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Archivio per Cesare Buttaboni

Qualcosa d’altro | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione di Cesare Buttaboni a Qualcosa d’altro, raccolta di racconti di Gianfranco De Turris, nome che nel panorama fantastico rappresenta da sempre una colonna portante. Un estratto dalla rece:

Dalla lettura di questi racconti traspare una cifra stilistica e di contenuto affatto banale che fa intravedere la statura di uno scrittore vero. Si tratta spesso di storie brevi ma che riescono a lasciare il segno. Indubbiamente emerge la sua visione del mondo che non ha mai negato di non trovarsi a suo agio a vivere nella realtà moderna ma questo aspetto, al di là delle possibili connotazioni ideologiche, è qualcosa che molte persone sentono sulla propria pelle e spesso non ne capiscono il motivo.

Fra le storie presenti in questa silloge mi ha colpito in particolare L’appuntamento mancato dove l’autore descrive un’esperienza personale intensa e metafisica. La storia è vera ed è ambientata a Parigi dove De Turris era in vacanza con la famiglia. Ci sono degli aneddoti gustosi come quando viene rievocato l’incontro con Daniel di una nota rivista di fantascienza (trattasi di Daniel Riche, direttore di Fiction) e di come De Turris fosse alla ricerca di una Parigi nascosta, lontana da quella delle cartoline e delle visite guidate, una Parigi “idealizzata” (ma reale) che forse esisteva solo nella sua mente. Ma l’esperienza soprannaturale avviene quando, in metropolitana, vede “una figura alta e magra, dinoccolata quasi, il viso stretto, il naso pronunciato, il mento caratterizzato da un evidente prognatismo”. Ebbene quella figura era H.P. Lovecraft che invano ha cercato di raggiungere. Alla fine si rimane con la netta sensazione che quel giorno in metropolitana a Parigi De Turris abbia realmente incontrato Lovecraft e sono sicuro della veridicità di quanto narrato.

Incubi grotteschi di esiliati sognatori di Antonio Pilato – Club GHoST


Sul Club GHoST una recensione di Cesare Buttaboni a Incubi grotteschi di esiliati sognatori, volume di racconti weird di Antonio Pilato.

La letteratura horror e weird italiana ultimamente sta dimostrando di essere viva e vitale. Ora è la volta di un libro di racconti di Antonio Pilato, un altro esordiente (ha trent’anni ed è di Ravenna) che, tuttavia, dimostra di avere qualcosa da dire. Come molti si è appassionato molto presto alla narrativa dell’orrore divorando Stephen King, Poe, Lovecraft, Clark Ashton Smith e Chambers. Ma, di recente, è stato anche molto influenzato dalla prosa barocca di Thomas Ligotti. Influenza che traspare fin dal titolo del suo libro di esordio ovvero Incubi grotteschi di esiliati sognatori. Siamo di fronte ad un volume di racconti (talvolta brevissimi) che sembrano degli incubi scritti di getto. D’altra parte anche il grande Lovecraft usava i sogni come materia prima dei propri racconti come nel celebre Nyarlathotep, scritto in stato di semiveglia. Pilato è uno psicologo e di sicuro conosce bene i meccanismi che portano alla scoperta dei fantasmi sepolti nel nostro inconscio.
Il libro è strutturato in tre parti (Le confusioni innate, Le circostanza curiose e Le razionalità colorate) contenenti ciascuna quattro racconti. Questa suddivisione non è certo casuale ma dimostra che c’è del metodo nella follia di Pilato. Già dal primo racconto Cacofonie da appartamento veniamo immersi in un universo dai contorni cangianti in cui non è facile capire cosa è vero o falso. Il protagonista sperimenta una percezione “altra” della realtà in cui ascolta delle bizzarre cacofonie. Il finale sarà sorprendente e farà venire il dubbio che i suoi siano solo i deliri di uno psicotico. L’appartamento in cui vive si rivela infatti come un reparto psichiatrico per il trattamento della psicosi.

Il Terrore Cosmico da Poe a Lovecraft – Sandro Fossemò | Debaser


Su Debaser una recensione di Cesare Buttaboni allo splendido lavoro saggistico di Sandro D. Fossemò, Il Terrore Cosmico da Poe a Lovecraft. Un estratto:

H.P. Lovecraft, negli ultimi della sua vita, scrisse in un momento di sconforto una lettera dove sottolineava come nessuno scrittore di sua conoscenza (lui compreso) avesse mai raggiunto le vette di terrore cosmico di Edgar Allan Poe. Si tratta obiettivamente di un giudizio esagerato: Lovecraft d’altra parte ha sempre teso a sminuire il valore della sua produzione ma, nondimeno, questa lettera mette in luce ancora una volta uno dei concetti chiave della sua filosofia estetica. In base a tale riferimento diventa molto interessante sapere quali fossero i legami profondi tra il bostoniano e il Solitario di Providence. Per soddisfare la curiosità finalmente esce in e-book l’eccellente saggio di Sandro Fossemò intitolato “Il Terrore Cosmico da Poe a Lovecraft”, dedicato all’analisi dei differenti modi di esprimere il “terrore cosmico” nei due noti scrittori del fantastico.

Per Jacques Bergier, Lovecraft era un “Poe cosmico”. Si tratta di una definizione affascinante e a suo modo azzeccata. In realtà sono autori che partono da un background diverso: Poe è infatti imbevuto culturalmente dall’idealismo romantico, mentre Lovecraft parte dalle basi del materialismo scientifico. Ma, detto questo, Lovecraft considerava Poe il più grande di tutti soprattutto in virtù della sua sensibilità decadente e del suo stile che gli ha fatto raggiungere livelli di pura arte sublime (Lovecraft direbbe appunto :“terrore cosmico”) tanto da influenzare Baudelaire e tutto il simbolismo francese. Non a caso De Turris e Fusco inserirono il frammento di Poe “Il faro” nella vecchia edizione dell’antologia “I Miti di Cthulhu” (inspiegabilmente tolto nella recente ristampa negli Oscar Draghi Mondadori) per mettere in luce la connessione fra i due scrittori. Fossemò sottolinea acutamente come il terrore cosmico lovecraftiano, nonostante le varie differenze, (Borges lo considerava un involontario parodista di Poe) si trasforma da quello di Poe in un’affascinante e originale “evoluzione materialistica e mitologica”, fino a raggiungere una sorta di “fantascienza orrorifica” anche se, per essere più precisi, dobbiamo ricordare che il compianto Giuseppe Lippi parlava di “fantascienza nera”. Per Poe il terrore viene dall’anima ma per Lovecraft invece fuoriesce dal Caos Cosmico. Alla fine “il terrore dell’anima” di Poe sfocia nel terrore cosmico, basti pensare al terribile finale presente in racconti come “Metzengerstein” o “La caduta della casa Usher”. Al contrario Lovecraft fa, come dire, “esplodere” l’ orrore cosmico nel delirio dell’anima.

Non bisogna dimenticare a questo proposito il periodo storico in cui si trova a operare Lovecraft, in cui la scienza stava sgretolando le antiche certezze e aveva fatto intuire nuovi orrori che si nascondevano nel cosmo. Era anche il periodo di Freud e della psicanalisi con l’importante scoperta dell’inconscio e dei suoi fantasmi. Tuttavia Lovecraft disprezzava Freud e le sue teorie ritenute da lui puerili e, pur essendo ateo e materialista, non era però un positivista radicale oppure un arido scientista. Il grande merito di Lovecraft è stato quello di aver svecchiato i vecchi orpelli della narrativa gotica come vampiri, fantasmi e demoni, ma senza dimenticare in ogni caso il fondamentale influsso di Poe con il suo terrore dell’anima che si proietta verso l’esterno, fondendosi con un terrore metafisico e cosmico.
Oggi la situazione si è ribaltata e sembra che la narrativa horror tenda a recuperare i vecchi topos in una versione aggiornata che possiamo notare con il successo di Stephen King. A quanto pare i tempi di Lovecraft o di Poe non sono poi così lontani e il saggio di Sandro Fossemò ne è una prova.

Hypnos. Rivista di letteratura weird e fantastica – Vol. 12 | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione di Cesare Buttaboni al numero 12 della rivista Hypnos. Vi lascio a uno stralcio delle sue valutazioni:

Il nuovo numero di Hypnos ci propone una serie di autori indubbiamente poco conosciuti in Italia e si conferma una rivista di grande interesse per chi desideri approfondire la materia weird in tutte le sue sfaccettature. Ma il pezzo forte di questo fascicolo è costituito dall’attenta e approfondita disamina di Laura Sestri sul weird russo! La riscoperta della tradizione del fantastico europeo non anglofono (penso a Jean Ray, Stefan Grabinski, Hanns Heinz Ewers, Karl Hans Strobl, J. H. Rosny ainé e l’annunciato Claude Seignolle) da parte di Hypnos è sicuramente lodevole. Vengono prese in esame in particolare le figure di Alexandr Ivanov e Leonid Andreev e ci viene presentato uno dei racconti più significativi di quest’ultimo ovvero Lui. Racconto di uno sconosciuto. Si tratta di una storia intrisa da un senso di malinconia assoluto che rivela l’estrema sensibilità di Andreev. Indubbiamente deve qualcosa a La casa degli Usher di Poe ma questo non significa che non si tratti di un testo originale in cui la realtà sfuma in una dimensione onirica.

Intervista a Fabban / Aborym – Ver Sacrum


Su VerSacrum un’intervista di Cesare Buttaboni a Fabban, degli Aborym – ciao Fabbb, ci si vede presto 😉

Siete prossimi al compimento di trent’anni di attività, un periodo di tempo così lungo è sicuramente segnato da cambiamenti, positivi ma anche drammatici. Per molti giungere a questo traguardo si rivela utopico, ma non per voi. Chi “erano” gli Aborym a inizi novanta?

Eravamo tre ragazzini vogliosi di fare musica a tutti i costi, inesperti, impreparati e con pochissimi mezzi a disposizione. All’epoca vivevo a Taranto e in quei tempi sopravvivere musicalmente in una città come quella era praticamente impossibile. Riuscii a prendere in affitto una sala per provare e li iniziò tutto. Li dentro ci suonavo, ci mangiavo, ci portavo le ragazze e ci dormivo quando litigavo con i miei. Quel posto è stato importantissimo per me: mi teneva lontano dalla strada e dai pericoli che a Taranto in quegli anni non erano pochi. Taranto stava affogando nei problemi. Fatta eccezione per l’Ilva (all’epoca Italsider) trovare lavoro era praticamente impossibile, in giro circolava droga e girare di notte rappresentava un serio pericolo. C’era tanta povertà, criminalità e le persone tendevano a vivere raggruppate in lobby, dei micro-sistemi, completamente tribalizzati. I ragazzi come noi venivano attaccati in strada praticamente ogni volta che mettevano il naso fuori di casa, e questo a causa del nostro essere “alternativi”… ti lascio immaginare in che condizioni vivevamo il tutto a livello musicale. Risse e scazzottate praticamente ogni sera… Sono stati anni bui e difficili ma nonostante tutto mi mancano quegli anni; si viveva alla giornata, in modo semplice… Niente internet, zero telefonini… eravamo tutti uniti e tutto questo si riversava nella musica, nella scena musicale, c’era supporto e quando c’era un concerto eravamo sempre tutti presenti. E la musica era di qualità, era più vera, più sentita. In tutti i generi. Avevamo le palle in quegli anni… e l’ho capito quando mi sono trasferito a Roma, una città molto più grande, dove pensavo di poter vivere meglio… invece mi sono reso conto di quanto la gente fosse diversa in capitale. Aborym sono nati a Taranto, di questo vado molto fiero.

Una finestra ampia che vi consente di valutare e giudicare anche i mutamenti che il panorama musicale cosiddetto “alternativo” ha vissuto. Stili che si sono consolidati, tecniche che si sono affinate. Quanto questi hanno influito sulla vostra maturazione artistica?

Si, come dicevo prima, aver vissuto trasversalmente tra gli anni 90, il 2000 e i decenni successivi è stato in qualche modo importante per capire da dove venivamo e dove volevamo arrivare. Ho avuto modo di vivere sulla mia pelle le mutazioni stilistiche, i cambiamenti, l’avvento della tecnologia, internet… Ho avuto modo di tirare una linea e valutare cosa era giusto e cosa era sbagliato. Negli anni mi sono sempre più appassionato allo studio degli strumenti che viaggiava di pari passo con l’evoluzione tecnologica e in qualche modo ogni album di Aborym è stato un conduttore dei progressi tecnologici in campo musicale, parlo di strumenti, ma anche di software, di plug-in, effetti, tutto ciò che ruotava intorno al mondo della musica sperimentale, compresi i miei ascolti e le mie preferenze musicali. Il ventaglio di alternative diveniva sempre più aperto anno dopo anno e questo per me è stato importantissimo se non fondamentale per iniziare a cucire su Aborym il vestito più adatto a questa band. Così come fondamentali sono stati gli incontri che negli anni ho potuto fare con altri artisti, musicisti, tecnici del suono, produttori o semplicemente con persone che mi hanno indirizzato musicalmente verso qualcosa che non conoscevo. È stata altresì fondamentale la predisposizione all’apertura mentale verso qualcosa che non conoscevo. Io lo chiamo DNA.

Ivo Torello: Estasi e tormento a Montmartre + intervista all’autore – Ver Sacrum


Su VerSacrum una recensione di Cesare Buttaboni a Estasi e tormento a Montmartre, di Ivo Torello, uscito per Hypnos. Di seguito, nello stesso post, è possibile leggere un’intervista all’autore.

Continua la serie delle avventure di Ulysse Bonamy dello scrittore genovese Ivo Torello con “Estasi e tormento a Montmartre”. Si tratta del quarto romanzo breve (o racconto lungo) di questo ciclo ambientato negli anni ’30 a Parigi (i cosiddetti Anni Ruggenti) che prende le mosse dall’acclamato La casa delle conchiglie che si svolgeva alla fine dell’800. L’atmosfera generale di questi libretti è però simile a quel fortunato romanzo (di cui ritroviamo alcuni personaggi come Madame Sabatière) anche se non riescono, a mio avviso, a raggiungerne l’intensità se non a tratti. Questi volumetti sono in ogni caso di piacevole lettura (personalmente ho apprezzato in particolare il secondo e il terzo capitolo) e si presentano bene dal punto di vista grafico (davvero raffinate le copertine di Elena Nives Furlan) e credo piaceranno molto a chi ama seguire le avventure seriali di personaggi come i famigerati detective dell’occulto creati dalla penna di William Hope Hodgson, Algernon Blackwood e Sax Rohmer. Tuttavia credo che Torello dia il meglio di sé sulla lunga distanza e che, alla fine, pur continuando il livello (anche di questo Estasi e tormento a Montmartre) a essere buono il rischio è quello di ripetersi e di diventare di “maniera”. Ma forse lo stesso Torello deve averlo capito visto che i prossimi capitoli saranno dei veri e propri romanzi. Nondimeno il libro ha, in alcuni momenti, un’atmosfera onirica che riesce, pur nell’ambito di una vicenda simile ad un giallo, a elevarne il livello con squarci deliranti di puro fantastico.

Indubbiamente sei un personaggio noto a chi frequenta l’horror italiano: in passato ti sei messo in luce vincendo il Premio Lovecraft e ottenendo altri riconoscimenti fra cui il MortErotica bandito dal sito LaTelaNera. Inoltre hai diretto per un periodo il portale HorrorMagazine. Personalmente ti ho conosciuto leggendo il racconto “Amalgama” su Carmilla, una rivista allora ancora in versione cartacea. Da quel periodo ne è passata di acqua sotto i ponti. Ti riconosci ancora (almeno in parte) nella tua prima produzione o ritieni si tratti di un capitolo chiuso con cui non hai più niente a che fare?

In quasi un quarto di secolo, di acqua sotto i ponti ne è passata davvero tanta, e mentirei se dicessi che non rinnego nulla del mio passato o che i miei gusti sono sempre gli stessi. Oggi leggo narrativa che a vent’anni non avrei nemmeno preso in considerazione e ammiro scrittori che a quell’età conoscevo solo per sentito dire e, magari, disprezzavo senza una valida ragione. Ma non posso, e nemmeno voglio, prendere le distanze dalla mia “incarnazione horror” e definirla un capitolo chiuso. La modalità horror la uso ancora all’interno delle mie opere, che personalmente considero dei fantasy per adulti di ambientazione storica. La casa delle conchiglienon manca certo di scene orrorifiche, così come gli Strani casi di Ulysse Bonamy.

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Andrea Vaccaro: Negli ultimi anni i tentativi di definizioni di weird sono state tante – LA GIOIA DEL SERPENTE


Su LaGioiaDelSerpente una bella e lunga intervista di Cesare Buttaboni ad Andrea Vaccaro che spiega la sua Hypnos e la propria visione del weird, per nulla standardizzata. Un estratto:

Credo fosse il 2009 quando mi parlasti dell’idea di fondare una casa editrice. Allora esisteva solo la fanzine Hypnos dove scrivevi con lo pseudonimo di Andrea Giusto. Qual era l’origine di questo nome? È stata importante quell’esperienza ai fini della nascita delle Edizioni Hypnos? C’è la possibilità di vedere ristampati alcuni contenuti che mi sembravano molto interessanti?

Già, sono passati ormai più di dieci anni. Fu proprio nel 2009 quando, dopo la positiva esperienza con la fanzine Hypnos, decisi che c’erano i margini per potere imbastire un progetto più corposo dedicato al weird. Andrea Giusto è un personaggio fittizio, un editore umbro (del minuscolo borgo di Otricoli, per la precisione), amante della buona cucina e dei misteri. Il nome di battesimo segue ovviamente il mio, mentre Giusto è un omaggio a Giuseppe Giusto Scaligero, umanista, tra i più importanti filologi del Cinquecento e che si occupò, tra le altre cose, di testi astronomici (Manilio in primis) e della cronologia antica. L’esperienza con Andrea Giusto e la fanzine è stata cruciale per poter fare il “grande passo”, e non solo per la continua e costante frequentazione di autori e opere. Il primo numero fu del 2007 (anche se la mia esperienza come “fanzinaro” risaliva a qualche anno addietro con la mitica Avatär. Pubblicazione meccanico-scapigliata, sotto le redini di Lukha Kremo) e nel giro di un paio di anni mi sono reso conto del forte interesse verso questo tipo di letteratura, pur nella ristretta distribuzione che poteva avere una pubblicazione all’epoca bene si intenda esclusivamente cartacea. È stato così che mi sono man mano reso conto non solo di una passione condivisa da molti altri lettori, ma anche di una possibilità di mercato. Molti degli autori presenti nelle pagina della fanzine sono stati poi i protagonisti delle pubblicazioni della casa editrice: Jean Ray, Fitz-James O’Brien, Robert Aickman, William Fryer Harvey, Hanns H. Ewers, per citarne solo alcuni. Fu un’esperienza molto formativa e divertente, mi occupavo all’epoca anche dell’impaginazione, per me sino a quel momento materia oscura, aspetto che poi saggiamente per la casa editrice ho lasciato a persone ben più esperte e capaci del sottoscritto. Sicuramente quell’esperienza è stata fondamentale, è stato qui che sono venuto a contatto con esperti del settore come Pietro Guarriello e Andrea Bonazzi, ed è stato molto formativo anche nell’abitudine a scegliere e pensare in funzione dei diversi fattori che poi si sommano nelle scelte di una casa editrice.
Sulla possibilità di vedere alcuni contenuti ristampati, be’, molti lo sono stati già, anche alcuni saggi che, ampliati e aggiornati, hanno trovato posto o sulla rivista o in alcune prefazioni. Escludo invece la possibilità di ristampare i numeri così come sono apparsi all’epoca, non credo avrebbe molto senso ora come ora.

Le Edizioni Hypnos ne hanno fatta di strada. Inizialmente Hypnos, con la collana principale Biblioteca dell’Immaginario, era più orientata verso il weird classico. Poi c’è stato un interesse anche verso il cosiddetto modern weird con la pubblicazione di autori come Laird Barron, Simon Strantzas, Nathan Ballingrud, Livia Llewellyn e Anders Fager. Ho notato che i pareri sono discordanti. Come ha risposto il pubblico nei confronti di questa nuova corrente? Esiste forse una maggioranza che preferisce il weird classico?

Francamente penso che nell’editoria non ci sia un “pubblico”. Anzi, la lettura spesso è un’esperienza privata, molto personale. Il pubblico è quello di uno spettacolo, di un evento sportivo, dove un numero di persone specifico nel medesimo momento esperiscono (ovviamente ognuna a modo loro) un’unica esibizione. Quello che vedo sono persone che ci leggono e persone che ci potrebbero leggere. Quando si definisce il pubblico, lo si separa dal resto, appunto lo si “definisce”, si fa un’operazione esclusiva, e questo è l’esatto opposto della mia concezione di editoria (motivo per il quale non ho mai amato le edizioni speciali, limitate, e via dicendo, né trovano posto nel nostro catalogo), che invece è quello di condividere. Le Edizioni Hypnos sono nate recuperando autori e opere classiche del weird e del fantastico, perché sentivamo l’esigenza di farlo, ma non era questo a definirci. Già nel 2012 ci siamo “aperti” agli autori contemporanei con Il paese stregato di Sergio Bissoli e Predatori dall’abisso, di Ivo Torello, e nell’anno successivo è arrivata la rivista, che ha fatto un po’ da apripista alla collana che appunto citi, Modern Weird. L’anno scorso abbiamo inaugurato una nuova collana, Novecento Fantastico, che come potrai ben notare, oltre alla notazione cronologica, parla di fantastico tout court, non necessariamente legato alla sua declinazione più weird, e il volume in uscita a breve, San Diego Lighfoot Sue di Tom Reamy ne è un chiaro esempio. E ti anticipo che prossimamente uscirà per le nostre edizioni un testo che non sarà né di narrativa né legato al fantastico! Adesso però non vorrei spaventare nessuno, il cuore delle nostre pubblicazioni rimarrà legato al weird al fantastico.
Per chiudere il discorso, credo che uno dei tanti aspetti stupendi della lettura sia la libertà. C’è gente che legge solo classici? Leggeranno solo i classici. Gente che legge solo contemporanei? Leggeranno quelli. La mia responsabilità è offrire testi che nel mio gusto e nella mia sensibilità ritengo degni della spesa (economica e di tempo) fatta. Poi ognuno, bombardamenti mediatici permettendo, è libero di scegliere cosa leggere.

Algernon Blackwood: l’investigatore dell’occulto – Pulp libri


Su PulpLibri un profondo excursus letterario di Cesare Buttaboni sulla carriera di Algernon Blackwood, scrittore weird tra i più quotati di sempre nell’ambito del genere – a mio avviso, come lui ci sono pochi altri autori, tutti conteggiabili sulle dita di una mano. Un estratto:

Algernon Blackwood è sicuramente un innovatore del genere del weird-tale: Lovecraft trasse grande ispirazione dal maestro inglese, in particolare dalla concezione “dell’indifferenza” e “dell’ostilità delle forze soprannaturali nei confronti dell’uomo”. La sua produzione migliore si situa fra il 1906 e il 1917. Blackwood era un maestro nel creare atmosfere e per questo era stimato, come detto, da H.P. Lovecraft che lo considerava, nei momenti più intensi, come il più grande scrittore weird. Nel suo celebre L’orrore soprannaturale in letteratura (Supernatural Horror in Literature), saggio che, a suo modo, ha fatto scuola, egli dedica uno studio approfondito ad Algernon Blackwood e arriva a definire “I salici” il miglior racconto nella storia della letteratura del soprannaturale. Peccato che la stima non fosse ricambiata: come riferisce Peter Penzoldt – autore di The Supernatural In Fiction, un importante saggio sul soprannaturale inedito in Italia in cui gli viene dedicato grande spazio –, Blackwood conosceva bene l’opera di Lovecraft ma non ne era molto entusiasta, in quanto a suo avviso negli scritti del solitario di Providence mancavano le qualità di genuino “spiritual terror” che caratterizzavano invece la propria opera. Fruttero e Lucentini, nella classica antologia Storie di fantasmi, pubblicata da Einaudi nel 1960, scrissero invece, presentando il suo racconto “The Empty House”, che Blackwood “era disperatamente invecchiato”. Giudizio forse ingeneroso, anche considerando che in Italia conosciamo solo in parte la sua opera. Tra l’altro, da noi è ancora inedito il fondamentale romanzo The Centaur (1911).

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Relazioni interspecie di Anders Fager – Club GHoST


Sulle pagine del Club G.Ho.S.T. una recensione di Cesare Buttaboni a Relazioni interspecie, raccolta di racconti di Anders Fager edita da Hypnos; un estratto:

In questa raccolta (Relazioni interspecie) la presenza delle entità del pantheon “lovecraftiano” è diventata più pervasiva e presente sulla Terra e lo spettro di HPL, anche se sullo sfondo, appare maggiormente rispetto al primo volume. Dico subito che le storie qui presenti mi sono piaciute di più rispetto a quelle di Culti svedesi, sono più centrate e meno fumose e mi sembrano di livello superiore: Fager è concreto e ha uno stile secco e asciutto. Lo schema è il solito e vede l’alternarsi di racconti a dei frammenti il cui scopo rimane abbastanza oscuro. Nel primo racconto (Quando la morte arrivò a Bodskär) troviamo una spedizione di soldati inviata sull’isola di Bodskär in Svezia per non meglio specificati compiti militari. La missione ha il compito di debellare una fantomatica minaccia russa ma la verità che emerge dai fondali del mare si rivela molto più spaventosa e inquietante. Sembra che gli abitanti anfibi di Inssmouth si siano trasferiti nelle fredde lande svedesi per mantenere culti innominabili. Con Giocare con Liam ci troviamo invece di fronte a una storia horror che ha per protagonista Liam, un bambino. Al di là dell’incontro che Liam ha con il mostro (da lui denominato Deinonychus in omaggio alla sua passione per i dinosauri ma che è una divinità dell’universo “lovecraftiano”) Fager è molto abile nel descrivere la solitudine e l’ingenuità dell’infanzia che si scontrano con l’indifferenza e la grettezza del mondo degli adulti i quali non sono in grado di capire i propri figli. In Il manufattodel signor Göring, Fager mette in scena l’originale commistione fra il nazismo e i Miti di Cthulhu facendo diventare Hermann Göring un collezionista e un adepto di Dagon. Si tratta di un racconto molto evocativo: anche qui in pratica viene accennato all’esistenza di una razza ibrida di esseri mezzi uomini e mezzi pesce che vivono nel mare al largo della Svezia. Göring non smentisce la sua fama di grande collezionista di arte acquistando una statua raffigurante il dio Dagon! Viene anche citato il culto di Yog-Shogoth: il nome sembra un gioco di parole fra Yog-Sothoth e uno Shoggoth! In Tre settimane di felicità assistiamo alla presa di consapevolezza della protagonista Malin, proprietaria di un negozio di acquari, del suo appartenere ad un’altra specie, un po’ quello che succedeva con il protagonista del finale del racconto La maschera di Innsmouth. L’ultima storia Un punto sul Västerbron è la mia preferita: la narrazione è apocalittica e descrive il suicidio apparentemente immotivato di diversi individui che si recano di notte sul ponte Västerbron buttandosi in acqua. Il tema mi ha fatto venire in mente il racconto di Richard Matheson, Lemming,dove si narrava dei lemming, piccoli roditori che, secondo la leggenda, si suiciderebbero in massa. In ogni caso la metafora è perfetta secondo Matheson e anche per il gruppo prog dei Van Der Graaf Generator (nel brano Lemmings da Pawn Hearts) per descrivere le nevrosi e le pulsioni di autodistruzione che sono parte della razza umana e verrà usata anche dagli Amon Düül II (band di Krautrock) nel disco Dance of the Lemmings.

Se vi era piaciuto Culti svedesi anche questo volume non vi deluderà e anzi, come dicevo, a mio avviso gli è superiore. Se invece siete dei “lovecraftiani” talebani, andateci con i piedi di piombo.

Acque profonde – William H. Hodgson – recensione


Recensione di Cesare Buttaboni alla seconda raccolta di racconti di William H. Hodgson, uscita per Hypnos, dal titolo Acque profonde. Ecco uno stralcio della valutazione:

Secondo lo psichiatra e filosofo svizzero Carl Gustav Jung “L’acqua in tutte le sue forme – in quanto mare, lago, fiume, fonte ecc. – è una delle tipizzazioni più ricorrenti dell’inconscio, così come essa è anche la femminilità lunare che è l’aspetto più intimamente connesso con l’acqua”. Il simbolismo del mare non ha mancato di influenzare la letteratura migliore: da Melville a Conrad fino a Stevenson, Jules Verne ed Edgar Allan Poe con il suo celeberrimo Gordon Pym sono numerosi gli esempi in questo senso. Ma forse colui che ha saputo evocare in maniera più efficace il senso di solitudine, di mistero e di minaccia incombente delle infinite distese marine è stato il grande William Hope Hodgson.

L’editore Hypnos, dopo il primo, pubblica anche il secondo volume di “Tutti i racconti di mare” ovvero Acque profonde, un volume curato, con grande passione e competenza, da Pietro Guarriello. La nuova traduzione è della brava Elena Furlan. Ogni racconto viene introdotto e inquadrato da Guarriello con molta precisione e ricchezza di riferimenti bibliografici mentre la sua lunga postfazione Perduto nei mari stregati: William Hope Hodgson e il mistero dei Sargassi è un contributo realmente importante per capire la genesi di quello che, a ragione, può essere definito come il “Ciclo del Mar dei Sargassi”. In definitiva siamo di fronte ad un altro tassello importante per conoscere la produzione di una figura fondamentale nell’ambito della letteratura soprannaturale.

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