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Archivio per Cesare Buttaboni

Lucio Besana: Storie della serie Cremisi – Ver Sacrum


Su VerSacrum la recensione di Cesare Buttaboni a Storie della serie Cremisi, raccolta weird di Lucio Besana uscita per Edizioni Hypnos. Un estratto (mirabile, come l’opera):

Non si tratta di storie di presa immediata tuttavia, una volta entrati nell’universo “besaniano”, le soddisfazioni sono assicurate. Besana scrive molto bene: il suo stile onirico e ipnotico deve sicuramente qualcosa a Thomas Ligotti. Lo stesso autore ha dichiarato di recente come proprio Teatro Grottesco di Ligotti gli abbia aperto molte porte. Questo non significa in ogni caso che ci troviamo di fronte ad una copia sterile o di maniera dello scrittore di Detroit. Per la verità l’influenza “ligottiana” l’ho notata in particolare nella prima parte dei racconti della serie Cremisi. In Un viaggio nella Matamonia di Esagro Noroi e nel successivo Subotica (che i più attenti già conoscono per averlo letto sulla rivista Hypnos) siamo dalle parti, a mio avviso, di una fantascienza distopica che deve qualcosa a un film come Stalker. Ci ritrovo infatti l’ossessione per la presenza di uno “spazio” irreale (come “la zona” nel citato Stalker) ma che, nello stesso tempo, è reale e connesso alla realtà circostante. Una stagione al Teatro della Scena Rossa è forse il capolavoro di questa raccolta. Non mancano i riferimenti al Ligotti più evanescente con la sua ossessione per i manichini e per le maschere. Ma rimane una storia che si regge in piedi da sola al di là dei possibili paragoni con Teatro Grottesco. La vicenda narra la storia di un uomo che viene assunto al Teatro della Scena Rossa, un luogo non-luogo che forse esiste solo nella sua testa ma che potrebbe fa parte di un universo parallelo. Non è dato sapere quale sia la verità ma il brivido metafisico che rimane nel lettore alla fine non lascia indifferenti. La primavera della Città itinerante è molto onirico e pazzesco nel suo svolgimento: la comparsa di una città mobile che invade lo spazio circostante è qualcosa di realmente perturbante così come non si possono dimenticare i becchini, strani figuri che bussano alle porte delle abitazioni reclamando sempre qualcosa e portando sconforto e disperazione negli abitanti. Ronda è invece un racconto più classicamente horror (ma sempre un horror “sui generis”): la protagonista è una bambina che si troverà a mettere in discussione i confini della sua quotidianità: la casa in cui abita diventa una sorta di labirinto “borgesiano” in cui entrare in un’altra dimensione. L’autore ci mette in guardia di come la realtà prosaica che viviamo tutti i giorni nasconda delle crepe e delle fessure in cui è possibile guardare in faccia l’Abisso. Veglia ha un’atmosfera apocalittica da fine del mondo: un padre scava ossessivamente una fossa dopo la morte della figlia mentre all’esterno il mondo circostante muta in maniera inquietante. Il conclusivo Zucchero (ispirato ai fatti accaduti nella cittadina di Dryden in America) è un altro piccolo gioiello horror: la vicenda descrive una donna che, giunta in una cittadina dove tutto sembra tranquillo e quasi irreale, finisce per stabilirvisi dimenticandosi della sua esistenza precedente. Ma le apparenze sono in realtà ingannevoli: un sogno ossessivo ed inquietante costituisce la chiave per farle capire la vera natura di quel posto inesplicabile che nasconde una serie di orribili segreti in apparenza dimenticati. Un racconto da cui si potrebbe trarre un film horror notevole.

L’importanza de “La casa sull’abisso” di Hodgson nell’evoluzione dei Miti di Cthulhu – Ver Sacrum


Su VerSacrum la recensione di Cesare Buttaboni a uno dei pilastri della letteratura fantastica mondiale: La casa sull’abisso, di William Hope Hodgson.
Perché questo testo è così importante? Perché è uno dei primi esempi di cross-over tra generi, weird e SF si danno la mano in un compendio che prevede anche le future incursioni di Lovecraft, dove l’oscurità è sì un luogo dell’anima, ma anche fisico, siderale, un incubo…

La casa sull’abisso è un romanzo “incubo” che descrive le angosciose vicissitudini di un “Recluso”, abitante, assieme alla sorella e al cane Pepper, di una casa irlandese sperduta, situata in una regione ignota alle cartine geografiche nei pressi del villaggio di Kraighten: la casa diventa il fulcro dove si scatenano allucinanti e diaboliche potenze extra-cosmiche che assumono la forma di orripilanti creature dall’aspetto suino, simbolo dei fantasmi che si annidano nella psiche umana portati alla luce da Freud, dimostrazione dell’estrema modernità dell’opera “hodgsoniana”. La casa, con le sue stanze, è una sorta di metafora dell’essere umano: la parte superiore aspira al cielo e al Paradiso mentre la cantina simboleggia invece il lato più oscuro in cui si annidano gli inferni personali che celano i mostri nascosti nell’inconscio.

L’atmosfera che si respira è di una solitudine metafisica assoluta che rende l’opera unica nel suo genere: il Recluso si dedica allo studio e passa molto del suo tempo nello scrittoio. Un giorno la sorella viene attaccata dalle misteriose creature suine: è l’inizio di un assedio spietato in cui il Recluso si difenderà con ogni mezzo prendendo a fucilate i mostri. A questo punto inizia un’accurata esplorazione dei dintorni della casa: scopre che la casa è sospesa per mezzo di una roccia su un pozzo di una profondità insondabile: un vero e proprio Abisso. Esplora poi le cantine dove scopre una botola di quercia che protegge la casa da un enigmatico pozzo: scoprirà poi che si tratta di un prolungamento dell’Abisso.

Nel corso delle sue disavventure il Recluso avrà delle terrificanti “visioni” in cui la casa viene riprodotta su scala gigantesca ed è assediata da un enorme essere suino di colore verde. In un’altra allucinazione “vede” – in un vero e proprio viaggio al di là del tempo e dello spazio – il collasso del sistema solare e della terra e verrà catapultato al centro dell’universo dove si troverà di fronte due soli, uno nero e uno verde: questa “visione” rappresenta qualcosa di realmente incredibile: è l’essenza stessa dell’orrore cosmico e prefigura e supera molta fantascienza successiva. Dal sole verde si staccano dei globi in cui riesce a penetrare e a ”vedere” la sua” amata” e a trovare la pace in una sorta di limbo chiamato “mare del sonno”. Da quello nero fuoriescono globi oscuri che lo proiettano in una sorta di Inferno denominato “La pianura del silenzio” dove vede la casa assediata dalla creatura gigantesca e vi entra all’interno. Qui termina il suo viaggio “iniziatico”, ricco di simbolismi a cui alludeva lo stesso Hodgson all’inizio del testo. Il viaggio metafisico e temporale del protagonista è quello che si definisce un vero e proprio “viaggio astrale”. Non è così sorprendente questo aspetto “occulto” del romanzo tenendo conto che queste tematiche erano all’epoca molto diffuse: basti pensare alla notorietà di un personaggio come Crowley e alla celebre Golden Dawn, società segreta basata sulla Qabalah di cui però Hodgson, a differenza di Arthur Machen e altri nomi celebri, non ha mai fatto parte.

Gli abissi che si celano sotto la casa da cui fuoriescono gli esseri extra-terrestri sono una metafora degli insondabili segreti dell’inconscio umano.  La casa sull’abisso è un’opera ricca di riferimenti ermetici ed esoterici: il libro può essere “letto” sia su un piano microcosmico che su quello macrocosmico. Non a caso il celebre critico Jacques Van Herp l’ha definito “un piano d’interpretazione di altri piani”, definizione quantomai calzante che coglie in pieno l’atmosfera “incubica” del romanzo. La casa si trova “on the borderland” ovvero sul confine su altre dimensioni ignote del reale. L’edificio rappresenta il microcosmo, sorta di “piccolo Inferno” personale del protagonista mentre il modello gigantesco dell’edificio nella Pianura del Silenzio che il Recluso scorge nella sua “visione” simboleggia il macrocosmo. La struttura dei diversi “piani” e modelli della casa sembrano riflettere le parole del grande Ermete Trismegisto: “ciò che è in basso è come ciò che è in alto, e ciò che è in alto è come ciò che è in basso, per fare i miracoli della realtà una”.

Tom Reamy: San Diego Lightfoot Sue – Ver Sacrum


Su VerSacrum la recensione di Cesare Buttaboni a San Diego Lightfoot Sue, di Tom Reamy, antologia weird dell’autore uscita per Hypnos. Un estratto:

Ci sono autori che, per svariate ragioni, non hanno raggiunto la notorietà meritata. Uno di questi casi è quello dell’americano Tom Reamy (1935-77), scomparso prematuramente a 42 anni a causa di un infarto. Si tratta indubbiamente di un autore particolare come si può notare leggendo il suo straordinario romanzo Le voci cieche e la sua sola antologia di racconti San Diego Lightfoot Sue appena ristampata, per il mercato italiano, dalle meritorie Edzioni Hypnos (mentre sembra che in America sia oggi fuori catalogo). Reamy si inserisce a pieno titolo nella tradizione letteraria americana rappresentata da William Faulkner e da un romanzo come Uomini e topi. Anche se è stato considerato un autore di fantascienza, leggendo la sua produzione ci troviamo di fronte a qualcosa di diverso, qualcosa che tende molto verso quel filone oggi denominato “weird”. Al centro della sua narrativa c’è la figura dell’emarginato, del diverso e troviamo anche la tematica della perdita dell’innocenza.

La morte viola | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione di Cesare Buttaboni a La morte viola, raccolta di racconti di Gustav Meyrink. Un estratto:

Nonostante Meyrink sia oggi noto soprattutto per Il Golem – testo ricco di oscuri simboli e pregno di un’atmosfera “magica” derivata dalle leggende ebraiche – e per diversi romanzi molto interessanti, tutti intrisi di teorie occulte (Il Volto verde, Il Domenicano Bianco), in realtà lo scrittore iniziò la sua carriera letteraria come autore di racconti sulla celebre rivista tedesca politico-satirica Simplicissimus, le cui tematiche spaziavano dal grottesco all’atmosfera orrorifica alla Poe, autore da Meyrink ben conosciuto.

La sua produzione in questo filone è di assoluto rilievo e non è quindi ancora appesantita dall’interesse per l’occultismo che caratterizza l’ultimo periodo della sua opera, tanto che qualcuno trova più interessanti proprio i racconti rispetto ai romanzi. In queste storie macabro, bizzarro e orrore si fondono proficuamente e alcune sono ancora oggi dei piccoli gioielli della letteratura fantastica. Il libro raccoglie quindi il meglio della narrativa breve “meyrinkiana” e mette in mostra le particolari qualità di questo scrittore nel creare una convincente atmosfera di genuino terrore.
Fra i racconti più efficaci qui presentati, sono da segnalare sicuramente La morte viola, storia di ambientazione esotica in cui viene sviluppata una tematica apocalittica quasi “lovecraftiana”; il famoso Il baraccone delle figure di cera; L’urna di San Gingolph, in cui viene affrontato il tema secondo cui certi edifici mantengono i ricordi di antichi e tremendi avvenimenti. Il soldato bollente è invece un buon esempio appartenente al filone satirico dove, nello specifico, si prende di mira la scienza medica. Di sicuro, uno dei racconti più terrificanti e memorabili da lui mai scritti e presenti in questa raccolta è L’Albino, in cui si narra dell’avverarsi di un’oscura profezia e in cui viene evocata la “maschera” come simbolo di morte. Da segnalare anche il macabro e raccapricciante Le piante del dottor Cinderella, ambientato in una spettrale Praga che prefigura Il Golem, e il già citato Bal Macabre, dove vi sono degli echi di La maschera della morte rossa di Poe, anche se Meyrink mantiene comunque un suo stile originale.

Consigliato ai cultori di Meyrink e agli appassionati di letteratura fantastica e mitteleuropea.

Zothique 7 | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione di Cesare Buttaboni al numero 7 di Zothique, rivista sul weird e sul fantastico che si distingue per la qualità dei suoi interventi. Un estratto:

La Dagon Press pubblica un numero che si dimostra davvero succulento per gli appassionati, con interventi di molti studiosi del fantastico.
L’articolo di apertura, intitolato Il mondo di Robert E. Howard, è affidato alla penna del compianto Giuseppe Lippi, che mette in rilievo come Howard sostanzialmente, al pari di H.P. Lovecraft e Clark Ashton Smith, fosse un outsider in lotta contro il suo tempo e la realtà quotidiana da cui cercava di evadere. C’è sicuramente qualcosa di “nietzschiano” nel voler sublimare la sua personale rivolta in un personaggio come Conan. Quella dei 3 moschettieri di Weird Tales, come ben scrive Lippi,

“È una vibrata protesta verso l’ordine delle cose, cui si aspira a sostituirne un altro fondato su canoni estetici”.

Abbiamo poi 2 scritti autobiografici di Howard (uno ricostruito da Glenn Lord attingendo alla sua corrispondenza). Ma troviamo anche delle lettere inedite in Italia che fanno luce sull’uomo, alcune veramente toccanti e drammatiche. Ne è un esempio quella del 6 maggio 1935 inviata al direttore di Weird Tales, Farnsworth Wright, in cui lo scrittore chiede urgentemente del denaro per poter far fronte alle cure dell’amata madre malata. Purtroppo qualche mese dopo, a seguito del suo decesso, Howard pose fine alla sua vita.

Il Creatore di Ombre | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione di Cesare Buttaboni a Il Creatore di Ombre, romanzo di Jack Mann (pseudonimo di E. Charles Vivian) uscito negli anni ’30, quindi con stili e tematiche di quasi un secolo fa ma che, in fondo, sono ancora in grado di dire la loro. Un estratto:

L’interesse di questa ristampa sta, a mio avviso, nella trattazione della tematica “delle razze perdute e del folclore gaelico” temi cari, come giustamente fa notare Bernardo Cicchetti (curatore e traduttore dell’opera) nell’introduzione, a scrittori come Rider Haggard, H.G. Wells e Arthur Machen. Sempre Cicchetti si chiede se questo tipo di romanzi siano ancora leggibili o se forse siano troppo datati.

Ebbene Il creatore di ombre qualche genuino brivido soprannaturale lo regala ancora oggi pur tradendo il trascorrere degli anni. Non mancano tuttavia nelle sue pagine riflessioni affascinanti quando mette in luce come, nella frenetica vita moderna, continui a prosperare un sapere esoterico di culture antiche e dimenticate. Siamo comunque di fronte ad un autore da riscoprire che risulta perfetto per i cultori del weird classico.

Qualcosa d’altro | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione di Cesare Buttaboni a Qualcosa d’altro, raccolta di racconti di Gianfranco De Turris, nome che nel panorama fantastico rappresenta da sempre una colonna portante. Un estratto dalla rece:

Dalla lettura di questi racconti traspare una cifra stilistica e di contenuto affatto banale che fa intravedere la statura di uno scrittore vero. Si tratta spesso di storie brevi ma che riescono a lasciare il segno. Indubbiamente emerge la sua visione del mondo che non ha mai negato di non trovarsi a suo agio a vivere nella realtà moderna ma questo aspetto, al di là delle possibili connotazioni ideologiche, è qualcosa che molte persone sentono sulla propria pelle e spesso non ne capiscono il motivo.

Fra le storie presenti in questa silloge mi ha colpito in particolare L’appuntamento mancato dove l’autore descrive un’esperienza personale intensa e metafisica. La storia è vera ed è ambientata a Parigi dove De Turris era in vacanza con la famiglia. Ci sono degli aneddoti gustosi come quando viene rievocato l’incontro con Daniel di una nota rivista di fantascienza (trattasi di Daniel Riche, direttore di Fiction) e di come De Turris fosse alla ricerca di una Parigi nascosta, lontana da quella delle cartoline e delle visite guidate, una Parigi “idealizzata” (ma reale) che forse esisteva solo nella sua mente. Ma l’esperienza soprannaturale avviene quando, in metropolitana, vede “una figura alta e magra, dinoccolata quasi, il viso stretto, il naso pronunciato, il mento caratterizzato da un evidente prognatismo”. Ebbene quella figura era H.P. Lovecraft che invano ha cercato di raggiungere. Alla fine si rimane con la netta sensazione che quel giorno in metropolitana a Parigi De Turris abbia realmente incontrato Lovecraft e sono sicuro della veridicità di quanto narrato.

Incubi grotteschi di esiliati sognatori di Antonio Pilato – Club GHoST


Sul Club GHoST una recensione di Cesare Buttaboni a Incubi grotteschi di esiliati sognatori, volume di racconti weird di Antonio Pilato.

La letteratura horror e weird italiana ultimamente sta dimostrando di essere viva e vitale. Ora è la volta di un libro di racconti di Antonio Pilato, un altro esordiente (ha trent’anni ed è di Ravenna) che, tuttavia, dimostra di avere qualcosa da dire. Come molti si è appassionato molto presto alla narrativa dell’orrore divorando Stephen King, Poe, Lovecraft, Clark Ashton Smith e Chambers. Ma, di recente, è stato anche molto influenzato dalla prosa barocca di Thomas Ligotti. Influenza che traspare fin dal titolo del suo libro di esordio ovvero Incubi grotteschi di esiliati sognatori. Siamo di fronte ad un volume di racconti (talvolta brevissimi) che sembrano degli incubi scritti di getto. D’altra parte anche il grande Lovecraft usava i sogni come materia prima dei propri racconti come nel celebre Nyarlathotep, scritto in stato di semiveglia. Pilato è uno psicologo e di sicuro conosce bene i meccanismi che portano alla scoperta dei fantasmi sepolti nel nostro inconscio.
Il libro è strutturato in tre parti (Le confusioni innate, Le circostanza curiose e Le razionalità colorate) contenenti ciascuna quattro racconti. Questa suddivisione non è certo casuale ma dimostra che c’è del metodo nella follia di Pilato. Già dal primo racconto Cacofonie da appartamento veniamo immersi in un universo dai contorni cangianti in cui non è facile capire cosa è vero o falso. Il protagonista sperimenta una percezione “altra” della realtà in cui ascolta delle bizzarre cacofonie. Il finale sarà sorprendente e farà venire il dubbio che i suoi siano solo i deliri di uno psicotico. L’appartamento in cui vive si rivela infatti come un reparto psichiatrico per il trattamento della psicosi.

Il Terrore Cosmico da Poe a Lovecraft – Sandro Fossemò | Debaser


Su Debaser una recensione di Cesare Buttaboni allo splendido lavoro saggistico di Sandro D. Fossemò, Il Terrore Cosmico da Poe a Lovecraft. Un estratto:

H.P. Lovecraft, negli ultimi della sua vita, scrisse in un momento di sconforto una lettera dove sottolineava come nessuno scrittore di sua conoscenza (lui compreso) avesse mai raggiunto le vette di terrore cosmico di Edgar Allan Poe. Si tratta obiettivamente di un giudizio esagerato: Lovecraft d’altra parte ha sempre teso a sminuire il valore della sua produzione ma, nondimeno, questa lettera mette in luce ancora una volta uno dei concetti chiave della sua filosofia estetica. In base a tale riferimento diventa molto interessante sapere quali fossero i legami profondi tra il bostoniano e il Solitario di Providence. Per soddisfare la curiosità finalmente esce in e-book l’eccellente saggio di Sandro Fossemò intitolato “Il Terrore Cosmico da Poe a Lovecraft”, dedicato all’analisi dei differenti modi di esprimere il “terrore cosmico” nei due noti scrittori del fantastico.

Per Jacques Bergier, Lovecraft era un “Poe cosmico”. Si tratta di una definizione affascinante e a suo modo azzeccata. In realtà sono autori che partono da un background diverso: Poe è infatti imbevuto culturalmente dall’idealismo romantico, mentre Lovecraft parte dalle basi del materialismo scientifico. Ma, detto questo, Lovecraft considerava Poe il più grande di tutti soprattutto in virtù della sua sensibilità decadente e del suo stile che gli ha fatto raggiungere livelli di pura arte sublime (Lovecraft direbbe appunto :“terrore cosmico”) tanto da influenzare Baudelaire e tutto il simbolismo francese. Non a caso De Turris e Fusco inserirono il frammento di Poe “Il faro” nella vecchia edizione dell’antologia “I Miti di Cthulhu” (inspiegabilmente tolto nella recente ristampa negli Oscar Draghi Mondadori) per mettere in luce la connessione fra i due scrittori. Fossemò sottolinea acutamente come il terrore cosmico lovecraftiano, nonostante le varie differenze, (Borges lo considerava un involontario parodista di Poe) si trasforma da quello di Poe in un’affascinante e originale “evoluzione materialistica e mitologica”, fino a raggiungere una sorta di “fantascienza orrorifica” anche se, per essere più precisi, dobbiamo ricordare che il compianto Giuseppe Lippi parlava di “fantascienza nera”. Per Poe il terrore viene dall’anima ma per Lovecraft invece fuoriesce dal Caos Cosmico. Alla fine “il terrore dell’anima” di Poe sfocia nel terrore cosmico, basti pensare al terribile finale presente in racconti come “Metzengerstein” o “La caduta della casa Usher”. Al contrario Lovecraft fa, come dire, “esplodere” l’ orrore cosmico nel delirio dell’anima.

Non bisogna dimenticare a questo proposito il periodo storico in cui si trova a operare Lovecraft, in cui la scienza stava sgretolando le antiche certezze e aveva fatto intuire nuovi orrori che si nascondevano nel cosmo. Era anche il periodo di Freud e della psicanalisi con l’importante scoperta dell’inconscio e dei suoi fantasmi. Tuttavia Lovecraft disprezzava Freud e le sue teorie ritenute da lui puerili e, pur essendo ateo e materialista, non era però un positivista radicale oppure un arido scientista. Il grande merito di Lovecraft è stato quello di aver svecchiato i vecchi orpelli della narrativa gotica come vampiri, fantasmi e demoni, ma senza dimenticare in ogni caso il fondamentale influsso di Poe con il suo terrore dell’anima che si proietta verso l’esterno, fondendosi con un terrore metafisico e cosmico.
Oggi la situazione si è ribaltata e sembra che la narrativa horror tenda a recuperare i vecchi topos in una versione aggiornata che possiamo notare con il successo di Stephen King. A quanto pare i tempi di Lovecraft o di Poe non sono poi così lontani e il saggio di Sandro Fossemò ne è una prova.

Hypnos. Rivista di letteratura weird e fantastica – Vol. 12 | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione di Cesare Buttaboni al numero 12 della rivista Hypnos. Vi lascio a uno stralcio delle sue valutazioni:

Il nuovo numero di Hypnos ci propone una serie di autori indubbiamente poco conosciuti in Italia e si conferma una rivista di grande interesse per chi desideri approfondire la materia weird in tutte le sue sfaccettature. Ma il pezzo forte di questo fascicolo è costituito dall’attenta e approfondita disamina di Laura Sestri sul weird russo! La riscoperta della tradizione del fantastico europeo non anglofono (penso a Jean Ray, Stefan Grabinski, Hanns Heinz Ewers, Karl Hans Strobl, J. H. Rosny ainé e l’annunciato Claude Seignolle) da parte di Hypnos è sicuramente lodevole. Vengono prese in esame in particolare le figure di Alexandr Ivanov e Leonid Andreev e ci viene presentato uno dei racconti più significativi di quest’ultimo ovvero Lui. Racconto di uno sconosciuto. Si tratta di una storia intrisa da un senso di malinconia assoluto che rivela l’estrema sensibilità di Andreev. Indubbiamente deve qualcosa a La casa degli Usher di Poe ma questo non significa che non si tratti di un testo originale in cui la realtà sfuma in una dimensione onirica.

AERIA VIRTUS

"L'unico uccello che osa beccare un'aquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'aquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

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Sanguinarie Principesse

E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

Cavallette neanche tanto Criptiche

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Colui che non riesce a trovare spazio per gli altri manca di comprensione, e a chi manca di comprensione tutti risultano estranei.- Zhuāngzǐ

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