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Io sono Nessuno – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine Franco Pezzini mette in evidenza degli aspetti arcaici e ritornati in auge negli anni 60-70 della mitologia antica, come quella che riguarda Odisseo. L’opera di Omero fu rivisitata in quegli anni da uno sceneggiato TV, che ricordo bene perché fu lì che cominciai ad avere il gusto della scrittura, intorno agli 8 anni, quando presi a fare il riassunto dettagliato di ogni puntata del serial che tanto mi stava impressionando. Mi è capitato di rivedere alcuni stralci di quella lontana Odissea, e  devo dire che hanno conservato un fascino intatto, meraviglioso, evocativo.

1968: dopo un’abboffata di peplum da grande schermo – i “sandaloni”, come venivano chiamati – che del mondo antico e particolarmente di quello mitico regalavano all’Italia popolare versioni simpaticamente fumettistiche tra bicipiti, rossetti similhollywoodiani & tunichette con le greche, la RAI propone agli spettatori qualcosa di molto diverso.

Il fatto è che nel 1950 si era verificato un evento capitale nella riproposta dei poemi omerici. Dagli uffici Einaudi, Pavese aveva voluto con forza una nuova versione dell’Iliade affidandola a una traduttrice giovane ed entusiasta, Rosa Calzecchi Onesti (1916-2011): scopo, scrostare la lettura del poema da tutta l’ampollosità trombona sedimentata in secoli di traduzioni “solenni” per ritrovare il vero Omero, arcaico e scabro, con le sue formule ritmate da un Mediterraneo remotissimo. Quest’Iliade meravigliosa, che oggi alla lettura accusa un po’ il passare degli anni ma resta godibilissima e comunque un modello di lavoro – ormai le traduzioni sono tante, alcune davvero stupefacenti per un rigore filologico che apre continue domande e può talora rispondervi solo in termini ipotetici – era uscita poco dopo la morte di Pavese, appunto nel 1950; e nel 1963 con la stessa formula viene edita l’Odissea.

Inevitabile che tutto ciò approdi anche agli schermi nel clima di sperimentazioni di quegli anni. Nel 1967 Pasolini propone un Edipo re del tutto eversivo, cui farà seguire nel 1969 il famoso Medea con Maria Callas (sul progetto, come già ricordato in altra sede, è oggi preziosa la ricostruzione offerta da Paolo Lago nel bellissimo Lo spazio e il deserto nel cinema di Pasolini. Edipo re, Teorema, Porcile, Medea, Mimesis, 2020); e nel 1969, con un’operazione diversa ma in qualche modo parallela, Fellini e l’assai meno noto Gian Luigi Polidoro muoveranno a decostruire una certa visione del mondo romano imperiale nelle rispettive e diversissime trasposizioni del Satyricon.

Ma se tutto ciò riguarda il grande schermo, il boom della comunicazione di quegli anni passa attraverso la televisione, e l’Odissea – presentata l’anno dopo l’Edipo re di Pasolini, e l’anno prima del suo Medea e dei due Satyricon – annuncia un nuovo corso nello sguardo ai classici. Articolata come sceneggiato in otto puntate, vede una coproduzione tra Italia, Francia, Iugoslavia e Germania occidentale, la prima della Rai a venir realizzata a colori. Al timone, il regista quasi cinquantenne Franco Rossi con robuste esperienze teatrali e cinematografiche, e una formazione nell’orizzonte del neorealismo (tra l’altro ha diretto un Calypso nel 1958 e Odissea nuda nel 1961), supportato per singole puntate da Piero Schivazappa e Mario Bava; mentre alla sceneggiatura lavora un’intera squadra – Gian Piero Bona, Vittorio Bonicelli, Fabio Carpi, Luciano Codignola, Mario Prosperi, Renzo Rosso – riuscendo a restituire voce a Omero anche attraverso una dimensione corale di sottofondo supportata da un’ottima musica (Carlo Rustichelli, Bruno Nicolai). Per contro Dario Cecchi coi costumi, Luciano Ricceri all’Art Direction e Mario Altieri alla Set Decoration ripudiano in blocco lo stile peplum per seguire invece il regista in una lettura stilizzata, a tratti fiabescamente teatrale (l’episodio di Eolo, per esempio), ma in ogni caso felicemente armonizzata a tutto un orizzonte storico e antropologico. Insediamenti arcaici con focolari fuligginosi, maschere funebri da modellare sul viso, abiti ruvidi di lana e poi imbarcazioni, telai, cordami, vasi o oggetti di vita quotidiana… un mondo insomma ricostruito con attenzione agli scavi archeologici e alla linea ideale PaveseCalzecchi Onesti, lontano e primitivo quanto è in effetti quello narrato da Omero. Un’impressione ora rafforzata dalla scelta di numerosi attori iugoslavi – tra i quali lo stesso protagonista, l’attore bosniaco trentaduenne Bekim Fehmiu (1936-2010, bello ricordare questo attore/intellettuale morto nel giugno di dieci anni fa) – coi loro tratti ruvidi e antichi, sconosciuti agli spettatori italiani e tanto diversi dai divi occidentali.

“La terra degli Anunnaki” – A X I S m u n d i


Recensione molto articolata su AxisMundi a La Terra degli Anunnaki, raccolta di racconti ispirata dal mito degli Anunnaki in terra di Sumer, Nephilim venuti dal pianeta Nibiru e creatori della razza umana – questo secondo alcune interpretazione della mitologia sumera da parte di Zecharia Sitchin.

Comunemente la religione viene intesa dalle culture mesopotamiche come perno ordinatore della società, in cui le funzioni personali e collettive si sovrappongono. Di fatto «l’universo divino, replica di quello umano, esprimeva un potere sovrannaturale, che superava la frammentazione politica delle città, rispetto alle quali appariva unitario»

Il pantheon sumero è estremamente complesso, stratificato, ereditato dalle popolazioni successive e per questo soggetto a mutamenti a seconda delle prospettive adottate. Una delle possibili suddivisioni, suggeritaci da Scarpi, è quella per triadi. In questo senso, al vertice della gerarchia, risiederebbe la cosiddetta triade cosmica, costituita da An, En-lil ed En-ki, da cui emerge in maniera incontrovertibile il legame tra le diverse sfere sociali:

«Queste tre figure, An che dall’alto del cielo astrale garantisce la sovranità di En-lil, il quale esercita il suo potere sul mondo dal cielo meteorico, ed En-ki, signore delle acque dolci sotterranee ma anche signore della sapienza e delle tecniche, esprimono insieme la realtà cosmica e le forme per controllarla; nello stesso tempo essi riproducono anche lo schema politico su cui si reggeva il mondo mesopotamico. »

Così i racconti de La Terra degli Anunnaki comunicano tra loro, si rimandano a vicenda, offrono interessanti spunti di ricerca, ma, allo stesso tempo, chiedono ai loro lettori la capacità di andare al di là delle fonti e delle minuzie filologiche. Il reale viene recuperato allo scopo di essere superato, di sconfiggere il mero dato fattuale e di farci rimanere inermi dinnanzi alle antiche divinità. Scombussolati e attoniti, come Thraseos al termine della sua Discesa narrata da Gabriele Campagnano:

«Due uomini gli stavano venendo incontro. Erano alti come… come… Le piramidi dei Faraoni… C’era da diventare pazzi, a contemplare il loro incedere lento e gli stormi di strani volatili che gli volteggiavano intorno. Tutto sembrava fuori misura, semplicemente inconcepibile. Per quanto avesse tentato di ricacciare indietro quel pensiero orribile, per quanto avesse ripetuto a sé stesso di rimanere razionale, ora non poteva più negare la realtà. Era in un altro mondo. »

Tempo su sé


Aggiungere parametri alla saga cercando di dargli una prospettiva epica, interi eoni sommati per dare un senso di tempo sommato a sé.

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