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Archivio per Filippo Tommaso Marinetti

“All’automobile da corsa”, poesia di Filippo Tommaso Marinetti: letta alla velocità 2x di Whatsapp* – Pomeriggi perduti


Segnalazione di una reinterpretazione di Michele Nigro di una poesia futurista di FT Marinetti, letta a velocità doppia tramite la funzione 2x di WhatsApp. Genio e Futurismo all’ennesima potenza…

Veemente dio d’una razza d’acciaio,
Automobile ebbrrra di spazio!,
che scalpiti e frrremi d’angoscia
rodendo il morso con striduli denti…
Formidabile mostro giapponese,
dagli occhi di fucina,
nutrito di fiamma
e d’olì minerali,
avido d’orizzonti e di prede siderali…
io scateno il tuo cuore che tonfa diabolicamente,
scateno i tuoi giganteschi pneumatici,
per la danza che tu sai danzare
via per le bianche strade di tutto il mondo!…

Allento finalmente
le tue metalliche redini
e tu con voluttà ti slanci
nell’Infinito liberatore!
All’abbaiare della tua grande voce
ecco il sol che tramonta inseguirti veloce
accelerando il suo sanguinolento
palpito, all’orizzonte…
Guarda, come galoppa, in fondo ai boschi, laggiù!…
Che importa, mio démone bello?
Io sono In tua balìa!… Prrrendimi!… Prrrendimi!…

Sulla terra assordata, benché tutta vibri
d’echi loquaci;
sotto il cielo accecato, benché folto di stelle,
io vado esasperando la mia febbre
ed il mio desiderio,
scudisciandoli a gran colpi di spada.

E a quando a quando alzo il capo
per sentirmi sul collo
in soffice stretta le braccia
folli del vento, vellutate e freschissime…
Sono tue quelle braccia ammalianti e lontane
che mi attirano, e il vento
non è che il tuo alito d’abisso,
o Infinito senza fondo che con gioia m’assorbi!…
Ah! ah! vedo a un tratto mulini
neri, dinoccolati,
che sembran correr su l’ali
di tela vertebrata
come su gambe prolisse.

 

Ora le montagne già stanno per gettare
sulla mia fuga mantelli di sonnolenta frescura,
là, a quella svolta bieca.
Montagne! Mammut, in mostruosa mandra,
che pesanti trottate, inarcando
le vostre immense groppe,
eccovi superate, eccovi avvolte
dalla grigia matassa delle nebbie!…
E odo il vago echeggiante rumore
che sulle strade stampano
i favolosi stivali da sette leghe
dei vostri piedi colossali…

O montagne dai freschi mantelli turchini!…
O bei fiumi che respirate
beatamente al chiaro di luna!
O tenebrose pianure!… lo vi sorpasso a galoppo
su questo mio mostro impazzito!…
Stelle! mie stelle! l’udite
il precipitar dei suoi passi?…

Udite voi la sua voce, cui la collera spacca…
la sua voce scoppiante, che abbaia, che abbaia…
e il tuonar de’ suoi ferrei polmoni
crrrrollanti a prrrrecipizio
interrrrrminabilmente?…
Accetto la sfida, o mie stelle!…
Più presto ancora più presto!…
E senza posa, né riposo!…

Molla i freni! Non puoi?
Schiantali, dunque,
che il polso del motore centuplichi i suoi slanci!

Urrrrà! Non più contatti con questa terra immonda!
lo me ne stacco alfine, ed agilmente volo
sull’inebriante fiume degli astri
che si gonfia in piena nel gran letto celeste!

Lo Zar non è morto – NeXT-Stream è da oggi disponibile per la collana Avatar | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

Kipple Officina Libraria presenta la terza iterazione delle antologie NeXT-Stream, esperimenti di commistione tra l’immaginario di genere e il cosiddetto mainstream, la letteratura non di genere; ci piace ricordare che il precedente capitolo Visioni di realtà contigue ha vinto il Premio Italia 2019, nella sezione antologia.
Lo zar non è morto è il titolo di questo volume, undici storie ucroniche, fantapolitiche o semplicemente ambientate in un “tempo fantastico” che, lette una di fila all’altra, sembrano riscrivere gli ultimi cent’anni di Storia.
Il libro è disponibile in formato cartaceo e digitale sul sito della casa editrice, nei principali store on line e nelle librerie. All’interno racconti di Giulia Abbate, Giovanni De Matteo, Ettore Maggi, Francesco Troccoli, Daniele Cambiaso, Sandro Battisti, Alessandro Forlani, Domenico Mortellaro, Franco Ricciardiello, Pee Gee Daniel e Nicoletta Vallorani. I curatori sono Lukha B. Kremo e Domenico Gallo.

Sinossi – dall’introduzione dei curatori

Dimentichereste mai un romanzo di avventure straordinarie, fantapolitico e ucronico, uno dei primi del suo genere in Italia e per di più scritto da un gruppo di dieci autori (capitanati dal fondatore del più grande movimento avanguardistico italiano), rendendolo un unicum nel panorama mondiale? La critica italiana lo ha fatto. Era concentrata su Benedetto Croce e i tormenti di Zeno Cosini, e seguiva le loro visioni oniriche considerandole molto più pregnanti di altre.
Parliamo di Lo zar non è morto – Grande romanzo d’avventure scritto nel 1929 da un gruppo di letterati italiani provenienti da diverse correnti culturali capeggiati dal padre del Futurismo: Filippo Tommaso Martinetti. Il “Gruppo dei Dieci”, così si chiama l’eterogeneo collettivo, si raccoglie con il preciso obiettivo di creare un’opera di intrattenimento e di grande avventura, un’opera per divertire il lettore senza alte finalità artistiche.
Noi abbiamo ripreso lo stesso spirito, quello della creazione letteraria pura e dell’orgoglio di una letteratura che, nonostante vanti un’illustre storia, sembra oggi relegata a un’ancella, forse soltanto simpatica, di una letteratura mondiale in grande evoluzione. Abbiamo quindi scelto autori che meglio hanno saputo interpretare questo spirito, pur consapevoli che a causa di contingenze e indisponibilità temporanee, potevano essere molti di più. E ne è nata un’antologia di undici storie ucroniche, fantapolitiche o semplicemente ambientate in un “tempo fantastico” che, lette una di fila all’altra, sembrano riscrivere gli ultimi cent’anni di Storia, quel lasso temporale che ci separa dalla nascita della contemporaneità e dalla scomparsa degli Zar. Una Storia a volte bizzarra (ma che, come l’attualità suggerisce, si peccherebbe a considerarla tale), altre assolutamente plausibile, che parte dalla fuga di Anastasija Romanova, tocca il fascismo, il Duce, la Resistenza, gli anni Sessanta, Berlinguer, fino ad arrivare ai giorni nostri e proiettarsi nel futuro, facendo ricorrere, in contesti diversi, gli stessi inquietanti interrogativi storici e sociali.

Estratto – dall’introduzione dei curatori

Riscrivere la Storia è solo in parte un gesto dissacrante, un divertimento fine a sé stesso che gioca con un qualche ramo assurdo di possibilità che non si sono realizzate, un po’ come il paradosso di Erwin Schrödinger dedicato allo sfortunato gatto chiuso in una scatola. La teoria, mai dimostrata, è piuttosto nota. A ogni collasso di una funzione d’onda, un altro universo si crea con quei valori possibili che nel nostro universo non si sono realizzati. E allora esistono, a fianco a noi, infiniti universi che si creano a ventaglio ogni frazione di tempo in cui infiniti fenomeni quantistici letteralmente esplodono. Ma il mondo quantistico è decisamente controintuitivo e richiede spesso uno sforzo di immaginazione per raffigurarsi “materialmente” cioè che non lo è, ciò che nega la nostra esperienza quotidiana e classica. Ebbene è come se ogni ucronia fosse l’universo duale del nostro per ogni episodio storico che conosciamo. Ma al di là di una qualche verosimiglianza fisica, l’ucronia è uno sforzo di comprendere la Storia attraverso la sua falsificazione, la nostra Storia, quella che condividiamo. È un modo per amplificarne le contraddizioni, per mettere a nudo ciò che è alla base della politica: l’occultamento della verità. È un’idea che ricorda un po’ il gioco di Orson Welles in uno dei suoi ultimi film: F come falso. Il film, una strana pellicola del 1973, gioca sul rapporto vero e falso nell’arte partendo dai falsari, ma è fortemente ancorato a una riflessione pericolosa sulla realtà e sulla sua rappresentazione. Welles non ha mai giocato con le ucronie, ma in troppi suoi film troviamo una inquietante dialettica tra vero e falso in cui il falso è uno strumento del vero del reale. E allora leggiamo questi racconti con sospetto.
Dopo la lettura, non siamo più convinti che lo Zar sia morto, che il Duce e il Fascismo siano morti, che le dinamiche di potere politico e sociale di cento anni fa siano morte.

La quarta

Un’antologia di undici storie ucroniche, fantapolitiche o semplicemente ambientate in un “tempo fantastico” che, lette una di fila all’altra, sembrano riscrivere gli ultimi cent’anni di Storia, quel lasso temporale che ci separa dalla nascita della contemporaneità e dalla scomparsa degli Zar.

Gli autori

Gli autori che hanno scritto per questa raccolta sono: Giulia Abbate, Giovanni De Matteo, Ettore Maggi, Francesco Troccoli, Daniele Cambiaso, Sandro Battisti, Alessandro Forlani, Domenico Mortellaro, Franco Ricciardiello, Pee Gee Daniel e Nicoletta Vallorani. I curatori sono Lukha B. Kremo e Domenico Gallo; il primo è editore di Kipple Officina Libraria, Premio Urania 2015 e vincitore di altri importanti premi letterari del fantastico italiano, il secondo è scrittore, traduttore e saggista di lungo corso del fantastico e in particolare della fantascienza.

La collana

Avatar è la collana di Kipple Officina Libraria dedicata ai romanzi e grandi capolavori prettamente italiani del Fantastico e della SF, opere contraddistinte dalla cura meticolosa dei testi e dalle ampie visioni autoriali. Il logo della collana sintetizza perfettamente il circolo del tempo, delle conoscenze, degli eventi nascosti; l’iperbole del Fantastico per spiccare il volo nella fantasia più sfrenata e meravigliosa.

Aa.vv. | Lo Zar non è morto – NeXT-Stream – A cura di Lukha B. Kremo e Domenico Gallo – Copertina di Nives

Kipple Officina Libraria
Collana Avatar — Formato ePub e Mobi — Pag. 174 – € 3.95 — ISBN 978-88-32179-31-6
Collana Avatar — Formato cartaceo — Pag. 176 – € 15 — ISBN 978-88-32179-30-9

Link

Various Artists – The Noise Of Art: Works For Intonarumori | Neural


[Letto su Neural]

The Noise Of Art: Works For Intonarumori è un progetto collaborativo che vede assieme il gruppo ceco Opening Performance Orchestra, Blixa Bargeld, Luciano Chessa e Fred Möpert. Un insolito combo schierato per rendere omaggio all’arte degli intonarumori, una famiglia di strumenti musicali inventati nel 1913 da Luigi Russolo, fondamentalmente dei generatori di suoni acustici che però permettevano di controllare la dinamica, il volume e la frequenza delle emissioni prodotte. Gli intonarumori ebbero la loro première il 2 giugno 1913 al Teatro Storchi a Modena dove Russolo presentò uno “scoppiatore”. Successivamente furono utilizzati nel 1914, quando si tennero altri concerti a Milano (Teatro Dal Verme), Genova (Politeama) e Londra (Coliseum). La consacrazione definitiva di questi insoliti strumenti è però del 1921, finita la Prima guerra mondiale, con tre concerti a Parigi (Théâtre des Champs-Élysées) e nell’anno successivo nella collaborazione con Filippo Tommaso Marinetti per Il Tamburo Di Fuoco, piece teatrale d’ambientazione africana. Il futurismo, con tutte le sue contraddizioni, una certa ambiguità storica e il fardello d’una malsana contiguità al regime fascista, è stato tuttavia il primo e più radicale movimento d’avanguardia del novecento, inizialmente pervaso da una carica anarchica, ultramodernista e antiaccademica, pulsioni che restituiscono ancora oggi parte del loro fascino e che non ci fanno stupire dell’attenzione che a questo movimento molti artisti contemporanei dedicano. Quando gli intonarumori entrano in azione, la loro potenza non si discute. Creano droni rumorosi ed estatici, intonazioni iperboliche, fischi, sbuffi, sibili e boati, che a seconda del rumore prodotto gli posizionano in altrettante sottocategorie (crepitatori, gorgogliatori, rombatori, ronzatori, scoppiatori, sibilatori, stropicciatori e ululatori), ciascuna delle quali comprendeva a sua volta vari registri (soprano, contralto, tenore e basso). Ognuno dei pezzi presentati è riferibile al tema del futurismo e impiega intonarumori variamente combinati. Pur se non preponderanti nell’economia del progetto, non mancano delle parti testuali futuriste, “interpretate” in varie lingue, una sorta di incitamento antipassatista e antitradizionalista, tipico della prima fase del movimento.

Ma quanto è fragile, l’essere | L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un articolo che indaga le connessioni filosofiche tra i fenomeni di nazismo, fascismo ed estremizzazioni destrorse con i miti di una presunta superiorità, se non fisica almeno morale, ideologica, mistica, attribuiti a ipotetiche popolazioni di un passato così sepolto da non trovarne traccia. Un estratto:

Ci sono filosofi, pensatori e poeti che, pur non essendo ammantati da un’aura di enigmatico carisma, possono a buon ragione dirsi “maledetti”. Tra questi vi sono gli intellettuali “problematici”, ossia le schiere di reazionari, tradizionalisti e fanatici dell’ortodossia, nonché i vari collaborazionisti del periodo nazi-fascista. E fu proprio nel periodo compreso tra le due Guerre Mondiali, che l’Europa assistette a una vera e propria proliferazione del reazionarismo. Una data importante in questo senso è il ventisette maggio 1933, giorno in cui l’allora già celebre filosofo Martin Heidegger assume la carica di rettore alla Albert-Ludwigs-Universität di Friburgo. La nomina giunge in seguito alle pressioni esercitate da un folto gruppo di docenti nazionalsocialisti, nonché sulla scia dell’infame “decreto dell’incendio del Reichstag”, che prevedeva l’allontanamento dei funzionari pubblici non ariani dal proprio ruolo ‒ decreto che finì per abbattersi persino sul maestro di Heidegger, il filosofo e logico Edmund Husserl, e su una delle sue allieve e amiche, la teorica politica e giornalista Hannah Arendt. In occasione del suo insediamento, Heidegger lesse pubblicamente il discorso intitolato L’Autoaffermazione dell’Università Tedesca, nel quale auspicava una svolta nazionalista in seno all’istituzione universitaria, in opposizione alle tendenze liberali e pluraliste. Il tre novembre dello stesso anno, nel suo Appello agli Studenti Tedeschi (Scritti Politici, 1933-1966, n. 148), Heidegger affermava: «Il Führer stesso e solo lui è la realtà tedesca dell’oggi e del domani e la sua legge». L’episodio contrassegna simbolicamente l’egemonia del nazifascismo nelle università europee. Nello stesso anno, altri colleghi di Heidegger aderirono al partito nazista, come nel caso del politologo Carl Schmitt e dell’antropologo Arnold Gehlen; altri intellettuali tedeschi, di ispirazione nazionalista o conservatrice, quali lo scrittore Gottfried Benn e i filosofi Oswald Spengler ed Ernst Jünger, finirono invece con l’essere perseguitati o a malapena tollerati dal regime, in quanto “degenerati”, “pessimisti” o “liberali”.

In Italia la situazione non è di certo migliore: nel 1925, Giovanni Gentile pubblica il Manifesto degli Intellettuali Fascisti ‒ tra i nomi dei firmatari spiccano quelli di Marinetti, Ungaretti, Pirandello, Malaparte e D’Annunzio. Una decina di anni dopo, persino Giovanni Papini, di simpatie futuriste e irredentiste, deciderà di aderire al fascismo, plaudendo alla figura del Duce “poeta e amico dei poeti”.

Tra questa folla di personaggi illustri, ve n’è uno (leggermente) meno noto, Giulio Cesare Evola, detto “Julius”, artista prima futurista e poi dadaista, avventuriero, cultore delle religioni orientali, filosofo, esoterista e mistico, autore del libro-manifesto Rivolta Contro il Mondo Moderno. Evola, che non fu per nulla estraneo al fascismo italiano (dal 1934 al 1943, contribuirà alle attività della Scuola di Mistica Fascista), fu uno dei più ferventi promulgatori del concetto di “aristocrazia spirituale” e di quello, ben più esplicito, di “razzismo spirituale” ‒ la credenza secondo la quale la superiorità di alcuni popoli europei non andrebbe ricercata nella genetica ma nelle antichissime tradizioni spirituali dei loro antenati atavici, gli ariani, gli indo-europei o addirittura i mitici iperborei, gli atlantidei o gli abitanti di Shangri-La.

Sebbene sia stata spesso sottovalutata, questa componente mistico-esoterica del nazifascismo è essenziale per comprendere come le dottrine nazionaliste si siano diffuse in Europa fino al giorno d’oggi. A fianco della dottrina “sangue e suolo” (blut und boden) si staglia uno dei concetti più duraturi e imponenti della cultura europea, ossia la speranza di una “rinascita spirituale” dell’Occidente ‒ minacciato, di volta in volta, dagli ebrei, dal progresso tecnologico, dallo strapotere degli Stati Uniti, dal comunismo, dai migranti o da una vaga e non meglio specificata “decadenza”. È grazie a questo fervore spirituale che, tra i primi del novecento e la caduta del Muro di Berlino, il nazionalismo si propaga nell’Europa orientale (con effetti tuttora devastanti). Durante il periodo nazista, Heidegger, Spengler, Evola e Gehlen diventano i corrispondenti, gli insegnanti, i mentori e le guide spirituali di molti giovani est-europei. Le loro opere e le loro idee fanno breccia in particolar modo nell’animo dei giovani romeni, anche attraverso l’opera divulgativa di influenti accademici, quali Nae Ionescu, filosofo di ispirazione ortodossa, nazionalista e antisemita. Il gruppo formato da Ionescu e dai suoi allievi, conosciuto con il nome Trăirism (“esistenzialismo”), fu uno dei tanti gruppi di studio dedicati alla questione della rinascita spirituale e politica dell’Europa. Le sue ricerche filosofiche, tuttavia, si intrecciarono alle idee e agli insegnamenti del leader della Guardia di Ferro (una branca armata del Movimento Politico Fascista Romeno), il mistico e politico Corneliu Zelea Codreanu. Trăirism, purtroppo, vantò la presenza di alcuni dei maggiori intellettuali romeni del secolo scorso: Mircea Eliade, Emil Cioran, Petre Țuțea e Constantin Noica. Ed è proprio del pensiero di Noica che proveremo a occuparci, assieme alla sua pesante e controversa eredità.

IL FUTURISMO UN SECOLO FA | La legenda di Carlo Menzinger


Sul blog di Carlo Menzinger l’approfondimento su IF, rivista di Insolito e Fantastico, attiva da molto tempo nell’ambito del pur vivo panorama fantastico italiano. Stavolta, sul numero 21, si parla di Futurismo – numero già segnalato qui.

Singolare per una pubblicazione che si occupa di insolito e fantastico scegliere come tema un movimento letterario, artistico e culturale di un secolo fa e che non aveva come suo obiettivo descrivere mondi immaginari ma costruire una società nuova, anche se con alcune caratteristiche che fanno pensare alla fantascienza di anticipazione.

Molti ospiti in questo numero speciale, dallo stesso Menzinger a Giuseppe Panella, da Udivicio Atanagi fino ad addirittura un contributo di F. T. Marinetti. Davvero numero molto, molto interessante…

Futurist Renaissance: Le avanguardie virtuose


È disponibile (anche) su Amazon Futurist Renaissance, una raccolta di tematiche inerenti al Transumanesimo e al momento sociale attuale. Curato da Roberto Guerra e Pierfranco Bruni, il volume presenta anche un mio intervento inedito, Futurismo nel futuro, dedicato alle avanguardie basate sul Futurismo e andate oltre.

Il futurismo è ancora vivo? È possibile rintracciare una continuità tra il “futurismo storico” e le operazioni allestite da chi afferma di recuperarne l’eredità? Futurist Renaissance è una ricognizione a 360° sul futurismo contemporaneo – tornato alla ribalta in tutto il mondo dopo la grande mostra retrospettiva allestita al Guggenheim Museum di New Work nel 2014. Oggi, questo movimento artistico, culturale e filosofico viene rilanciato, in dis-continuità concreta con la sua matrice storica, attraverso la nascita e il lavoro di nuovi gruppi sinergici di artisti, scrittori, sociologi e scienziati. Un ritorno in generale delle avanguardie non solo artistiche, ma sociali, filosofiche e scientifiche. In quest’opera, ventisei ricercatori futuribili espongono altrettante visioni sul nostro presente, lanciato in corsa verso il futuro.

Thomas Köner – The Futurist Manifesto | Neural


[Letto su Neural.it]

The Futurist Manifesto è una performance del 2009, prodotta per celebrare il centenario del seminale Manifesto Futurista pubblicato su Le Figaro nel 1909. Partendo dalla considerazione paradossale che i tempi attuali stanno adempiendo a futuristiche e altamente controverse esigenze (cioè guerra, violenza, azione febbrile e insonnia, tra l’altro), Köner imprime in questo lavoro il suo marchio di fabbrica; il flusso del video e i passaggi sono così lenti da essere appena percepibili, insieme a contestuali apporti sonori da appena 4 bpm. Entrambi raccontano ma concettualmente annientano la “velocità” ruggente al centro dell’ideologia futurista, impostando il ritmo in un lento e corrotto tempo senza fine. Si tratta di un’opera estremamente coerente nella quale la musica dell’autore viene eseguita utilizzando un pianoforte preparato e live electronic, con immagini rigorosamente selezionate del 1909 e con i testi di Marinetti eseguiti da un cantante, come elemento spettrale e brulicante della composizione. Con i suoi molteplici elementi percettivamente giustapposti The Futurist Manifesto innesca “sonorità inconsce” come delineato nel fantastico saggio introduttivo scritto da Inke Arns che è stampato in un booklet che contiene anche il “libretto” e la descrizione scenografia (il lavoro è formalmente definito come un’opera digitale). In un continuo viaggio nel tempo concettuale tra l’inizio della modernità e il “futuristico” 21° secolo, il lavoro è in grado sia di esacerbare i sentimenti cupi sul presente che di liberare energie e ambiguità del passato, in una festa di contrasti significativi serviti lentissimamente.

REPORTAGE DALLA STARCON 2015 « La zona morta


L’eccellente Filippo Radogna, su La zona morta, fa uno splendido resoconto della Starcon che si è svolta a Bellaria circa un mese fa. Ci cita ampiamente, come connettivisti e Kipple – che poi per buoni punti sono davvero la stessa cosa – e io e noi tutti come collettivo non possiamo far altro che ringraziarlo per le belle parole, davvero sentite di cui siamo orgogliosi. Vi lascio qualche stralcio qui sotto, da leggere, da incastonare ovviamente nell’enorme kermesse che la Starcon è stata, in cui tutta la SF e il Fantastico italiano e intrenazionale hanno brillato di enorme luce, di cui noi siamo stati soltanto un episodio:

I testi letti e interpretati dai connettivisti erano rielaborazioni di liriche futuriste dell’istrionico poeta, prosatore e combattente Filippo Tommaso Marinetti, colui che fu definito per il suo movimentismo irriverente la “caffeina d’Europa”. Ma anche di passaggi di brani tratti dalla letteratura innovativa e surrealista del britannico James Graham Ballard, autore distante dalla science fiction convenzionale. Il tutto è stato contaminato da pezzi di scritti, personalissimi nello stile e nei contenuti, elaborati dagli stessi connettivisti. Una performance che la dice lunga sulla creatività di questi artisti d’avanguardia che sa essere anche goliardica. Il gruppo ha quindi colto l’occasione per festeggiare i dieci anni di vita della cosiddetta Nazione Oscura e illustrarne i programmi, oltre che  celebrare i venti anni della Kipple Officina Libraria, delle cui attività torneremo a parlare in altri  articoli.

Bellaria connettivista


Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944)

Chi era a Bellaria nel week-end scorso, alla Starcon, avrà avuto modo di impattare con strani momenti situazionisti, reading improvvisati da parte di noi connettivisti che abbiamo enunciato, grazie a un megafono, brandelli lirici di Marinetti, di Ballard e di alcuni statuti della Nazione Oscura.

Qui sotto riporto il testo rielaborato di Marinetti, nato da una lettera che il fondatore del Futurismo scrisse ai Veneziani; ne abbiamo approntate di versioni simili per i Milanesi e per i Fiorentini, ma questa di Bellaria ha un sapore tutto particolare, da Istituto Luce (chi ha ascoltato la performance, capirà). Per voi, il testo integrale:

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