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Archivio per Fascismo

Lankenauta | Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo


Su Lankenauta la recensione a Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo, di Francesco Filippi. Pesco a pienissime mani dall’articolo, e dico da subito che certe cose andrebbero studiate non solo a scuola, ma soprattutto diffuse in ogni modo; dubito però che sia interesse farlo…

Francesco Filippi parta proprio dal web, da quella mitologia tutta internettiana che, soprattutto negli ultimi anni, sfrutta le potenzialità della Rete per rafforzare leggende positive ma senza fondamento nate attorno alla figura di Mussolini e alle sue fantomatiche gesta. Il meccanismo, come spiega Filippi nella premessa, è sempre lo stesso: “Ripetere una bugia cento, mille, un milione di volte, e diventerà una verità“, parole di Joseph Goebbels, ministro della propaganda del Terzo Reich.

In effetti su Internet questa dinamica sembra replicarsi senza particolari limiti e con una rapidità che Goebbels non avrebbe mai nemmeno osato sognare. Le bufale corrono veloci, rimbalzano da un social all’altro, da una piattaforma all’altra e smontarle appare uno sforzo del tutto vano perché altre bufale sono pronte a sovrapporsi a quelle precedenti e si procede in un vortice in grado di inghiottire ogni possibile smentita. Tra le innumerevoli falsità divulgate in Rete, quelle più dannose e pericolose sono quelle legate alla storia: “se le fake news sul presente fanno presa sulle opinioni che giustamente cambiano a seconda degli stimoli, le fake news sui fatti storici avvelenano l’immenso campo di esperienze, valori ed emozioni su cui costruire l’immagine del passato“. Il problema reale della divulgazione online di falsità storiche è rappresentato dal fatto che chi legge viene rassicurato a livello profondo, il lettore, spesso ignaro di quale sia la verità storica, si lascia convincere e accetta fiduciosamente quanto legge.

Filippi non fa che raccogliere alcuni tra i più diffusi luoghi comuni sul fascismo, quelli che attraverso il web attecchiscono in maniera preoccupante soprattutto tra chi non ha una grande formazione scolastica o storica, e li smantella abilmente attraverso analisi e dati precisi. Tra le false notizie che tanto piacciono agli ammiratori del Duce c’è, ad esempio, la leggenda secondo cui avrebbe pensato lui per primo ad assegnare una pensione agli italiani. In realtà il primo sistema previdenziale e pensionistico italiano è stato adottato nel 1895 dal governo Crispi. La prima cosa che fece Mussolini una volta arrivato al potere fu di abolire il Ministero del Lavoro e della Previdenza per accentrare le sue funzioni in mano ai fedelissimi e controllare direttamente ogni forma di aiuto sociale: “… il fascismo non inventò la previdenza sociale in Italia: se ne impossessò, semplicemente“. Inoltre Mussolini non si è mai inventato la tredicesima né la cassa integrazione, giusto per smentire un altro paio di fake news tanto care ai nostalgici.

L’altra storica menzogna che sulle piattaforme online trova grande slancio è quella legata alle fantasmagoriche operazioni di bonifica. “Ancor oggi, mentre tutte le altre presunte conquiste sono messe in discussione, quello della bonifica delle paludi è un capitolo della narrativa della bontà ed efficienza del regime“. Un mito che Filippi, dati alla mano, smantella pezzo dopo pezzo. In realtà la favola della bonifica servì al Duce per mere questioni di propaganda. I progetti annunciati furono faraonici, i tempi di attuazione non furono affatto brevi e le opere richiesero investimenti massicci. Confrontando le promesse fatte dal Duce con i risultati realmente ottenuti ci si rende conto che le operazioni di bonifica furono un totale fallimento sia dal punto di vista economico che dal punto di vista fattuale. “La bonifica se non poteva essere fatta, andava ben raccontata” e infatti venne raccontata così bene che ancora adesso in tanti credono a questa fandonia.

Le balle che circolano sul Duce sono davvero tante. In questo libro ne vengono esaminate parecchie e tutte, indistintamente, vengono smembrate e ricondotte a ciò che spesso sono: strumento di propaganda o banalissime favolette messe in giro per rafforzare il patetico principio che “quando c’era lui tutto funzionava meglio”. Mussolini non ha dato una casa a tutti gli italiani, Mussolini non è mai stato un fautore della legalità, Mussolini non fu mai un femminista: durante il suo regime la donna era considerata importante solo perché “fattrice” ossia capace di mettere al mondo figli da donare alla Patria. Mussolini non capiva niente di economia e non è mai stato un soldato modello: a diciannove anni preferì fuggire in Svizzera piuttosto che adempiere agli obblighi di leva. Insomma, i luoghi comuni su cosa abbia fatto Mussolini durante la sua dittatura, perché non va mai dimenticato che il suo fu un regime totalitario, sono numerosi, spesso del tutto infondati e in certi casi inventati di sana pianta. Se tante e tali bugie riescono ancora a trovare terreno fertile nelle coscienze degli italiani si deve soprattutto al fatto che in Italia non c’è mai stata un’autentica e onesta opera di defascistizzazione per cui ci sono persone (anche politici, purtroppo) che, ancora oggi, accarezzano l’idea che si possa tornare indietro nel tempo.

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L’anticomunismo è sempre una bestialità reazionaria – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un articolo di Giorgio Cremaschi che analizza la folle equiparazione, scaturita pochi giorni fa al Parlamento Europeo, tra Nazismo e Comunismo. La chiosa:

In sintesi europeisti e sovranisti hanno votato la stessa mozione anticomunista comune perché hanno la stessa comune ideologia liberista e guerrafondaia, più liberale nei primi, più sanfedista e reazionaria nei secondi. Europeisti e sovranisti in realtà hanno la stessa idea di società e non a caso oggi governano assieme la UE.

Il voto anticomunista comune di PD, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia e la pavida astensione del M5S, dimostrano che il nostro sistema politico è sostanzialmente composto da un grande centro destra anticomunista, diviso in vari partiti, ma con valori e ideologia comuni. È grazie a questa ideologia reazionaria che Salvini può mettere sullo stesso piano fascisti ed antifascisti, comunisti e fascisti, e affermare che sono tutte distinzioni superate dalla storia. Storia che però il Parlamento UE ha sentito il bisogno di riscrivere.

Si equiparano comunismo e nazismo per negare il ruolo del comunismo nella sconfitta del fascismo e soprattutto per negare il risultato politico e sociale di questa sconfitta: lo stato sociale. Nel 2013 l’ufficio studi della Banca J. P. Morgan scrisse un documento che protestava perché in Europa le riforme liberiste non avanzavano come dovuto, attribuendo la causa di questi freni alle Costituzioni antifasciste, fortemente influenzate dai comunisti e avverse al mercato. Il voto del Parlamento UE risponde a questo lamento della finanza ed è una negazione dei, e un attacco diretto ai, principi fondanti della nostra Costituzione. Ciò che il fiscal compact ha fatto in economia, il voto anticomunista della UE vuol fare in politica: mettere fuorilegge ciò che ostacola il dominio del libero mercato.

Il voto del parlamento UE è la sanzione ideologica di trent’anni di restaurazione e reazione europee, che sono giunte alla fine a far rinascere il fascismo. Quando l’Europa riscoprirà le radici antifasciste della sua storia migliore, ed il legame indissolubile di queste radici col socialismo e con il comunismo, allora capirà che l’anticomunismo è sempre una bestialità reazionaria e lo getterà nel posto che gli spetta nella pattumiera della storia.

Roger Waters: “Per fortuna Salvini se n’è andato, almeno per il momento”


Ieri è stato il giorno di Roger Waters alla 76° edizione della Mostra di Venezia, dove ha portato fuori concorso il documentario di Sean Evens girato durante il suo ultimo Us+Them tour; ieri era anche il suo 76esimo compleanno – auguri, Roger – ed è stata l’occasione di parlare un po’ di sé e della situazione politica, che tanto sta a cuore all’artista inglese. Ovviamente, non poteva mancare il suicidio politico di FelpaPig, del Capitone, che si è tagliato da solo il ramo su cui era seduto salvo chiedere subito, ma troppo tardi, elemosine politiche. Ecco il giudizio di Waters sull’accaduto e su altre considerazioni – da OndaMusicale:

“Devo confessare che non so molto bene quello che sta succedendo in Italia a livello politico, ma so che Salvini, per il momento, se n’è andato. Beh, meno male.”

“Anche se mi sto accorgendo di una recrudescenza fascista in tutta Europa, basti vedere in Inghilterra Boris Johnson, ma anche Polonia e Ungheria. Il potere mai come oggi controlla le nostre vite, c’è un disegno per distruggere questo nostro splendido e fragile pianeta: dobbiamo metterci insieme e resistere perché altrimenti non avremo nulla da lasciare alle prossime generazioni”.

Poi, altre cose sparse, assai significative.

Sull’emergenza dei migranti Roger Waters afferma: “È gente povera che ha fame e scappa da zone di guerra e pericolo, flottano verso un posto dove poter vivere un po’ meglio con le loro famiglie. Noi europei abbiamo un dovere nei loro confronti, per quel che ne sappiamo l’homo sapiens ha meno di 200000 anni, siamo tutti africani. Da lì veniamo e ci ritroviamo divisi da queste tecniche nazionalistiche. Capisco che in Italia è facile creare paura dell’altro dicendo che in centinaia di migliaia ci invaderanno, ruberanno il lavoro e le nostre donne, ma noi dovremmo poter andare al di là di questo non c’è futuro per questa mentalità. Sono persone che hanno perso il controllo della propria vita per colpa dei signori della guerra come è successo in Siria. Per questo vengono, non certo per rubare la nostra pizza”.

Altre segnalazioni su PinkFloydItalia e qui un estratto dalla conferenza stampa veneziana (da Repubblica). Qui sotto un significativo video dell’arrivo di Waters.

Guerrevisioni. Cyber war: prossimamente su/da questi schermi – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un lungo articolo che parte dal saggio di Aldo Giannuli e Alessandro Curioni, Cyber war, ed esamina la situazione dei vari sovranismi, la loro assurda situazione anacronistica in un’epoca in cui il Capitale, l’unico padrone del sistema mondiale, circola senza limiti lì dove le condizioni sono per lui più favorevoli. Con buona pace dei nazionalisti che, ovviamente, strumentalizzano a loro piacimento i falsi segnali del Mercato, per poterne trarre vantaggio personale.

Anche rispetto al concetto di popolo, sostiene l’autore, le cose si sono fatte oggi decisamente più complesse. «La libertà di movimento dei capitali ha determinato la mobilità dei grandi capitali “senza bandiera” […] che vanno alla ricerca dell’“offerta fiscale più conveniente”. In queste condizioni il popolo diventa qualcosa di molto diverso dal passato, perché cede parte dei suoi lavoratori più qualificati e dei contribuenti più importanti, per acquisire masse di “nuovi metechi” che non hanno diritti politici e, ovviamente, questo determina un rapporto fra Stato e popolo ben diverso dal passato» (p. 14). Inoltre, «la globalizzazione ha minato la sovranità nazionale soprattutto nell’ambito fiscale e finanziario, ma ha prodotto nuove spinte che rafforzano la tendenza a costruire sistemi nazionali di interessi contrapposti agli altri sistemi nazionali e, nello stesso tempo, ha moltiplicato le ragioni del conflitto culturale producendo impennate identitarie assai nette» (p. 16).

Come vedremo successivamente a proposito degli scenari di cyber war, lo stesso concetto di potenza, che storicamente ha sempre avuto a che fare con la forza militare, dopo la Seconda guerra mondiale si è decisamente articolato. «Ne è derivato un sistema complesso con gerarchie di potere differenziate e instabili: gli Usa hanno sicuramente le maggiori forze armate del mondo, controllano la moneta di riferimento mondiale, sono ai massimi livelli tecnologici mondiali e controllano la parte maggiore del sistema satellitare, quindi le comunicazioni mondiali, ma il loro progetto di impero monopolare è fallito per il suo enorme debito aggregato, per le guerriglie mediorientali, per la pressione esercitata dalle crescenti spese militari degli altri. Così può accadere che scatenino una guerra commerciale, ma debbano poi fare i conti con il peso della Cina nella produzione di terre rare (oltre l’85% di quella mondiale), senza le quali crollerebbe la loro industria elettronica. Oppure può capitare che un paese abbastanza piccolo, poco popolato e militarmente non molto significativo, come il Qatar, eserciti un’influenza assai rilevante negli equilibri mediorientali e nell’andamento finanziario mondiale, grazie alla sua produzione di petrolio e gas» (p. 17).

Lo stesso processo di globalizzazione è stato osteggiato da più fronti. Lo studioso individua nell’insorgenza del radicalismo islamico il primo e più violento sintomo di rivolta contro la globalizzazione sviluppatosi lungo tre direttrici principali: le rivolte nei paesi occupati dagli Usa, la guerra civile interna al mondo islamico, che si è incrociata con le “primavere arabe” e il terrorismo stragista in Europa. Quasi contemporaneamente si è avuta una stagione, per quanto breve, di “populismo di sinistra” sudamericano dichiaratamente antistatunitense e di movimenti antiglobalizzazione europei e nordamericani. Infine, soprattutto in seguito alla crisi finanziaria del 2008, si sono sviluppati massicci movimenti populisti europei capaci di conquistare importanti rappresentanze nei parlamenti nazionali. «A differenza dell’ondata latino americana dei primi del secolo, questa seconda ha avuto caratteri prevalentemente di destra e si è poi estesa con questo segno anche a Brasile e India. Per certi versi anche l’elezione di Trump negli Usa va in senso analogo. È da notare come questi movimenti, pur con un marcato indirizzo nazionalista e populista, non sono certo antisistema, trattandosi di formazioni per nulla ostili all’ordinamento neoliberista. […] D’altro canto, questo è il prezzo della delegittimazione degli stati nazionali e della sottrazione della loro sovranità fiscale (e, per quel che riguarda l’Ue, anche monetaria)» (pp. 21-22).

Lankenauta | Chi è fascista


Su Lankenauta una recensione a Chi è fascista, saggio storico e sociale di Emilio Gentile che prova a fare un po’ di luce sul pericolo di un ritorno al fascismo che molti, in Italia come nel resto del mondo, paventano possibile. In realtà, il fascismo non se ne è mai andato, anali su cui sono perfettamente d’accordo.

Il cosiddetto “fascistometro” pare sia stato concepito dalla scrittrice Michela Murgia, certamente con spirito provocatorio e con la speranza di apparire sarcastica, pure con l’intenzione di rivelare delle inequivocabili verità troppo a lungo negate: il fascismo vive ancora tra noi, in noi, e soltanto un rinnovato impegno antifascista potrà debellarlo. Nemmeno fosse un virus o una forma di ipercolesterolemia. In realtà chiunque abbia un minimo di memoria e di conoscenza storica sa bene che del pericolo fascista si è sempre parlato, fin dal momento del crollo del regime mussoliniano; additando come fascisti via via i democristiani, i socialisti, i comunisti eretici, i liberali, i reazionari, i conservatori, nonché i veri e propri nostalgici. Se poi vogliamo mettere nel mazzo pure i “fascisti rossi”, praticamente tutti i partiti e tutti i militanti di partito prima o poi hanno ricevuto il loro insulto di “fascista” (anche nelle versioni di “fascista oggettivo” e “fascista camuffato”). In un periodo in cui, complici i social che tutto amplificano e tutto semplificano, l’allarme per il “pericolo fascista” è tornato più che mai in auge, il libro di Emilio Gentile potrà forse chiarire che se i sistemi democratici sono sempre a rischio, sempre più precari nonché condizionati da una crescente voglia di autoritarismo, la causa di tutto questo non necessariamente si chiama “fascismo”.

In un’immaginaria intervista il nostro storico ha infatti inteso raccontare cosa sia stato realmente il fascismo italiano e perché, a suo avviso, non ha senso parlare di un ritorno del neofascismo, pur in presenza di gruppi e gruppuscoli che si richiamano all’esperienza mussoliniana. Non fosse altro che sarebbe una sorta di “eterno ritorno” tale da negare l’effettiva vittoria dell’antifascismo nella seconda guerra mondiale. Secondo Gentile questo allarme quindi è privo di senso storico, produce disinformazione, un’indiscriminata “inflazione semantica”, e una sorta di “astoriologia, ovvero una mescolanza di “fatti, invenzioni, miti, superstizioni, profezie, paure e illusioni”, un modo di adattare il passato storico ai desideri, alle speranze e alle paure attuali. In ogni caso una visione distorta della realtà che impedisce di comprendere un presente che pure è funestato da personaggi politici inverecondi e pericolosi.

Ministry – N.W.O


Il momento del dissenso violento – against Business.

L’Italia nera – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a un interessante saggio di Claudio Vercelli (Neofascismi) sulle motivazioni (motivazioni?) insite nella nuova Destra estrema italiana, a partire dal Dopoguerra. Interessante, da leggere per poter meglio condannare, rigettare con ratio nelle fogne chi la pensa in quel modo. Un estratto:

Claudio Vercelli, docente di storia dell’ebraismo all’Università cattolica di Milano e collaboratore dell’Istituto Salvemini di Torino, ha recentemente svolto un approfondito lavoro di ricerca sulla storia del neofascismo italiano, poi confluito in questo interessante volume. In poco meno di 200 pagine, organizzate in 6 capitoli che si snodano secondo un criterio cronologico, Vercelli affronta una materia molto complessa ed un arco temporale che copre settant’anni di storia italiana, nella convinzione che leggere e studiare le vicende della destra estrema italiana, oltre che a far comprendere quella particolare area politica, le sue idee, i suoi progetti ed il suo operato nel corso degli anni, possa contribuire anche ad approfondire in controluce momenti importanti della storia repubblicana. L’autore sceglie di limitare il più possibile il ricorso alle note e alle citazioni, in tal modo rendendo molto scorrevole ed agile la lettura del libro ed inserisce, distribuendolo in modo omogeneo nel corpo del testo, una sorta di glossario dei termini e dei concetti chiave necessari per la comprensione del fenomeno del neofascismo italiano.

La tesi che Vercelli espone fin da subito nell’Introduzione è che la storia della destra radicale e neofascista italiana sia il “reciproco inverso” della storia della Repubblica, cioè della democrazia nata dalla Resistenza e dall’antifascismo. Paradossalmente il neofascismo italiano, dopo la sconfitta del 1945, trova la sua ragion d’essere nel proprio opposto, ovverosia nella natura parlamentare, democratica, pluralista e antifascista delle nuove istituzioni repubblicane, che prendono in mano la guida di quel paese che era stato la culla del fascismo. Pertanto, riflette Vercelli, nonostante le diverse forme assunte dal neofascismo italiano, dal 1945 – quando prevalgono ancora nostalgia per il passato prossimo e rancore contro i nemici – fino a oggi – quando le formazioni dell’estrema destra più seguite, come Casa Pound, parlano di “fascismo del terzo millennio” – la «radice comune è la posizione antisistemica, ossia l’intenzione di mutare […] il “sistema” istituzionale, politico e finanche culturale della democrazia contemporanea. Negandone la radice egualitaria, che il neofascismo denuncia come una perversione dell’ordine naturale delle cose» (p. 9).

Nonostante la sconfitta nella guerra ed il crollo subiti tra il 1943 e il 1945, il fascismo ha continuato a essere un soggetto politico presente nel nostro paese per tre ragioni fondamentali: in primo luogo, un’esperienza politica e poi un regime così duraturi come quelli mussoliniani non potevano scomparire improvvisamente, poiché troppo profondo era stato il loro radicamento nel paese. In secondo luogo, dopo il ’45 ciò che rimaneva del fascismo attira le attenzioni di quelle componenti conservatrici della società italiana che fasciste non sono, ma che coi reduci del fascismo intendono formare un “blocco d’ordine” capace di arginare i cambiamenti in atto nel paese. Infine, la contrapposizione tra i due blocchi della guerra fredda e la volontà, interna ed esterna al paese, di evitare lo spostamento italiano su posizioni apertamente filocomuniste, produce l’effetto della mancata epurazione e – come insegna Pavone – della netta prevalenza della “continuità” politico-istituzionale dello Stato rispetto al “cambiamento” auspicato dalle forze resistenziali partigiane. A questo si aggiunga che, come cent’anni fa, ancora oggi il neofascismo pretende di essere riconosciuto come forza politica rivoluzionaria: una rivoluzione che assume la forma della “reazione”, o meglio, si potrebbe dire, quella del “ritorno”, del “recupero” di un passato puro (in realtà mitico ed astorico) e di un presunto stato “naturale” sconvolto dalla corruzione della modernità, che avrebbe prodotto la democrazia, l’egualitarismo, il cosmopolitismo, considerati disvalori e perversioni della società. Al materialismo, al pragmatismo utilitaristico, all’economicismo, alla quantità equivalente della democrazia devono contrapporsi la qualità elitaria dell’aristocraticismo, lo spiritualismo, l’eroismo disinteressato del guerriero, la tradizione, il radicamento. Insomma una politica fatta più di evocazione suggestiva del mito e di estetica del gesto e dello stile esistenziale che di analisi razionale della realtà materiale, storica e sociale.

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