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FAHRENHEIT Covid/19 – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine l’analisi distopica – ma quanto distopica? – di Alessandra Daniele, su queste settimane da reclusi in cui sta accadendo un po’ di tutto: e quanto di quello che accade non si vede?

Oltre 10 mila morti accertati. Più d’un terzo delle vittime globali.
Il tragico record italiano della polmonite virale Covid-19 non è una catastrofe naturale, è una strage, che ha dei colpevoli: in primis coloro che hanno avuto responsabilità di governo, sia a livello nazionale che locale, e che in questi decenni hanno tagliato fondi alla Sanità pubblica, chiudendo ospedali, negando attrezzature e presidi indispensabili, eliminando posti letto e posti di lavoro in nome d’una spending review che dà più valore al pareggio di bilancio che al bilancio delle vittime.  
E oggi, i padroni che tengono aperti stabilimenti, fabbriche e cantieri anche in tutto il Nord, lasciando che continuino a diffondere il contagio proprio nell’epicentro del bio-sisma.
Chi gliene chiederà conto, e quando?
Per citare Maurizio Landini, quand’è che la paura della gente diventerà rabbia? E in quale direzione?
Qualche segnale già c’è, come un paio di tentati assalti ai supermercati alimentari, ma sono tutti al Sud, dove il numero di vittime e la conseguente paura del contagio sono ancora molto minori. Nelle zone maggiormente colpite per adesso la pandemia sta ottenendo perlopiù l’effetto contrario.
Dopo l’inevitabile estinzione spontanea delle manifestazioni di piazza, si moltiplicano le ansiose richieste di controllo sociale, sia con mezzi tradizionali come polizia ed esercito, che tecnologici come droni guardiani e app di tracciamento e localizzazione.
Il tricolore sventola sui balconi, i vicini denunciano chi esce di casa senza autorizzazione, lo sciopero è considerato diserzione.
Nessuno strumento repressivo convenzionale sarebbe mai potuto essere così efficace. Covid-19 è il ministro dell’Interno che il sistema stava aspettando.
Un ministro invulnerabile alla satira e alla magistratura.
Un ministro contro il quale non si può manifestare in piazza senza fargli letteralmente un favore.
Un ministro dell’Interno che può vietare qualsiasi assembramento, chiudere scuole e università, sospendere le elezioni sine die, e abolire il diritto di sciopero nei settori “essenziali”, nell’obbedienza della nazione terrorizzata.
La stretta securitaria dei domiciliari di massa, e il lavoro forzato nelle fabbriche-lager stanno funzionando di fatto come due articolazioni interconnesse dello stesso meccanismo a tenaglia, che sbriciola definitivamente la massa in uno sciame di individui isolati, smarriti, autorizzati a uscire di casa soltanto per andare a lavoro o a fare la spesa, se possono.
È l’ultimo stadio del capitalismo totalitario, il tetro capolinea al quale ci ha condotto.
Come droni telecomandati.
Covid-19 è il suo ministro dell’Interno, e dall’interno, e non se lo lascerà scappare facilmente.
È ancora in atto la prima ondata della pandemia, e già si parla di possibile seconda ondata autunnale in stile Spagnola 1918, quando il virus prima assaggiò gli umani uccidendo i più debilitati, per poi tornare con una mutazione più potente a sterminare anche milioni di giovani.
Nei prossimi mesi estivi la tensione potrà allentarsi, come e quanto lo pretenderà l’Economia.
L’emergenza dei Coronavirus – plurale – però non sarà mai davvero finita. L’allarme non rientrerà mai del tutto.
Nelle intenzioni dell’establishment non saranno mai più da considerarsi davvero sicuri nessun assembramento, nessuna manifestazione, nessuno sciopero non autorizzati. Questo è l’unico sistema che gli è rimasto per cercare di evitare le prevedibili rivolte sociali conseguenti alla recessione mondiale, che era già cominciata prima dello scoppio della pandemia, e far pagare il conto della crisi ancora una volta ai lavoratori.
Ci sarà sempre questo, o un altro Coronavirus dormiente in agguato. L’establishment terrà questa spada di Damocle appesa sulle nostre teste per tutto il tempo che potrà.
La democrazia è morta, uccisa da una brutta polmonite. D’altronde era già molto debilitata.

Si diventa un po’ fascisti – Wittgenstein


Di questi tempi, bisogna avere anche di queste paure: grazie a Luca Sofri per aver sottolineato che quando si richiede l’uomo forte, quando lo si invoca, questo arriva, e se lo si invoca in tempi critici non è che poi quell’uomo forte, tornata la normalità – che non tornerà mai più – prende e se ne va…

Non è niente di nuovo la considerazione storica e sociologica per cui la paura è il principale incentivo alla richiesta di maniere forti, di regimi autoritari, di limitazioni delle libertà individuali in favore di regolamentazioni e interventi più severi da parte di autorità di vario genere. E anzi, i fautori di questo tipo di regimi e approcci hanno capovolto spesso il rapporto di causa ed effetto, cercando di diffondere con la forza o con le parole una crescente misura di paura proprio per spingere la richiesta, appunto, di regimi autoritari.

In queste settimane – dopo che da diverse parti in mezzo mondo si lavorava per costruire paure artificiose da anni, con successo – è arrivata da dove meno la si aspettava una paura vera, concreta, fondata, enorme. Che da una parte fa poco al caso di chi si augura maniere forti perché – a differenza delle paure che suggeriscono i manuali di propaganda – non si accompagna a un nemico contro cui eccitare e indirizzare la rabbia. Non è escluso che da destra – sono capaci di tutto – presto comincino a sostenere che “la sinistra è amica del coronavirus”, ma è una retorica che fa un po’ fatica: per quanto stupidi tu ritenga i tuoi elettori, aizzarli a odiare una palletta microscopica coi pispoli intorno non è facile nemmeno per i più spericolati fomentatori d’odio.

D’altra parte, però, questa paura naturale, reale, motivata, sta generando già quote di naturale, reale, motivato fascismo in tutti: intolleranza estrema e richieste di repressione verso chi esce di casa (con punte di giustizia fai da te e fanatismo tra il ridicolo e l’inquietante), indulgenza verso misure di censura persino sui libri, che in altri tempi sarebbero state assai discusse per le loro implicazioni, un sentimento diffuso di dover ognuno di noi difendere una necessità superiore, sentimento che ci legittima e ci mette tutti in una divisa, gran voglia di chiamare la polizia, denunciare qualcuno, o intervenire noi stessi. Rallegramenti per le punizioni esemplari. Il titolo a tutta pagina del Corriere di oggi. Persino, nel nostro piccolo, spazientimenti da parte dei moderatori dei commenti sul Post nei confronti di espressioni di stupidità su cui di solito siamo più tolleranti. “Se non la capite con le buone bisogna essere un pochettino più aggressivi”, ha detto oggi Fontana. E ognuno di voi avrà esempi intorno a sé, e dentro di sé. Stiamo diventando – un pezzetto alla volta, piano piano – più intolleranti, più desiderosi di intransigenza, più inclini alla disciplina imposta con le cattive, e senza andare per il sottile.
Senza pensarci troppo.

È normale, certo. È motivato, spesso. È bene?
Voi fateci caso.

Vuoti di memoria – Carmilla on line


In questi tempi di costrizioni, di coprifuoco che di fatto ci relega nelle nostre case, dove fuori ogni cosa può accadere, un articolo di CarmillaOnLine che recensisce Debre Libanos 1937. Il più grave crimine di guerra dell’Italia, di Paolo Borruso, ci rinfresca la memoria e c’invita a leggere maggiormente la Storia, ora che ne abbiamo tempo, per rimarcare le malefatte del regime fascista di ottant’anni fa, tanto per ricordare come sono andate effettivamente le cose. Un estratto:

Il più grave e cruento eccidio di cristiani africani è stato compiuto da soldati italiani e si è trattato di un insieme coordinato di azioni di “polizia coloniale” finalizzate alla repressione e alla vendetta. È accaduto poco più di ottant’anni fa, a seguito di una guerra di conquista imperialistica, che ha conosciuto il più ampio dispiegamento di uomini, armi, mezzi e risorse di tutta la storia del colonialismo europeo in Africa, eccezion fatta per il conflitto anglo-boero. Una guerra che ha visto i soldati italiani fare ricorso ad armi messe al bando una decina di anni prima da accordi internazionali sottoscritti dall’Italia stessa, che si è assunta la responsabilità di attaccare un paese sovrano e compartecipe di quella Società delle Nazioni che avrebbe dovuto impedire l’aggressione tra stati membri. È successo in un momento estremamente critico per le relazioni internazionali nella prima metà del XX secolo, quando l’Europa stava rapidamente avviandosi sulla strada del secondo conflitto mondiale, così da favorire un sostanziale disinteresse delle cancellerie europee per le sorti del paese aggredito. Una violenta guerra di aggressione che ha contribuito in maniera determinante all’avvicinamento e all’alleanza tra due dittature e due regimi – quello fascista e quello nazionalsocialista – che, seppur ideologicamente strettamente apparentati, avevano espresso, fino a poco prima, finalità diverse e talvolta divergenti.

Una strage così brutale da poter essere considerata paradigmatica della violenza scatenata da una guerra condotta da un regime totalitario e con finalità totalitarie, tra le quali, ad esempio, quella di introdurre una legislazione di discriminazione e segregazione razziali in un paese prima ingiustificatamente aggredito, poi sconfitto, con il sistematico ricorso anche ad armi chimiche ed infine sottomesso, attraverso una spietata politica di repressione di ogni forma di dissenso e di resistenza. Un crimine di guerra che ha avuto il suo culmine nel massacro di un’intera comunità religiosa, cristiana, perpetrato da militi cattolici dell’esercito di un paese governato da un regime confessionale, che meno di una decina di anni prima aveva sottoscritto un concordato col Vaticano che aveva inteso “consacrare” il connubio, solido e duraturo, tra fascio e altare.

Insomma, questo crimine così grave e violento è avvenuto in Etiopia, nell’Africa Orientale dell’Italia fascista, tra il febbraio e il maggio del 1937, come vendetta per l’attentato subito dal viceré Rodolfo Graziani ad opera di alcuni resistenti anti italiani ed ha portato alla morte, come effetto di una serie di azioni tutte coordinate e sovraintese dalle più alte autorità del regime e del governo coloniale, di poco meno di diecimila persone, duemila delle quali erano monaci, teologi, professori, studenti, pellegrini della città conventuale di Debre Libanos, ossia il centro più importante della chiesa cristiana ortodossa etiope (o copta).

Di una pagina di storia tanto tetra quanto densa come questa, la memoria collettiva di un paese dovrebbe conservare ed alimentare il ricordo, ma la realtà dei fatti è di tutt’altro segno: dell’eccidio di Debre Libanos, delle sue premesse, dell’insieme delle circostanze e degli eventi, delle sue conseguenze gli italiani conoscono poco o nulla. E questo si deve, più ancora che agli sforzi del regime fascista di occultare quei fatti nel 1937 e negli anni successivi, a quella gigantesca operazione di rimozione della memoria storica avvenuta nel secondo dopoguerra e che ha condotto all’oblio delle pagine più oscure del fascismo italiano, delle sue guerre, dei suoi crimini e alla sostituzione di essi, nel profondo della coscienza collettiva, con il mito autoassolutorio degli “italiani brava gente”, di cui si è scritto in altre occasioni [qui e qui] e su cui qui si ritorna a riflettere.

A più di ottant’anni di distanza, la strage di Debre Libanos rimane ancora qualcosa di sostanzialmente sconosciuto all’opinione pubblica di quel paese che ne fu responsabile, quell’opinione pubblica che invece – forse anche a causa di questi abissali vuoti di memoria – non si è indignata tanto quanto avrebbe dovuto quando, nel 2012, ad Affile, sua città natale, per iniziative delle autorità cittadine, è stato eretto un mausoleo in onore del principale responsabile di queste brutalità: Rodolfo Graziani.

Fuoriusciti


Rischiari i percorsi notturni con luci siderali di pura distrazione, così da non percepire le vibrazioni fetide di chi è appena uscito dalle fogne.

Lo stomaco ferrato


Il cingolato muove rapido verso il centro della piazza, prendendo il senso gravitazionale degli eventi nel pieno del suo stomaco ferrato.

Il battito profondo dell’epoca – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine riflessioni molto profonde sullo stato del fascismo nel mondo, sulla sua trasformazione, su cosa lo anima ora, in questo scorcio di Storia così profondamente diverso da quello di cento anni fa, eppure animato dagli stessi bisogni capitalistici. Un estratto:

Trump non è Mussolini, né Hitler, non è un fascista classico con la divisa che saluta marzialmente le truppe armate del suo partito, eppure è un fascista; un protofascista, o un fascista Pop, se vogliamo. Le forme e i contesti sono cambiati radicalmente dagli ultimi anni Venti, ma alcuni elementi cardine permangono nella loro invariabile sostanza.

Anzitutto siamo davanti alla contestazione della contestazione, ovvero la messa in forma di quel bisogno securitario che innerva la vita della classe media in decadimento e che, incapace di vedere il suo carnefice nel capitalismo, che stesso l’ha generata, si rivolge rabbiosamente verso chi quel capitalismo lo ha attaccato, ad esempio con l’imponente ondata di proteste del biennio 2010-2011: i contestatori dell’ordine, al pari delle minoranze, dei devianti, sono la minaccia da cui difendersi, i nemici della Nazione, esattamente come lo sono le banche e i politici corrotti. È una visione paradossale e contraddittoria questa della middle class al collasso, preda di una crisi della presenza che solo un grande taumaturgo è in grado di curare. Ed è qui che emerge, dal fondo delle narrazioni democratiche, l’uomo forte, il salvatore, il riparatore dei torti.

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The spy


Puoi solo immaginare la reale portata dei sistemi che ti spiano. Puoi solo immaginare cosa essi sappiano di te. Puoi solo pensare che non ci saranno strascichi per le tue idee, ma non è importante; non più ormai.

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