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Archivio per Field Recording

The Quiet Club – The Telepathic Lockdown Tapes | Neural


[Letto su Neural]

La confezione si presenta con una cassetta di due tracce di venti minuti per lato, contenuta in una elegante e stilizzata scatola pieghevole di carta assieme a un set di quattro intriganti illustrazioni fotografiche. Le stesse quattro tracce, più altre quattro tracce bonus, assieme a un libretto di grafica in pdf, sono disponibili in download tramite un codice contenuto in una scheda allegata. The Telepathic Lockdown Tapes è il risultato dell’incontro di Mick O’Shea e Danny McCarthy, duo irlandese formatosi nel 2006 e che utilizza per questo progetto improvvisativo e di sound art il moniker The Quiet Club. È un’ampia gamma di dispositivi per la creazione del suono quella che ci sorprende all’ascolto, che vanno da pietre, strumenti fatti in casa, elettronica, trame amplificate, theremin e field recording. L’effetto complessivo è invero piuttosto straniante, seducente, scuro ma non neghittoso, seppure una certa inquietudine serpeggi in tutti i centosessanta minuti presentati. Le registrazioni sono state effettuate dal duo durante il lockdown, in giorni e orari prestabiliti nei quali insieme – ognuno dal proprio studio – partecipava alle sessioni. Il tutto è stato poi mixato senza aggiunta alcuna o editing. Quello che sorprende di un siffatto setting è al contrario proprio l’interazione tra i due artisti, che diventa ancora più avvincente, documentando di fatto un periodo di tempo specifico che non è stato dei migliori per l’arte in generale e la condivisione d’esperienze spettacolari e produttive. A questo s’aggiunge inoltre che il duo non abbia l’abitudine di discutere in anticipo né una linea comune, né quelli che saranno i dettagli dei rispettivi interventi, regola abbastanza singolare anche in ambito improvvisativo e che predispone ad un vasto bagaglio di strumentazione e di materiali pre-registrati, focalizzando quindi sia i punti di convergenza della propria azione che quelli di differenza. Naturalmente a monte d’un simile approccio vi è una grande familiarità, una musicalità tesa ma gentile, in forte relazione comunicativa. Dice Mick O’Shea, “abbiamo avuto dei silenzi molto belli, interessanti, intensi” così come ci sono state delle sovrapposizioni altrettanto significative, “pensavo molto all’altra persona che suonava in un certo modo, ma non c’era alcuna possibilità di dirlo finché non abbiamo ascoltato entrambi i pezzi”. Insomma, “non c’erano le solite soluzioni o reazioni di fronte un’altra persona che suonava”, dice ancora O’Shea, sottolineando l’insolito setting del processo. Anche il racconto di McCarthy a riguardo delle stesse registrazioni è più o meno simile: consapevole di ciò che l’altro componente del combo potesse suonare e dei punti in cui sonorità e trame probabilmente entravano in conflitto o si completavano a vicenda. Il potenziale per la creatività risiede evidentemente in ogni situazione e questo The Quiet Club lo ha reso un fatto compiuto.

Novi_sad – ΚΕΡΑΥΝΟΣ | Neural


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Utilizzando l’insolita locuzione OpticoAcoustic Oracle il greco Thanasis Kaproulias, aka Novi_sad, sperimentatore sonoro di ardui paesaggi ambientali, a suo agio con field recording e strutture tonali, influenzate a loro volta da un fortissimo concettualismo, ha dato vita nell’antica città di Olimpia a un progetto audio-visual con suoni e luci laser. L’opera è stata presentata la sera dell’11 marzo 2020, la notte prima della cerimonia di accensione della fiamma olimpica per i Giochi di Tokyo. ΚΕΡΑΥΝΟΣ, questo il titolo sotto il quale sono raccolte le cinque composizioni presentate, si muove nel solco di un’acustica trattazione segnata dalle mutevoli relazioni tra suono, luce, architettura, natura e immagine, rifacendosi direttamente alla mitologia greca antica ed a uno dei suoi simboli imperituri, quello del tuono e della sua divinità suprema, Zeus. La celebrazione di uno degli eventi sportivi mondiali più significativi trova un’efficace sponda nelle intense luci laser colorate, portato delle conquiste tecnologiche, affiancate da costruzioni musicali decisamente lontane dal consueto mainstream – pop o classico – di simili manifestazioni. Ogni composizione si riferisce e ha come nome un preciso continente, ed è stata costruita elaborando suoni ambientali e catture auditive provenienti dalle zone geografiche oggetto dell’analisi (in Oceania nella foresta di Tarkine, in Asia ad Okinawa, in Europa nell’antica Olimpia e anche in Islanda, mentre in Africa i paesi coinvolti sono stati Uganda, Botswana e Namibia e infine in America, dove le registrazioni sono state effettuate nella foresta amazzonica e alle cascate del Niagara). È forse il mistero di un mondo che va scomparendo ad affascinare Novi_sad, che come un postmoderno artista simbolista evoca un mondo d’emblemi, di creature soprannaturali, di timori ancestrali e di forze inesplicabili. È “una completa resa dei sensi” e la forza dei paesaggi sonori evocati s’imprime ora con registrazioni tenui e ambientali oppure – in altri momenti – con rumori, pieni e melodie, modulati in attraversamenti di stato fugaci e stilizzati. Lo stesso titolo, ΚΕΡΑΥΝΟΣ, nel riferirsi esplicitamente al tuono è di fatto un riferimento alle luci laser che illuminano il cielo durante la performance, disegnando i contorni dei cinque anelli olimpi e dei continenti, figure di atleti e simboli matematici. La brulicante elettronica è più tesa in “Oceania”, mentre sia in “Asia” che in “Europe” fanno capolino flussi armonici, liquide sequenze e toni bassi e meditativi. In “Africa”, invece, Kaproulias opta per costruzioni più musicali, articolando le field recording in qualcosa di quasi orchestrale e ripetitivo. Si chiude magnificamente il tutto con “America”, composizione assai densa e dinamicamente cupa.

Ross – Yubartas | Neural


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Sono tre le composizioni che Ross – per Ediciones Éter, l’etichetta experimental colombiana di Miguel Isaza e Alejandro Henao – dedica a field recording sottomarine di megattere, una specie di balene perlopiù costiere particolarmente nota per il complesso canto degli esemplari maschili. Quale sia lo scopo di tale canto – che può durare dai 10 ai 20 minuti e che viene ripetuto per diverse ore – non è ancora chiaro ma la magia del suo flusso è incontestabile e per l’autore renderne testimonianza è volutamente l’auspicio di un migliore rapporto interspecie. Se in un ambiente naturale gli organismi viventi interagiscono tra loro a vari livelli, questa allora è una ben determinata forma di relazione, cercata dal musicista per riconnettersi ad energie primordiali intense e misteriche. La trama sonora delle catture auditive è tuttavia alquanto spettrale, fonda e inquietante: di quello che è udibile si possono a malapena distinguere sovrapposizioni e dilatazioni. L’effetto complessivo riflette una cifra stilistica che non è frutto di puro documentarismo ma al contrario è il risultato di un’applicazione formale, di matrice estetica e anche poetica. La prima traccia, “Eoceno”, incisione di più di nove minuti, esprime un riferimento esplicito all’epoca geologica nella quale si sono formate le grandi catene montuose attuali, prima del raffreddamento globale che diede origine alle moderne glaciazioni. Il nome proviene dal greco antico e sta ad indicare la nuova alba dei mammiferi moderni, apparsi appunto in quell’era storica. I suoni – per quanto l’augurio dello sperimentatore sia altamente propositivo – non sono affatto quietisti e si stagliano tra le altre emergenze auditive droni sommessi, emissioni gutturali, gorgoglii, sciacquettii, brontolii e risucchi, spesso di consistenza granulare ma di difficile decifrazione. In che modo esattamente lo spazio si costituisce e viene vissuto non è dato sapere, si può solo fantasticare su queste enormi balene, prendendo atto del fatto che “lo spazio acustico, così come lo conobbero gli uomini prima della scrittura è presumibilmente la modalità naturale della consapevolezza spaziale, dato che non fu il prodotto secondario di nessuna tecnologia” come ci ricorda bene Marshall McLuhan ne La legge dei media. Anche nelle altre due tracce, “Leviatán” e “Canción”, la questione dello spazio acustico è predominante. Come percepiamo questo spazio e come intensifica Ross l’esperienza d’ascolto attraverso la manipolazione dei suoni? Aleggia una certa incertezza e la risposta implica i concetti di dimensioni sensoriali e affettive, nonché di come le pratiche e i materiali specifici propri dell’ambiente sonoro investigato intervengano sul risultato, che s’impone comunque elegantemente per bellezza e misura.

Ulrich Troyer – NOK 2020 | Neural


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Le tracce Nok che vanno dall’uno alla sei furono originariamente pubblicate dalla Mego nel 2000 come mini-cd 3”, adesso sono state rimasterizzate dai nastri DAT originali e tagliate in vinile da Kassian Troyer a Dubplates & Mastering di Berlino. L’uscita, per la prima volta in vinile, include anche due nuovi remix, uno di Christian Fennesz e l’altro di Stefan Németh, oltre a linoleografie dello stesso Ulrich Troyer, sound artista che per questo progetto, venti anni fa, ottenne una honorary mention al Prix Ars Electronica di Linz nella categoria Digital Music. Le composizioni furono presentate dalla Mego come “una colonna sonora di un fumetto immaginario”, nel quale la combinazione di frequenze molto alte e molto basse fosse tutt’uno con i suoni organici in un flusso poliritmico. Fa certo piacere dopo così tanto tempo che ancora la realizzazione regga per contemporaneità e rigore, qualità delle tessiture e perfetto controllo di tutte le varie componenti audio. Christian Fennesz nella sua consueta eleganza stilistica offre un potente e nuovo remix incentrato su accordi di chitarra, un’interpretazione che è allo stesso tempo gioiosa e triste, molto melodica e disturbata solo in sottofondo, con evidente l’intento di far coesistere armonie e dissonanze in una stessa partitura. Stefan Németh (membro fondatore della band Radian) ​​crea invece come una sorta di ideale condensazione del mondo sonoro di Nok, utilizzando sovraincisioni aggiuntive, usando un Korg MS-20, sintetizzatore analogico monofonico che già era nelle dotazioni di studio di fine anni settanta. Non è finita, perché Troyer, include due nuove Nok, la sette e la otto, la prima il sintonia con il precedente lavoro ma più siderale e con un forte impatto ritmico, l’altra più sgusciante, notturna, inquietante e fonda. Ultimo – ma non meno importante – un remix di “Nok 1”, denominato Skeleton Mix, efficacissimo condensato dell’intera sperimentazione in chiave ancora più incalzante e coinvolgente. L’uscita 2020 si deve adesso alla 4Bit Productions, label dello stesso autore distribuita dalla londinese Kudos.

Black To Comm – Oocyte Oil & Stolen Androgens | Neural


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S’incomincia con un omaggio all’artista e attivista Gustav Metzger – uno dei padri fondatori della pittura cinetica e teorico della auto destructive art – e nella composizione il sovrapporsi di voci e campionamenti è subito affascinante, un lungo racconto sul male della guerra, senza punti di riferimento, un viaggio onirico dove fanno capolino una serie di suoni trovati ed altri reperti auditivi, in parte folk dell’Europa Orientale, “rubati” e modificati meticolosamente in nuove e seducenti configurazioni. Nella successiva “Stolen Androgens” i campionamenti di una voce maschile e di una femminile determinano in maniera preponderante la struttura del pezzo, che è molto ipnotico, ripetitivo e ammaliante, come una dolce nenia o quasi una ninna nanna. In “Oocyte Oil” si distinguono field recording che sembrano di liquidi versati dall’alto su una superficie orizzontale, a queste sono associati accordi melodici e i suoni di una voce gutturale, oltre a svariati piccoli inserimenti e trattamenti, sbuffi e intermezzi di svariati strumenti, tecnica che è un po’ il tratto distintivo di Marc Richter, noto ai più come Black To Comm, un artista che dà vita alle sue produzioni letteralmente incastrando una moltitudine di piccoli eventi sonori. “Gepackte Zeit (für Hanne Darboven)” è la composizione più corale dell’album, una partitura cameristica infarcita da droni e registrazioni, traccia un poco inquietante ma a suo modo elegiaca ed assai stilizzata. Si chiude con “Rataplan, Rataplan, Rataplan (Arms and Legs Flying in the Air)” che è più gioviale e dove di nuovo è in evidenza una voce femminile, incastonata questa volta tra i frammenti di un obliquo e sintetico jazz free form. Insomma, il miscuglio di ambient, musica da camera, folk, post-rock e musica ripetitiva è indistinguibile e i riferimenti s’incrociano fra loro spesso in maniera caotica e poco decifrabile. L’effetto è ricercato ad arte e non è affatto incontrollata la miscela d’elementi messi in gioco, sibillini e sempre sfuggenti per loro natura e capacità di astrazione da un contesto troppo precisamente definito.

Francisco López – untitled (2019) | Neural


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Sono composizioni tutte risalenti al 2019 quelle del nuovo album di Francisco López per esc.rec., dalle gestazioni molto differenti – registrate fra Den Haag, Milano, Riga, Praga, Mmabolela e Loosduinen – e che sono infine state selezionate assieme per risuonare in maniera decisamente affascinante e millimetrica, restituendo un continuum che si staglia anche parecchio coerente e coeso. L’attenzione ai dettagli è la solita alla quale lo sperimentatore madrileno ci ha oramai abituato e i suoni sono sempre controllatissimi, eleganti e raffinati, sussurrati e complici di una narrazione onirica. Molte sono le field recording naturali, non sappiamo quanto poi processate o manipolate in vari modi, altrettanti gli strani eventi auditivi, sibili come d’insetti, strascichi più cupi, un aeroplano, forse corsi d’acqua, temporali e piogge, imbastiti in un intricato sound design, con pulsazioni ripetute, ronzii bassi, compensati da elementi a volte più brillanti e acuti o in parte silenti. È difficile parlare delle opere di Francisco López senza farsi coinvolgere da non necessari lirismi a supporto di quanto ascoltato. Forse è la ragione per la quale lo sperimentatore non ama insistere in spiegazioni, note e allegati visivi (che in questa uscita però sono in parte presenti, due fotografie, copertina e retrocopertina, scattate dallo stesso autore sui luoghi immaginiamo di due catture auditive). Forse per lo stesso motivo in alcuni suoi live è suggerito ai partecipanti di bendare gli occhi con delle strisce di stoffa. Tutto è solo nella nostra immaginazione, lontani da suggestioni aggiuntive si acuiscono le percezioni personali, diapositive mentali di un mondo solo abbozzato dall’autore, che ha bisogno per completarsi delle disponibilità e sensibilità aggiuntive di chi ascolta. “Senza Titolo # 371” scaturisce da materiale sonoro ambientale originale registrato nel Borneo nel 2012. “Senza Titolo # 372” è la colonna sonora del film “Aerobiome” di Evelina Domnitch e Dmitry Gelfand, presentato all’Het Nieuwe Instituut di Rotterdam. “Senza Titolo # 373” è il risultato del materiale sonoro ambientale originale registrato nella Riserva di Mmabolela (Sud Africa). “Senza Titolo # 378” è sviluppato dall’evoluzione (senza nessun “remix”) di materie prime fornite dai chicagoani Disrotted. L’album è davvero molto bello, assolutamente fluido e appassionante.

Pedro Rebelo – Listen to me | Neural


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Cosa accomuna le nanotecnologie, i processi innovativi industriali di sicurezza alimentare e la musica di ricerca? Il fascino neanche poi tanto discreto di certi ambienti sonori basta da solo a ispirare un intero album di contemporanee sperimentazioni? Certamente sì, se il risultato formale è così qualitativamente denso da quasi celare anche la sua stessa essenza fatta di semplici e dirette catture auditive. È stata una residenza nel 2017 presso l’International Iberian Nanotechnology Laboratory, a Braga, in Portogallo, a dare il via a questo progetto di Pedro Rebelo, che ha accuratamente registrato i suoni che provenivano dai laboratori, dai macchinari e dall’intero ambiente oggetto dell’esplorazione. La quantità e la bontà delle suggestioni sonore di questi luoghi di lavoro è risultata sorprendente: dai segnali acustici delle apparecchiature, alle enormi ventole di trattamento dell’aria, al sibilo dell’azoto liquido utilizzato, alla precisione millimetrica degli ultrasuoni che servono per trattare alcune specifiche sostanze. Il catalogo auditivo alla quale ha potuto attingere Pedro Rebelo è stato assai vario e la residenza è sfociata poi in un’installazione sonora presso GNRation, sviluppando un’ulteriore indagine e accorpamento dei materiali sonori raccolti. Sono due – rispettivamente di circa sedici minuti ciascuno – i brani presentati in questa cassette-release e il background di pianista e improvvisatore dell’artista sonoro emerge forte di una musicalità comunque complessa, ricca di variazioni e raffinate giustapposizioni. Pedro Rebelo è dal 2012 professore di Sonic Arts alla Queen’s University di Belfast e recentemente ha ricevuto due importanti borse di studio dall’Arts and Humanities Research Council. Una di questa include il suo progetto interdisciplinare “Sounding Conflict”, che indaga le relazioni tra suono, musica e situazioni di conflitto. Rebelo è uno specialista di simili enclaves auditive potendo vantare progetti partecipativi che coinvolgono le comunità di Belfast, le favelas di Maré, Rio de Janeiro, alcune comunità itineranti in Portogallo e una città slum in Mozambico. Listen to me è un’opera avvincente, dalle ambientazioni ultra-tecnologiche e in entrambe le due suite sono alternati passaggi assai suggestivi, un po’ misterici e sempre controllatissimi, gestiti musicalmente in maniera impeccabile, con le field recording che quasi prendono il posto di singoli reali strumenti o effetti elettronici.

Various Artists – Next City Sounds: Interfaces | Neural


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Nell’ambito della ventesima edizione del Kamuna, evento musicale oramai ricorrente nella programmazione del Karlsruhe Museum, il 4 agosto 2018 si sono svolte tre differenti in-situ performances. Le sedi scelte sono state la sala progetti ßpace, lo spazio Halo ARS e la zona pedonale Kaiserstraße, connessa allo Zentrum für Kunst und Medientechnologie (ZKM ) tramite un flusso di dati audio in uscita. Il primo di questi spazi è stato affidato al sound artist Lasse-Marc Rieek, che ha presentato in tempo reale field recording piuttosto naturalistiche, assieme a suoni registrati, in un mix abbastanza ipervivido e per niente quietista. L’altra sala, gestita direttamente dagli artisti, nella zona est di Karlsruhe, è stata utilizzata per il live di Lintu + Røyk, un duo che si è esibito con sintetizzatori modulari proponendo una musica elettronica piuttosto cruda e sperimentale. Nella zona pedonale di Kaiserstraße hanno operato invece quelli di KITeratur, con una esibizione partecipativa, “SYNONiMUS”, mentre il No Input Ensemble si è esibito nel sottospazio dello ZKM sotto il cubo blu. Tutti questi vari imput sonori sono stati convogliati allo ZKM, rielaborati e utilizzati come in un mosaico in una installazione sonora di Yannick Hofmann, Marco Kempf, Ben Miller, Sebastian Schottke e Dan Wilcox. Il concetto a monte non è certo nuovo in campo sperimentale se pensiamo alle anticipazioni della postavanguardia teatrale italiana di fine anni settanta, alle teorizzazioni su La Cirrà del Teatro e alle performance trasmesse via fm radio da diversi spazi romani luogo d’interventi artistici e poi diffuse al Beat 72. La città in se stessa è un grande palcoscenico e lo è soprattutto nel caso dei suoi suoni, che non sono letteralmente solo quello che ascoltiamo per strada, ma anche i suoi immaginari, le maniere degli artisti che queste città abitano. Tutta questa complessa progettualità arriva adesso a noi nella forma di un cd audio della Gruenrekorder, a testimonianza di un’azione sostenuta da un programma di finanziamento dell’UE, Europa creativa. Una unica traccia di sessanta minuti, dove confluisce tutto questo audio-sperimentalismo può essere ardua per molti ma al contrario – per chi è avvezzo a queste scene – è la scelta giusta per testimoniare d’un simile conglomerato d’esperienze, in una maniera anche fuzzy e disincagliata da precisi sottogeneri di ricerca, restituendo le molte sfaccettature e l’attitudine ricombinatoria di certe esperienze.

Philip Samartzis & Eric La Casa – Captured Space | Neural


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Anche all’interno d’una natura apparentemente selvaggia come quella del Kruger National Park, in Sudafrica, un’area subtropicale assai vasta, attraversata da svariati fiumi e dal Tropico del Capricorno, che comprende le province di Limpopo e Mpumalanga, è possibile cogliere una divisione netta fra quello che è naturale e le zone costruite, decisamente più piccole, realizzate quasi esclusivamente con lo scopo di poter permetter ai turisti di visitare quei luoghi e di godere d’un panorama davvero unico. Diversamente dal paesaggio europeo, dove la differenza è meno marcata e anche le campagne sono in larga parte frutto d’un adattamento antropico, qui la natura originaria, inospitale per l’uomo, è mantenuta tale e sono i turisti, a dire il vero, ad essere confinati in percorsi e recinti delimitati in maniera molto accurata (anche con recinzioni alte e protezioni elettriche ad alta tensione). Non mancano naturalmente come in ogni parco d’una certa importanza i negozi di articoli da regalo, ai quali s’aggiungono ristoranti e rifugi per safari, oltre a svariate altre zone di sosta organizzata. In Captured Space i suoni sono stati registrati da Philip Samartzis ed Eric La Casa nell’arco di dieci giorni e a causa delle rigide limitazioni che regolano il parco – non previste dai due sound-artisti – ogni cattura auditiva che riguarda spazi aperti è stata realizzata utilizzando un veicolo, oppure all’interno degli ambienti in cui hanno alloggiato la notte. Il suono, per la maggior parte delle volte, era “lontano” dagli stessi field-recorder ma questo infine più che un limite si è dimostrato per il progetto una grande possibilità. Quella di documentare fisicamente la realtà d’uno spazio piuttosto incontaminato ma claustrofobico, che caratterizza un’umanità solo di passaggio e dove paradossalmente gli animali sono più liberi del mix esotico di persone auto-confinatisi per vacanza. Il lavoro di Samartzis e La Casa può essere in parte controverso per come è stato realizzato, scomodo come scomoda è stata la sua realizzazione, ma documenta in maniera ineccepibile una “realtà non ordinaria“, descrivendo un contesto alquanto irregimentato. Il risultato è quello comunque di registrazioni molto ricche, brillanti, spazializzate egregiamente e piene di suoni non convenzionali.

11min – Snow | Neural


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Non è un’indicazione temporale quella insita nel nome di questo duo. 11 altri non è che il moniker di Jiyeon Kim, artista sonoro e pianista al quale s’aggiunge il batterista Sangyong Min, musicista altrettanto talentuoso e preparato. Le sonorità di Snow s’imprimono in maniera tipicamente improvvisativa, fervide di venature un po’ jazzy e delicate armonie d’insieme che danno vita a sequenze ariose ma sempre controllatissime, senza che nessun singolo strumento prevarichi mai sull’altro. È proprio il flusso complessivo dei passaggi messi in opera a conferire al suono caratterizzazioni distintive, fitte d’un lavoro all’unisono, un po’ d’antan e free form, che fa leva soprattutto sulle assonanze e sulle sintonie di ritmi, contando sempre sulla relazione e l’incontro di stilemi convergenti. Le atmosfere sono quindi sempre gentili e ovattate, nessun contrasto è ricercato ad arte, nessuna alternanza oppositiva entra a far capolino nel catalogo del duo, che infonde grazia e misuratezza di gusto formalistico, senza alcun clamore, riassorbendo all’interno del proprio linguaggio tutta la maestria della scuola free form più eterea e simbiotica. Jiyeon vanta in passato anche sperimentazioni e pratiche creative con field recording, mentre di Sangyong Min non è dato sapere altro – oltre ad essere un ingegnere del suono – e viste le scarse informazioni online e una certa reticenza della distribuzione Gruenrekorder, pensiamo che comunque il fatto di venire da Seul ancora comporti una certa difficoltà di comunicazione e precisa conoscenza delle specifiche scene di nicchia. Anche cercare informazioni sull’etichetta, la Weather Music, non ha portato ad alcun risultato, è quindi abbastanza arduo comprendere a fondo il contesto specifico dal quale le cinque tracce presentate prendono le mosse. Vi basti sapere allora che l’ascolto è gradevolissimo, rilassato e meditativo e anche il remix, pur se molto simile all’originale, forse diversamente tagliato in postproduzione e con qualche ulteriore variazione, un po’ ci conferma l’eclettismo del progetto, in bilico fra approcci contigui ma differenti. Date un’occhiata anche all’elegante video teaser diretto da Mihye Cha, girato principalmente in bianco e nero e ambientato in spazi agresti, con protagonisti gli stessi due musicisti. L’aplomb è certamente sperimentale, derivativo d’una wave romantico-concettuale, trasognata e postmoderna.

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