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Mitologia del serpente


Sul blog LaMisureDelleCose un piccolo trattato sulla figura mitologica – e antropologica – del serpente, sconfinante nel religioso o, più semplicemente nel mistico e sciamanico senso della trascendenza.

Grazia sinuosa e colori brillanti, emblema di longevità, eternità e conoscenza – «il più sapiente del creato» (Genesi 3,1) –, abile e persuasivo, prismatico, ipnotico. Tra tutti gli esseri che nell’immaginario mitico hanno rappresentato o sono stati soggetti a trasformazioni, il serpente è quello che per eccellenza incarna l’idea, ambigua, inafferrabile della metamorfosi. Forse per la molteplicità dei suoi attributi e delle sue forme, ha svolto nelle varie tradizioni i ruoli più diversi. In virtù della sua sapienza, ha insegnato le arti e le tecniche utiali all’umanità; nell’Eden è il tentatore astuto e mellifluo, accanto ad Asclepio e Hygeia è simbolo della benefica ed efficace azione del dio oppure, identificato nella sua “legittima progenie” (draghi e dragoni), eternamente maledetto come la personificazione del male. Simbolo per i bramini del tempo infinito che abbraccia l’universo, lo vediamo giacere quieto presso le radici dell’albero cosmico Yggdrasill nella mitologia norrena, nemico degli dei ai quali sopravviverà. Persino Pwan-ku, l’“Adamo cinese” ha accanto un drago mentre è intento a cesellare finemente il mondo dal caos nel quale era nato*.

Februarius, il mese che non c’era


Sul blog LaMisuraDelleCose un condensato di Storia arcaica di Roma dal punto di vista dei calendari e delle religiosità arcaiche. La domanda fondamentale verte sul perché febbraio sia comparso, a un certo punto dell’evoluzione romana, come mese di fine anno, e le ipotesi vagliate con le interessanti deduzioni sono assai illuminanti, nonché basiche, come qualsiasi necessità apparentemente sacra del genere umano.

Rimane un’ultima festa di febbraio, i Quirinalia. Ancora più oscura delle altre, la prima crux che si presenta all’esegeta e allo storico delle religioni è la funzione e l’identità stessa del dio Quirino. Dio della guerra (possiede armi), ha molto in comune con Marte (a entrambi sono soggetti i Salii) e allo stesso tempo sembra essere il suo opposto, pacifico e non bellicoso, quasi a sfociare in campo di pertinenza agraria; non è necessario prendere l’una o l’altra posizione, dal momento che «per la mentalità politeistica difficilmente esistono funzioni singole prive di molteplici implicazioni naturali, sociali, cosmiche, culturali ecc.» e le divinità di Roma arcaica sono figure complesse che non si esauriscono in una sola qualità o funzione.

Senza inoltrarci nella questione sulle origini di Quirino, basti qui prendere in considerazione quanto sappiamo sulla sua festa: la data segnava la fine dei Forcanalia, festa mobile che aveva nei Quirinalia la data (fissa) di chiusura come i Parentalia si concludevano con i Feralia. Dei Forcanalia, a loro volta, sappiamo che erano stati istituiti da Numa e dedicati alla dea Fornax, la fornace entro cui venivano tostati i grani di farro.

La festa del farro

Al centro della festa dei Forcanalia c’è insomma il farro e nient’altro, né l’orzo, né il frumento; Brelich cita una notizia di Plinio: «per 300 anni il popolo romano tra tutti i cereali usò solo il farro». Si può ipotizzare, dunque, un’epoca molto antica in cui l’alimento fondamentale era il farro, dalla cui farina i romani ricavavano non il pane (la sua preparazione con l’utilizzo del lievito è posteriore alla fondazione del culto), ma una specie di polenta, la puls.

Il farro, come gli altri cereali, si miete in giugno-luglio, però a differenza del frumento non è subito commestibile: occorre prima immagazzinare le spighe, poi, al fine di farne uscire i semi, batterle (pinsere) e tostare i grani in fornaci speciali per renderlo fruibile, più digeribile e saporito. Si comprende come questa fosse un’operazione delicata, che metteva a rischio la sussistenza dell’intera popolazione, e dovesse essere accompagnata da cerimonie e offerte primiziali.

Sembra possibile ora avanzare una risposta alla domanda che aveva percorso tutta la trattazione: perché proprio febbraio-marzo come periodo di cesura tra vecchio e nuovo anno? Se si riconosce l’importanza del farro nella società romana arcaica quale principale fonte di sostentamento, si comprende che il momento della sua trasformazione in alimento commestibile rappresentasse l’evento agrario principale di cui abbiamo cercato gli indizi lungo tutto il mese, e tale trasformazione avveniva proprio in questo periodo dell’anno: dopo la mietitura e l’immagazzinamento, solo in inverno veniva lavorato attraverso la torrefazione.

Due capodanni e una morte violenta

Infine, c’è un altro elemento a proposito dei Quirinalia fornito dalle fonti che a questo punto non può essere ignorato: essi cadevano nel giorno dell’uccisione di Romolo. Vi sono in realtà due tradizioni, l’una che ne ambienta la morte alle Nonae del mese di luglio, l’altra (seguita da Ovidio) che la fa cadere in febbraio, in concomitanza con i Quirinalia. Può non essere un caso: la vicenda di Romolo, riletta attraverso i temi del “mito agrario”, ne prevede l’uccisione da parte dei suoi, forse perché divenuto tiranno (non scandalizzi l’attribuzione di qualità negative al fondatore, che possono anche rimanere implicite nel commento letterario), e il suo sbranamento, assunto poi in cielo tra gli dèi e venerato sotto il nome di Quirino. Questa identificazione tra Romolo e una divinità immortale, d’altronde, sarebbe tutt’altro che tarda, ma piuttosto percepita come una identità originaria «di cui i romani non hanno mai perduto la coscienza». La morte di Romolo, comunque la si collochi a luglio o a febbraio, cade in corrispondenza di due capodanni, quello di marzo o quello di agosto, che segnavano, in tempi diversi, la calendarizzazione annuale romana secondo due eventi fondamentali: la tostatura del farro a febbraio (più arcaica) e la mietitura del frumento in luglio.

Eìs Apóllona | LaMisuraDelleCose


Sul blog LaMisuraDelleCose un rapido excursus su Apollo, sulla sua energia e sulla necessità di sottomettersi che si prova al suo cospetto. Un estratto:

La descrizione di Apollo richiede stile sublime: un’elevazione al di sopra di tutto ciò che è umano. La citazione è di Winckelmann ed è riportata da Walter Otto (Gli dèi della Grecia, 1944) il quale, a proposito del luminoso figlio di Zeus, scrive: «Apollo accanto a Zeus è il dio greco più significativo […], è impossibile immaginare che egli possa comparire senza dar prova della sua superiorità». Le sue manifestazioni sono grandiose, la sua voce risuona con la maestà di un tuono e chi lo incontra non solo ne è intimamente scosso, ma risente nella sua potenza tutta la caducità dell’esistenza terrena.

Salem, tutti assolti | La misura delle cose


Sul blog LaMisuraDelleCose un post molto dettagliato su cosa è stato Salem, la caccia alle streghe, il Puritanesimo e la conseguente fanatica adesione alla religione. Un vero e proprio atto di fascismo ante litteram e, di conseguenza, l’estremizzazione del concetto di bigotto. Un estratto:

Il processo alle “streghe” di Salem, colonia inglese del New England, ha inizio il 2 giugno 1692. Un crescendo di accuse si scatena nella piccola comunità di fede puritana a partire dagli strani comportamenti di due giovanissime, le quali iniziano a tessere una rete di sospetti virali fino all’istituzione di un tribunale ad hoc il 27 maggio 1692. La vita nella colonia era regolata da codici ferrei. Chiunque manifestasse comportamenti stravaganti o non comuni era ritenuto colpevole di scatenare l’ira del Signore e durante tutto il XVII secolo chi non frequentava regolarmente la chiesa era considerato un reietto o tabù. La presenza del diavolo era ritenuta una verità assoluta, Satana stesso un’entità reale.

La cieca paura giocò un ruolo determinante nelle vicende di Salem. Dopo l’abolizione del tribunale, molti esponenti della comunità sentirono di dover esprimere scuse pubbliche, tra questi Samuel Sewall, unico giudice della corte a manifestare rimorso per la morte di vittime innocenti. Negli anni successivi furono adottate delle misure giuridiche per evitare che tali ingiustizie si verificassero ancora: nel 1702 i processi di Salem furono considerati illegittimi e nel 1711 la colonia approvò una legge che ristabiliva il buon nome degli accusati, il Reversal of Attainder (Atto di revoca della perdita dei diritti civili), mentre nel 1957 lo Stato del Massachusetts ha emesso delle scuse formali per gli eventi del 1692-93.

Le prove “spettrali”

Tra gli uomini scelti a sovrintendere ai processi c’era John Hathorne, il quale assumeva che tutti gli accusati fossero colpevoli incoraggiandoli non solo a “confessare”, ma anche, per salvare la vita e l’anima, ad accusare altri presunti implicati. Tra le “prove” ritenute valide dai giudici rientrava la presenza di segni insoliti sul corpo come macchie della pelle, voglie, cicatrici. Le prove più comuni e accettate erano quelle cosiddette “dello spettro”, cioè la testimonianza da parte delle vittime di avere visto gli spettri o i fantasmi delle “streghe” in sogno o visione. Un’altra prova, fortemente criticata per la sua scarsa validità, consisteva nel condurre l’accusato bendato nella stanza dove era il suo accusatore; se toccando l’afflitto l’attacco si fosse fermato, l’accusato era ritenuto colpevole. Si opposero a queste tecniche molti ministri di culto tra cui Cotton Mather, e anche grazie alle sue insistenze il tribunale fu sciolto dal governatore Phips nell’ottobre 1693, e l’uso delle prove spettrali respinto.

Vodou, chiamatelo con il suo nome – La misura delle cose


Su LaMisuraDelleCose un posto sul Voodoo o, come sembra sia giusto chiamarlo, Vodou. Ovviamente, da un blog che tratta il tema della storia delle religioni, l’argomento è molto ben trattato. Un estratto.

I vodou abitano le profondità

Ancora più fuor di metafora sembra un ulteriore collegamento tra la pratica rituale e la terra scavata: ogni tempietto (hudo) dedicato a un’entità vodou presenta una cavità di grandi proporzioni, che viene riempita con tutto quello che serve al vodou per “formarsi”; sulla sua sommità, unica parte dell’hudo (e dell’entità stessa) visibile all’esterno, è posto un altare.

Il vo contiene semanticamente dunque queste due valenze, l’inafferrabile potere che pervade il mondo e un buco nella terra dove trovano dimora fisica e simbolica le entità e i loro devoti. Il termine vodou (o l’affine vodu utilizzato da Gilli) è però composto da un altro monosillabo, du, anch’esso legato alla pratica divinatoria di Afa, entità preposta alla geomanzia. I du di Afa (afadu) sono piccoli oggetti che rappresentano simbolicamente ciascuno «una certa categoria del bene o del male, […] che sta probabilmente perseguendo la persona che si è rivolta al geomante, e che ella non conosce ancora. L’interessato tiene gli afadu nascosti nel pugno, dietro la schiena, uno ad uno, e il geomante, con l’aiuto delle figure, deve scoprirli e indicare quelli che intervengono nel caso in questione».

I du sono gli strumenti attraverso cui Afa si esprime, sono il suo mezzo per rendere noto il volere delle entità in relazione alla richiesta del consultante: il du è sia il messaggio sia il messaggero, nascosto nella cavità, una manifestazione del vo inteso come l’invisibile, il numinoso e tutto ciò che oltrepassa la conoscenza dell’uomo.

I cinque fondamenti di Lilith – nella stregoneria contemporanea – La misura delle cose


Sul blog LaMisuraDelleCose un approfondimento su Lilith e il suo spirito indomito, che proviene da chissà quale iato quantico e ha attraversato ogni era dell’umanità. Un piccolo estratto:

Emblema della ribellione e della liberazione sessuale soprattutto a partire dalla “riscoperta” femminista, il potere di Lilith non si esaurisce in questa interpretazione e non ha mai smesso si suscitare l’interesse della neostregoneria proprio per il suo eclettismo; in particolare vengono messe oggi in discussione proprio quelle “certezze” attorno a cui si è costruito il modello romantico di eroina fatale e maledetta, a partire dalla stessa appartenenza al genere femminile.

Lilith e gender

L’identità di genere di Lilith non è determinata. All’immagine della sensuale ed elegante femme fatale, sostengono i wiccan di tradizione alessandriana del Circle of Cerridwen in Gender and Transgender in Modern Paganism, si affianca infatti quella proteiforme di un essere indefinito e ombroso, scomposto e disordinato – come talvolta sono rappresentati ad esempio i suoi capelli. È per questo che, soprattutto negli ambienti della stregoneria dianica, da emblema della “sacralità” che risiede nel corpo femminile è andata a identificarsi anche come icona transgender, condividendo con questa “categoria” il principio della libertà senza compromessi, che preferisce l’esilio alla sottomissione.

Un fermento crescente, quello promosso dalle devote transgender, che vuole indagare le radici “ermafroditiche” della dea semitica e ne predilige una rappresentazione androgina (così vengono letti i simboli che reca tra le mani la Regina della Notte nella sua più nota raffigurazione mesopotamica, un cerchio e una verga), quasi un mutaforma che rompe la “circolarità” femminile del ciclo mestruale e della gravidanza e concede “il dono” della sterilità. Lilith incarna insomma la paura che ciascuna cultura plasma attorno al tema della sessualità e delle sue molteplici espressioni e al tempo stesso il suo superamento, e sopravvive nella misura in cui vengono riconosciute tutte le sue facce.

L’inafferrabile essenza

Ecco perché, sostiene la sacerdotessa Anya Kless nel testo citato, «il primo pericolo nell’onorare Lilith consiste nel cadere in una mentalità dualistica che si basa su una scontata lista di antitesi: vergine/prostituta, bene/male, uomo/donna, reale/immaginario, vittima/carnefice», categorie rigide e semplicistiche; si ripercorre allora la sua storia nella mitologia ebraica e se ne scoprono quei lati che difficilmente sono riconducibili al genere femminile tout court: genera molti figli (lilim) ma non ha latte, può provocare sterilità e aborti spontanei, la morte delle vergini e dei bambini in culla, e a lei ci si rivolge al tempo stesso per allontanarla e invocarla.

Il mondo magico islandese, tentativi di disciplinamento – La misura delle cose


Su LaMisuraDelleCose un lungo articolo che indaga le origini del mondo magico e dei termini associati nati sull’isola islandese. In particolare, è evidente come il popolo fatato viene trattato in modo diverso soprattutto dopo le classificazioni che Carlo Linneo fece agli esseri viventi, catalogazioni che non potevano tener conto della natura appartenente all’immaginario degli esseri fatati (ma non per questo immaginari, se portiamo a escludere gli influssi settari del Positivismo).

Il sistema di classificazione scientifica applicato alla materia fluida della tradizione popolare non ha prodotto però i risultati sperati di sistematizzazione e ordine, a causa soprattutto della confusione attorno a certi termini che non vengono sempre usati con la stessa accezione e possono comprendere anche categorie diverse tra loro. Per esempio, nella letteratura medievale dei secoli XIII e XIV il termine “troll” sembra avere un significato molto ampio: può essere chiamato così, infatti, non solo il gigantesco orco abitatore delle montagne (significato che andrà consolidandosi appunto nel XIX secolo), ma anche una strega o un altro essere non umano o non corporeo. E proprio perché ormai tendiamo a leggere le categorie della tradizione medievale attraverso questa terminologia più recente, se ne è persa gran parte del significato originale, più esteso e indefinito.

Altro esempio di questa indeterminatezza dei vocaboli si trova in una raccolta di inni pubblicata nel 1589 dal vescovo luterano Guðbrandur Þorláksson, nel quale si esortava a «sradicare le rime sui troll e sugli antichi», volendo richiamare con questo, probabilmente, ad astenersi non solo dal tramandare favole sugli irsuti e brutali orchi, ma piuttosto da ogni forma di racconto popolare che avesse come protagonista qualsiasi specie di essere soprannaturale.

I troll non sono stati gli unici, nell’antico norreno, a subire questa “costrizione semantica” da un significato più ampio a uno via via più specifico. Anche gli elfi (álfar) hanno attraversato un processo linguistico simile: prima che nella collezione di Árnason, compaiono con il termine álfr in molte fonti medievali inclusa l’Edda poetica e in narrazioni dai contenuti più o meno leggendari come la Saga degli Islandesi e la Sturlunga saga, dove sembra ricoprire un significato più ampio rispetto a quello che assumerà in seguito. Gli álfar medievali erano in generale esseri soprannaturali senza distinzione di specie o razza, destinatari di un culto e di rango di poco inferiore agli Æsir veri e propri, inclusi i Vanir e altre tipologie di personaggi. A loro modo anche gli elfi contemporanei sono diversi da quelli della letteratura folklorica del Sette-Ottocento: gli elfi di Árnason per esempio sono descritti come simili agli umani anche nella statura, quasi dei loro “doppi”, mentre gli elfi del XXI secolo, complici anche certe fortunate trasposizioni letterarie e cinematografiche, tendono a essere immaginati più piccoli ed essenzialmente diversi per natura e qualità.

L’articolo è ben più vasto e articolato di quanto ho segnalato, a chi interessa ne consiglio caldamente la lettura, per indagare altri livelli cognitivi dell’argomento.

Note sul vodou in Haiti – La misura delle cose


Su LaMisuraDelleCose un articolo per entrare nei dettagli del Vodoo, cos’è, come vi si interagisce, quali energie coinvolge.

Nel vodou si crede in esseri extraumani (loa) che agiscono nel mondo reale per un vantaggio materiale dell’individuo, e il modo in cui queste entità si manifestano è la possessione. Esiste un “dio supremo” e creatore chiamato Bondje (dal francese Bon Dieu), ormai lontano e disinteressato al mondo; i fedeli quindi si appellano a degli spiriti, detti “santi” o “angeli”, chiamati loa. I loa sono divisi in 21 “nazioni” e in innumerevoli “famiglie” che determinano il loro “cognome”: Erzulie Dantor ed Erzulie Freda, ad esempio, sono due loa diversi appartenenti alla stessa famiglia. Ogni individuo è devoto a uno o più loa, ai quali deve un tributo particolare a seconda del carattere e delle attitudini dello spirito, che si dice “possiede la sua testa” o “monta”. I loa si dividono in due rami: i Rada (di origine africana, più mansueti) e i Petro (spiriti di derivazione indigena, dal temperamento più burrascoso, che richiedono molte attenzioni da parte dei fedeli).

Gli operatori rituali sono chiamati mambo (donne) e hougan (uomini). Le loro funzioni sono di guarigione, interpretazione di sogni e predizione del futuro, preparazione di incantesimi e pozioni di ogni sorta.

Ianus Pater il più antico degli dèi – La misura delle cose


Su LaMisuraDelleCose un articolo che indaga le implicazioni di Giano, il dio bifronte che nell’antica Roma aveva connotazioni arcaiche e locali; ecco un estratto:

La funzione iniziale di Giano è espressa anche in un mito che, sorprendentemente, per 5-6 secoli non ha subito variazioni sostanziali e che viene riportato dalle principali fonti classiche (cfr. Virgilio, En., 7, 45 ss., 177 ss.; 8, 319 ss.): si tratta di uno dei miti che riguardano l’origine della romanità, ovvero della città di Roma intesa come fondamento dell’ordine “cosmico” (prendendo a prestito un abusato termine greco) e racconta dei primi quattro mitici re latini che sono stati (in successione) Giano, Saturno, Pico, Fauno e dopo di lui Latino, re eponimo. I quattro re avrebbero condotto la popolazione da una condizione semiselvaggia alla “civiltà” attraverso la fondazione di città e culti religiosi, l’introduzione di tecniche agricole, di una legislazione ecc. Fin qui nessuna contraddizione con quanto sappiamo di Giano e delle sue funzioni iniziali né con la sua interpretazione quale eroe civilizzatore.

Quello che interessa a un’analisi storico-religiosa è piuttosto, nota Angelo Brelich, l’accostamento di queste quattro figure divine molto diverse tra loro: durante il regno di Giano sarebbe arrivato via mare Saturno esule, scacciato dal proprio pantheon dalla vittoria di Zeus e degli Olimpi, e nel Lazio avrebbe trovato accoglienza da parte di Giano, stabilendosi questi sul monte Ianiculus (Gianicolo), l’altro sul monte Saturnio. Anche di Giano si diceva provenisse da oriente via mare, dalla Tessaglia per la precisione, ma questo non vuol dire che il suo culto fosse stato “importato” da un politeismo straniero, quanto piuttosto che le sue qualità di “re civilizzatore” e fondatore possono aver attratto elementi mitici caratteristici, nella tradizione romana, di questa tipologia di personaggi (Enea ne è un altro celebre esempio).

Dunque due re, due capi di pantheon, due divinità solenni legate alla sfera cittadina; poi, però, la successione genealogica prosegue con Fauno, figlio di Saturno, e Pico: il primo popolarissimo dio del bosco, del secondo, il cui nome rimanda a una origine teriomorfa (il picchio), manca invece ogni traccia che ne attesti la presenza – una festa, un tempio, insomma mancano del tutto documenti che ne rivelino un culto. Entrambi, però, sono legati alla sfera oracolare:

Ciò disse Fauno; uguale è il parere di Pico. «Liberaci dai legami», Pico aggiunge tuttavia; «Giove verrà qui, condotto dalla nostra valida arte. L’oscuro Stige mi sarà testimone della promessa». Che cosa facessero, liberi dai legami, quali formule pronunciassero, con quale arte traessero Giove dalle sedi celesti, è vietato all’uomo sapere. (Ovidio, Fasti, III, 319-325, trad. di L. Canali)

Anch’essi mitici fondatori (di culti, leggi, cioè della vita civile), quello che accomuna i quattro re sarebbe, ciascuno nel proprio ordine, di svolgere una funzione civilizzatrice, di aver permesso il passaggio (qui Giano doveva essere il primo) da quel periodo “arcaico”, caotico, di cui via via si va perdendo la memoria, e che il mito riattualizza.

Mithra nasce in una grotta: l’uovo cosmico e altre contaminazioni orfiche – La misura delle cose


Su LaMisuraDelleCose un lungo articolo che parla di Mithra, divinità che contese al Cristianesimo il predominio delle coscienze della tarda classicità. Un estratto:

Mithra delle lontane origini indo-iraniche e quello dei misteri mitraici sono la stessa divinità, ma la seconda è il risultato specifico di un processo sincretico lento e articolato tra credenze e motivi di origini egizio-fenicie (la simbologia del serpente o ouroboro) e mesopotamiche (lo zodiaco), che i Magusei persiani hanno sintetizzato in una particolare speculazione sulla funzione del Tempo inserita in una complessa teo-cosmogonia che, anche attraverso la sintesi greca, trova nell’orfismo più di un punto di contatto.
“Esportato” dagli esuli della diaspora persiana che segue la caduta dell’impero achemenide, nel suo approdare in Occidente Mithra si spoglia, in parte, di alcune connotazioni “barbariche”, così che alla formulazione iranica delle litanie recitate dai Magi subentra una liturgia redatta in greco, gli antichi nomi degli dèi vengono sostituiti con le relative divinità greco-romane e così accade con la loro iconografia: Ahura Mazda è Giove/Zeus, mentre il suo contrario negativo, Ahriman, non avendo il pensiero religioso classico un dio che incarni eticamente il concetto del male, è identificato con l’infero Plutone, l’haoma, pianta divinizzata da cui si ricavava una bevanda inebriante utilizzata nei rituali, diventa Dioniso dio dell’ebrezza e così via

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