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Archivio per Ettore Fobo

Lankenauta | Poesia come arte che insorge


Su Lankenauta il ricordo di Ettore Fobo a Lawrence Ferlinghetti, l’ossatura della Beat Generation morto due giorni fa all’età di 101 anni. Mi unisco al rimpianto, ricordando come i libri di Ginsberg furono i primi elementi della mia cultura quando, giovane, cercavo ancora di capire cos’era la sensibilità artistica; il Beat fu una delle prime cose che apprezzai, prima ancora del Romanticismo, prima ancora del Fantastico. Un sincero grazie a persone come Ferlinghetti, è vero che ci ha lasciato ma la sua esistenza è stata seminale.

Tentare di definire la poesia è un compito da far tremare i polsi, Ferlinghetti, con questo libro che raccoglie alcune sue poesie, aforismi e saggi, ci prova, accostando l’orecchio ai suoni provenienti dalla terra, per stornare da se stesso il violento attacco che l’era industriale compie sulla nostra sensibilità. Se “lo status quo è tossico”, la poesia è quell’attività sovversiva, che riporta a galla la nostra individualità sprofondata nel mare dell’anonimato. Così bisogna assolutamente recuperare il residuo di quella voce antica, infantile, profonda, che bisbigliava la sua adesione a forme inconcepibili di estasi, bisogna che il dettato prosastico della nostra voce assuma la limpidezza di un canto.

Nella prima parte di questo Poesia come arte che insorge, Ferlinghetti si prodiga in consigli, dall’alto dei suoi novant’anni spesi bene (la recensione è del 2009 – ndr), stravissuti, illuminando il percorso con versi brevi, che paiono più aforismi, carichi di una saggezza e di un’esperienza che non hanno minimamente scalfito il naturale entusiasmo del poeta, che ha attraversato il secolo scorso come protagonista di una letteratura libertaria e negli ultimi anni sempre più ecologista. La poesia è quella luce che illumina, e quell’oscurità che seduce, forma di resistenza all’invadenza dei media, pensiero soggettivo che si articola oggettivamente nella scrittura. I poeti sono ora “antenne della razza”, ora quei “piccoli pagliacci … fedeli alla fiamma” della loro giovinezza, e chi più di Ferlinghetti ha il diritto di dichiarare che la poesia “è la distanza più breve fra due esseri umani”, l’intimità più straniata e straniante con il segreto dell’esistenza? La sua voce è un avamposto dell’ignoto, nel deserto senza occhi della contemporaneità, e sebbene alcuni versi siano deboli, nel complesso i consigli del poeta sono utili, e colpiscono il cuore di questa società malata, e soprattutto nei saggi su Brecht e su Yeats, Ferlinghetti ci mostra il suo acume di critico, e la sua sensibilità di letterato. Alla poesia il poeta americano affida i compiti più alti, e invita a diffidare di coloro che la spregiano, perché in fondo la temono, temono la sua potenza sovversiva, la sua capacità di guidare lo sguardo degli uomini verso felicità inclassificabili e pericolose. Perché per Ferlinghetti la poesia è sempre il cuore pulsante di ogni gesto, il ritmo del respiro, il canto degli uccelli che si oppone con la sua fragilità al metallico fragore delle automobili, al frastuono delle macchine industriali. Una poesia “come un campo di girasoli” non va spiegata pena “il fallimento della comunicazione” deve rimanere là come una statua di luce, che non necessita di alcuna didascalia, si impone come canto, nel desiderio di recuperare la purezza originaria del linguaggio, aldilà delle distorsioni quotidiane che la parola subisce. Come nei romantici, la poesia può essere il vento che ulula fra le montagne, “il bramito dell’elefante”, “il dialogo fra due statue mute”, nelle parole di Ferlinghetti è un “universo parallelo puro”, che si oppone recisamente alla “pletora folle della stampa”, è “lingua di strada di angeli e diavoli”. Non è dunque qualcosa di lontano e immobile, che sta nell’empireo, ma qualcosa di concreto, da usare, qualcosa per cui non ci sono maestri eccetto quell’”orecchio interno”così difficile da ascoltare nel frastuono di voci che compongono l’attuale mondo della comunicazione, e che per Ferlinghetti, come per Ginsberg, non è per niente rutilante.

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I Premi letterari che vedono protagonista il poeta Ettore Fobo | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

Ettore Fobo è un autore che pubblichiamo da lungo tempo, i suoi titoli usciti con Kipple Officina Libraria contengono poesie che rivelano ai lettori le sue qualità liriche e così Sotto una luna in polvere, Diario di Casoli e l’audiolibro Poesie allo stato brado, in cui Ettore declama se stesso, rappresentano l’apice espressivo di un poeta non comune. A testimonianza di ciò c’è il lungo elenco dei Premi in cui Fobo è stato vincitore o protagonista, cui si aggiungono questi recenti riconoscimenti:

– È fra i vincitori della seconda edizione del Premio Besio 1860.
– Vincitore del Gran Premio Speciale della Giuria a l Premio Ossi di seppia 2021.
– Classificato al Primo posto al Premio Residenze Gregoriane 2020.

Ci sono anche altri risultati che il poeta definisce minori, come una Segnalazione al Premio Luzi, e anche in virtù di questi risultati la redazione della Kipple, che conosce bene l’intensità interiore ed espressiva di Ettore, desidera congratularsi pubblicamente con lui per tutto il lavoro che svolge ogni giorno sulla sua poetica e sulla sua arte.

Strani giorni: Premio Residenze Gregoriane 2020


Nuova affermazione per Ettore Fobo, ormai i suoi Premi quasi non fanno più notizia, è strano quando non li vince 🙂
Detto ciò, torniamo seri: complimenti davvero per quest’ennesima vittoria, Premio Residenze Gregoriane 2020.

Mi sono classificato al Primo posto al “Premio Residenze Gregoriane”, nella sezione poesia edita con una lirica pubblicata in Canti d’Amnios.

Strani giorni: Lo sguardo della matrioska


Sul blog di Ettore Fobo alcune interessanti riflessioni sui concetti di realtà e verità, razionalizzazioni e filosofie che non posso che abbracciare completamente, l’indeterminazione di un mondo che è pura illusione non può dare alcuna forma di certezza, se non della sua stessa incertezza.

Ci sono infinite rappresentazioni della realtà, non c’è la Realtà. Un’immagine della totalità del reale è il prisma più che il monolite. Idem per la Verità, questo enorme totem concettuale, che perennemente si disfa, si sbriciola, si sfalda, sotto i nostri occhi, che sempre lo ricodificano, lo riuniscono, come accade con i frame televisivi. Ogni sguardo coglie se stesso nello spasimo della propria evanescenza, ogni voce si scopre un soffio del non dicibile, ogni pensiero un frammento dell’inclassificabile, ogni verità un’orma dell’inconoscibile.

La Verità… Per un attimo la sogniamo scolpita nei cieli con la stessa brillantezza di un assoluto.

Così ci seduce, prestando questo fiato di voce a un’ infrangibile consistenza. Così nel momento che una verità ci balena nel cranio, quando qualcosa nel nostro cranio si confessa come verità, essa sembra dare una consistenza, una solidità, addirittura una sostanza, a tutta quella fluttuazione di pensieri casuali che chiamiamo la nostra personalità o addirittura, se inclini a una visione religiosa dell’esistenza, la nostra anima. Che trucco. Che burla. Per noi così fatalmente fragili, così nulli, così legati alla corda del Senso, perché fatalmente, profondamente … insensati: come la vita che, non avendo una grammatica, non può rientrare in nessuna categoria di Senso. La vita dunque, se reale, non significa nulla. Il suo significato è solo il nostro sogno verbale. La nostra, direbbe Rimbaud, “allucinazione di parole”. Gli antichi chiamavano questa dimensione il Mistero, i moderni l’hanno chiamata l’Assurdo. Da perfetti post moderni attendiamo nuove parole.

Strani giorni: La cultura degli “esperti”


Riporto dal blog di Ettore Fobo queste righe, assai lucide e calzanti, la giusta misura di cosa dovremmo sempre aver presente. Grazie, Ettore

Ho imparato a diffidare degli “esperti”, di coloro che rivestono questo ruolo mediaticamente e in questo esauriscono la loro essenza. A ben vedere essi sono solo funzioni del Capitale che vanno in televisione, il salotto televisivo è il tempio in cui loro si manifestano e il pubblico televisivo la marea dei loro devoti. Loro scopo è perpetuare l’inganno della Cultura come luogo di una dominazione sociale, economica, tribale che ormai è diventata psichica. Deridda faceva notare che il termine Cultura, all’apparenza così inoffensivo, deriva dal latino colo, colonizzare.

Così il nostro cranio, colonizzato da infiniti luoghi comuni, diventa un soggetto della Storia, “fanfaluca mistica” di chi è, come vuole l’etimologia di soggetto, sottomesso. Sottomesso a cosa? “Al brutto poter ch’ascoso/a comun danno impera”, probabilmente.

Strani giorni: “Canti d’Amnios” per parole chiave


Sul blog di EttoreFobo la segnalazione del suo Canti d’Amnios, silloge poetica da cui presenta alcuni estratti. Vi lascio invece a uno stralcio del suo post, dove l’autore indaga il senso intrinseco e semantico del concetto di poesia:

La prima parola è inevitabilmente la parola POESIA. Lungi da me proporvi una definizione netta ma alcune cose vorrei dirle. Sappiamo tutti intuitivamente che il linguaggio è il regno dell’ambiguità. Ora la poesia potenzia al massimo grado questa ambiguità originaria, per cui in poesia una parola viola il principio di non contraddizione per cui A=A E B=B, A può essere uguale a B o altri termini che B semplicemente evoca. La poesia è dunque il regno della massima ambiguità semantica, in filosofia si usa il termine aporia quando un significato è indecidibile. In poesia, l’aporia è quasi la regola. Una parola significa alla massima densità concettuale tutto ciò che può significare. Se stessa e il suo contrario e tutte le sfumature cui essa accenna. Ambiguità in questo caso è di per sé una parola equivoca. Perché il sostrato morale che la accompagna forse è un impedimento ulteriore a comprendere ciò che sto cercando di dire. Ambiguo è ciò che è indecidibile, duplice, molteplice. In sanscrito esistono cento parole per designare l’infinito. Ecco una lingua ricca di pensiero. L’italiano non permette questa ricchezza e dicendo infinito pensiamo di aver detto tutto, ci illudiamo. Per farvi capire con una similitudine: se uno scrive un saggio che parla di fotografia, esso ha un oggetto chiaro la fotografia, se scrivo una poesia su una singola fotografia essa non parla più di fotografia ma può dire in maniera misteriosa tutto ciò che la fotografia non mostra direttamente ma tace e tacendo evoca. La poesia non è didascalica, non parla di ma dice direttamente gli abissi che il linguaggio comune cela. Io li chiamo gli effetti quantistici della poesia. La poesia sta al linguaggio comune, quello che usiamo per comunicare, come la fisica subatomica e quantistica sta alla fisica classica. Nessuna solidità concettuale, la massima evaporazione, evanescenza, fluttuazione dei concetti. La poesia in questo caso, potremmo dire, è l’esplorazione di un’interiorità profonda, subatomica, prelinguistica, che esiste prima dei concetti, prelogica ma non illogica o irrazionale come a volte superficialmente si dice. Il poeta Flavio Ermini usa il termine precategoriale. È il logos in realtà, nelle sua massima potenza di significazione cioè di ambiguità, appunto. Carmelo Bene chiamava giustamente la poesia “arte della sintesi”, momento in cui i concetti si fondono, si con-fondono uno nell’altro.

Strani giorni: Presentazione di “Canti d’Amnios”


Sul blog di Ettore Fobo la segnalazione di una sua nuova pubblicazione poetica: Canti d’Amnios. Incollo una breve ma esaustiva presentazione dell’opera, acquistabile su Ibs, Feltrinelli e sul sito dell’editore Montedit; su Bibbia d’Asfalto è invece possibile leggere una poesia:

È sempre difficile parlare della propria poesia o di se stessi. C’è da chiedersi perché. Io penso fondamentalmente che nessuno possa conoscere se stesso da solo, che non siamo delle monadi separate ed autoriferite, penso che siamo delle connessioni, delle relazioni, delle risonanze. Penso che quello che chiamo me stesso sia una relazione con gli altri.
È di Nietzsche la lezione antropologica: solo un altro può interpretare noi stessi. Noi siamo, dentro lo sguardo dell’altro, ciò che anela a un riconoscimento: tu esisti, tu sei questo, tu sei reale. Questa relazione piena di senso è ciò a cui noi aneliamo e che chiamiamo amore.

La poesia non è letta, non è conosciuta, non è amata, la poesia è difficile, la poesia disorienta. Per carità, tutto vero, chi sono io: un poeta? Mi risuonano le parole di due artisti della parola, due poeti. Uno è un classico della poesia italiana, Guido Gozzano: “Io mi vergogno sì mi vergogno di essere un poeta”. La vergogna di essere poeta dunque, perché il poeta è spudorato, il poeta si mette a nudo sempre, rivela l’essenza della cose spesso a chi dell’essenza o ha fatto un feticcio e in quanto feticcio ne ha fatto qualcosa di oscuro, o ha semplicemente dimenticato l’essenza, preferendo ad essa cosa? La sua nemesi: l’apparenza, per semplificare un discorso altrimenti troppo complesso e labirintico. Una altro poeta è un classico di fama mondiale, un classico del modernismo: Ezra Pound.
Egli ci ha detto e per quanto mi riguarda continua a dire: “L’idea italiana della poesia: qualcosa di opprimente e da riverire”. Qui la scuola con la sua metodologia di insegnamento ha enormi responsabilità.

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Lankenauta | Super-Eliogabalo


Su Lankenauta la recensione di Ettore Fobo a Super-Eliogabalo, di Alberto Arbasino – morto proprio ieri, l’articolo è invece del 2005. Un romanzo del ’68 che traccia percorsi quasi surreali di una storia imperiale che diviene postmoderna nei sui continui intrecci con la storia attuale, che diviene apparentemente più leggera ma poi risulta essere più surreale alla maniera di un supereroe americano… Un estratto dalla rece:

Arbasino arriva a presentarci un interessante imperatore – bambola, imperatore – giocattolo, imperatore – gadget, che semplicemente si lascia fare, lussurioso, travestito, elegantemente antistorico, lorenzaccio, per usare un aggettivo – nome caro a Carmelo Bene, per cui il testo doveva essere sorta di canovaccio di un film mai fatto. Una commedia per spiriti liberi, un agghiacciante reportage fra le banalità che cuociono l’epoca nella salsa già allora immangiabile dell’autocoscienza fittizia d’una corte dei miracoli fatta di mamme ninfomani, intellettuali, sacerdoti, precettori, schiavi, amanti, cafoni, maghi, in un continuo irriverente alleluia di metaforiche tumorali escrescenze, uno sgonfiarsi di tutti gli stereotipi in un linguaggio che li fonde, un collassare delle strutture finto letterarie, finto storiche, finto cinematografiche, finto teatrali, pseudo televisive etc , come a mostrarci la tempesta magnetica che attraversa e scuote qualsiasi mezzo di espressione. E poi ecco la sottile ma fracassona parodia incarnata da Eliogabalo, in cui Arbasino individua, già come Artaud, ma in maniera del tutto diversa, un progetto politico a volte demistificatorio, ma involontariamente quasi, un inno alla leggerezza depensata e depensante, un divertito eccesso di ogni cosa, la volontà di potenza di un Caligola che scende le scale travestito da Wanda Osiris e canta ”Roma non far la stupida stasera” in un deleuziano divenire minoritario che allaga l’intero paesaggio, fino a confondere tutte le epoche in una sarabanda pop strafottente.

Tutto viene dunque ridotto dal procedimento ironico a canzonetta biascicata, tango fra ubriachi, filmaccio che trasuda tutte le menzogne culturali di quegli e dei nostri anni. Eliogabalo dall’alto della sua incoscienza critica può dunque deplorare l’illuminismo e le sue fatue imitazioni, in un impero che è il mondo, postmoderno, per cui la contemporaneità di tutto, da Jarry a Giulio Cesare, da Plauto a Nietzsche, è un guazzabuglio onomatopeico di rane gracidanti, in cui il linguaggio apparentemente lussureggiante di forme è in realtà scarnificato fino a generare una sorta di derisoria demenza, a tratti mostruosa, a tratti salvifica; così, nell’impossibilità di creare valori, l’asino del buon senso viene lapidato, tutto si decompone in una rissa di significanti, che fumano come vulcani e sembrano volerci inondare del loro segreto e delle loro un tempo vitali illusioni. Frankenstein smembrato e ricomposto il linguaggio di Arbasino è anche un perpetuo intersecarsi di bagliori provenienti dalle epoche tutte, a mostrarci che la folle vacuità illecita di un Eliogabalo è meno pericolosa della pensosa, noiosa, virtuosa serietà assassina degli imperatori che la Storia celebra. L’impero è nient’altro che il residuo di un film trash peplum in salsa finto pop in lamé sdrucito, con sapienti tocchi di agghiacciante glamour, per usare gli stessi termini che Arbasino rigurgita nel testo, anticipando così la successiva esplosione di termini inglesi nella lingua italiana e il kitsch imbarbarimento che ne conseguirà.

In questo impero romano che imita i kolossal americani gli attori hanno un orologio al polso, parlano in romanesco, e vanno in lambretta. In tale contesto Eliogabalo è “una specie di Monica Vitti” con più moine e merletti, la prosa alterna sapientemente il pecoreccio al tono super erudito e la trama anche se pretestuosa e non fondamentale alterna il giallo alla spy-story e magari al teatro dell’assurdo, con inserti di poesie quasi limerick, ma in chiave così evidentemente caricaturale da riuscire in una specie di iperrealismo grottesco. Poi ecco un florilegio di citazioni nascoste o semplicemente inventate: se ho capito bene lo stesso Eliogabalo legge la sua vita su un Lampridio e un Dione Cassio, forse ritoccati, mentre il week-end scorre fra carneficine, orge e varietà e incontri con i senatori: vengono dichiarate guerre non si sa da chi, informatori portano dispacci con storie inverosimili, si attende il rituale dell’omicidio come ogni sabato, c’è anche un residuo di annoiata suspense: chi sarà stavolta la vittima etc…?

Tra fulminanti narrazioni, digressioni, nonsense, il filo della narrazione conduce non fuori ma dentro il labirinto di tutte le avanguardie storiche, dove avviene la catarsi di qualsiasi linguaggio medio, messo sul rogo di calembour, di straniamenti ed efferatezze verbali, celebrando la poco santa messa del dileggio, imparziale nel demolire qualsivoglia mitologica rappresentazione di una realtà che sfugge a ogni decodificazione che non sappia di pernacchia assoluta, anche se super colta, super informata dei fatti; così l’imperatore può diventare icona pop, nell’assalto al tempio supermarket, dove un pontefice produttore di miracoli deve nascondere la sua stessa fede ai dipendenti- sacerdoti, per non essere deriso. Qui evidentemente viene destrutturata qualsiasi ideologia, anche mimandone i linguaggi, trascesi da un’ironia che, dissennata parodia trash, cerca forse di irriderne la consustanziale agonia, l’irrimediabile originaria decrepitezza, magari, anzi sicuramente, a la page. In questo Eliogabalo con i suoi diari, superando l’equivoco intellettuale, colla sola forza del delirio, scardina il luogo comune, lo trasforma in latrina pubblica e invita i lettori –sudditi a evacuare tutta la fetida miseria del buon senso e allegramente, scompisciandosi, e non v’è intelletto che tenga, nella cloaca anche lui.

Qui la decadenza è dunque un’attitudine conoscitiva che si fa beffe della storia, come Eliogabalo stesso in uno dei suoi ultimi monologhi, prima di diventare, con una sorta di finto colpo di scena, il dio feticcio rock, che si lancia in veri ma violentemente assurdi miracoli, adorato dalle sue mamme lascive, invece che finire come nella storia gettato nelle fogne.

“Abbiamo deciso di separarci definitivamente dalla scienza… perché abbiamo concluso che se una casa piena di gadgets ci pare ridicola, una nazione piena di macchine ci sprofonda nel tedio, nel fastidio, nel lutto del Tutto… Sull’astronave andateci voi- io no –e i vostri transistor metteteveli tutti nel dietro…tutto tutto lontano dai presuntuosi presepi di quell’Illuminismo che è davvero la minore età dell’uomo qualunque della strada, e insomma bisogna uscirne al più presto, e all’intelletto intollerabile sostituire l’aberrazione e l’immaginazione, la frattura, la scissura, lo scarto rispetto alla norma, l’afasia, la folly, e le Folies. Cioè la parola poetica. Olè”.

Strani giorni: Canti d’ Amnios


Ettore Fobo continua a produrre, sull’onda dei Premi che lambisce o vince senza soluzione di continuità. Incollo dal suo blog, con i mai scontati complimenti per la sua opera.

È appena uscito, in versione cartacea, un libro di poesie da me scritto. S’intitola “Canti d’Amnios” ed è pubblicato dalla casa editrice Montedit, nella collana Le  schegge d’oro. È una pubblicazione ottenuta in relazione al “Premio Internazionale  Città di Melegnano”, dove mi sono classificato al secondo posto circa un anno fa. La copertina è una fotografia realizzata da Piermaria Zannier, che si intitola “Notte norvegese”. Attualmente lo potete trovare su IBS. L’amnios è “un annesso embrionale che forma una sacca membranosa che circonda e protegge l’embrione”, come recita Wikipedia.

Strani giorni: Premio Ossi di Seppia 2020


Nel pomeriggio di sabato 1 febbraio si è svolta ad Arma di Taggia, in provincia di Imperia, la premiazione della ventiseiesima edizione del Premio Ossi di seppia. Ho ricevuto una Menzione Speciale nella sezione A Poesia singola, con il componimento in versi intitolato “La legge del vuoto”.

Così Ettore Fobo ci rende partecipi del suo nuovo riconoscimento, prestigioso e che fa onore all’artista che tutti noi stimiamo e amiamo per quello che sa dire e sentire. Complimenti!

 

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