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Apre su FaceBook la pagina SandroBattistiAutore


È stata aperta su FB da poco (e qui un ringraziamento enorme va a Ksenja Laginja, autrice grafica ormai di molte mie copertine e di altre pubblicazioni) la mia pagina autoriale, ovvero SandroBattistiAutore. C’è ancora molto da fare, molto da riempire, ma la volontà che avevo da un po’ di mettermi nettamente più in evidenza, rispetto a un periodo misantropo in cui ho soltanto cercato di concentrare la mia visibilità in Rete su queste pagine, ha fatto sì che venisse realizzato quest’ennesimo progetto. A latere, è anche da considerare come un’altra e nuova casa del Connettivismo, di cui non sono certo l’unica voce ma che è sempre importante nelle mie visioni; ed è quindi con immenso piacere che v’invito a far visita a questa personale dacia con vista sull’abisso siderale di Nulla senziente, in cui si concentra la mia passione da scrittore e dove, anche da lì, l’inumano muove i suoi passi incarnati.

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Ciao, BiTubo…


Pochi giorni fa è venuto a mancare Giacomo Giannelli, nei circoli delle feste cyber, dance alternative e dell’extreme dancefloor noto come B-Tubes. Giacomo organizzava quelle serate tramite l’organizzazione La Nuit De Sade, io stesso l’ho conosciuto all’alba di una mia vita precedente, quando nel 2004 presi parte a una di quelle serate coorganizzando il primo rave del collettivo KaosKulture, altra realtà che ritorna periodicamente, mai morta, di cui presto potreste aver notizie collaterali.

Tornando a Giacomo, voglio esprimere il mio dispiacere, la sorpresa nell’apprendere la notizia, un piccolo ricordo piacevole di quando, qualche anno fa, mi è capitato di rivederlo a Roma a una serata concerto (forse suonavano i Covenant?). Mi associo quindi agli XP8 nel ricordarlo, con un bellissimo e sentito necrologio apparso sulla loro pagina FB, da cui incollo qualche riga allegando, anche, un loro brano in cui il nostro amato Giacomo recita un potente mantra buddhista.

Ciao, BiTubo

This weekend we lost a very good friend, Giacomo.

Giacomo was one of a kind: a visionary who spent the last 20 years promoting alternative arts and music, at first with his clothing brand Passion des Epines, and then by creating, directing, and evolving La Nuit de Sade – eXtreme dancefloor for alternative élite – the longest-standing alternative club night in Italy.

He was one of the first promoters to believe in XP8, especially in Italy where supporting local acts was (and still is) something unheard of. Even when we did not have a following, he gave us a stage and helped us grow.

Giacomo was kind, fair, always honourable. He would never let a band or a DJ go without pay, even if the night did not turn a profit – those into this business will know how rare this is.

More than that, he would always strive to make his events unique for everyone involved, and kept at it till the very end, driven by a passion and a clarity of vision and intent seldom seen.

Giacomo was a brother: we spent so many endless weekends from Florence to Rome to Bologna and Milan and back in our 20s and a big part of our 30s, and as we finally “grew up” and life became slower, we always found a way to keep in touch and reminisce “the good old days”.

As both Marko and me moved to the UK, we did not get to see each other much often, and we always kept trying to find a way to meet again, maybe not so much for the kind of extreme hedonistic weekends of the past but for a good dinner somewhere in the hills of Florence – because Giacomo was always a fantastic connoisseur of great food, and a great chef to boost. Unfortunately, life has a way of deciding things, and that never happened.

Interviste Svelte – Ksenja Laginja


Interviste Svelte pubblica su Facebook una bella intervista a Ksenja Laginja. Vi lascio a uno stralcio della chiacchierata, interessante e sull’onda di una sensibilità particolare.

1. Tre parole per descriverti: aggettivi o no, motiva brevemente la tua scelta.

Energetica: ho molta energia che diffondo in tutto quello che faccio, cosa che pratico anche nelle relazioni con gli altri.
Sognatrice: sono spesso alla ricerca di qualcosa, che sia un’idea, una suggestione o una parola.
Notturna: le migliori idee mi arrivano nella tranquillità della sera o della notte, quando c’è più silenzio e mi allontano dalla vita frenetica di tutti i giorni.

2. Ksenja ci parli del tuo rapporto con la luce e con le ombre? Quanto il tuo lavoro ha a che fare con l’esplorazione dell’inconscio e delle sue zone oscure? Osservando i tuoi lavori poetici e artistici emerge l’idea di un lume nato nel buio, piuttosto che di un’illuminazione che il buio voglia nascondere.

Cara Valeria, direi che tutto il mio lavoro ha a che fare con l’esplorazione, soprattutto dell’inconscio e della sua trasposizione, tradizionalmente su carta o con tecniche digitali. Da sempre prediligo un’indagine di tipo psicologico, dell’oscurità e di tutte le sue sfumature, cosa che applico giornalmente a ogni aspetto della vita. Il buio alla fine non nasconde nulla, ne cambia solo la percezione, questa per me è la differenza. Il lume è una speranza che si accende sulle difficoltà del vissuto personale, prezioso strumento d’indagine.

3. Ci regali una tua poesia?

Questa tua richiesta è un bellissimo privilegio che accolgo con piacere.

È strano come la pioggia
li faccia sparire tutti.
Un colpo per alzarli
un altro per farli cadere.
Qui abitiamo la terra
senza conoscerne il nome
esonerati dall’assenza
ma è lì che dovremmo scavare
piantare semi nella notte
per colmare i vuoti col buio.

L’informatica del dominio e la profilazione dell’immaginario – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione di Gioacchino Toni a L’informatica del dominio e la profilazione dell’immaginario, saggio del collettivo Ippolita. Un estratto:

Parlare di Open Source Economy è ben altra cosa, nonostante le apparenze, rispetto a parlare delle libertà su cui si è fondato il movimento Free Software, sottolinea il gruppo Ippolita. Premesso ciò, nel volume si passa a spiegare  come, nonostante le promesse  di “verità oggettive” e di poter gestire l’intero universo delle conoscenze presenti in internet, dietro a Google si celino in realtà sofisticate strategie di marketing e di propaganda al fine di produrre e propinare pubblicità personalizzate in base alla profilazione degli utenti. In altre parole «lo sfruttamento ad ogni livello dell’economia relazionale messa in moto nei confronti degli utenti» (p. 173).

Proponendo agli utenti il materiale che essi stessi hanno fornito alla rete, Google è davvero una macchina che si costruisce sfruttando l’utilizzo che ne fanno gli utenti. «I dati degli utenti sono diventati un enorme patrimonio economico, sociale e umano. Soprattutto sono rilevanti i metadati, ciò che descrive i dati e ne consente l’interrelazione. Ciò che sta attorno ai contenuti, ovvero le relazioni dei contenuti con altri contenuti, il luogo in cui sono stati generati, il tipo di dispositivo e così via» (p. 174).

Dietro alla narrazione esaltante la molteplicità dell’offerta volta alla personalizzazione dei servizi non è difficile individuare l’intenzione di «diffondere una forma di consumismo adatta all’economia internazionale: la personalizzazione di massa delle pubblicità e dei prodotti. Il capitalismo dell’abbondanza di Google procede a un’accurata schedatura dell’immaginario dei produttori-consumatori (prosumer), a tutti i livelli. Infatti gli utenti forniscono gratuitamente i propri dati personali, ma anche suggerimenti e impressioni d’uso dei servizi; gli sviluppatori collaborano all’affermazione degli strumenti “aperti” messi a disposizione per diffondere gli standard di Google, che rimangono sotto il vigile controllo di Mountain View; i dipendenti di Googleplex e degli altri datacenter si riconoscono pienamente nella filosofia aziendale dell’eccellenza. La profilazione dell’immaginario non è che l’ultima tappa del processo di colonizzazione capitalistica delle Reti che abbiamo chiamato onanismo tecnologico. La mentalità del profilo si ammanta di dichiarazioni a favore della “libera espressione degli individui”, salvo poi sfruttare quelle “espressioni” per vendere luccicanti e inutili prodotti personalizzati» (pp. 174-175).

Certo, ricorda il collettivo Ippolita, i social network hanno avuto un ruolo importante anche in alcune sollevazioni nordafricane, arabe, asiatiche e in fenomeni come Occupy Wall Street ma, nonostante le mitizzazioni che individuavano nei social network incredibili potenzialità democratiche capaci di produrre e sedimentare confronti orizzontali, occorre constatare che, oltre all’indubbio ruolo avuto nel chiamare a raccolta nelle piazze, le piattaforme sociali commerciali, in tutti questi casi, non sembrano aver sedimentato dibattito e attivismo duraturi.

Se insomma il mondo di Google – e dintorni – appare come un’abile macchina di profitto basata su abilità comunicative e tecnologiche (spesso derivate dalle ricerche open source), per invasività nulla è forse paragonabile a Facebook, tanto da meritare da parte di Ippolita l’appellativo di «fuoriclasse del controllo sociale». A tutto ciò il gruppo Ippolita non risponde invocando azioni di boicottaggio nei confronti di Google o dei vari social network presenti sulla rete, ma proponendo percorsi di autoformazione per un uso critico delle fonti e delle tecnologie imperanti in internet; la consapevolezza come prerequisito utile a sottrarsi dal dominio tecnocratico.

D Editore – Promozione fulminante per festeggiare i 5.000 like su FaceBook


D Editore fa una promozione eccezionale: su tutto il catalogo, fino al 30 giugno, sconto del 25% per festeggiare i 5.000 like su FacciaLibro. Approfittatene, Datacrazia è soltanto l’ultimo di una serie di titoli estremamente interessanti, che vanno dall’Architettura al Transumanesimo, fino a indagare appunto gli strali dell’attuale controllo sociale. Quelli della D Editore sono tipi molto, molto in gamba. E fighi…

Amazon Prime prepara The Feed, i social network del futuro | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione che The feed, romanzo di Nick Clark Windo, verrà presto trasposto in TV su AmazonPrime. Ma cos’ha di particolare The feed?

Nel classico futuro non molto lontano, Lawrence Hatfield è il geniale inventore del Feed del titolo, una tecnologia che viene inserita direttamente nel cervello delle persone e consente l’accesso immediato e in diretta alla vita, le emozioni e gli eventi di chiunque nel mondo, come un social media e un letterale reality show. Tutti possono sentire, vivere e provare ciò che stanno facendo le persone che conoscono o non conoscono, in teoria un ottimo sistema per creare una utopica unione di tutti i popoli.

Al comando della società come CEO c’è sua moglie Meredith, la quale gestisce con pugno di ferro una struttura complessa e sofisticata. Il mondo è connesso al Feed, ma Tom il loro figlio nonché soggetto originale dell’esperimento, e sua moglie Kate sono restii a usare quella tecnologia pur avendo accettato di farsela impiantare come tutti gli altri. Poi accade un evento catastrofico mondiale e il Feed crolla. Il mondo come lo conoscevamo è diventato un lontano ricordo e la gente lotta per trovare del cibo e sopravvivere e soprattutto, mancando la connessione da cui ormai dipendevano, non si fidano più di nessuno. In tutto questo, la figlia Bea di sei anni sparisce: chi l’ha presa? come trovi qualcuno in un mondo in cui la tecnologia non esiste più? E soprattutto come puoi fidarti di qualcuno se non sai se sia davvero chi dice di essere?

Una nota di Emmanuele Pilia


Questo è un intervento del caro amico Emmanuele Pilia, a capo di D Editore e apprezzato transumanista, transarchitetto, e soprattutto una persona speciale. Io quoto in pieno tutto quello che ha scritto, siamo in un periodo storico dove non ci si può più celare dietro nulla, ogni oggetto è connesso a una miriadi di altri, un’enorme ragnatela cognitiva ci circonda; ciò non sarebbe male, se non fosse che a tessere i fili di questa tela c’è un’oligarchia iperliberista di entità disincarnate il cui unico scopo è il profitto, il proliferare di numeri iperbolici, fuori dal nostro mondo, a costituire così un paradigma di matematica surreale dalle forme indefinibili, occulte, inumane.

“Ma io non ho nulla da nascondere”. Questa è una replica che ricevo spesso parlando con gli amici al riguardo di Datacrazia. Be’, il fatto è che non è proprio così, sia per “te”, sia per chi ti circonda.
Ognuno di noi ha la possibilità di celare le proprie informazioni, offrendo false credenziali (un nickname e un lavoro inventato, per esempio); ma il punto è che gli algoritmi comunque ci conoscono: sanno come ci muoviamo, ascoltano le nostre telefonate, leggono le nostre chat e mail. Avete mai fatto caso che le pubblicità sono spesso coerenti col vostro lavoro? A me arrivano spesso pubblicità, nella barra alta di Gmail, riguardanti tipografi, materiali per l’edilizia, articoli legati alla tecnologia. Certo, a me non interessa se un algoritmo legga le parole chiave delle mie mail per poi dirmi che la Schuco ha messo in commercio dei nuovi profilati metallici che superano le prestazioni delle vecchie finestre. Ma il punto, di cui non ci rendiamo conto, è che siamo continuamente sorvegliati: la nostra posizione è costantemente monitorata dal GPS e dalle famose “celle”, le nostre conversazioni sono monitorate (non so se viene tenuta traccia di ciò che diciamo, ma chi chiamiamo e quando, quello sì) e anche i nostri dati sanitari sono oggetto di attenzione (l’Italia ha venduto tutti i nostri dati medici ad alcune aziende private).
Nel privato, questo vuole significare che niente di ciò che diciamo, pensiamo o progettiamo è al sicuro. Sì, anche quello che progettiamo, perché l’aspetto più inquietante è che attraverso la somma di una mole di dati apparentemente insignificanti (se presi singolarmente), si può tracciare un profilo incredibilmente accurato di ogni essere umano. Bastano pochissime informazioni incrociate tra di loro, per capire chi sei. Con un centinaio di “like” o simili (ripeto: su questioni insignificanti, come “quale guerriera Sailor sei?” o “Quale Jedi ami di più?”, persino su questo post) un algoritmo sofisticatissimo creerà un profilo talmente accurato da poter effettivamente prevedere alcune delle tue reazioni. E qui arrivano i problemi nel pubblico, perché la somma di questi profili ha sostanzialmente generato la campagna elettorale di Trump, della Brexit, del Front National e forse anche di Salvini (sì, anche l’Italia è nel giro delle consulenze di Cambridge Analytica).
Ieri, uno degli uomini più potenti della terra ha dovuto rispondere al Senato della nazione (ancora) più potente della Terra e ha dovuto chinare il capo e chiedere scusa, quasi in lacrime: è una cosa enorme.
Uscire da Facebook non è una soluzione, perché non è solo Facebook a usare i nostri dati come fosse il petrolio del nuovo millennio, e soprattutto perché esso fa parte del lavoro di troppi di noi. Ma qualcosa la possiamo fare: aiutiamo chi non ha i mezzi, o chi non ha le conoscenze, ad approcciare in modo il più consapevole possibile questi strumenti. Ne va della tenuta della stessa democrazia.

E della nostra salute psichica, aggiungerei io, infine… Buona connessione a tutti.

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