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Il declino dell’impero americano – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine alcune considerazioni di Sandro Moiso – che condivido – sui fatti accaduti due giorni fa al Campidoglio statunitense, quando i fan nazistoidi hanno provato un atto di forza al centro di potere più nazista che ci sia in questo momento – da alcuni decenni, più propriamente.

È certamente difficile scrivere nell’immediato per spiegare quanto è accaduto il 6 gennaio al centro dell’impero occidentale. Ma alcune considerazioni si possono trarre fin da ora, naturalmente cercando di andare oltre le vuote formule democraticistiche espresse dai media internazionali e nazionali e, soprattutto, andando oltre la parziale spiegazione dei fatti attribuiti ad un unico deus ex machina: il presidente ancora in carica, anche se è ormai difficile capire per quanto tempo, Donald Trump.

Certamente il piagnisteo democratico, espresso sia da Joe Biden che dai suoi colleghi stranieri, non serve a spiegare i fatti, piuttosto tende ad intorbidirli, rivendicando per gli Stati Uniti un primato nella difesa dell’ordinamento democratico che dimentica il ruolo apertamente controrivoluzionario e reazionario che la capitale dell’impero e i suoi massimi rappresentanti hanno svolto a livello internazionale e interno.

Elencare le decine di azioni militari, poliziesche e golpiste condotte dall’intelligence e dalle armi statunitensi in ogni angolo del globo e del paese sarebbe qui troppo lungo, ma almeno alcuni fatti vanno ricordati: dall’intrusione di inizio Novecento, armi alla mano, negli affari interni del Messico e del Nicaragua per impedire o stravolgere le rivoluzioni in atto alla rimozione golpista di Mohammed Mossadeq in Iran nel 1953 per impedirgli di nazionalizzare il petrolio e rinsaldare sul trono la fedele dinastia Pahlavi oppure dal rovesciamento violentissimo del governo Allende in Cile nel 1973 al colpo di Stato in Brasile del 1° aprile 1964, che instaurò una dittatura militare filo-statunitense che durò ben 21 anni, fino ai più recenti tentativi di rovesciamento del governo venezuelano, solo per fare alcuni esempi.

Quindi ascoltare i commentatori e il neo-eletto presidente degli Stati Uniti piangere per il pericolo corso dalla democrazia statunitense con l’attacco a Capitol Hill è perlomeno insopportabile, se non disgustoso. Quella democrazia, che all’interno per due secoli e mezzo almeno, si è basata sull’eliminazione dei nativi americani, sullo sfruttamento schiavistico degli schiavi africani e sull’emarginazione razziale di afro-americani, latinos, asiatici e, un tempo, anche degli immigrati italiani e dell’Europa dell’Est e del Sud, ha potuto vantare la propria forza proprio in nome di una rigida divisione di ruoli: all’America bianca la ricchezza estorta in patria e nel resto del mondo, con la forza e il ricatto, al proletariato multinazionale, alle etnie di diverso colore e agli stati dipendenti dalla colonizzazione occidentale (al cui vertice gli Stati Uniti si sono posti dalla fine della prima guerra mondiale in poi). A tutti gli altri gli avanzi e, in taluni casi, nemmeno quelli.

La campagna militar-vaccinale – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un lungo articolo di Giovanni Iozzoli che va letto e discusso attentamente, in cui alcune posizioni non sono propriamente le mie ma che, questo è il senso che vorrei trasmettere, suscitano considerazioni di concordia proprio sulla loro chiosa: si parla di vaccini contro il Covid, di controllo sociale globale che di fatto è in piedi da mesi, di approssimazioni sulla cura finale al virus che forse, non ne posso avere la certezza per mia ignoranza, è un po’ affrettato somministrare al mondo intero. Alcune cose non tornano, però; che ognuno si faccia la sua opinione, qualunque essa sia: è giusto mettere in discussione lo stato delle cose più che altro, a mio modo di vedere, per gli sviluppi futuri della pandemia e di ciò che coinvolgerà.
La chiosa dell’articolo è esemplare, vi riporto quella, solo quella:

La crisi del vecchio mondo sta sgravando un nuovo assetto sociale e l’epidemia rappresenta solo le doglie dolorose di questo parto travagliato. Tutti gli elementi erano già in incubazione, più o meno sottotraccia – li leggevamo e li temevamo. Oggi i processi si stanno compiendo: dovremo misurarci con nuove tecnologie di governo dei corpi, della salute, del lavoro, della conoscenza e della società nel suo complesso.
Negli anni scorsi, quando si strologava di biopolitica in tutte le salse, probabilmente nessuno immaginava che il nostro sistema immunitario sarebbe stato l’ultima frontiera da difendere dall’invasività della nuova governance capitalista. Il Covid esiste, è temibile e va contrastato: ma stiamo attenti a non risvegliarci in un mondo in cui la sua eredità sulle nostre società e sulla nostra salute, potrebbe essere anche più pesante del male.

La colonizzazione del sapere: la storia nascosta dietro le piante medicinali – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a un testo francese – La colonisation du savoir di Samir Boumediene, ancora non tradotto in Italia – che parla delle interazioni tra medicina e società, nel senso di colonizzazioni di nuovi territori, con loro erbe, medicine, tecniche mediche e quant’altro, e le conoscenze che i colonizzatori si portano appresso dal vecchio mondo. Penso sia chiaro che si sta parlando della brutalizzazione che il mondo europeo ha operato sui nativi americani a partire da Colombo, schiavizzandoli per un imperialismo che era – ed è – un lontano riflesso del pur brutale imperialismo romano. Qualche brandello di discorso e la chiosa:

Si allarga lo sguardo partendo dalla storia moderna delle piante medicinali del “Nuovo Mondo”, e lo fa in maniera intelligente, radicale, appassionante. Che molti prodotti oggi parte integrante delle abitudini di centinaia di milioni di persone in Europa siano originari dell’America (si pensi al tabacco, al cacao, al pomodoro) è un fatto risaputo; ma ridurre tutto a meri spostamenti di risorse attraverso l’Atlantico significherebbe non cogliere le implicazioni sociali, religiose, politiche, economiche. Ogni oggetto ha una storia incorporata inscindibile dalla materia tangibile. La colonisation du savoir prova a raccontarla prendendo le piante medicinali come indicatori dei rapporti di forza nella società e spiegando che, visto che la storia è incorporata negli oggetti, “tutti i giorni inghiottiamo dei morti”.

La prima cosa analizzata nel libro è il rapporto contraddittorio tra i popoli colonizzatori e il sapere dei popoli colonizzati. Quando gli europei giungono in America, si trovano al cospetto di un “nuovo mondo medicinale”, abitato da piante mai viste prima utilizzate da popoli mai visti prima in modi mai visti prima. L’atteggiamento dei coloni è dapprima di indifferenza per l’ignoto: se i coloni attraversano l’oceano è per trovare ciò che cercano (per esempio le spezie asiatiche), non scoprire cosa di nuovo esiste sul posto. Non appena si imbattono in qualcosa di vagamente familiare, usano i nomi delle piante e sostanze che cercano, quelle del Vecchio Mondo, eventualmente limitandosi a precisare la provenienza geografica. In realtà, spesso si tratta di piante molto diverse, simili solo per alcune delle loro proprietà. Spinti dalla volontà di trovare precisi prodotti gli europei esagerano le somiglianze e minimizzano le differenze. Per questo motivo, “le piante americane sono dei mosaici, ricomposizioni di cose conosciute” (p. 72). Questo gioco di specchi in cui gli oggetti europei sono la norma e tutto il resto del mondo non è che un loro riflesso continua ancora oggi, nascosto per esempio nel cripto-razzismo di chi definisce “etnica” qualunque cucina che non sia di origine europea.

Per certe piante americane gli europei provano non indifferenza ma repulsione ed è chiaro che l’origine di tale disgusto non è tanto da cercarsi nelle loro proprietà organolettiche quanto nel razzismo. Il cioccolato è descritto all’epoca come “brodaglia per porci più che per uomini”, il mate è considerato una bevanda diabolica che fa “vomitare come bestie”, la coca e il tabacco sono ripugnanti. Come descritto altrove, lo stesso vale per altre piante: secoli dopo l’importazione e l’acclimatazione di specie nutritive come la patata o il pomodoro, ancora naturalisti e medici europei mettevano in guardia dalle loro presunte “scarse proprietà nutritive”.

Certi elementi della farmacopea americana poterono attraversare l’oceano ed essere integrati alle pratiche e i saperi medici europei. L’integrazione non fu un semplice passaggio da una sponda all’altra: fu una continua metamorfosi.
Un esempio notevole è costituito dalla china, cui l’autore dedica una buona parte della ricerca. La china si presenta come una “corteccia rossastra e amara”, in grado di curare le “febbri intermittenti”, corrispondenti alla malattia oggi nota come malaria. Per i principi della scienza medica europea dell’epoca (teoria degli umori) l’efficacia della china contro le febbri intermittenti è “inspiegabile”, e in questo contesto nascono accesi dibattiti a suon di libelli, schedule e trattati (p. 209). Come risultato, il sapere medico è rimodellato e ridefinito e lo stesso accade alle visioni del mondo ad esso sottese, portando a profonde conseguenze sulla farmacia europea e sul rapporto medico-paziente nonché all’instaurazione delle prime politiche sanitarie moderne. Inoltre, le proprietà curative della china facilitano la colonizzazione di Africa e Asia e la crescente richiesta di china porta alla degradazione delle condizioni di lavoro e al disastro ecologico nei suoi luoghi d’origine. È chiaro che appropriandosi della china gli europei non si appropriano solo di una pianta, ma della capacità di gestire le sue proprietà (il suo potere).

Ecco, allora, cosa insegna questo libro: prima di tutto, che in questo mondo frammentato anche se iperconnesso, la storia continua a impregnare tutto e a vivere dietro ogni cosa. La resistenza non muore mai. In secondo luogo, che l’appropriazione delle forme del sapere (lingue, usi, conoscenze) non è un contorno della storia della colonizzazione, un effetto collaterale della conquista, bensì un suo punto fondamentale: addirittura una sua condizione, con conseguenze sul significato pratico di decolonizzazione e sulla riflessione politica in seno al movimento antirazzista e anticoloniale.
Ma soprattutto, punto oggi di estrema attualità, rivela ciò che di non scontato esiste dietro la cura e la medicina e come diversi modi di porsi rispetto alla salute, alla cura del corpo e della mente, alla responsabilità verso il prossimo possono essere, anzi certamente sono, dietro ogni gesto.

Piigs: maiali di carta – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la critica e analisi sociale PIIGS. Ovvero come imparai a preoccuparmi e a combattere l’austerity, basata sul film Piigs: maiali di carta, libro a cura di Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre. Un corposo estratto integrale del post per comprendere in quale nassa ci siamo cacciati rincorrendo il mito del business:

Uscito nel 2017, Piigs è un film sui disastri delle politiche neoliberiste in Europa. Adesso è uscito anche un libro omonimo, un backstage di carta che ci permette di capire come una pellicola indipendente, nata sulle panchine di Piazza Re di Roma, invece di durare per un fine settimana in tre sale, abbia raggiunto numeri sorprendenti: 3 mesi di tour di presentazione alla presenza dei registi, 9 settimane di programmazione nel Circuito Cinema in circa 100 sale per un totale di quasi 100 mila spettatori, più altri 300 mila con la trasmissione sulla Rai e altri milioni stimabili grazie alla distribuzione all’estero e alla piattaforma Raiplay.

Il volume racconta di tre videomaker che decidono d’imbarcarsi in un’impresa impossibile: girare un film di economia. E così, come Thomas Kuhn mostrava che le scoperte scientifiche sono opera di pesci fuor d’acqua, Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre, che di economia sapevano poco o niente, si mettono a studiare Keynes, Minsky, Galbraith, Mitchell, Caffè e Gallino. Poi, scoperto il mostro dell’austerità che divora le nostre vite, s’industriano con i mezzi espressivi del cinema, ma senza un soldo in tasca, per comunicarci il pericolo che corriamo. È la parte più avvincente del libro in cui si collezionano una serie di case history di guerrilla cinema degne di un corso universitario: l’intervista rubata a Warren Mosler in un corridoio di facoltà, quella a Yanis Varoufakis con tanto di schizzi di pizza rossa, la missione teleguidata oltre oceano per girare la parte su Noam Chomsky, lo studio di Vladimiro Giacché e l’incubo della telecamera traballante, la gestione dell’imprevisto con Erri De Luca.

Piigs in versione cartacea è la storia incredibile di come produrre e distribuire un film partendo da meno di zero, di come organizzare un crowdfunding, risparmiare sui diritti d’autore del materiale d’archivio e trovare finanziamenti con metodologie degne dei Blues Brothers. Il volume dimostra inoltre che si può realizzare un prodotto di massa anche sposando una tesi teorica di peso. Nel caso specifico si tratta per lo più della Teoria monetaria moderna, che sta raccogliendo molti consensi nella sinistra radicale internazionale, ma che allo stesso tempo, a detta dei critici, non sembra dare risposte nuove ai problemi cui andò incontro il postkeynesismo negli anni settanta. Ciò, tuttavia, non toglie nulla all’incisività destruens di Piigs (film e libro), alla sua capacità di smascherare la natura di classe dell’Unione europea e delle sue politiche economiche. Alla fine del lungo viaggio dei tre registi, sia nei meandri macroeconomici del neoliberismo, che nei loro risvolti quotidiani – esemplificati dalla storia della cooperativa Il Pungiglione – l’elisir portato a casa è un dono di conoscenza. Federico Greco infatti conclude: “Non si tratta neppure… di un conflitto tra i Paesi del nord Europa e quelli del sud, come comprenderò col tempo, ma tra le élite di ogni singolo Paese e le loro classi dei lavoratori.”

Immaginario contemporaneo e vita d’artista sugli schermi – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un articolo di Gioacchino Toni sulle elucubrazioni mitologiche e sulle necessità di esistenza dei miti e dell’estetica. Alcuni estratti da tenere sempre a mente quando ci si trova a contatto con la realtà postmoderna di stampo liberista, presi da un saggio di Marco Senealdi, Van Gogh a Hollywood. La leggenda cinematografica dell’artista:

L’Immaginario appare allora come quella formazione che sorge storicamente quando il Simbolico mostra la sua intima crisi, e quando di conseguenza i soggetti, nella loro singolarità e nel loro insieme, non si accontentano più delle risposte che il Simbolico offre loro, e si sentono esposti al non-senso del Reale. Il tipo di risposta che i singoli individui o intere società richiedono dall’Immaginario non è riducibile a una scorciatoia nei mondi della fantasia o del sogno; si tratta invece di un’autentica deriva socio-culturale in grado di rimodellare i fondamenti anche istituzionali di un corpo sociale (p. 25).

Quando le grandi strutturazioni simboliche non sono più in grado di dare risposte, «l’Immaginario forgia gli strumenti della propria esistenza a sua immagine e somiglianza» (p. 26) sia che si tratti di mezzi si riproduzione delle immagini, come la fotografia o il cinema, che di strumenti di riproduzione di eventi, come la radio e la televisione, o di tecniche di duplicazione della vita (clonazione) e di diffusione capillare di immagini, come nel caso dei social media, o di esperienze locative, immersive e mediali. «Non sono dunque i media a creare l’Immaginario, ma, viceversa, è solo l’irresistibile avvento di quello che permette il sorgere di questi» (p. 26).

La definizione concettuale di Immaginario deve pertanto essere colta nella sua differenza rispetto al Simbolico e al Reale. Se il Simbolico, per rispondere al “vuoto di senso” del Reale, tende a definire/strutturare le identità e se stesso per opposizione/somiglianza (identità/alterità…), l’Immaginario tende invece a cancellare le definizioni e le opposizioni strette: in esso ogni soggetto/collettivo si articola nella riflessione-contraddizione con se medesimo. Affermare che l’Immaginario è una configurazione riflessiva significa dire che il soggetto include in sé il suo altro. «La dimensione riflessiva-obversiva dell’Immaginario è ciò che ha spinto alla creazione di sistemi di riproduzione mediale: i media nascono come mediazioni immaginarie» (p. 27).

Secondo Barthes nella società borghese moderna il mito è uno strumento del passaggio dal reale all’ideologico; la sua funzione diviene quella di “svuotare il reale”. Il mito, secondo il francese, non sarebbe soltanto una forma di “dominio ideologico” borghese, ma costituirebbe piuttosto «un potere a parte che detiene sotto di sé anche la struttura di classe e che va identificato come un’autentica formazione storico-culturale, un “momento”, a cui il nome stesso di “mito” risulta inadeguato» (p. 30). In questo modo, però, Barthes finisce per «riportare ancora una volta i sintomi del presente entro un quadro diagnostico appartenente a culture del passato […] mostrandone sì il modo in cui il mondo è stato ridotto a immagine di se stesso, ma non il fatto che quest’immagine sia appunto “rovesciata”» (p. 30).

Nemico (e) immaginario. Il nontempo. Quando il presente diventa egemonico – Carmilla on line


Dalla caduta muro di Berlino può dirsi iniziata una nuova storia che, a causa della velocità con cui procede e per il suo aspetto globale, risulta pressoché incomprensibile.

Dal punto di vista intellettuale, questo cambiamento di scala ci prende alla sprovvista. Siamo ancora nella fase di critica dei vecchi concetti e delle visioni del mondo che li sottendevano. A questi si sostituiscono da un lato una visione pessimista, nichilista e apocalittica, secondo la quale non c’è più niente da capire, e dall’altro una visione trionfalista ed evangelica per la quale tutto è compiuto o sta per esserlo (p. 13).

Tra queste due visioni estreme, accomunate dal non derivare alcune lezione dal passato e dal non attendersi nulla dall’avvenire, secondo Augé, trova posto un’ideologia del presente caratteristica di quella che è stata definita la società dei consumi. Sembra quasi che all’essere umano non resti che scegliere tra un consumismo conformista e passivo, anche quando può darsi in forma assai ridotta, e un rifiuto radicale al quale, al momento, sembrano in grado di provvedere soltanto le espressioni religiose più esasperate.

Sullo stesso piano ideologico, vediamo inoltre formarsi connubi sostanziali tra ideologia religiosa e ideologia consumista, più in particolare nel caso dell’evangelismo di origine nordamericana. Per il resto, le nuove forme di esclusione, delle quali la globalizzazione è nello stesso tempo il contesto generale e uno dei principali fattori, generano, attraverso diverse mediazioni come quella del fondamentalismo religioso, atteggiamenti di rigetto o di fuga che hanno senso solo in rapporto all’ordine dominante. Quest’ultimo provoca insieme odio e seduzione. La contestazione, la rivolta o la protesta sembrano così prigioniere di quegli stessi schemi di pensiero ai quali si oppongono, sia a livello della vita politica sia sul piano intellettuale e artistico (p. 14).

La recensione di Gioacchino Toni, su CarmillaOnLine, a Che fine ha fatto il futuro?, di Marc Augé, ha più spunti di interesse illuminati sul nostro spicchio di realtà, particolare e assolutamente unica se vista col respiro storico. Da queste consapevolezze, con la cognizione acquisita di ciò che realmente significano, il senso politico che ne discende può essere solo uno; e certo, non c’è altro da fare che favorire la disgregazione di quest’universo liberista, di quest’eterno presente postmoderno in cui tutto è subalterno a un’idea orrenda di profitto.

Linee di faglia delle guerre civili americane (e non solo) – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un lungo articolo di Sandro Moiso sulla situazione elettorale americana, ricca di dettagli che è sempre bene conoscere, e poi l’affondo finale sull’impero mondiale liberista:

L’Isis propugna una rifondazione radicale dell’umano, esattamente come il capitalismo globalizzato e finanziarizzato. Il Mercato Globale considera le identità pregresse – di mestiere, di territorio, sociali, comunitarie, linguistiche – come zavorre da tagliare, sopravvivenze che ostacolano l’avvento del Consumatore Finale, un Uomo Nuovo senza radici, senza storia, prigioniero di una miserabile tecno-neo-lingua, senza territorio, fisiologicamente migrante – un flusso di desideri indotti fatalmente destinati all’insoddisfazione. Ma questo è precisamente il dispositivo di formattazione dell’Isis: il modello, per chi giungeva volontario nei territori governati dal Califfo, era quello di una radicale spoliazione di identità; non eri più un musulmano bosniaco o francese o indonesiano, con la tua ricca storia linguistica, familiare, etnografica. No, eri un credente “rinato” che come primo atto di fedeltà doveva indossare un abito mentale (e materiale) che ti rendesse indistinguibile e azzerasse la tua biografia.
Il Paradiso – che nella rozza e puerile versione salafita è un luogo di piaceri sensuali da consumare ad libitum – si presenta come un enorme carico di delizie, che ti aspetta dietro l’angolo dell’obbedienza e del martirio.
Allo stesso modo il Paradiso capitalistico: che è sempre un metro più in là, che esige sempre una performance in più, che evoca sempre aspettative di godimento favolose per le quali non sei mai pronto, se non in patetiche anticipazioni surrogate.
Sono due approcci entrambi molto “materialisti”, fondati sulla compravendita del Corpo e l’attesa del Godimento, mediati da una logica puramente mercantile. Dai tutto te stesso – al Califfo o al Mercato – e alla fine riceverai il premio della degnità, della adeguatezza al modello e della materialissima soddisfazione dei sensi. Persino un afflato sinceramente religioso, o un soffio di trascendenza, risultano fuori posto, in questi schemi di scambio.
L’adesione all’Isis – almeno in occidente – è anch’essa il risultato di una opzione individualista, fuori da meccanismi comunitari o da qualche dibattito collettivo. È l’approccio tipico del consumatore contemporaneo, un individuo solo nella sua vacuità, che davanti allo schermo del suo computer sceglie quale “prodotto” sia più adeguato a riempire il vuoto nichilista della propria esistenza. Il “lupo solitario” resta tale dall’inizio alla fine del percorso – quando si connette per la prima volta a una chat o ai siti jhaidisti, fino a quando sceglie di uccidere e uccidersi nelle strade di una metropoli europea.
La Umma virtuale dei desideri frustrati, delle identità fittizie, dell’altrettanto fittizio tentativo di ricostruzione di senso – attraverso la strage e il suicidio – usando solo una tastiera e la disperata pulsione autodistruttiva, oggi tanto in voga12

Eccola lì la trappola della modernità, dei diritti e della new economy che avanza: tutti uguali davanti al capitale, tutti ugualmente sfruttati e sottopagati e tutti (per ora) divisi davanti alla sua presenza sempre più invisibile e alla sua forza sempre più organizzata, ma con la promessa per tutti, parafrasando Andy Warhol, di aver la possibilità di realizzarsi in una carriera di quindici minuti.
Le linee di faglia e di colore americane sono dunque anche le nostre e lo sforzo comune per superare l’orrore quotidiano di un’esistenza che non è più altro che nuda vita, pur sapendo già fin da ora che il nostro posto è altrove, non potrà essere altro che quello di riunire ciò che oggi è ancora diviso e confuso. Ed enormemente incazzato

Il freno è tirato – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine considerazioni ispirate da varie pubblicazioni uscite in libreria in questo frangente storico dove si ragiona sulle implicazioni pandemiche, e di ciò che porterà a un nuovo stato sociale. Di Gianfranco Marelli.

A stemperare una visione dicotomica del futuro, in cui si contrappongono gli scenari positivi di un nuovo e più inclusivo welfare alla cupa e nefasta prospettiva di un warfare per la sopravvivenza degli “immuni”, ci pensa Donatella Di Cesare che, nel prendere come punto di riferimento la Peste Nera del 1438, suggerisce una riflessione più composta ed equilibrata della pandemia in corso. Ma perché risalire così indietro nel tempo? Perché – argomenta la filosofa – «anche quella terribile epidemia segnò un prima e un poi nella storia. Dai racconti e dalle cronache rimasti trapela la sensazione dei superstiti di essere entrati in un’altra epoca. Il cielo si era chiuso su quella passata. Chi era stato risparmiato dall’apocalisse di una morte nauseabonda e crudele, che aveva mietuto milioni di vittime, un terzo della popolazione europea, si aggrappò alla vita con uno slancio inusitato, un impeto febbrile. Da quella prima epidemia cittadina nacque il mondo civile del Rinascimento. Il nuovo inizio diede il via, però, al contagio dell’arricchimento».

“L’arricchimento” fu così contagioso da trasformare la visione del mondo e il modo d’intendere la vita, al punto che la conquista del benessere divenne il mito della modernità e rappresentò il grande sogno europeo – poi occidentale – della globalizzazione, continuando a prosperare finché il profitto si è rivelato non solo il sigillo dell’ingiustizia, la garanzia della povertà dei più, ma soprattutto la causa del degrado ambientale. «Non deve allora stupire che il termine “crescita” – rimarca Donatella Di Cesare – abbia ormai connotati negativi e, più che al prodotto interno lordo, rinvii a tutto quel che si dovrebbe evitare: crescita di guadagni illeciti, di rifiuti e scorie, di malessere e avvelenamento, di abusi e discriminazioni. Questo non vuol dire caldeggiare e promuovere una decrescita. Forse sarebbe tempo di abbandonare il linguaggio di bilanci e calcoli, deponendo la bandiera della crescita in cui nessuno sembra più credere. È il capitale a produrre la miseria. In uno scenario dove le altre ricchezze sono svuotate di senso si staglia il futuro di una sobrietà conviviale, scevra del superfluo, che porti alla luce i legami altrimenti dimenticati dell’esistenza». In questa prospettiva, la Peste Nera potrebbe divenire monito e presagio della memoria europea al fine di «insegnare che è pur sempre possibile riarticolare le forme di vita, che è necessario chiedersi per cosa vivere in futuro, che è indispensabile guardare a quei confini ultimi che abbiamo disimparato a sognare».

Soglie invisibili – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la segnalazione di Favole del reincanto. Molteplicità, immaginario, rivoluzione, saggio di Stefania Consigliere che è antropologa e docente presso il Dipartimento della Formazione dell’Università di Genova. Consigliere condensa nelle brevi analisi sottostante il filo conduttore che porta dal Capitalismo alla religione passando per il fascismo, i tre cardini che incatenano da lungo tempo ormai l’umanità in un percorso dove non è facile riconoscere l’origine né l’arrivo, un cane che si mangia continuamente la coda e contemporaneamente pure noi. Vi lascio all’articolo.

Il testo giunge nel momento più adatto per riaprire una riflessione globale sulla conoscenza e le sue conseguenze ideologiche e politiche. In tutti i campi del sapere, dell’immaginario e dell’agire. Collettivo e individuale. Ecco un significativo assaggio delle sue pagine iniziali. Perfette, oserei dire, nel definire l’ambito cognitivo e discorsivo in cui si è voluta muovere l’autrice.

La via del disincanto # 1. E poco più che una constatazione: l’impresa moderna, con la sua narrazione di progresso e felicità per il maggior numero di individui, è fallita. Il mondo intorno a noi e un disastro.
Dopo quattro secoli di capitalismo, nei paesi occidentali (o ex-colonialisti) è scomparso il terriccio della vita comune. Sotto il giogo della governance neoliberista, la sussunzione è totale: che si tratti di chiacchiere, di salario, di sentimenti o di decisioni collettive, tutto avviene entro una gabbia di regole al contempo vincolanti, incomprensibili e mutevoli, in un deserto affettivo privo di senso esistenziale e con il solo imperativo della crescita economica. L’esperienza triviale della chiamata a un call centre compendia questo sentimento del presente che si estende fino all’intimità, dove disabilità emotiva, stereotipia linguistica e ossessione per il godimento illustrano la miseria dei tempi.
[…] Per vivere come viviamo, siamo tenuti a separare continuamente ciò che sappiamo da ciò che ci muove, ciò che sentiamo da ciò che facciamo, in un regime psicopatologico di dissociazione e impotenza. Non sorprende, allora, la diffusione epidemica del disagio mentale: più di meta dei nostri concittadini fa o ha fatto uso di psicofarmaci regolarmente prescritti; quasi tutti, per arrivare in fondo alle giornate, impieghiamo una varietà di sostanze legali e illegali; mentre i più giovani, l’asettica ≪fascia pediatrica≫ delle statistiche, danno di matto come non mai.
Tanto basta per intuire tempi difficili. Eppure manca ancora qualcosa, l’enzima capace di precipitare i problemi in incubi: è la paralisi dell’immaginazione, l’incapacità di guardare oltre le mura della prigione che ci sta soffocando. Quest’alienazione trasforma il disastro in apocalisse, il venir meno del mondo a cui siamo abituati nella scomparsa di ogni mondo possibile.
[…] La via di fuga da un tempo stregato è qualsiasi cosa non sia il disastro incombente. La paralisi si scioglie a contatto con l’altrimenti. Non un altrimenti astratto, fumoso o esotico, ma quello assai prossimo di un mondo che continua a esistere fuori dal fascio abbacinante dei fari: l’erba, il terrapieno, la tana, il sentiero, gli alberi, l’ombra del bosco, gli animali sul prato. La foresta e ancora viva. Quello che cerchiamo e già qui: frammentario, imperfetto, ruvido come le cose reali. Si tratta solo di avvertirne l’esistenza. Cosa ci impedisce il contatto?

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Borat – Seguito di film cinema, di Jason Woliner – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una recensione/riflessione al sequel di Borat, tra considerazioni sociali, politiche e di costume che sembra non poter lasciare indifferenti. Un estratto:

Un sequel di Borat non sembrava impresa facile. Il film più grottesco, più cattivo e politicamente scorretto che sia mai stato girato aveva tutte le caratteristiche dell’opera unica. Difficile reggere il confronto con le risatacce scandalizzate che strappava, si rischiava il doppione, un lato B non all’altezza. Invece Sacha Baron Cohen, il vero autore del film, 14 anni dopo ce l’ha fatta. Ha vinto la sfida con se stesso. Borat “il giornalista” riprende le operazioni e torna in America.

Lo troviamo ai lavori forzati, intento a spaccare pietre col piccone (e qui per un attimo ci abbandoniamo a un sogno: vedere al suo posto tanti politicanti italiani). Infatti il suo film precedente ha messo in pessima luce il Kazakistan, per cui è stato condannato al pubblico ludibrio. Per il momento è sfuggito alla pena di morte, per squartamento, o dato in pasto ai maiali, come si usa in Kazakistan, ma chissà. Per cui quando lo prelevano, per portarlo non si sa dove, teme il peggio. Invece viene condotto davanti a un ministro il quale gli comunica che non sarà giustiziato. Anzi, dovrà tornare in azione, in America.

Il suo paese vuole entrare nel salotto buono della politica, con gli altri stati “normali”, e una buona occasione pare sia questo nuovo presidente, “McDonald Trump”, che sembra conforme agli usi e costumi del Kazakistan. Borat dovrà farselo amico, portandogli un dono: la scimmia Johnny, star del cinema porno. Ma non a Trump in persona, perché potrebbe irritarsi, ma al vicepresidente, il famoso puttaniere Mike Pence. Certamente gradiranno.
Così “il giornalista” può recuperare il suo completino con cravatta, e chiede di essere affiancato dal suo vecchio pard. Ma il ministro ribatte che gli sta sedendo sopra, sulla poltrona di pelle umana. Impressionato (ma in modo blando, chi si può impressionare in Kazakistan?), si procura una minuscola roulotte, per trasportare la scimmia chiusa in una cassa. Ma prima va a trovare la figlia. In gabbia, naturalmente, con la paglia, perché chi ha la sventura di avere una femmina, almeno la tiene in gabbia.
La ragazza, 15 anni, smania per accompagnarlo, perché potrebbe diventare “come Melania”. Impossibile ovviamente, in Kazakistan le figlie non possono viaggiare, il loro posto è unicamente la gabbia. Borat la saluta con una specie di tristezza – blanda naturalmente, in Kazakistan non ci si commuove per una figlia! – e finalmente parte, con la minaccia che, se fallirà, sarà squartato da due mucche.

Inizia il nuovo viaggio americano, un viaggio nabokoviano in salsa crudele-demenziale, con alcuni camei di personaggi reali che rispondono con professionalità alle domande folli di Borat, tipo: “Quanti zingari posso gasare nella roulotte con questa bombola di gas?”, al che l’uomo risponde: “Beh, quanti ce ne stanno”.
Nel precedente film entrava in una convention di fanatici religiosi, qui va tra i trumpiani. Scopre il mondo spaventoso di QAnon, travestito e truccato proprio da Trump. Gli rivelano che il coronavirus è stato diffuso dai Clinton, i quali sono anche a capo di una setta che rapisce i bambini per sgozzarli e berne il sangue (e qui non c’è nulla di boratiano, perché è tutto vero, e non sono “quattro gatti” fuori di testa, ma una fetta importante del popolo americano che vota Trump). Intanto fa una scoperta sconvolgente: nella cassa c’è la figlia, che si è intrufolata e ha mangiato la scimmia. È un fatto grave, che potrebbe costargli la pelle. Dunque si fa venire un’idea: morta la scimmia può regalare la figlia a Pence. La ragazza è perplessa, ma deve farlo, perché è il suo dovere di figlia. Perché in Kazakistan è la regola.
Poi, dopo altre peripezie, altri incontri, altre pazzie surreali, si scopre che Pence non è disponibile, per cui si ripiega sul Rudolph Giuliani, il famigerato sindaco di New York che ha inventato la “zero tolerance” che fatto andare in iperventilazione molti sindaci nostrani, sia di destra sia di “centrosinistra”. La figlia, che nel frattempo si è civilizzata grazie agli insegnamenti di una signora che l’ha accudita per qualche tempo, lo aggancia con una intervista, e lo invita in una camera d’albergo. E qui, tra un alternarsi di candid camera e di recitazione, con la scena che ha fatto tanto scalpore di Giuliani che si stende sul letto e se lo massaggia per farselo venire duro (ma è lui? a dire il vero non si capisce bene, anche se Baron Cohen ha garantito che è lui), avviene una sorta di catarsi e di presa di coscienza di Borat e della stessa figlia.

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