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Sigillum S: Bardo Thos Grol – Ver Sacrum


Su VerSacrum la recensione a uno dei dischi cardine del SigillumS – e di conseguenza alla loro discografia. Un estratto:

I Sigillum S sono uno dei gruppi fondamentali della scena post industriale italiana. Si formano alla fine del 1985 dopo che Paolo Bandera risponde a un annuncio di Eraldo Bernocchi e Luca Di Giorgio appeso sulle pareti di un negozio di dischi di Milano. L’anima “matematica” dei Sigillum S è costituita da Paolo Bandera mentre Eraldo Bernocchi rappresenta il lato occulto e spirituale (ha fatto parte per breve tempo del T.O.P.Y.). Il contributo di Di Giorgio (almeno fino al 2007) va in ogni caso considerato essenziale. All’inizio della loro carriera l’influenza più forte è sicuramente quella della scena esoteric-industrial inglese rappresentata da gruppi come Psychic Tv, Current 93 e Coil. In particolare sono soprattutto i primi Current 93, quelli di dischi come Nature Unveiled e Dogs Blood Rising, ad avere un forte impatto estetico nella loro filosofia compositiva. Indubbiamente non sono i soli in Italia a sfruttare il filone del post industrial esoterico: impossibile in questo senso non citare nomi come Rosemary’s Baby e Ain Soph. Ma, in realtà, i loro orizzonti sono molto più ampi e riguardano anche la letteratura e, in particolare, autori come Philip K. Dick, James Graham Ballard e William S. Burroughs. Da quest’ultimo mutuano la tecnica del cut-up.

Siouxsie And The Banshees – Into The Light


Come una rasoiata flangerizzata, dal passato riemerge…

Pita – Get On | Neural


[Letto su Neural]

Dietro il moniker Pita altri non si cela che Peter Rehberg, label owner e fondatore della Editions Mego, autore già prolifico dalla seconda metà degli anni novanta ma parco nelle uscite soliste, che assommate risultano essere complessivamente solo quattro nell’arco di quasi venticinque anni. Rehberg è sin dai suoi esordi assai interessato e attento nell’utilizzare le tecnologie correnti, siano esse software o – come negli ultimi anni – più complicati insiemi modulari, grazie ai quali, oltre alle fonti digitali, il maestro, oriundo austriaco e londinese di nascita, riesce a immettere nel flusso creativo anche più calde e corpose sonorità analogiche. Get On segue idealmente Get Off, una produzione del 2004, uscita discografica seguita a sua volta da Get In del 2016, progetto certo più quietista, ambient ed elegiaco dell’attuale, ultimissima fatica nella quale lo sperimentatore aggiorna in maniera attentamente calibrata tutto il suo consueto repertorio. È “AMFM” ad aprire l’album in maniera appassionante grazie a suoni che sembrano andare da ogni parte, come fisicamente rimbalzando, dando vita a caleidoscopiche sequenze di natura percussiva, sibilante e scampanellante. In “Frozen Jumper” le pulsioni ritmiche sono ancora più marcate e fanno capolino anche costruzioni auditive industrialeggianti, in un vortice complessivo d’elementi spurii piuttosto avvincenti ed emozionalmente efficaci. “Two Top Five” è la più cantilenante e ipnotica delle tracce presentate, un grande vortice che costringe a un ascolto rituale e maestoso, mentre “Aching Moth Pool” – di soli tre minuti – s’imprime invece vetriolitica e pulsante, caparbiamente ossessiva e puntuta. “Motivation”, suite invece di oltre quindici minuti, chiude l’album in maniera rarefatta, evocativa e delicata, andando a comporre un affresco cosmico e umbratile, sensibile e tormentato. Insomma, è uno spettro sonoro assai vasto quello esplorato da Pita, che nonostante i “retour à l’ordre” imperanti ancora guarda all’elettronica radicale come a una forza propulsiva fondamentale per tutta la musica contemporanea. Decisamente da segnalare anche l’elegante artwork di Tina Frank, designer che si muove “lungo i confini della percezione”, qui abilissima nell’imbastire – letteralmente – un’immagine di copertina fitta di grigi di quelli che a noi paiono tessuti, feltri e punti di cucito.

She Past Away – Ritüel (The Soft Moon Remix)


Il buio diventa ipnotico e sclerotico…

We Like We, Jacob Kirkegaard – Time Is Local | Neural


[Letto su Neural]

Sul periglioso crinale che collega virtualmente gli ambiti concettuali specifici della drone music, del dark ambient, dell’experimental e del modern classical, Jacob Kirkegaard insieme a We Like We – combo composto da Josefine Opsahl, Katinka Fogh Vindelev, Katrine Grarup Elbo e Sara Nigard Rosendal – dà vita a un progetto dalle pulsioni decisamente noir, cinematiche ed evocative, fitte di paesaggi cupi, distopici, intrisi di una violenza sintetica e surreale. La tensione, insomma, è quasi rimembrante di certe “scenografie” ballardiane e rapisce per l’attenzione ai piccoli dettagli e la forza d’insieme, con i musicisti che scelgono un registro sperimentale, abrasivo ma anche lirico, scollegato da una materialità ordinaria e più volentieri in sintonia con una visione un po’ magica e ultraperiferica. In realtà le registrazioni – lo scopriamo solo successivamente ai primi ascolti – sono state effettuate nelle sale del Museo Thorvaldsens di Copenaghen, in pieno centro storico della capitale nordeuropea, uno spazio museale nato per iniziativa di Federico VI di Danimarca, un luogo assai simbolico e pregno di suggestioni classiciste. Fra i solchi l’ossessione serpeggiante pare essere quella del tempo, un presente incombente, fitto di trame astratte e tentativi di narrazioni sensibili. Non è un caso, infatti, che Time Is Local sia stato costruito a partire dalle oltre 12 ore delle istallazioni dal vivo, frutto delle performance messe in scena nel succitato museo. Il risultato, a prescindere da come sia stato realizzato il tutto, è risolto in trame piuttosto coese e avvincenti, seppure non è da escludere che molte delle sequenze musicali siano d’origine improvvisativa, dettate anche dai particolari ambienti nei quali i musicisti si sono esibiti. Immaginiamo i suoni prodotti e le austere statue di marmo di Bertel Thorvaldsen, muti spettatori aggiunti d’una siffatta contemporanea rappresentazione, dove anche i titoli delle singole tracce alludono al neoclassicismo, riferendosi per la gran parte a divinità mitologiche greche. Ogni pezzo è quindi frutto di una delle caratteristiche architetture acustiche delle dodici sale utilizzate, mettendo in atto tutte le possibili relazioni fra gli strumenti (violoncello, voce, violino e percussioni), con Kirkegaard che si riserva il ruolo di gestire le scansioni, attivare i meccanismi che mettono a confronto spazi e performer, ordinando ricordi e qualsivoglia informazione auditiva.

The Dead Souls – September


Le rifrazioni del buio si infrangono sul nulla psichico.

Songs for an empty world – CryoChamber


Gli abissi inabitati si muovono lungo le coordinate di ciò che è surreale.

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