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Sinestesia e occultismo nell’era Vittoriana | L’indiscreto


Su L’indiscreto una ricerca particolare e approfondita sull’intreccio tra sinestesia e occultismo di inizio ‘900 e su alcuni risultati che può aver generato. Un estratto, non esaustivo.

“Mi sono sempre considerato come una voce di una più vasta rivoluzione che è appena iniziata nel mondo – la rivolta dell’anima contro l’intelletto”, così scrisse William Butler Yeats nel 1892 al suo mentore, il nazionalista irlandese John O’Leary. Yeats credeva che la magia fosse al centro non solo della propria arte, ma anche di un’epoca nascente in cui spiritualità e tecnologia avrebbero marciato insieme verso un futuro incerto.

Da questo fermento di misticismo tardo-vittoriano è emerso Le forme-pensiero (1901), un libro strano, accattivante, spesso pretenzioso ma assolutamente originale. È stato scritto da Annie Besant e Charles Leadbeater, ex membri della London Theosophical Society come lo era Yeats, e presenta una splendida serie di immagini a illustrazione dell’argomento centrale del libro: emozioni, suoni, idee ed eventi si manifestano anche come aure visive.

Le ambizioni del libro sono evidenti sin dalla prima pagina. “Dipingere nei colori spenti della Terra le forme vestite di viva luce di altri mondi,” si lamenta Besant, “è un compito duro e ingrato”. Poi insiste sul fatto che le immagini del libro “non sono forme immaginarie, costruite da un manipolo di sognatori”. Piuttosto, “sono rappresentazioni di forme realmente osservate, percepite da uomini e donne comuni”. Inoltre l’autrice spera che grazie ad esse il lettore “si renda conto della natura e del potere dei propri pensieri”. Questa magniloquenza era tipica dell’epoca: gli occultisti di fin de siècle hanno dato vita ad alcune delle scritture più barocche della storia letteraria, la più purpurea tra le prose barocche.

Ma cosa intendiamo, esattamente, quando definiamo una prosa scritta nero su bianco “purpurea”? [N.d.T: un termine usato in inglese come sinonimo di “prosa ornata”]?

Queste particolari associazioni tra parole, colori e suoni erano proprio quel che ha mosso Le forme-pensiero. In altre parole, il libro parla di sinestesie. L’illustrazione della musica di Mendelssohn riprodotta sopra, ad esempio, raffigura linee gialle, rosse, blu e verdi che emergono da una chiesa. Questo, secondo Leadbeater e Besant, “esemplifica il movimento di una delle parti della melodia, i quattro movimenti che si dispiegano approssimativamente insieme, denotando rispettivamente il soprano, l’alto, il tenore e il basso”. Inoltre, “il bordo smerlato che circonda il tutto è il risultato di varie fioriture e arpeggi, e le mezzelune galleggianti al centro rappresentano accordi isolati”. Il colore e il suono si erano così mescolati.

Eppure Leadbeater e Besant non miravano solo a visualizzare il suono, ma anche a dimostrare i loro doni psichici: la capacità di rilevare le “vibrazioni” spirituali di idee, emozioni e suoni come forme visive. In altre parole, una sorta di sinestesia spirituale, un fatto religioso quanto neurologico.

Il mood d’inizio ‘900 (ma anche di fine ‘800) dev’essere stato assai particolare, generando mostri ma non perché la ragione si assopiva (eravamo al culmine del Positivismo) bensì perché, involontariamente, si gettava luce soltanto sugli aspetti del reale mentre le cose in ombre rigurgitavano, acquisivano forza dai loro rivoli occulti; perché l’esistenza umana e l’intero cosmo sono tutt’altro che razionali…

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Le essenze escono dagli elementali, ne sono parte.

Il progetto più estremo: il Cosmismo russo | L’indiscreto


Tornando sul concetto di Cosmismo, su L’indiscreto è disponibile un articolo molto esteso che tratta in modo anche filosofico e teologico l’argomento.

La strana storia di Nikolaj Fëdorov, il cosmista russo che voleva abbattere la morte, acquisire il potere assoluto sulla Natura, far risorgere tutti gli antenati e colonizzare l’Universo.

«Ecco un sant’uomo», disse Lev Nikolaevič. «Non possiede nulla. Cede subito alla biblioteca tutti i libri che compra o che gli sono donati. A casa dorme sopra un baule coperto di giornali in una cameretta affittatagli da una donna anziana. Naturalmente è vegetariano, anche se, timido e modesto qual è, non gli piace parlarne. Sappiate, però, che ha una sua teoria!»
E Tolstoj iniziò a raccontarci qualcosa di strano: Fëdorov non riesce in alcun modo ad accettare che gli uomini muoiano e che coloro i quali ora ci sono molto cari un giorno scompariranno senza lasciare traccia, perciò ha sviluppato una teoria secondo cui la scienza, con un gigantesco balzo in avanti, scoprirà un metodo per estrarre dalla terra i resti, le particelle dei nostri antenati, per poi riportarli in vita.

Come nella famosa dicotomia (suggerita a Sir Isaiah Berlin da un frammento attribuito all’antico poeta greco Archiloco) fra la volpe, che sa molte cose, e il riccio, che ne sa una grande, Nikolaj Fëdorov era un pensatore che aveva un’unica grande idea. Credeva che tutti i problemi conosciuti avessero un’unica radice nel problema della morte, e che nessuna soluzione ad alcun problema sociale, economico, politico o filosofico si sarebbe dimostrata adeguata finché non fosse stato risolto il problema della morte. Una volta trovata la soluzione a tale problema, si sarebbero trovate di conseguenza anche quelle che avrebbero permesso di risolvere tutti gli altri.
Tutti i suoi scritti, raccolti sotto il titolo Filosofiia obshago dela, (La filosofia dell’Opera Comune) sono dedicati a una soluzione del problema della morte. Egli credeva che qualsivoglia questione, quantunque triviale in apparenza, fosse in sostanza e letteralmente una questione di vita o di morte. Qualsiasi considerazione, quale che sia l’argomento a cui si riferisce, come lo sviluppo della calligrafia, o l’abbigliamento femminile, o la storia completa della specie umana, conduce all’unica medesima conclusione: la decomposizione è la regola universale è la ricomposizione è il compito umano. Ovunque guardi, Fëdorov vede manifestazioni del principio naturale di decomposizione, eppure, con inesauribile ottimismo, considera ogni esempio di decomposizione come una nuova occasione per iniziare il compito umano della ricomposizione.

Le radici vittoriane del “revival occultista”, 1869-75 – La misura delle cose


Sul blog LaMisuraDelleCose un post che traccia la storia dell’Occultismo occidentale moderno, rilevandone le sue radici vittoriane. Ecco l’incipit dell’articolo:

Occult revival” è una definizione di Joscelyn Godwin che in The Theosophical Enlightenment (State University of New York Press, 1994) analizza lo sviluppo dell’esoterismo occidentale nel XIX secolo. In generale, nei primi anni Settanta dell’Ottocento sembra concentrarsi una vera e propria spinta all’espansione di idee e movimenti ispirati alle dottrine esoteriche, che trovano un terreno già fertile di familiarità e interesse di massa per i fenomeni spiritici e tutto ciò che riguardava l’aldilà: non c’era un salotto “buono” dove a quei tempi non si servisse il tè insieme a una seduta medianica attorno a un tavolino a tre gambe e si promettesse l’apparizione di qualche entità ectoplasmatica.

Set in stone


Il sensorium delle semantiche occulte si allieta della sua stessa esistenza.

Dr. Myas and Sister Lade (Victoriana 25) – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la continua ricerca delle origini e risvolti del Fantastico, tramite la rubrica Victoriana, analizza approfonditamente pezzi di realtà passata, che poi non è molto diversa dall’attuale. Un estratto:

Ora, se il tema dell’identità costituisce una sorta di ossessione letteraria lungo tutto l’arco dell’epoca vittoriana (pensiamo solo alla sensation novel), in forme sempre più clamorose, in queste testimonianze ne cogliamo le trasformazioni ultime, già imbevute dei dubbi del Novecento; e del resto proprio Dion Fortune, coi suoi studi di psicologia e psicanalisi e i tentativi di sposare la tradizione ermetica alle moderne scienze umane (Freud, Jung) testimonia che il quadro sta cambiando.

Compton stesso argomenta del resto che una persona può conoscere per vie ordinarie una profonda modifica di personalità (a proposito di un impagabile personaggio, il dottor Vulsame, che da alcolista diventa militante dell’Esercito della Salvezza, sia pure senza perdere spiacevolezza); e lui stesso al termine dell’avventura si ritrova mutato parecchio rispetto all’uomo dell’incontro parigino del 1905. A fronte poi dell’ipotesi razionalista della doppia identità avanzatagli dall’amico dottor Habaden – Alice Lade crederebbe di ospitare in sé quella dell’ammiratissimo coniuge morto – e guardata da Compton con una certa avversione, resta da chiedersi se questo sia un narratore affidabile. Pirandello, potremmo dire, non è lontano. Ma la fecondità del linguaggio fantastico sta nell’imbarazzo che ci resta, nell’impossibilità di una risposta certa, e nel fatto che in fondo quel dubbio dal caso del singolo, sulla sua vera identità sessuale, dilaga a interpellare ansie e insicurezze, pregiudizi e nervi scoperti di un’intera società. Allora come oggi, fino – potremmo dire – agli sbarellamenti reazionari di certi dibattiti su gender & dintorni.

Legato all’acqua


Tutto scorre via come liquido nella doccia, a collegare i richiami dell’Oltre che è legato all’acqua e alle oscurità estreme inumane e disincarnate.

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