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Archivio per Femminismo

Scorci di vita bizantina – NovoScriptorum


Due bellissimi post in lingua inglese che raccontano il mondo bizantino visto in specifici argomenti: giochi sportivi e l’influenza femminile nel potere imperiale.

From the fourth century A.D. until the fall of Constantinople in 1453, the people of the Byzantine or Eastern Roman Empire participated in a wide range of sports and physical recreations. Most of these activities were inherited from Greek and Roman civilizations, or were introduced through contacts with Asia Minor and Crusading Europe. Some sport forms disappeared after a few centuries, while others remained a part of the sporting culture during most of the lifetime of this civilization. However, in spite of the longevity of the Byzantine Empire, and the importance attached to sport by its inhabitants, little has been written about that period in sport history references. Much of the information that is available gives the impression that sport in Byzantium consisted of nothing more that Roman activities transplanted to the shore of the Bosporus, while other sources simply refer to Byzantium in sections devoted to the final period of Greek athletics. This paper attempts to alter that situation by presenting a fuller description and interpretation of this topic, for close study reveals a period of sport history that was uniquely Byzantine— one that warrants more attention than it is usually given.

The Byzantine noble women were burning with anxieties and were passionately pursuing to participate in political chess, to excel in letters and to spread the culture of Byzantium.
The life of a great woman of Byzantium, princess Anna Komnena the Porphyrogenita, is indicative of this passion for power and education. Her touching death encapsulates a life full of tension and intense contradictions: Anna was a revolutionary female for her time. To achieve her goals she did not use female “weapons” (charm, cunning), but purely male “means” (power, boldness, perseverance). She may have been the first feminist in human chronicles.

Confusion


Movimenti irreali di un corteo di streghe, confondere la missione con il misticismo non è quello che ti aspetteresti da loro.

T H E : N e X T : S T A T I O N – Totalitarismi, ruoli di genere e maternità: uno sguardo alla narrativa distopica delle donne


Su NeXT-Station è appena uscito un articolo di Linda De Santi che intercetta le linee semantiche tracciate a partire dalle distopie di Margaret Atwood. Un estratto:

Da qualche tempo il panorama narrativo contemporaneo si è arricchito di distopie scritte da donne, soprattutto in seguito al successo della trasposizione televisiva di Il racconto dell’ancella. La narrativa fantascientifica e l’attenzione del pubblico si rivolgono oggi con crescente interesse ai temi dei diritti delle donne.
In realtà la narrativa distopica femminile non è un fenomeno recente: le donne scrivono distopie da decenni e già autrici come Ursula K. Le Guin, Octavia Butler, Angela Carter hanno affrontato i temi su cui oggi si sta concentrando l’attenzione di scrittrici e lettori. Tra questi troviamo i ruoli di genere e i loro vincoli, ma anche, più in generale, i temi della parità e dell’uguaglianza, e il timore che il percorso dell’umanità verso il loro pieno raggiungimento possa essere arrestato o addirittura invertito (“L’idea che la storia progredirà sempre è una fantasia”, ha detto Margaret Atwood in una recente intervista).
Su questo primo corpo di letteratura si basano anche le opere distopiche femministe più recenti, in cui, come da tradizione del genere, la lente della fantascienza viene usata per far risaltare alcune preoccupazioni che pervadono la contemporaneità. (Per approfondimenti sul genere distopico, si veda anche l’articolo di Salvatore Proietti Distopia, Andata e Ritorno.)

Sessismo e… omofobia | Free Animals, Loved & Respected


Segnalo e incollo questo bellissimo post di Roberto Contestabile. Ne condivido ogni parte, e voi?

Sono un uomo.

Quando avevo 15 anni e mi trovai la ragazza, mio padre mi comprò dei preservativi.
Durante l’adolescenza nessuno mi ha mai criticato quando uscivo con diverse ragazze. Attualmente continua così.
Nessuno mi giudica quando voglio farmi una ragazza e prendo l’iniziativa.
Nessuno mi vigila i vestiti, dicendo che devo fare attenzione a come mi vesto. Nessuno mi ripete che devo fare attenzione perché “le donne pensano solo al sesso”.
Nessuno pensa che le mie ex stessero con me solo per scopare.
Non sono mai stato giudicato perché avevo dei preservativi nello zaino o nel portafoglio e non li ho mai nascosti ai miei genitori.
Non mi hanno mai detto che per sposarmi devo essere vergine, essendo un uomo.
Non mi hanno mai ripetuto che “L’uomo deve valorizzarsi” o “Fatti rispetto”. Il mio sesso ottiene il rispetto da sè.
Quando esco per strada nessuno mi chiama “gnoccone”.
Nessuna sconosciuta mi dice “sexy” in tono aggressivo.
Io posso camminare per strada mangiando un gelato tranquillamente, perché so che non sentirò niente come “Lascia stare il gelato e vieni qui a ciucciarmi”.
Io posso perfino camminare per strada mangiando una banana.
Non ho mai dovuto attraversare una strada per sviare un gruppo di donne al bar, che mi diranno qualcosa al mio passare, lasciandomi pieno di vergogna.
Io non sono mai stato seguito da una donna in macchina mentre tornavo a casa a piedi.
Io posso prendere la metro piena di gente tutti i giorni con la certezza che nessuna donna si sfregerà su di me con pervertite intenzioni.
Non ho mai sentito dire che qualcuno del mio sesso sia stato stuprato da un gruppo di donne.
Posso prendere l’autobus da solo di notte, non ho paura di essere stuprato in qualsiasi momento. Questo rischio non esiste nella testa delle persone del mio sesso.
Quando esco di notte, posso indossare quello che voglio. Se soffrirò qualche tipo di violenza, nessuno mi incolperà dicendo che ero ubriaco o a causa dei miei vestiti.
Se, un giorno, io fossi stuprato, nessuno andrà dicendo che la colpa è mia, che ero in un posto inadeguato, che ero vestito indecentemente. Nessuno giustificherebbe l’atto dello stupratore. Io sarei trattato come VITTIMA.
Quando ho una relazione sessuale con una donna subito, al primo appuntamento, sono praticamente applaudito.
Nessuno mi chiama “troione”, “facile”, “gigolò” per avere del sesso occasionale ogni tanto.
99% dei siti pornografici sono fatti per piacere a me e agli uomini in generale.
Nessuno resta scioccato quando dico che guardo porno.
Nessuno mi giudicherà mai perché dico che mi piace scopare.
Nessuno mi giudicherà mai se mi vede leggere libri erotici.
Nessuno resterebbe scandalizzato se dicessi che mi masturbo.
Quando ho lo stesso incarico di una donna nell’ambito lavorativo, non prenderò mai meno soldi di lei.
Se fossi promosso ad un livello più alto, nessuno sparlerebbe dicendo che probabilmente sono andato a letto con il mio capo. Le persone riconoscerebbero il mio merito.
Se dovessi viaggiare per lavoro e dovessi lasciare i figli con la madre qualche giorno, nessuno mi darebbe dell’irresponsabile.
Nessuno trova anormale se a 30 anni io non ho ancora avuto dei figli.
La società non vede la mia verginità come un trofeo.
Se io esco con dei determinati vestiti nessuno mi dice “Se le va a cercare”.
Se io fossi in discoteca e una donna mi facesse del sesso orale, non sarei io ad essere sparlato. Nessuno mi chiamerebbe “puttanone” e neanche direbbero “E poi ha anche il coraggio di scrivere frasi d’amore su Facebook”.
Se in qualche modo si diffonde un video dove sto avendo una relazione sessuale con una donna in pubblico, nessuno mi criticherà o insulterà. Non sarei uno schifoso puttaniere, uno stronzo, un disgraziato. Sarei solo un uomo. Compiendo il mio copione da macho.
Nessuno dice che è mancanza d’igiene se non mi depilo.
Nessuno mi giudica se sono un padre single.
Non mi proibirebbero mai di occupare un incarico alto nella Chiesa Cattolica perché sono uomo.
Non sono mai stato obbligato a fare le pulizie di casa perché sono un uomo.
Non mi hanno mai costretto ad imparare a cucinare, essendo un uomo.
Nessuno dice che il mio posto è in cucina perché sono un uomo.
Nessuno dice non posso dire le parolacce, essendo un uomo.
Nessuno dice che non posso bere, essendo uomo.
Nessuno guarda male il mio piatto se ho messo tanto cibo.
Quando dico “No” nessuno pensa che me la stia tirando. No è no.
Non ho bisogno di controllarmi i vestiti per evitare che una donna cada in tentazione.
Le persone del mio sesso non vengono stuprate ogni 12 secondi in Brasile.

Ecco perché è importante non svalorizzare il dolore che non conosciamo.

La donna surrealista | L’indiscreto


Un lungo trattato sul ruolo femminile al tempo del Surrealismo. Su L’indiscreto.

Negli anni ’20 le donne iniziano a lottare per i propri diritti. Breton e il circolo dei surrealisti si trovano in una posizione scomoda perché se per la carica rivoluzionaria che caratterizza il movimento vogliono sostenere l’affermazione sociale della donna, di fatto il cuore della poetica surrealista affonda le radici nella rappresentazione bipolare del femminile di matrice romantico-simbolista.

La donna, protagonista della poetica bretoniana, è più «un’immagine di bellezza tremolante all’ombra di sogni e immaginazione» che un eroina sociale o politica. Delle donne, spiega ancora Chadwick «si esaltava la bellezza, l’immaginazione fertile e sovversiva, la capacità di indurre nei loro uomini un amore “folle”»; soprattutto la follia e l’infantilismo, vengono sempre considerati aspetti fondanti l’identità femminile descritta dai surrealisti.

Ragionamenti progressivi


Un pubblico di fameliche escoriazioni quantiche si risolleva alla mia attenzione e determina una platea di esagitate fuori da ogni ragionamento progressivo.

La pericolosità di una società folle che produce individui dissociati – Free Animals, Loved & Respected


Dal blog di Roberto Contestabile, questa sequenza di pensieri che trovo assolutamente condivisibile. Rifletteteci pure voi, chissà non troviate una nuova dimensione:

Mi ha colpito molto una sua affermazione riguardo la sofferenza degli animali con cui noi attivisti siamo costantemente a contatto (anche solo con il pensiero; più spesso per la capacità che abbiamo acquisito di vedere la realtà oltre le lenti del carnismo e dello specismo e quindi nelle sue varie e molteplici manifestazioni di dominio e violenza sugli altri animali) e che si traduce in sofferenza anche nostra personale. L’empatia è infatti quel processo che ci permette di immedesimarci nel dolore altrui facendoci immedesimare nella condizione e stato fisico e psicologico dell’altro, dopo averlo riconosciuto come individuo a prescindere dalla specie o etnia di appartenenza. Questo attributo, l’empatia, è fondamentale per relazionarsi in maniera sana con gli altri, altrimenti si rimane chiusi nel proprio mondo egotico in cui si continua a credere che tutto ciò che ci circonda esista per soddisfare i nostri capricci (mondo del bambino nella prima fase della sua vita, infatti). 
Purtroppo nella società del dominio e sopraffazione dell’altro per interessi economici ci fa comodo negare agli altri (che siano animali non umani o umani appartenenti a diverse etnie) la nostra stessa capacità di sentire il dolore o di esperire la realtà in maniera altrettanto ricca e complessa: passaggio che apre la strada a ogni tipo di barbarie e che legittima abusi, sfruttamento e uccisioni di massa. 
Vivere senza empatia è fondamentalmente pericoloso perché impedisce proprio di riconoscere l’altro come individuo e conduce a una desensibilizzazione progressiva che può partire sì dalla negazione degli altri animali in quanto individui in grado di soffrire, ma può arrivare anche a legittimare la violenza sui nostri stessi simili umani.
Non è possibile permettere di prendere a calci, sgozzare e fare a pezzi individui senzienti oppure torturarli per la ricerca medica – seppure in ambienti specifici – e pensare che la violenza di queste pratiche non abbia poi delle ripercussioni sul tessuto sociale stesso e sugli individui che ne fanno parte. 
Un macellaio che per anni e per tutto il giorno è costretto a stare in mezzo al sangue che scorre e a maneggiare coltelli e quant’altro, non può che essere progressivamente desensibilizzato o comunque subirà un processo di rimozione e adattamento della psiche per poter continuare a svolgere il suo lavoro, convincendosi che chi ha tra le mani non sia un individuo capace di sentire, che quelle urla non siano davvero urla, ma solo stridii meccanici (come sosteneva il buon Cartesio) e che, tutto sommato, non ci sia nulla di male nel suo lavoro, essendo oltretutto legalizzato. 
La stessa tesi della violenza dilagante di colui che la percepisce come normale all’interno di un dato contesto è sostenuta nel romanzo della scrittrice argentina Ana Paula Maia, dal titolo Di Uomini e Bestie. Qui il protagonista, che è un macellaio, almeno è consapevole di uccidere individui senzienti e non cerca un’autoassoluzione sociale. Purtuttavia, non esita a uccidere, con la stessa metodica precisione e velocità, un suo collega di lavoro. In fondo, perché mai chi taglia una gola per mille volte al giorno non dovrebbe far suo quel gesto di estrema violenza e non dovrebbe essere pronto a ripeterlo, quasi automaticamente, all’occorrenza?
Non è una questione di preferire gli animali non umani agli umani, ma di risvegliare in noi quell’attributo importantissimo che è l’empatia e che ci permette di non voltarci dall’altra parte di fronte a ogni tipo di abuso e violenza sul vivente, a prescindere se abbia due zampe o due ali o delle pinne.
E, come ha detto il Professor Corsini, non siamo noi a essere patosensibili, è il resto della società a essere folle. 
Come altrimenti chiamare la pratica di condannare alla schiavitù e morte prematura miliardi di individui – dopo una non-vita infernale – quando non è necessario? Follia. Una follia da cui, per fortuna, si può guarire. 
Come? Beh, intando smettendo di considerare il problema della violenza sugli altri animali come un qualcosa che riguardi solo noi attivisti, ma riconoscerlo come un enorme problema di ingiustizia sociale.”
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