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Archivio per Ettore Fobo

Strani giorni: Presentazione di “Canti d’Amnios”


Sul blog di Ettore Fobo la segnalazione di una sua nuova pubblicazione poetica: Canti d’Amnios. Incollo una breve ma esaustiva presentazione dell’opera, acquistabile su Ibs, Feltrinelli e sul sito dell’editore Montedit; su Bibbia d’Asfalto è invece possibile leggere una poesia:

È sempre difficile parlare della propria poesia o di se stessi. C’è da chiedersi perché. Io penso fondamentalmente che nessuno possa conoscere se stesso da solo, che non siamo delle monadi separate ed autoriferite, penso che siamo delle connessioni, delle relazioni, delle risonanze. Penso che quello che chiamo me stesso sia una relazione con gli altri.
È di Nietzsche la lezione antropologica: solo un altro può interpretare noi stessi. Noi siamo, dentro lo sguardo dell’altro, ciò che anela a un riconoscimento: tu esisti, tu sei questo, tu sei reale. Questa relazione piena di senso è ciò a cui noi aneliamo e che chiamiamo amore.

La poesia non è letta, non è conosciuta, non è amata, la poesia è difficile, la poesia disorienta. Per carità, tutto vero, chi sono io: un poeta? Mi risuonano le parole di due artisti della parola, due poeti. Uno è un classico della poesia italiana, Guido Gozzano: “Io mi vergogno sì mi vergogno di essere un poeta”. La vergogna di essere poeta dunque, perché il poeta è spudorato, il poeta si mette a nudo sempre, rivela l’essenza della cose spesso a chi dell’essenza o ha fatto un feticcio e in quanto feticcio ne ha fatto qualcosa di oscuro, o ha semplicemente dimenticato l’essenza, preferendo ad essa cosa? La sua nemesi: l’apparenza, per semplificare un discorso altrimenti troppo complesso e labirintico. Una altro poeta è un classico di fama mondiale, un classico del modernismo: Ezra Pound.
Egli ci ha detto e per quanto mi riguarda continua a dire: “L’idea italiana della poesia: qualcosa di opprimente e da riverire”. Qui la scuola con la sua metodologia di insegnamento ha enormi responsabilità.

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Lankenauta | Super-Eliogabalo


Su Lankenauta la recensione di Ettore Fobo a Super-Eliogabalo, di Alberto Arbasino – morto proprio ieri, l’articolo è invece del 2005. Un romanzo del ’68 che traccia percorsi quasi surreali di una storia imperiale che diviene postmoderna nei sui continui intrecci con la storia attuale, che diviene apparentemente più leggera ma poi risulta essere più surreale alla maniera di un supereroe americano… Un estratto dalla rece:

Arbasino arriva a presentarci un interessante imperatore – bambola, imperatore – giocattolo, imperatore – gadget, che semplicemente si lascia fare, lussurioso, travestito, elegantemente antistorico, lorenzaccio, per usare un aggettivo – nome caro a Carmelo Bene, per cui il testo doveva essere sorta di canovaccio di un film mai fatto. Una commedia per spiriti liberi, un agghiacciante reportage fra le banalità che cuociono l’epoca nella salsa già allora immangiabile dell’autocoscienza fittizia d’una corte dei miracoli fatta di mamme ninfomani, intellettuali, sacerdoti, precettori, schiavi, amanti, cafoni, maghi, in un continuo irriverente alleluia di metaforiche tumorali escrescenze, uno sgonfiarsi di tutti gli stereotipi in un linguaggio che li fonde, un collassare delle strutture finto letterarie, finto storiche, finto cinematografiche, finto teatrali, pseudo televisive etc , come a mostrarci la tempesta magnetica che attraversa e scuote qualsiasi mezzo di espressione. E poi ecco la sottile ma fracassona parodia incarnata da Eliogabalo, in cui Arbasino individua, già come Artaud, ma in maniera del tutto diversa, un progetto politico a volte demistificatorio, ma involontariamente quasi, un inno alla leggerezza depensata e depensante, un divertito eccesso di ogni cosa, la volontà di potenza di un Caligola che scende le scale travestito da Wanda Osiris e canta ”Roma non far la stupida stasera” in un deleuziano divenire minoritario che allaga l’intero paesaggio, fino a confondere tutte le epoche in una sarabanda pop strafottente.

Tutto viene dunque ridotto dal procedimento ironico a canzonetta biascicata, tango fra ubriachi, filmaccio che trasuda tutte le menzogne culturali di quegli e dei nostri anni. Eliogabalo dall’alto della sua incoscienza critica può dunque deplorare l’illuminismo e le sue fatue imitazioni, in un impero che è il mondo, postmoderno, per cui la contemporaneità di tutto, da Jarry a Giulio Cesare, da Plauto a Nietzsche, è un guazzabuglio onomatopeico di rane gracidanti, in cui il linguaggio apparentemente lussureggiante di forme è in realtà scarnificato fino a generare una sorta di derisoria demenza, a tratti mostruosa, a tratti salvifica; così, nell’impossibilità di creare valori, l’asino del buon senso viene lapidato, tutto si decompone in una rissa di significanti, che fumano come vulcani e sembrano volerci inondare del loro segreto e delle loro un tempo vitali illusioni. Frankenstein smembrato e ricomposto il linguaggio di Arbasino è anche un perpetuo intersecarsi di bagliori provenienti dalle epoche tutte, a mostrarci che la folle vacuità illecita di un Eliogabalo è meno pericolosa della pensosa, noiosa, virtuosa serietà assassina degli imperatori che la Storia celebra. L’impero è nient’altro che il residuo di un film trash peplum in salsa finto pop in lamé sdrucito, con sapienti tocchi di agghiacciante glamour, per usare gli stessi termini che Arbasino rigurgita nel testo, anticipando così la successiva esplosione di termini inglesi nella lingua italiana e il kitsch imbarbarimento che ne conseguirà.

In questo impero romano che imita i kolossal americani gli attori hanno un orologio al polso, parlano in romanesco, e vanno in lambretta. In tale contesto Eliogabalo è “una specie di Monica Vitti” con più moine e merletti, la prosa alterna sapientemente il pecoreccio al tono super erudito e la trama anche se pretestuosa e non fondamentale alterna il giallo alla spy-story e magari al teatro dell’assurdo, con inserti di poesie quasi limerick, ma in chiave così evidentemente caricaturale da riuscire in una specie di iperrealismo grottesco. Poi ecco un florilegio di citazioni nascoste o semplicemente inventate: se ho capito bene lo stesso Eliogabalo legge la sua vita su un Lampridio e un Dione Cassio, forse ritoccati, mentre il week-end scorre fra carneficine, orge e varietà e incontri con i senatori: vengono dichiarate guerre non si sa da chi, informatori portano dispacci con storie inverosimili, si attende il rituale dell’omicidio come ogni sabato, c’è anche un residuo di annoiata suspense: chi sarà stavolta la vittima etc…?

Tra fulminanti narrazioni, digressioni, nonsense, il filo della narrazione conduce non fuori ma dentro il labirinto di tutte le avanguardie storiche, dove avviene la catarsi di qualsiasi linguaggio medio, messo sul rogo di calembour, di straniamenti ed efferatezze verbali, celebrando la poco santa messa del dileggio, imparziale nel demolire qualsivoglia mitologica rappresentazione di una realtà che sfugge a ogni decodificazione che non sappia di pernacchia assoluta, anche se super colta, super informata dei fatti; così l’imperatore può diventare icona pop, nell’assalto al tempio supermarket, dove un pontefice produttore di miracoli deve nascondere la sua stessa fede ai dipendenti- sacerdoti, per non essere deriso. Qui evidentemente viene destrutturata qualsiasi ideologia, anche mimandone i linguaggi, trascesi da un’ironia che, dissennata parodia trash, cerca forse di irriderne la consustanziale agonia, l’irrimediabile originaria decrepitezza, magari, anzi sicuramente, a la page. In questo Eliogabalo con i suoi diari, superando l’equivoco intellettuale, colla sola forza del delirio, scardina il luogo comune, lo trasforma in latrina pubblica e invita i lettori –sudditi a evacuare tutta la fetida miseria del buon senso e allegramente, scompisciandosi, e non v’è intelletto che tenga, nella cloaca anche lui.

Qui la decadenza è dunque un’attitudine conoscitiva che si fa beffe della storia, come Eliogabalo stesso in uno dei suoi ultimi monologhi, prima di diventare, con una sorta di finto colpo di scena, il dio feticcio rock, che si lancia in veri ma violentemente assurdi miracoli, adorato dalle sue mamme lascive, invece che finire come nella storia gettato nelle fogne.

“Abbiamo deciso di separarci definitivamente dalla scienza… perché abbiamo concluso che se una casa piena di gadgets ci pare ridicola, una nazione piena di macchine ci sprofonda nel tedio, nel fastidio, nel lutto del Tutto… Sull’astronave andateci voi- io no –e i vostri transistor metteteveli tutti nel dietro…tutto tutto lontano dai presuntuosi presepi di quell’Illuminismo che è davvero la minore età dell’uomo qualunque della strada, e insomma bisogna uscirne al più presto, e all’intelletto intollerabile sostituire l’aberrazione e l’immaginazione, la frattura, la scissura, lo scarto rispetto alla norma, l’afasia, la folly, e le Folies. Cioè la parola poetica. Olè”.

Strani giorni: Canti d’ Amnios


Ettore Fobo continua a produrre, sull’onda dei Premi che lambisce o vince senza soluzione di continuità. Incollo dal suo blog, con i mai scontati complimenti per la sua opera.

È appena uscito, in versione cartacea, un libro di poesie da me scritto. S’intitola “Canti d’Amnios” ed è pubblicato dalla casa editrice Montedit, nella collana Le  schegge d’oro. È una pubblicazione ottenuta in relazione al “Premio Internazionale  Città di Melegnano”, dove mi sono classificato al secondo posto circa un anno fa. La copertina è una fotografia realizzata da Piermaria Zannier, che si intitola “Notte norvegese”. Attualmente lo potete trovare su IBS. L’amnios è “un annesso embrionale che forma una sacca membranosa che circonda e protegge l’embrione”, come recita Wikipedia.

Strani giorni: Premio Ossi di Seppia 2020


Nel pomeriggio di sabato 1 febbraio si è svolta ad Arma di Taggia, in provincia di Imperia, la premiazione della ventiseiesima edizione del Premio Ossi di seppia. Ho ricevuto una Menzione Speciale nella sezione A Poesia singola, con il componimento in versi intitolato “La legge del vuoto”.

Così Ettore Fobo ci rende partecipi del suo nuovo riconoscimento, prestigioso e che fa onore all’artista che tutti noi stimiamo e amiamo per quello che sa dire e sentire. Complimenti!

 

Esce Poesie allo stato brado – silloge poetica in audiolibro di Ettore Fobo | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

Kipple Officina Libraria presenta Poesie allo stato brado, audiolibro che raccoglie in circa quarantasei minuti l’intera silloge scritta e letta dall’autore Ettore Fobo. Trentotto poesie che narrano l’interiore complesso e cristallino di uno dei poeti italiani più rappresentativi dell’intimo italiano contemporaneo.
La copertina è presa da una fotografia di Igor Folli. La biografia e la presentazione dell’opera sono lette da Ksenja Laginja.

LA QUARTA

La silloge di uno dei poeti di punta della Kipple, una raccolta di trentotto poesie recitate dal poeta stesso.

L’AUTORE

Ettore Fobo (pseudonimo di Eugenio Cavacciuti) è nato a Milano nel 1976. Ha pubblicato tre libri di poesia con Kipple Officina Libraria: “La Maya dei notturni” (2006), “Sotto una luna in polvere” (2010), “Diario di Casoli” (2015).
Sue poesie sono apparse in diverse antologie, fra le quali la raccolta connettivista “SuperNeXT” (Kipple Officina Libraria, 2011). Dal 2008 gestisce un blog di letteratura “Strani giorni” (www.ettorefobo.it). Collabora con la rivista multilingue “Orizont literar contemporan”, con il portale di critica letteraria e dello spettacolo “Lankenauta” e con il blog collettivo “Bibbia d’Asfalto”.
Una sua silloge, “Musiche per l’oblio”, è stata tradotta in romeno, francese, inglese e spagnolo. Una seconda traduzione in francese del libro è stata pubblicata con il titolo “I Maestri dell’oblio”.
Ha ottenuto diversi riconoscimenti a concorsi letterari, fra i quali: vincitore ai Premi “Le Occasioni (2018), “I Colori dell’Anima” (2018), “Il Sublime – Golfo dei Poeti” (2018), segnalato al Premio “Lorenzo Montano” (2017, 2018 e 2019), Premio Speciale della Giuria a “Ossi di seppia” (2019). “Musiche per l’oblio” è fra i libri selezionati per il “Premio Gradiva” (2019).

LA COLLANA F451

F451 è la collana dedicata agli audiolibri, disponibili in download digitale. La particolarità delle visioni editoriali della casa editrice si riflette anche nelle scelte delle sonorità inusuali e nopop, gli autori di poesia e narrativa di genere hanno ora la loro occasione nel mondo delle opere recitate.

Poesie allo stato brado Ettore Fobo
Fotografia in copertina di Igor Folli
Spoken di presentazione e biografia di Ksenja Laginja
Tecnico del suono Marco Flocco

Kipple Officina Libraria
Collana F451 — Audiolibro quarantasei min. ca. — ISBN — 978-88-32179-19-4 — € 0,95

Link: su Kipple Officina Libraria in audiolibro: https://bit.ly/2R5H57A

Strani giorni: I Maestri dell’oblio


Segnalazione per Ettore Fobo, tradotto in francese in uno dei suoi libri; vi lascio alle sue note e mi complimento ancora una volta con lui per i risultati che puntualmente raggiunge.

È uscita una nuova traduzione in francese di “Musiche per l’oblio”. Il titolo italiano è cambiato in “I Maestri dell’oblio”, “Les Maîtres de l’oubli”. La traduzione è curata dalla poetessa francese Noëlle Arnoult. La prefazione e la curatela rimangono dello scrittore romeno Daniel Dragomirescu. Il libro è bilingue, italiano – francese.

I Maestri dell’oblio sono personaggi che compaiono in una poesia di Mark Strand. Così Damiano Abeni traduce l’originale inglese The Great Forgetters. Pubblicherò nei prossimi giorni la poesia eponima che apre il libro. Il costo di ogni singola copia è dieci euro più spese di spedizione. Chi fosse interessato può contattarmi all’indirizzo mail stranigiorniettorefobo@gmail.com. Grazie dell’ascolto.

Strani giorni: Ho visto cose


Sul blog di Ettore Fobo un lungo post, un avvolgente flusso di coscienza relativo a ciò che in queste settimane animerà il presente infinito della civiltà capitalistica: gli eventi consumistici da associare alle incombenti festività. Nel far ciò, l’autore esprime perplessità condite di considerazioni connettiviste sulla natura distopica del reale. Estrapolo un brano:

Le parole sono importanti. L’attuale, non il presente. Ebbene, per come va il mondo contemporaneo il presente può essere letto solo dalla lente del futuro e coloro che vivono nell’attuale non hanno ancora metabolizzato Copernico, rimangono tolemaici gli è sfuggito questo aspetto di apparentemente minima, in realtà enorme, mutazione antropologica. Dei mondi infiniti di Giordano Bruno non sanno che farsene .

Per questo scegliendo il futuro come campo d’azione i connettivisti finiscono per intercettare il presente, laddove ai poeti tocca invece addirittura l’immediato. Vale a dire: se io dico una metafora questa fondendo due termini diversi per analogia finisce per sintetizzare l’universo come una formula di fisica. Esempio: “quell’uomo è un leone” opera una sintesi estrema che rende inutili mille discorsi per descrivere quell’uomo. Leone è sufficiente, è intuitivo. Cos’è un poeta connettivista? È un poeta che mette in connessione il sapere scientifico con quello letterario, quello religioso quello biologico. Quello esoterico con quello informatico etc..

Connessione è la parola del nostro tempo. In ogni campo dalla psicologia all’informatica, dalla etologia alla meccanica quantistica. Tutto è relazione, interazione, rapporto.

Nel pensiero avviene la germinazione occulta della nuova realtà che si sta preparando per la Specie umana, questo idolo obsoleto in via di… estinzione? guerre, tumulto distruzione dell’ambiente naturale?) oppure di un ‘imprevedibile, per quanto insolita., guarigione? Ricordiamo Nietzsche: ”La malattia chiamata uomo”.

Ahimè con l’umano tutto volge al peggio, noi esseri umani creeremo solo distopie, mondi da incubo. È lo sfondo antiumano del mio pensiero, foraggiato da opportune letture sull’asse LeopardiCioranCaraco. Per questo la spirale eternoritornante ha evocato un altro spazio tempo. Ci sono le avvisaglie di un futuro promettente ma riguarderà l’umano solo in parte.

Impadronendosi del concetto di connessione i connettivisti hanno dimostrato di vivere nel cuore del presente, mentre altri annaspano dietro alle beghe da cortile dello spettacolo politico televisivo, quello che Nietzsche chiamava ”il mercato”, linguaggio televisivo che comunque internet ha esautorato. Ma già si profila un Google quantistico. Che ne sarà della nostra visione del mondo? Di noi stessi? Delle nostre primitive e fossili considerazioni sulla natura del Tempo. La cosa in sé si alzerà e parlerà per noi il linguaggio dei delfini? “Meccanica quantistica per poeti “ è il titolo di un libro che oggi comprerò.

Strani giorni: Verso l’ignoto (Dioniso contro Edipo)


Sul blog di Ettore Fobo è comparso il post sottostante. Mi sento di concordare con i risultati dell’analisi, quando dice:

“L’uomo è qualcosa che deve essere superato”. Questa frase di Nietzsche non ha ancora rivelato tutta la sua potenza di rivelazione. Ne intuisco oscuramente la modernità sconcertante, modernità che si accrescerà nei prossimi decenni, in cui la fisica quantistica, la biologia molecolare, la genetica, l’informatica… cambieranno radicalmente il nostro modo di intendere il Tempo, di conoscere e di vivere, cambieranno radicalmente financo quella cosa sempre meno solida e sempre più fluttuante che chiamiamo Realtà. Il Postumano, in una parola, con tutti i suoi sottintesi quantistici e impensabili.

Il futuro è un raschio postumano, in odor di inumano.

Strani giorni: Una poesia di Eugenio Montale


Sul blog di Ettore Fobo, una poesia di Eugenio Montale. Ho riportato i versi perché mi è apparsa netta la piccolezza dell’umano, pur proiettato in una dimensione elegiaca da creazione. La poesia come misura della nostra limitatezza, ed è evidente che urga un senso di superamento di questi limiti, e di queste bellissime poesie.

Forse un mattino andando in un’aria di vetro
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come su uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me ne andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

***

Da “Ossi di seppia” – Eugenio Montale – edizione per il Corriere della sera – giugno 2019

Strani giorni: 25 aprile


Dal blog di Ettore Fobo un rimando a Umberto Eco. Assolutamente condivisibile:

«L’Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse “Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane!”. Ahimè, la vita non è così facile. L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo. […] Libertà e liberazione sono un compito che non finisce mai. Che sia questo il nostro motto: “Non dimenticate.”»

Ec(c)o, non lo dimenticate, non fatevi impapocchiare da ciò che sembra progresso e invece è soltanto fascismo dalla pelle luccicante (vedi Liberismo).

AERIA VIRTUS

"L'unico uccello che osa beccare un'aquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'aquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

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E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

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Colui che non riesce a trovare spazio per gli altri manca di comprensione, e a chi manca di comprensione tutti risultano estranei.- Zhuāngzǐ

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