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Ogni essere un demonio…

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PROSTITVTA SANCTAQVE (racconto completo) | Il Grande Avvilente


Un racconto di Alessandro Forlani, che testimonia la gran capacità di scrittura di quest’uomo. Dal suo blog, Prostitvta sanctaqve. Un estratto:

Benedicta e le sue Sorelle si inginocchiarono ai sacerdoti, la Imaginifer offrì il vessillo della Vergine Intransigente ai vapori radioattivi dei turiboli U-238. Cherubini biomeccanici lo spiegarono ai fari d’oro, la cui luce transustanziò lo sguardo eterno dell’Imperatore sulle insegne del loro Ordine e le figlie predilette.
I servo-accoliti percorrevano le file candide delle Adepta per benedire di unguenti e salmi fucili requiem e multitermici, lanciafiamme, eviscerator e le spade potenziate. I proiettori e bracieri e ceri che sormontavano il grande altare cingolato scintillarono sui ranghi in armatura potenziata.
Le unità delle Repentia e delle Pecatrix Extremae, in connessione per inde ad mortem coi Marchingegni Penitenziali, intonarono i canti funebri e i propositi di martirio; mentre le Dominae le flagellavano, scarificavano le loro carni, e ne infilzavano i seni nudi con sigilli di purezza.
Le carriste degli Immolator, Catafractor e Repressor riscaldarono i motori con un canticum mechanicum: le necessarie, non ortodosse e fredde lodi dell’Omnissiah si levarono all’unisono col catechismo dell’Ecclesiarchia.
L’Inquisitore dell’Ordo Hereticus Xavier Hawthorne Mengelesson le restò accanto per tutto il rito: fu distratto, irrispettoso, non ascoltò l’omelie di strage. Continuava a scansionare, digitare, verificare sul suo taccuino dati e immagini che un servoteschio gli trasmetteva dall’obiettivo.
L’empia icona di pelle umana dei Sodomiti dell’Esastella profanava i santi ruderi dell’eso-eremo Ippona 13.
Lei, l’Inquisitore, le Superiori delle unità ricevettero la stimm-ostia e ringraziarono con un «amen; sia fatta la volontà dell’Immortale Imperatore». I sacerdoti le congedarono con la formula rituale: «ite, et mortem fiat».
Si scambiarono un proiettile dai reciproci caricatori.
Benedicta salutò la sua squadra di Celestes: la attendevano sull’Immolator con le insegne di comando. L’Hospitaller Sorella Adversa, come sempre disarmata, stava iniettando le Furor Lachrime nella tiroide delle altre quattro. Le pupille di Soror Eleanor, Clara, Barbara e Delphina si azzurrarono e dilatarono di assassinio e sacra collera.
«Badessa, una parola», la trattenne Mengelesson: guardò alle altre con diffidenza, «ma in privato, se non vi spiace,»
«È la mia squadra: non ho segreti.»
L’Inquisitore sfiorò il pulsante di un psico-costrittore sulla gorgiera sbalzata d’oro dell’armatura di plastacciaio, tornò a chiederle, per favore, che assecondasse la sua richiesta.
Benedicta dové obbedire.
«L’orgia dura, ininterrotta, da duecentosedici ore standard. La foia psichica dei cultisti ha lacerato la realtà: i valori dello psi-geiger», le mostrò il rilevatore, «sono troppo fuori scala.»
«Rientreranno nella norma, quando li avremo ammazzati tutti.»
«Fra le rovine si è aperto un varco per l’Immaterium: temo che i demoni infestino già l’eremo.»
«Li bandiremo col sacro requiem, li epureremo con il promezio.»
«E se non fossero entità minori?»
«Eadem omnes demones indignitas legitimi. La mia fede è abbastanza salda.»

 

Degen(D)eration – Anteprima Nazionale a Cagliari prima della tournée a New York


Degen(D)eration – il fantasma della Tribade è un progetto teatrale di Francesca Falchi che s’impreziosisce delle musiche di Brigata Stirner (Arnaldo Pontis/Roberto Belli). L’obiettivo dello spettacolo è tracciare un ritratto della condizione delle lesbiche in epoca fascista, ironizzando sul binomio moglie-madre, tanto caro alla propaganda, binomio che non lasciava spazio a nessuna alternativa.
Il testo teatrale contiene in sé il racconto delle storie lesbiche taciute, rimosse, punite perché non “ammesse” da un regime che manipolava l’immagine della donna fino a convincerla di un dualismo “naturale” che ne limitava l’azione, soffocava le aspirazioni, schiacciava le emozioni “non convenzionali”.
A partire dal Manifesto della Donna Futurista di Valentine de Saint Point, il testo ricostruisce la progressiva riduzione degli spazi di autonomia (compresa quella sessuale) della donna durante l’epoca fascista. I discorsi di Mussolini e della Chiesa inneggianti al binomio moglie e madre s’intrecciano con i racconti delle protagoniste, che cercano di ritagliarsi uno spazio di autonomia nel quotidiano, nel tentativo di non tradire le proprie inclinazioni.

Sabato 7 aprile, a Cagliari, ci sarà quindi l’anteprima dello spettacolo: nello spazio Max IntrepidiMonelli – Viale Sant’Avendrace, 100, 09122 Cagliari – alle ore 21.00 andrà in scena l’evento che poi sbarcherà direttamente a New York, all’Italian Theatre Festival New York 2018.

Il Terrore Cosmico da Poe a Lovecraft – Parte terza | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la terza puntata del Terrore cosmico, da Poe a Lovecraft. I confronti della visione lovecraftiani con quella di Nietzsche s’intrecciano e danno a origine a interessanti punti di vista. Qui e qui le puntate precedenti.

Lovecraft condivide con il filosofo tedesco non solo l’anticristianesimo pagano ma anche  la vuota inclinazione che ha l’uomo  verso l’esistenza umana, priva di una qualsiasi “verità”, perché costretta a una incessante e inevitabile lotta per la sopravvivenza, la quale si pone oltre i limiti morali di bene o di male in quanto noi  non  possiamo «discendere o salire ad alcun’ altra “realtà”, salvo appunto quella  dei nostri istinti…». Il dogma  del cristianesimo viene ridotto a essere visto solo come un ingenuo punto di vista dovuto all’inconsapevolezza degli uomini  o un’impostura religiosa. «L’obiezione generale mossa al cristianesimo è che esso ha soffocato la libera espressione artistica, calpestato benefici istinti e creato falsi e ingiusti modelli. Sulla base di questa convinzione, un mio amico, il signor Samuel Loveman, ha scritto una magnifica Ode a Satana.[…]La nozione di Dio è la logica conseguenza dell’ignoranza, perché la mentalità primitiva non concepisce alcuna azione che non sia il risultato di un atto di volontà di un determinato individuo.» In poche parole, per lo scrittore non esiste e non è mai esistita nessuna “retta via” ma più propriamente siamo e saremo sempre vittima di un profondo e intangibile dissidio cosmico, universalmente imparziale per tutti. «Ma non possiamo far predizione né determinare il futuro, perché non siamo nient’altro che creature condannate a un destino cieco.» È ovvio, quindi, che un siffatto sistema  non può assolutamente coabitare  con  degli “esseri umani” ma più naturalmente con delle “bestie” la cui natura selvaggia e stolta  vi convive  in perfetta  armonia e simbiosi. Ma Lovecraft, forse, sta parlando degli uomini? La sua arte macabra nasconde una drammatica denuncia all’infernale condizione umana resa difficile nella dura e brutale lotta per la sopravvivenza contro i suoi simili?

Le lontane origini del Carnevale sardo – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un post antropologico – avevate dubbi? – sul Carnevale (in dettaglio quello sardo) e sulle implicazioni religiose, discorso che fa da gancio ad altre considerazioni sul modus operandi del Cristianesimo degli inizi e non solo, sul suo sostituirsi sistematicamente ai riti pagani dell’antichità, e che comunque costituiscono solo la partenza di un’interessante disquisizione sulle origini del Carnevale isolano.

Iniziamo con alcune considerazioni storiografiche (si, saranno le uniche, ve lo garantisco) che ci aiuteranno ad inquadrare meglio quello che andremo a vedere assieme. Le origini del carnevale sardo risalgono ad almeno a 3.000 anni fa e hanno subito, nei secoli, tutta una serie di infiltrazioni, contaminazioni, rivoluzioni e sovrapposizioni culturali da parte dei tanti popoli venuto da oltremare. Il colpo più grosso, da un punto di vista antropologico, venne sferrato in seguito all’affermarsi del Cristianesimo, che come sua consuetudine cercò di sovrapporsi e di inglobare la tradizione pagana, “addomesticandone” le parti più in contrasto con i suoi principi e svuotando del senso originario gesti e rituali.

Fu un compito lungo, durato generazioni e generazioni, ma non impossibile. Questo perché il Cristianesimo poteva avvalersi di dotti e sapienti che scrivevano e annotavano tutto. Potevano facilmente trasferire informazioni, disposizioni e regole, a cui univano un sistema di amministrazione vasto, potente, ricco e centralizzato. Dai primi Concili di Nicea (325 d.C.), di Efeso (431 d.C.) e Calcedonia (451 d.C.), seguiti poi dalla prassi delle bolle papali del Medioevo, tutto venne codificato, archiviato e studiato. Un sistema ben più solido e organizzato rispetto alle tradizioni orali del Paganesimo classico e misterico.

La procedura era semplice e relativamente indolore. Il Vescovo, che stava in una città grande e popolosa dove il proselitismo era più semplice, iniziava ad informarsi dei culti agresti dedicati a Dioniso, Demetra, Diana e migliaia di altri, spesso legati ai cicli della natura e delle stagioni, oppure delle acque o ancora della fertilità. A questo punto era solo un’operazione di creatività prima e di propaganda poi. Si trovava un Santo – meglio ancora un bel martire – locale, gli si attribuiva un miracolo connesso con il culto che si praticava nel santuario pagano e lo si associava alla festa locale. Spuntarono quindi santi e sante che avevano fatto miracoli legati alle piogge nei Pozzi o nelle Fonti Sacre, o altri che curavano specifiche malattie dove i pagani credevano si potesse ottenere fortuna e salute e ancora alcuni capaci di tutelare i raccolti dove si venerava Cerere e divinità a lei affini e via dicendo.

Da che pulpito | scheggetaglienti


Dal blog di Alessandra Daniele:

I vescovi: “È immorale fare promesse irrealizzabili”. Tipo la vita eterna.

L’oblio sulla grotta della natività di Roma. A chi fa paura il Lupercale – SATURNIA TELLUS


Su SaturniaTellus un post fiume molto interessante che ribadisce l’importanza della Grotta del Lupercale a Roma, ne rinnova la notizia della sua scoperta avvenuta più di dieci anni fa e rafforza le tesi dell’archeologo Andrea Carandini, che teorizza la continuità ideologica tra Ottaviano e Romolo; come? Eccone un dettaglio che ho sfruttato nel mio ultimo romanzo, ancora inedito: Punico.
Il mio consiglio è di leggere attentamente tutto l’estratto, la sorpresa corposa è alla fine ma ha bisogno di un’attenta lettura storiografica e archeologica di tutto l’esposto. Buona lettura!

L’ha (ri)scoperta nell’angolo sud occidentale del colle Palatino, nel novembre 2007, la Soprintendenza archeologica di Roma. Si trova nell’area dei palazzi di Augusto, in asse tra il Tempio di Apollo e l’attuale Basilica di S. Anastasia, a ridosso di quest’ultima e prospiciente il Circo Massimo. È sepolta sotto 16 metri di terra e finora è stata solo esplorata da una telecamera sonda la quale ha mostrato una struttura di 9 metri di altezza per 7,5 di diametro, con le pareti riccamente decorate da motivi geometrici realizzati a mosaico policromo e filari di conchiglie, con al centro l’aquila di Augusto. A detta delle autorità in materia, è la grotta della natività della Romanità, la nostra “capanna di Gesù bambino” (e vedremo il parallelismo non è un gioco di parole), l’antro nel quale approdarono, sospinti dalle acque del Tevere, i gemelli Romolo e Remo. Ovvero, il Lupercale. «È incredibile pensare» dichiarò l’allora ministro per i Beni culturali Francesco Rutelli «che possa essere stato finalmente trovato un luogo mitologico, oggi diventato finalmente reale». E il soprintendente archeologo, Angelo Bottini, così certificò: «Abbiamo la ragionevole certezza che quella sia la grotta della lupa». Entusiasta per «una delle più grandi scoperte mai fatte» il professor Andrea Carandini. Insomma, un ritrovamento che fa uscire Romolo e la lupa dalla leggenda, per farli entrare nella storia dalla porta principale. Un’altra sonora scoppola dell’archeologia alla storiografia. Ebbene, sono passati dieci anni e cosa è successo? Studi, ricerche, nuovi scavi, dibattiti sull’eccezionalità del rinvenimento? Nulla di tutto questo. Nulla di nulla. Tutto fermo a quel giorno di novembre. Una annosa cortina di nebbia sospetta ha, infatti, sepolto di nuovo il Lupercale. Se mai avessero trovato qualcosa del genere all’estero, sarebbe diventata un’attrazione “mondiale”. Da noi no. Un silenzio tombale ha avvolto lo scavo dove Romolo e Remo erano stati salvati dal Tevere ed erano stati nutriti dal picchio e dalla lupa, personificazioni dei re arborigeni e oracolari Pico e Fauno. Proviamo allora ad abbozzare una spiegazione all’apparente mistero, partendo dall’inizio.

Il Lupercale

La fonte più diretta sull’esistenza del Lupercale è Dionigi di Alicarnasso. In Antichità Romane (I, 32, 3-5; I, 79, 8) scrive: “C’era un sacro luogo, coperto da un folto bosco, e una roccia cava dalla quale sgorgava una sorgente; si diceva che il bosco fosse consacrato a Pan, e ci fosse un altare dedicato al dio. In questo luogo giunse la lupa e si nascose. Il bosco non esiste più, ma si vede ancora la grotta nella quale sgorga la sorgente, costruita a ridosso del lato del Palatino sulla strada che porta al circo, e vicino c’è un recinto nel quale è una statua che ricorda la leggenda: rappresenta una lupa che allatta due neonati, le figure sono in bronzo e di antica fattura. Si dice che in quest’area ci sia stato un santuario degli Arcadi che, in passato, giunsero qui con Evandro. In questo luogo i Romani costruirono un altare al dio e fecero il loro tradizionale sacrificio, che hanno continuato a offrire in questo giorno del mese di febbraio, dopo il solstizio di inverno, senza alterare nulla nei riti allora stabiliti. Questo posto i Romani lo chiamano il Lupercale”. Altre fonti che citano il Lupercale sono Livio (Ab Urbe Condita, I, 5.1.), Virgilio (Eneide, VIII, 342-344), Ovidio (Fasti, II, 381-382.), Plutarco (Romolo, 3-4), Velleio Patercolo (Historia Romana 1.15.3), Varrone (De Lingua Latina 5.54). Il primo imperatore Giulio Cesare Ottaviano Augusto – il rifondatore degli antichi culti che si considerava erede dei re del Lazio Pico, Fauno, Latino e di Enea in quanto membro della gens Iulia per essere stato adottato da Cesare – nelle sue Res Gestae ricorda con orgoglio di aver restaurato il Lupercale. Nell’area del suo immenso palazzo/santuario edificato su Palatino, che dominava il Circo Massimo e l’antico approdo sul Tevere, inglobò la sacra grotta restaurata, ponendola in asse sotto il tempio di Apollo. Il Lupercale compare ancora nel IV secolo sui Cataloghi Regionari (elenchi di monumenti) della Regio X Palatium. Successivamente, per secoli, se ne perde memoria scritta. Solo nel 1526 una grotta-ninfeo decorata con conchiglie e pietre venne riscoperta ai piedi del Palatino: secondo il noto archeologo e topografo Rodolfo Lanciani (che pubblicò la Forma Urbis Romae, la mappa di tutti i resti conosciuti della Roma antica su fonti della pianta marmorea severiana) si tratta proprio del Lupercale. La scoperta del 2007 conferma tutte queste fonti.

Il primo Natale cristiano al … Lupercale

Nel IV secolo l’imperatore Costantino fece edificare la prima costruzione cristiana del centro di Roma: la chiesa di Anastasia, dedicandola alla sorellastra. Oggi è caduta quasi nel dimenticatoio ed è fuori dai circuiti turistici, ma all’inizio dell’era cristiana era la terza per importanza a Roma, dopo il Laterano e S. Maria Maggiore. La sua posizione, alle pendici del Palatino verso il Circo Massimo, la fece eleggere a chiesa di corte imperiale (tituls Anastasiae). Sappiamo che in Anastasia (solo con Teodorico diverrà Sant’Anastasia) i papi, a partire dal V secolo, celebravano regolarmente il 25 dicembre il Natale di Cristo. Fu Sisto III a introdurre l’uso di un rito solenne tripartito: poco dopo la mezzanotte il vescovo di Roma teneva la prima messa nella basilica di S. Maria Maggiore; dopo, prima del sorgere del sole, celebrava la seconda in Anastasia; infine, all’alba, la terza messa in S. Pietro. L’uso di celebrare a Roma il Natale in data fissa, il 25 dicembre, era già documentato a partire dal 336 e. v. nel Depositio Martyrym, il calendario liturgico di Filocalo (in precedenza non c’era tradizione unitaria sulla ricorrenza e le comunità cristiane la festeggiavano con irregolarità e in mesi diversi). Era stato Costantino – l’imperatore che aveva già concesso la libertà di culto ai cristiani nel 313 e si era occupato della data della Pasqua nel 325 (Nicea) – a sovrapporre la festa per la nascita del Cristo alla ricorrenza romana della nascita del Sole invincibile (Natalis Solis Invicti), festa calendariale che Aureliano, nel 274 e.v., stabilì al 25 dicembre, al culmine delle feste solstiziali che seguivano i Saturnali e a suggello millenario della tradizione di culti solari che attraversava tutta la storia della romanità e del mondo italico (dalla Valcamonica ai Pelasgi, dall’Ausel del sabini all’An-sur, il non spento, di Terracina, dal Monte del Sole/Soratte, al Sol Indiges di Laurento, sino alla definitiva consacrazione augustea, con l’edificazione del tempio di Apollo entro il pomerio). Il Cristo che-ci-salva-la-vita, dunque, prendeva il posto del Sole che-dà-la-vita. Ma Costantino si spinse anche oltre. Fece in modo che la prima officiatura del natale di Cristo avvenisse proprio nella chiesa di Anastasia (Silvestro vescovo, 326 e.v.). E perché mai? Oltretutto, l’imperatore aveva già spostato la capitale a Bisanzio/Costantinopoli. Sarà forse perché a ridosso della basilica di Anastasia, edificata su una porzione del palazzo/santuario di Augusto (il frontale, che sporgeva sul Circo Massimo), c’è il Lupercale? (*)

Costantino, facendo celebrare la prima messa di Natale, e fissandola simbolicamente in Anastasia, prese “politicamente” due piccioni con una fava, imponendo la svolta (cristiana) alla storia. Operando una ulteriore sovrapposizione/mistificazione dopo quella della data, assimilò (e tombò) la natività di Roma, rappresentata dal Lupercale, all’altra natività d’importazione, quella del Nazareno e della sua capanna/grotta/spelonca di Betlemme, trasformando così il vecchio culto in favore del nuovo, con una forzatura che tuttavia non operava tagli netti alla Tradizione. Grotta per grotta, nascita per nascita. E, da romano-nonostante-tutto, lo fece in situ, per assicurarsi coerenza formale e continuità ideale (non a caso aveva fatto precedere l’erezione della sua Costantinopoli dai riti romani di fondazione). Da Roma, e solo da Roma, con la sua autorevolezza e con le e sue consolari, la novità del Natale cristiano poté espandersi, come fece, a tutto il mondo conosciuto e dominato: dall’Italia alla Bretagna, alla Spagna, all’Africa settentrionale, al Medio oriente, ai Balcani. Se oggi festeggiamo il 25 dicembre, con l’annesso immaginifico della grotta e della nascita del “Salvatore” figlio di dio e di vergine, è grazie a tutto questo. Dunque, come ha ben scritto Carandini (La casa di Augusto. Dai “Lupercalia” al Natale, Roma-Bari, 2008) è assolutamente certo che “alle pendici del Palatino si erano succeduti natali, epifanie e fondazioni tra Romolo, Augusto e Cristo”, ma questa verità, incontestabile, è oggi assai imbarazzante per la Chiesa cattolica. È questo il motivo per cui, per Roma e per l’Italia, il Lupercale deve rimanere sepolto? Col favore degli insipienti e dell’opinione pubblica, crediamo che più di qualcuno pensi sia un bene che Romolo rimanga una favoletta: sai mai che possa tornare alla memoria che pure lui è figlio di dio (Marte) e di vergine (Rea Silvia).

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