per il finale in cui i due ribelli vengono fucilati, ma con un tono molto cupo che esalta la drammaticità della vicenda in maniera eccessiva e pesante. La versione migliore è la terza, distribuita in Italia come Orwell 1984 proprio nel fatidico anno, con due eccezionali John Hurt e Richard Burton alla sua ultima interpretazione; fedelissima al romanzo sia come trama che come essenza  – per questo il regista Michael Redford fu accusato di mancanza di creatività – ne rende visivamente in ogni scena il disagio esistenziale del protagonista e l’orrore di un futuro totalizzante. Orwell aveva già scritto nel 1945 anche La fattoria degli animali, anche questo portato sugli schermi, una parabola che in quanto tale non mi sembra rientrare appieno nel discorso, come del resto il successivo Il signore delle mosche (1954) di William Golding.

Attengono parzialmente al tema Fahrenheit 451 (1953) di Ray Bradbury e Arancia meccanica (1962) di Anthony Burgess, parzialmente perché non ci danno un quadro complessivo della società futura: il primo ci dice soltanto che i libri saranno odiati e proibiti, tanto che i pompieri invece di spegnere gli incendi sono preposti a bruciare i libri, provocando la ribellione del pompiere Montag che alla fine si rifugerà in una comunità in cui membri imparano a memoria i capolavori della letteratura per poterli tramandare (lo splendido film omonimo fu girato da François Truffaut nel 1966). Il secondo descrive una Londra in cui i giovani “drughi” si danno impunemente a ogni sorta di nefandezza, compresi stupri e “ultraviolenza”, ma la cura riabilitante cui verrà sottoposto il protagonista Alex lo ridurrà una larva incapace di agire: l’epocale film dallo stesso titolo fu diretto da Stanley Kubrick nel 1971. Solo una breve citazione per Largo! Largo! (1966) di Harry Harrison, da cui è stato tratto nel 1973 il film 2022: i sopravvissuti di Richard Fleischer con Charlton Heston e un commovente Edward G. Robinson, perché si tratta di opere – sia il libro che il film – non particolarmente impegnate ma di intrattenimento: la sovrappopolazione costringe la società a eliminare gli anziani, ma quello che il popolo non sa è che l’alimento base della nutrizione chiamato Soylent Green non è fatto di “soia e lenticchie” ma dai cadaveri degli eliminati…  Quasi stesso discorso per La fuga di Logan (1967) di William F. Nolan e George Clayton Johnson – il film di Michael Anderson e la serie televisiva omonimi sono rispettivamente del 1976 e 1977-78 – dove il limite dell’esistenza è fissato addirittura a soli 21 anni, così Logan diserta da poliziotto e decide di fuggire assieme a coloro che prima cacciava.

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Razzismo: chiamiamo le cose con il loro nome – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un lungo excursus sul razzismo e l’intervento, chirurgico e deflagrante, della senatrice a vita Liliana Segre ha espresso recentemente al Senato, in merito alla ventilata schedatura di alcuni gruppi etnici presenti in Italia.

In poco più di cinque minuti la senatrice Segre ha ribadito come i crimini di cui fu vittima siano da ascrivere innanzi tutto all’Italia e al fascismo; ha ricordato – scegliendo con esattezza “geometrica” parole allusive – di aver conosciuto la condizione di migrante e richiedente asilo, di carcerata, di lavoratrice schiava; ha equiparato la Shoah ebraica a quella di rom e sinti, per poi concludere dichiarando che si opporrà con tutte le forze che le rimangono a qualsiasi progetto di legge speciale e discriminatoria nei confronti dei popoli migranti dovesse essere avanzato da qualsivoglia forza politica. Se una senatrice della Repubblica italiana ha sentito la necessità di pronunciarsi in questi termini, allora tutti i sistemi d’allarme a vigilanza della capacità di tenuta civile, politica, culturale della nostra società avrebbero dovuto scattare all’unisono, mentre invece il paese assiste, oscillando tra la passiva indifferenza e la malcelata approvazione, all’imbarbarimento quotidiano del pensare comune e collettivo, del dibattito pubblico, del linguaggio corrente.

Fuoco resta con me – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la segnalazione del romanzo/sceneggiatura di i, di Elena Araldi e Lara De Luna. Eccone una rapida sinossi, che dite è interessante?

Fuoco resta con me, di Elena Araldi e Lara De Luna è, come da titolo, un battesimo del fuoco, un bildungsroman che racconta la fuga di due ragazze che hanno subito gravissimi episodi di violenza e cyberbullismo, un viaggio incalzato da inseguimenti e trappole, che da Desenzano giunge fino al mare.
Il romanzo è diviso in due parti, una narrata in prima persona da Satine, l’altra da Carola, novelle Thelma & Louise, senza soldi e disperate, in viaggio quasi sempre a piedi o con mezzi improvvisati, cariche delle loro zavorre di sensi di colpa e vergogna, di rabbia e ansia di sopravvivenza. Mentre le illusioni di Satine si sfaldano a poco a poco, quelle di Carola acquisiscono forza anche attraverso la potenza del cinema, grande passione che lei cerca di trasmettere a Satine raccontandole, a intervalli, il lascito più importante della sua serie preferita, Twin Peaks, una storia così decisiva per lei tanto da essersela impressa sul corpo sotto forma di tatuaggio. E non è un caso che la peculiarità della scrittura di Araldi e De Luna preveda la formula sperimentale del romanzo-sceneggiatura: le pagine sono scandite per scene anziché per capitoli (strutturate graficamente proprio come uno script) e rispettano le unità di tempo, di luogo e di azione, salvo qualche flashback. Insomma, è un romanzo già pronto per un film.

Immagini del conflitto / Spazi – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a Immagini del conflitto. Corpi e spazi tra fantascienza e politica, di Antonio Tursi. È una cavalcata tra molti dei topoi fantascientifici, sociali e postumani di questo tempo corrente, interessante e stimolante per le considerazioni sul luogo dove stiamo tutti allegramente andando, oscillando tra i paradigmi di Aldous Huxley, Neal Stephenson, Matrix e William Gibson.

La questione del carattere politico del nuovo mondo tecnologico con cui ci troviamo a fare i conti viene affrontata da Tursi recuperando alcuni celebri esempi di narrazione di “mondi nuovi” del passato per poterli confrontare con i nuovi scenari contemporanei. L’analisi prende il via dalla constatazione di come a partire dalle grandi scoperte geografiche cinquecentesche si originino due grandi narrazioni metaforiche caratterizzate da differenti connotazioni socio-politiche: «da un lato, verso il consolidamento di un utopismo popolare, soprattutto contadino, che aveva radici nel medievale Paese di Bengodi e che si manifestava nelle tante variazioni sull’antico tema del Paese di Cuccagna; dall’altro, verso l’elaborazione di costruzioni colte e moderne come l’Utopia di Tommaso Moro e la Città del Sole di Tommaso Campanella» (p. 101). La prima direzione, che si protrae addirittura fino all’epoca illuminista con Candido e l’Eldorado, insiste con il descrivere utopisticamente un mondo paradisiaco. Per quanto riguarda il secondo filone lo studioso si sofferma sul celebre Libellus relativo all’isola di Utopia di Moro in cui il mundus novus, nella sua volontà di neutralizzare ogni tipo di “lotta di parte”, «si pone come tramite tra la Repubblica disegnata da Platone […] e il Leviatano di Hobbes» (p. 106).

Dopo tali premesse storiche Tursi approda al romanzo di genere distopico di Aldous Huxley, Brave New World (1932), in cui si narra di uno Stato Mondiale che genera i suoi abitanti in provetta per poi collocarli in rigide caste pianificandoli ed educandoli a mantenere e desiderare l’ordine stabilito. In ossequio all’obiettivo della stabilità sociale, in cambio dell’apatia a questi cittadini del nuovo mondo, prodotti attraverso una sorta di catena di montaggio, viene garantita la felicità materiale e fisica. Huxley avrà modo, diverso tempo dopo aver steso il romanzo, di puntualizzare il ruolo della comunicazione di massa e dell’intrattenimento nel creare e soddisfare gli appetiti dell’uomo moderno soffocandone ogni minima propensione politica.

Attraverso queste tappe lo studioso giunge a ragionare sulla definizione di Metaverso proposta da Neal Stephenson nel suo romanzo Snow Crash (1992), opera che tocca questioni che hanno a che fare con l’intrecciarsi di arcaico e contemporaneo, con i linguaggi, la religione, i cyborg, i migranti, la cultura popolare e le urgenze ambientali. A essere preso in esame è soprattutto il rapporto tra «realtà (o meglio ciò che siamo abituati a considerare tale) e Metaverso, tra territorio e nuovo mondo virtuale per cogliere il tracciamento politico di entrambe queste dimensioni [al fine di comprendere] la cifra politica che emerge dal loro inestricabile intreccio» (p. 114-115). Diversamente dalle utopie e dalle distopie moderne, «il Metaverso (o ciberspazio) richiede una pratica politico-polemica proprio perché non è scisso degli spazi della nostra vita quotidiana» (p. 115). Rispetto alle narrazioni utopiche e distopiche della modernità in questo caso occorre fare i conti con l’ambiguità del rapporto tra il territorio e la simulazione del ciberspazio.

Idiocracy – Carmilla on line


Post del lunedì di Alessandra Daniele, su CarmillaOnLine. Strettamente legato al momento politico italiano e internazionale, apprezzo la chiosa, anche se la estenderei un po’ a tutti i popoli più o meno sovrani; noto in lei però la disperazione strisciante, il dubbio che un giorno si possa stare meglio, ed è un sentimento che condivido appieno e intimamente.

Impareranno mai gli italiani a non affidarsi ogni volta a un arrogante cazzaro, il cui inevitabile fallimento dia la scusa ai nostri veri padroni di stringere ulteriormente il guinzaglio attorno al nostro collo?
Non ci resta che sperare che lo scioglimento dei ghiacciai alzi il livello del mare abbastanza da trasformare l’Italia in un arcipelago di isolotti indipendenti.
Dobbiamo augurarci la dissoluzione dello Stato italiano, non solo marxiana, ma proprio fisica.
Siamo un popolo di inutili idioti.
L’effetto serra è la nostra unica speranza.

Il nostro, giovane, Marx – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a Il giovane Karl Marx, film recentemente uscito che indaga gli anni giovanili dell’ideologo che ha sconvolto e guidato enormi masse mondiali.

Ha appena compiuto 200 anni, ma per qualcuno è ancora giovane. Di sicuro per Raoul Peck, il cui film su Il giovane Karl Marx al momento spicca, nel diluvio di articoli d’occasione e convegni accademici, come il miglior omaggio al filosofo e rivoluzionario tedesco. Dico “il migliore”, perché il film non solo permette di diffonderne la figura e l’opera, ma anche di farci appassionare, ritrovare un Marx più nostro, portarci a qualche riflessione di carattere generale, stimolarci ad agire. Mica poco, di questi tempi. Ma vediamo meglio.

L’idea e la realizzazione

Ammetto che la notizia di un film su Marx mi aveva fatto venire i brividi. Marx non è Guevara e manco Lenin, non spara e non arringa le folle da un autoblindo, difficile rendere da un punto di vista cinematografico i suoi concetti, l’avventura della sua vita, più legata a dispute intellettuali che a momenti epici. Due possibilità: o un polpettone a tesi, iperdidattico e noioso, o qualche trovata postmoderna per trasformarlo in qualcosa di commercialmente appetibile. D’altronde, mi dicevo, non è un caso che in cent’anni di storia del cinema non sia mai stato fatto un film su un soggetto così celebre: non funziona. Peck risolve abilmente il problema puntando sul giovane Marx, uno che in effetti in soli cinque anni cambia quattro paesi, scappa da altrettante polizie, incontra tutti i più folli rivoluzionari del tempo, passa dal benessere alla miseria, mette al mondo svariate figlie, fonda un “partito”… insomma, l’avventura non manca. E mentre si susseguono le scene la sorpresa semmai diventa: com’è che nessuno l’ha fatto prima, il film? Ecco, quando un autore fa sembrare naturale una cosa che sembrava impossibile, fa sembrare necessaria una cosa che mancava, vuol dire che l’operazione è riuscita.

Datacrazia a cura di Daniele Gambetta | CarmillaOnLine


Su CarmillaOnLine potete apprezzare un’ulteriore segnalazione sparsa per il Web a Datacrazia, raccolta di saggistiche curata da Daniele Gambetta, uscita per D Editore; parliamo del controllo sociale tramite la notevole quantità di dati sensibili raccolti dalle grandi compagnie digitali. Un estratto dall’introduzione:

La peculiarità di questi dati, oltre alla loro quantità, è il fatto di provenire da fonti e metodi di estrazione estremamente variegati, costituendo così dataset infinitamente ricchi ma destrutturati, dai quali estrapolare regolarità e pattern richiede elevate capacità di calcolo ed efficienza algoritmica. Allo stesso tempo i dati non sono raccolti solo da veri e propri addetti ai lavori del settore, ma anche estratti dalle azioni quotidiane di milioni di utenti, autisti, lavoratori diffusi.
La pervasività delle nuove tecnologie apre la strada del possibile a scenari fino ad ora considerati fantascientifici. La polizia di Los Angeles sta già implementando un programma, Predpol, che grazie all’analisi di dati online dovrebbe riuscire a prevedere i futuri crimini, come nella dickiana Precrimine di Minority Report (e non mancano le distorsioni dovute ai pregiudizi razziali), mentre negli ultimi mesi del 2016 si è molto discusso di una proposta del partito comunista cinese che vorrebbe fornire un voto complessivo di ogni cittadino basandosi sui dati online, secondo un metodo di social credit system che a tanti ha ricordato l’episodio Caduta libera di Black Mirror.
Un testo molto recente, che analizza in maniera dettagliata vari casi di usi e abusi dell’analisi dati e degli algoritmi in vari ambiti sociali, dall’istruzione al luogo di lavoro, è Armi di distruzione matematica di Cathy O’Neil, dove l’autrice mette giustamente a nudo le disparità economiche e i soprusi sociali al tempo della “dittatura degli algoritmi”.
È importante sottolineare, in questo contesto, che i processi di controllo sociale, di valutazione come strumento disciplinare, di estrazione di valore dalla vita quotidiana, non sono certo fenomeni nati con i social network. Si può invece provare a ragionare di come le nuove tecnologie, ai tempi della datacrazia, costituiscano spesso una lente di ingrandimento per studiare le dinamiche di questi processi.

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