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Blade Runner: Black Lotus, la serie anime prequel di Blade Runner 2049 | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di Black Lotus, anime che si colloca come prequel nella linea di eventi di Blade Runner, posta quindi un po’ prima del sequel di pochi anni fa di Denis Villeneuve, Blade Runner 2049. La sinossi dell’anime:

Los Angeles 2023: una ragazza si sveglia senza memoria ma con abilità nel combattimento letale. Gli unici indizi sul suo mistero sono una unità di memoria criptata e il tatuaggio di un fior di loto nero (il Black Lotus del titolo). Mentre ricompone i pezzi della sua vita, Elle (che in inglese ha la voce di Jessica Yu-Li Henwick, Marvel’s Iron Fist e quasi tutte le altre serie Marvel su Netflix) darà la caccia ai responsabili del suo brutale e sanguinario passato per scoprire la verità sulla sua identità perduta.

In realtà, c’era già stato un corto anime uscito un po’ prima che uscisse il film di Villeneuve, 2022 Blackout:

Nel 2022, tre anni dopo gli eventi di Blade Runner, la Tyrell Corporation ha creato i nuovo replicanti Nexus 8, che hanno un’aspettativa di vita aperta, come quella degli umani. Questo crea il caos: gli umani, diffidenti verso i nuovi replicanti, iniziano una caccia senza tregua e la storia si incentra su Iggy (Jovan Jackson) che salva la vita alla replicante Trixie (Luci Christian). Iggy era un replicante soldato sul pianeta Calantha, ma quando aveva scoperto che i cosiddetti nemici erano anch’essi replicanti aveva disertato. Da qui coinvolge la ragazza in una missione per cancellare il database della Tyrell che contiene i nomi di tutti i replicanti, così da dare loro la possibilità di vivere pacificamente. Se una cosa del genere è possibile nell’universo di Blade Runner.

…e niente, l’idea che tutto possa diventare una saga, ha il suo grande fascino, e io sono lì in attesa che ciò avvenga.

Dune 2021: l’epica delle sabbie | PostHuman


Su PostHuman Mario Gazzola recensisce in anteprima Dune, il nuovo film di Denis Villeneuve. L’articolo è trascinante, la prosa di Mario è notevole e fa precipitare il lettore direttamente nelle viscere della pellicola, che forse vedrò ma che a priori non suscita automaticamente l’attesa che ho avuto, che so, per Blade Runner 2049, soltanto perché non amo particolarmente la saga di Frank Herbert (lo so, adesso mi bersaglierete con ingiurie ed epiteti di ogni foggia). Vi lascio alle parole di Gazzola:

La sua narrazione ha il passo ieratico e solenne della fantascienza mistica, ai confini col fantasy più maturo: quella che ci presenta il “viaggio dell’eroe” (saggio-bibbia degli sceneggiatori by Chris Vogler, basato sugli studi di mitologie e religioni comparate di Joseph Campbell nel pure monumentale saggio L’eroe dai mille volti), segue un andamento che nei suoi tratti essenziali si ritrova appunto nei cicli mitologici classici (tutti, dall’Iliade al ciclo bretone di Artù, dal Kalevala al Mahabarata, ma pensate solo a cos’è Virgilio per Dante nella Commedia).
Viaggio iniziatico che nei suoi punti salienti – un eroe, un antagonista, un mentore, un talismano, un conflitto per conquistare un premio, una vittoria, l’amore – riassume in sé praticamente l’essenza, il dna di ogni narrazione, dall’Ulisse di Omero a quello di Joyce. Ciò che rende appunto la sci-fi/fantasy matura la prosecuzione della mitologia in forme letterarie moderne.
Villeneuve, da indiscusso maestro della regia quale ormai è, impagina questo viaggio in sontuosi panorami di… dune (ovvio!) e rocce tendenti all’astratto, colori sabbiosi e interni tetri e incombenti, fastosi costumi neorinascimental-cosmici, attraverso quei silenzi e quelle attese di qualcosa d’inespresso che sono il suo marchio di fabbrica da Arrival, che bene servono l’atmosfera mistico filosofica dell’opera e che sono una continua festa per gli occhi, anche quando rischiate di perdervi fra le intricate cospirazioni di corti spaziali degne dei Borgia.

Come di ogni opera larger than life, vi capiterà – come dubitarne? – di leggere in giro su qualche pregiato quotidiano nazionale stupidaggini tipo che il film ha “una parte centrale troppo lenta”, che sono un po’ come dire che la Bibbia “ha anche delle buone idee ma niente ritmo”. Ma sono quei redazionali svelti scritti da “penne medie” per essere letti dallo “spettatore medio” in tempi medi e dargli l’illusione d’aver capito in fretta se il film è da vedere o no. Carta igienica per il giorno dopo.
Fate come diceva proprio Virgilio a Dante: “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. Voi che leggete qui invece andatelo a vedere, lasciatelo crescere nei suoi 155 minuti di epos, e progressivamente sentirete crescere in voi l’inesorabile empatia per l’ennesimo viaggio eroico, sempre attraverso le stesse tappe, sempre appassionante come la prima volta, quello del giovane Paul Atreides (il 26enne Timothée Hal Chalamet qui sopra a sinistra) e della sua affascinante e combattiva madre-Gesserit dai poteri telepatici Lady Jessica (suadente e magnetica Rebecca Ferguson sotto a sin., che non si è mai sazi di guardare), circondati dall’opulento cast con Oscar Isaac (duca Leto Atreides, padre di Paul, nella foto in alto con lui), Josh Brolin (il roccioso Gurney Halleck), Stellan Skarsgård (l’immenso barone Vladimir Harkonnen, sopra a destra), il sempre minaccioso Dave Bautista, la velata reverenda madre-Gesserit Charlotte Rampling (qui sotto a destra con Paul) e Javier Bardem (il Fremen Stilgar). La coprotagonista Zendaya appare ancora poco, perché il suo ruolo crescerà ora che Paul e madre trovano riparo fra i Fremen del deserto cui lei appartiene, ma proprio quando ahinoi termina bruscamente il film, lasciandoci assetati come nomadi nel deserto della seconda parte, sui cui tempi di gestazione purtroppo non si sa ufficialmente ancora nulla.

Jodorowsky’s Dune: il più fecondo fallimento della storia del cinema


Su PostHuman Mario Gazzola traccia mirabilmente le coordinate di Jodorowsky’s Dune, il documentario video in cui si racconta il making of del regista cileno attorno al concept di Dune. Un estratto:

La parte più pazzesca del film di Pravich è infatti il dopo, in cui la regia ci giustappone esempi dei disegni di Moebius per lo story board di Dune accanto a scene di film successivi, talmente simili da non poter pensare che sia stato un caso: il libro era rimasto nel cassetto di tutte le major hollywoodiane, quindi non è stupefacente che intuizioni della geniale coppia siano filtrate nei duelli di Star Wars di Lucas, nelle soggettive di Terminator di Cameron, nelle apparizioni fantasmatiche dei Predatori dell’Arca Perduta di Spielberg o in altri titoli minori come Flash Gordon, fino alle minacciose montagne scolpite nel Prometheus di Ridley Scott.
Al cui epocale capostipite Alien peraltro diedero decisivi contributi proprio O’Bannon (col soggetto originale) e Giger (coll’indimenticabile, orroroso xenomorfo), “scoperti” da Jodo e indi “adottati” da Hollywood dopo il naufragio del cosmico progetto, se ne parla alle pagine 101-106 del mio FantaRock (con Ernesto Assante, Arcana, 2018).

Mai pubblicata neppure in forma di libro cartaceo, la fertilissima, profetica sceneggiatura Jodo/Moebius si connette infine anche all’imminente, attesissimo Dune di Villeneuve (di cui già è trapelato il progetto di una trilogia cinematografica per sviluppare compiutamente l’impianto narrativo di Herbert) attraverso la colonna sonora: infatti le solenni musiche di Hans Zimmer per il film in uscita comprendono anche un brano riarrangiato dei Pink Floyd ambìti da Jodo: è Eclipse, proprio da quel The Dark Side Of The Moon le cui session di registrazione volgevano alla fine al momento dell’incontro col visionario regista cileno).

Filmhorror.com – DA “SPIDER” A “ENEMY” – Recensione di Maico Morellini


Su FilmHorror la recensione a un vecchio film di Denis Villeneuve: Enemy, che tanto mi aveva incuriosito trasversalmente, tramite un clip dei Manufactura, Dark Night of the Soul. La recensione, invece, è a cura di Maico Morellini, vi lascio a un suo estratto:

Due sono le coordinate principali che ho impostato sul mio timone per cercare di capire qualcosa di più su Enemy: Canada e Ragni, entrambe rigorosamente con la lettera maiuscola.

Canada e Ragni: perché? C’è un altro grande, grandissimo regista, anche lui canadese, che ha dedicato una pellicola trasversale agli aracnidi arrivando persino a usarli per il titolo del suo film. Parlo di David Cronenberg e del suo Spider (2002), lungometraggio anche questo basato su un romanzo (scritto però da Patrick McGrath), e tutto imperniato sulla malattia mentale del protagonista che si trova intrappolato, insieme allo spettatore, in un intricato labirinto (o tela?) di inganni, false memorie, allucinazioni e, in qualche misura, scambi di persona. Tutto questo senza nemmeno scomodare le molteplici simbologie a cui sono associati i ragni. Vi ricorda qualcosa?

Ma scaviamo ancora un po’, spostiamo la lancetta indietro di più di due decenni e arriviamo al 1988 quando Cronenberg prese la storia narrata nel romanzo di Bari Wood e Jack Geasland, una drammatica vicenda famigliare, reclutò Jeremy Irons e diresse Inseparabili. Due gemelli, molto diversi tra loro ma connessi tra loro in modo indissolubile.

Perciò Ragni, Canada, gemelli e allucinazioni. Più una piccola miriade di dettagli (le location in cui hanno girato il film, per esempio) che spingono in una intrigante direzione: Enemy getta le sue fondamenta sulla solida storia di Saramago ma poi viene costruito usando come catalizzatore di mutazione David Cronenberg. Una sorta di omaggio non dichiarato a tutte le tematiche del Cronenberg concentrato sulla mostruosità della malattia mentale più qualche incursione in un passato ancora più remoto dove il potere della mente, secondo Cronenberg, poteva cambiare l’essenza delle cose.

Se abbracciamo questo punto di vista, e non credo di chiedere uno sforzo privo di logica, ecco che il personaggio di Adam Bell (Jake Gyllenhaal) diventa un Frankenstein concettuale: raccoglie l’ossessione di Inseparabili, la malattia mentale di Spider (oltre che i ragni, questa volta entità semi-divine, quasi lovecraftiane, che tessono i loro intorno ai destini di migliaia di persone) e li unisce tra loro con una virtualizzazione della realtà già trattata in eXistenZ (1999) e ne Il Pasto Nudo (1991), seppur in quest’ultimo film catalizzata da deliri allucinatori.

Al prossimo piano | Fantascienza.com


Mirabile metafora di un mondo dagli appetiti insaziabili, convinto assertore della crescita senza fine quando, in un regime entropico, la fine c’è eccome. La fine che si fa quando ci si nutre di cadaveri senza rispetto, senza rituali, senza aver prima preso le misure con la morte (altrui). Su Fantascienza.com un corto di Denis Villeneuve del 2008, da vedere tutto – se riuscite a respingere i conati provocati da chi mangia carcasse senza requie.

Da incorniciare.

Dune, i primi dettagli ufficiali sul film | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com lo stato di avanzamento del film Dune che Denis Villeneuve sta portando avanti da molti mesi. Sembra l’ennesimo capolavoro. Un estratto:

Se vi state preoccupando di possibili interruzioni delle riprese, è lo stesso Chamalet a raccontare che l’inizio è avvenuto nell’estate del 2019, nel sud della Giordania e negli emirati arabi, nello specifico Abu Dhabi, dove in mezzi a canyon di granito e paesaggi giganteschi e irreali sembrava davvero di essere su un pianeta alieno. Ed eccoci trasportati su Arrakis, il pianeta intorno a cui ruota la complessa storia creata da Herbert cinquantacinque anni fa e in grado di influenzare tutta la fantascienza a venire, partendo da Star Wars per passare anche da Alien.

L’attore rivela che le temperature raggiunte nel deserto erano paragonabili a quelle di Arrakis e le cosiddette tute distillanti del romanzo, ricreate nel dettaglio, nella realtà sortivano l’effetto opposto di quello immaginato dall’autore: dal proteggere e fornire idratazione a chi le indossa, facevano sudare da morire.

Il pianeta, come sanno i conoscitori del romanzo, è un immenso mare di sabbia, ma nasconde due segreti: una spezia unica nella galassia, capace di allungare la vita, prevedere il futuro, aprire le potenzialità della mente umana e inestimabile per i navigatori per gilda spaziale per il pilotaggio delle loro astronavi.

Il secondo sono enormi, voraci vermi della sabbia, che si nascondono nel sottosuolo e emergono in superficie per attaccare coloro che attraversano il deserto.

MANUFACTURA – DARK NIGHT OF THE SOUL


La ripropongo dopo quasi un anno, conquistato nuovamente dal ritmo morboso e dai temi ancor più conturbanti. Bellissime esitazioni cybergoth di un abisso carnale…

Manufctura – Dark Night of the Soul


Un altro promo per il nuovo album dei Manufactura, Dissociative Interlude. Sono in fissa feroce con queste oscure ed elettroipnotiche note.

Su Nocturno Cinema in edicola, Mario Gazzola e Giovanni De Matteo trattano del Tempo da Singolarità e di fantascienza spaziale


Vi segnalo che è in edicola il numero di novembre di Nocturno Cinema, su cui campeggia il dossier La spirale del tempo, ben 36 pagine di analisi del recente cinema di fantascienza in cui ci si pone la domanda: ma il viaggio nello spazio è anche un viaggio nel tempo? E il fatto che per esempio un caposaldo del genere come Interstellar sia stato sviluppato con il sostegno di un grande fisico come il Nobel Kip Thorne, può significare che anche la scienza oggi prende in considerazione la possibilità di quella che è stata fino ad oggi una frontiera della narrativa sci-fi?

A cura di Mario “Black M” Gazzola, il dossier ospita gli autorevoli pareri dell’astronomo Marco Bersanelli, docente al Politecnico di Milano, e del filosofo Alberto Giovanni Biuso, docente all’Università di Catania, che collabora alla stesura anche con alcune raffinate recensioni di film. Last but not least, il denso contributo di Giovanni “X” De Matteo, che aumenta lo spessore connettivista del dossier con la sua analisi del concetto di singolarità – sia spaziale che tecnologica – nella recente narrativa di fantascienza, letteraria come cinematografica.

Corredato dalle schede film firmate da diversi collaboratori di Nocturno, il dossier è un’approfondita analisi che non nasconde l’ambizione di “fare un po’ storia” nel campo della critica giornalistica sul nostro genere d’elezione, dopo il già ampio servizio firmato sempre da Gazzola sul precedente numero di ottobre, e dedicato all’imminente uscita di Blade Runner 2049, con una ricca analisi delle numerose fonti letterarie “tradite” dal capolavoro di Ridley Scott e poi dal geniale seguito di Denis Villeneuve.

Sempre sul sito di nocturno.it trovate anche la recensione a caldo del film firmata da Gazzola, mentre sul numero della rivista attualmente in edicola la più  estesa recensione ex post del film di Villeneuve è firmata da Alice Cucchetti, stabile collaboratrice della rivista.

Blade Runner 2049: gli androidi sognano ancora pecore elettriche? | Fantascienza.com


Sul numero 192 di Delos ci sono un po’ di articoli molto interessanti, che vertono soprattutto sul tema del nuovo BladeRunner. Per esempio, quest’articolo di Giovanni De Matteo verte sul mondo posteriore di trent’anni del primo film, di come la società si sia evoluta e, se possibile, in quest’evoluzione abbia coinvolto peggioramenti peculiari di esasperazioni derivate dall’impiego di androidi intelligenti. Uno stralcio delle constatazioni di Giovanni.

Trent’anni non sono passati invano. Il mondo del 2049 che ci viene presentato appare fin da subito come una credibile derivazione del 2019 impresso indelebilmente nella nostra memoria di spettatori e appassionati, ma è anche il prodotto di una netta discontinuità che, se vogliamo, riprende anche molti dei nostri attuali motivi di preoccupazione.

Il tempo trascorso dal 1982 ha infatti comportato un graduale slittamento della distopia di Ridley Scott nei territori dell’ucronia, o se vogliamo della discronia, aggiungendo straniamento a straniamento: il Giappone non ha soggiogato il mondo e nemmeno la West Coast e, anche se mancano meno di due anni alla data fatale, la robotica comincia sì a muovere i primi passi, così come il dibattito sull’intelligenza artificiale tiene banco sulle pagine dedicate a scienza e tecnologia, e magari la scalata alla frontiera spaziale inizia pure a essere tentata da imprese private disposte ad annunciare lo sbarco su Marte entro il prossimo decennio, ma non c’è purtroppo traccia dei replicanti “più umani dell’umano”, né di colonie spaziali pronte ad accogliere l’esodo dei terrestri in fuga da un pianeta al collasso. Non era insomma esente da rischi l’idea di sviluppare un mondo che in molti avrebbero potuto cogliere come già superato, o comunque contraddetto dai fatti. Ma né i produttori né Denis Villeneuve si sono lasciati scoraggiare e in qualche modo Blade Runner 2049 ha saputo costruire un nuovo futuro sulle fondazioni del vecchio futuro immaginato da Scott.

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