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Don DeLillo, “Il Silenzio” – The Omega Outpost


Su OmegaOutpost una bella recensione di Oedipa_Drake a Il silenzio, ultimo romanzo di Don DeLillo che affrotna tematiche simili a quelle trattate da Giovanni Agnoloni con la sua trilogia – o quadrologia – sulla Fine di Internet, ma con sfumature sostanzialmente diverse; mentre Giovanni aveva una visione più olistica della realtà, DeLillo affronta il lutto derivato da una morte della civiltà – in questo caso quella della connessione – con uno sbigottimento quasi solipsistico. Vi lascio ad alcuni significativi stralci della recensione:

– Guardo lo specchio e non so chi è la persona che ho davanti, – diceva Martin. – La faccia che mi guarda non sembra la mia. Ma in fondo perché dovrebbe? Lo specchio è davvero una superficie riflettente? E la faccia che vedo io è la stessa che vedono anche gli altri? Oppure è qualcosa o qualcuno di mia invenzione? Sono le pillole che prendo a dare vita a quest’altra versione di me? Guardo quella faccia con interesse. Sono interessato, ma anche un po’ confuso. Capita mai anche agli altri? La faccia di ognuno di noi. Cos’è che vedono gli altri quando camminano per strada e si guardano a vicenda? La stessa cosa che vedo io? Tutte le nostre vite, tutto questo guardare. La gente che guarda. Ma cos’è che vede?

L’ultimo, atteso, romanzo di Don DeLillo ci proietta nella Manhattan del 2022, quando improvvisamente tutti gli apparecchi tecnologici e le reti (internet, cellulari, televisioni, …) si spengono. Gli schermi diventano neri e non si comprende la causa né l’estensione di questo fenomeno spiazzante. In questo contesto si intrecciano le vicende di una coppia che si trovava su un aereo, costretto a un atterraggio di emergenza, e di alcuni loro amici che li stavano aspettando per una cena durante la serata del Super Bowl.

La storia si sviluppa in una manciata di pagine e la brevità della trama fa da specchio al contenuto, allo stile, al linguaggio: scarni, minimalisti al massimo.
Chi segue e ha già letto il grande scrittore americano, non può fare a meno di notare un netto cambiamento nella sua produzione, corrispondente a un mutamento del suo stile e intenti.
Per anni i suoi romanzi arrivavano quasi all’eccesso di trama, con il suo voler delineare una visione della storia come una serie iperconnettiva di accadimenti e macchinazioni – in particolare eventi che segnavano una rottura tra il prima e il dopo, aprendo nuove possibilità al domani. Come altri grandi autori americani, c’era in DeLillo questa urgenza di raccontare, di dire, di fondare una storia solida, immagine di una realtà che aveva radici e prospettive, una direzione e un significato, e in cui l’uomo aveva il suo ruolo.

Già da alcuni anni tutto questo in DeLillo si è fatto via via più rarefatto, è mutato, la scrittura si è come ripiegata su se stessa e, quando si apre verso l’esterno, è verso un futuro ambiguo, labile, talora vuoto.
Forse il mondo attuale, con tutte le sue precarietà, ha raggiunto DeLillo, che di conseguenza non riesce – e non può – descrivere una realtà in un costante processo di abbattimento e di reimmaginazione, bensì ne vede, ne percepisce primariamente le crepe, le fragilità che conducono a un’incertezza dai contorni distopici. Le opere più recenti, e Il Silenzio ne è il culmine, sono tendenzialmente gnomiche, meditative e ascetiche nello stile e nel tono. L’approccio eziologico dei suoi romanzi di inizio e metà carriera virano verso una posizione più “profetica”. Da chiarire che siffatto “enunciato profetico” è anomalo, paradossale, come si nota bene ne Il Silenzio, è cristallizzato e freddo: non proietta prospettive sul futuro, ma pone atipicamente domande, interrogativi impliciti che non possono che non aver risposta, e di conseguenza lasciare al lettore un senso incompiuto. Perché non si hanno più risposte certe. O forse proprio risposte non ce ne sono.

Questo approccio si allaccia a uno dei temi chiave del libro.
In superficie Il Silenzio è un romanzo sulla disconnessione. Tuttavia, a un’analisi più accorta, DeLillo è interessato soprattutto all’ombra della coscienza digitale, all’impronta che la rete, la tecnologia, la costante connessione lascerebbe qualora i nostri telefoni e schermi si spegnessero. Parte dell’idea centrale del libro è che, attaccati costantemente ai nostri apparecchi, stiamo perdendo la capacità di filtrare coerentemente le informazioni, di scegliere ciò che è importante e ciò che non lo è in base alle nostre inclinazioni. La tecnologia e i suoi algoritmi lo fanno per noi, hanno parzialmente sostituito il nostro libero arbitrio, tanto che senza di essi, la realtà crolla in una involuzione, lascia attoniti alle prese con se stessi, il proprio essere soltanto umani che non siamo più in grado di gestire. Le connessioni sono state interrotte. Il denaro, la guerra, la politica, la tecnologia generano un individualismo tossico che lascia soli e ignari.

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