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Archivio per Franco Pezzini

Cindytalk – Disintegrate…


The temple is burning down
Faster than you could ever imagine
Faster than you could ever imagine
The temple is cutting through
Into the sacred shrine
I drink from a strange fountain
Knowing it can never last…

Ich liebe dich
Ich liebe dich
Ich liebe dich

Oltre lo specchio


I risvolti di complessità inumane si svelano improvvise, dotate di propria volontà. Ascolti le vibrazioni che escono da lì e lo speculum nero si apre sotto di te, nell’assoluto fuoco di terre antiche e poste oltre la frontiera.

Lankenauta | L’uomo senza ombra. Il diario sessuale di Gerard Sorme


Su Lankenauta un tagliente caso di sincronicità personale. Sto leggendo in questi giorni Le nozze chimiche di Aleister Crowley, saggio monumentale che Franco Pezzini ha dedicato alla figura del mago novecentesco, via via più fondante nella nostra cultura perché ha lasciato strascichi sempre più estesi negli artisti e nelle opere contemporanee. Tra gli scrittori citati da Franco del periodo post-Crowley c’è Colin Wilson, leggevo di lui e dei suoi romanzi proprio da alcune sere a questa parte, anche ieri sera, e cosa mi trovo di fronte stamani? La recensione, appunto, di L’uomo senza ombra, romanzo di Colin Wilson che allude pesantemente proprio a Crowley. Non male, no?

Secondo capitolo della “trilogia di Sorme”, “L’uomo senza ombra”, pubblicato tre anni dopo “Riti notturni” (Ritual in the Dark, 1960), rappresenta, in forma di diario, un “romanzo di idee” che si apre progressivamente a una vera e propria narrazione; dove quindi una trama tende a prendere il sopravvento rispetto i ricordi “sessuali” del protagonista. Romanzo peraltro “irregolare” per più di un motivo. Innanzitutto nell’ampia e colta prefazione Colin Wilson riflette sulla funzione del romanzo, della trama, della libertà che questa forma letteraria offre al suo autore, a partire dalle opere di Defoe e Richardson:Ma il prezzo da pagare per questa libertà è pesante: il romanziere è vincolato a una giostra di emozioni umane, vale a dire che è limitato dalla vicenda che racconta, dal plot” (pp.10). Dopo aver citato Flaubert e la “purificazione” della sua opera – ovvero aver riconosciuto che “l’obiettivo non è importante quanto ciò che succede lungo il percorso” – Wilson ricorda il “fallimento” del suo precedente “Riti notturni”: accontentarsi di un romanzo che raccontava una storia, pur soffermandosi, ove possibile, sulle idee. Mentre con “L’uomo senza ombra” sarebbe tornato a una forma e a una sostanza del “romanzo che Flaubert aveva abbandonato perché impura” (pp.18).

Rivoli di oscurità perversa e trascendente


Le interconnessioni tra le fantasie BDSM e l’abisso siderale sono molto più concrete di quanto tu possa comprendere, rigagnoli di perversioni tracimano nella psiche degli sciamani.

Le nozze chimiche di Aleister Crowley – Ver Sacrum


Su VerSacrum la recensione di Cesare Buttaboni a Le nozze chimiche di Aleister Crowley. Itinerari letterari con la grande Bestia, saggio di Franco Pezzini dedicato alla figura del celebre occultista inglese del secolo scorso.

La nuova rilettura di Franco Pezzini indaga un personaggio piuttosto ambiguo, chiacchierato, divisivo e assolutamente affascinante. Si comincia con la copertina di uno degli album più ascoltati di tutti i tempi: quel Sgt.Pepper che con la sua band di cuori solitari ha appassionato intere generazioni. Tra un guru hindu e Mae West, compare anche l’inconfondibile capoccia del nostro, ma questo posto d’onore nel pantheon beatlesiano non è l’unico: Crowley ha influenzato tanta pop culture, arte e letteratura.
Come un bravo detective Pezzini parte alla ricerca dei filoni di questa fascinazione da Il Mago di Maugham (1908, in Italia pubblicato da Adelphi) che lo vede ritratto nella figura di Haddo, centrale anche nella trasposizione cinematografica di Rex Ingram. Crowley risponderà anni dopo con il suo complesso romanzo Moonchild (1917, tradotto La figlia della luna).
Crowley è stato prevalentemente un occultista, dapprima nella Golden Dawn sotto il nome di Frater Perdurabo, e poi di altri culti come l’A∴A∴, l’OTO (Ordo Templi Orientis) e infine del suo proprio culto, quello del Thelema il cui comandamento inneggia alla volontà, alla libertà e all’amore. Ma se nella Golden Dawn la voglia di Crowley di appartenere agli ordini iniziati ai segreti più profondi ha causato dei veri e propri scismi, con il culto del Thelema la Bestia ha anche creato comunità, rituali e addirittura un’abbazia magica nella nostra Cefalù, da cui lo cacciò solo il Duce, meritandosi versi di scherno e biasimo, le Songs for Italy (1923).
Vorace bisessuale e sempre alla ricerca di nuove esperienze in giro per il mondo, Crowley partecipò in gioventù a una spedizione sul K2, che arrivò molto in alto pur non raggiungendo la cima, fu critico letterario per Vanity Fair (stroncò Il Mago di Maugham); viaggiò moltissimo e frequentò decine di personaggi notevoli, tra il guru buddhista Allan Bennett (suo maestro di magia), la nota medium Dion Fortune e addirittura Fernando Pessoa con cui intrattenne un fitto epistolario.
Se la presenza di Crowley nella sua epoca tra libri di poesia, opere teatrali, romanzi, rituali e la rivista The Equinox non passò certo inosservata, sono le epoche successive a versargli il tributo di fama più ingente.
Crowley si ritrova in un verso di Bowie (“Quicksand”), ha una sua propria canzone dedicatagli da Ozzy Osbourne, a lui si è ispirato per un personaggio Alan Moore in V per Vendetta, Neil Gaiman in The Sandman (Roderick Burgess), lo ritraggono anche Dampyr e Dylan Dog, i film della Hammer (of course), le serie tv da X files a Xena passando per The Simpsons e poi videogames e tanta letteratura di genere all’interno della quale Pezzini si diverte a tracciare percorsi che stupiranno anche i più ferrati. Insomma per quanto non siamo pronti a seguire in tutto il Thelema, un viaggio nel mondo della Bestia vale più che il prezzo del biglietto.”

Isabella e il revival magico – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine, Franco Pezzini traccia le coordinate di una rivista che ignoravo completamente: Man, Myth & Magic: An Illustrated Encyclopedia of the Supernatural, un settimanale da edicola che è, probabilmente, la prima e comunque la più leggendaria rivista mai apparsa in materia.

A trattare di antropologia religiosa, mitologia e appunto – in abbondanza – magia, sotto la cura di Richard Cavendish (storico inglese specializzato nel filone dell’occulto, 1930-2016), per la bellezza di un migliaio di articoli, sono più di duecento autori accademici e non, alcuni di notorietà ultraconsacrata: e scorrerne l’elenco fa un certo effetto. Vi troviamo letterati come Robert Graves e Christopher Isherwood, un’autorità dell’archeologia preistorica del calibro di Stuart Piggott, un sociologo specialista in fanatismo religioso come Norman Cohn, occultisti quali Ambelain e Kenneth Grant e studiosi di storia dell’occulto come Francis King e Ribadeau Dumas, cultori di studi arturiani come Ashe, e poi sociologi e folkloristi, criminologi e teologi, critici d’arte e botanici… e tantissimi altri, perché lo spettro tematico è giustamente ampio e gli articoli (in uno stile comprensibile al grosso pubblico) presentano comunque taglio enciclopedico.

A supportare Cavendish sono esperti di consacrata notorietà: nell’editorial advisory board figurano l’etnografo Cottie Arthur Burland del British Museum, l’archeologo gallese Glyn Daniel editor di Antiquity, il leggendario grecista E. R. Dodds (autore, per dire, del famoso I greci e l’irrazionale), l’antropologo religioso Mircea Eliade dalle brutte frequentazioni politiche ma senz’altro di immensa erudizione, e l’importante  psichiatra William Sargant; mentre quali educational board consultants sono John Symonds, esecutore testamentario di Aleister Crowley e autore della sua (discussa) prima biografia nonché di altri testi sull’occulto, R. J. Zwi Werblowsky, docente di Comparative Religion a Gerusalemme e specialista in cabala e misticismo ebraico, e il cattolico Robert Charles Zaehner, studioso di religioni orientali. Art director di una rivista oltretutto molto illustrata – dove l’ampiezza delle pagine e il molto colore annunciano il passaggio alla grafica dei Settanta – è Brian Innes, già percussionista della band The Temperance Seven attivissima nel decennio precedente. I centododici fascicoli usciti per i tipi BPC Publishing, Ltd. verranno poi riuniti in un monumentale volume in seguito variamente riproposto (e per esempio l’edizione 1995 avrà una serie di nuovi consulenti e contributori).

Ripetiamolo, 1970: e una simile clamorosa intrapresa era stata preparata da un paio d’anni di effervescenza in tema mitico-magico su carta e sugli schermi. Fin dall’inizio degli anni Sessanta simili suggestioni avevano prosperato underground, o in forme appartate, o attraverso la libertà di riletture artistiche (letteratura compresa), quasi in controcanto alla ripresa industriale e alle paure atomiche; ma con Sessantotto, rivoluzione sessuale e diffusione di massa delle utopie, da ogni tombino o semplice fenditura del suolo occidentale era parso eruttare qualcosa di magico. L’uscita di Man, Myth & Magic rappresenta dunque una sorta di ufficiale presa d’atto di un revival epocale dell’occulto: un fenomeno il cui impatto al tempo e la cui variegata latitudine può difficilmente arrivare a percepire chi non la ricordi, tanto pervasiva era la forma assunta. Giornali di ogni tipo, infiniti volumi (sia di case editrici nate apposta, sia delle grandi che cercano di cavalcare il fenomeno senza cadute), programmi televisivi, film; e poi discorsi tra amici, sedute spiritiche… Se quella stagione di febbri dell’immaginario terminerà a fine anni Settanta, la sua eredità arriva ai giorni nostri e – al di là di maggiori o minori fortune – sembra destinata a non conoscere un’estinzione.

Ma che senso può avere parlare oggi di questi temi, tanto più su una testata come Carmilla? In questione non è certo un dato di convinzioni soggettive sulla fondatezza o meno di fenomeni “magici” (usiamo il termine con tutta la latitudine del caso) o l’adesione a una filosofia di vita che li comprenda o giustifichi. Ciò accederebbe – anche in forme alte, pensiamo a certe riflessioni di Jung – a una dimensione di idee più o meno personali nel cui merito non ha senso entrare in questa sede. O comunque in questo pezzo. Più interessante sembra il fatto che, a prescindere dalla natura “sostanziale” di alcuni fenomeni, il linguaggio mitico-magico possa risultare congruo a esprimere realtà profonde della nostra vita interiore. Una fictio, se vogliamo, o piuttosto un efficace teatro, di volta in volta simbolico o metaforico, utile a comunicare coi nostri sottoscala, a dar parole a concetti sfuggenti o inaccettabili, a innescare reazioni del singolo o della comunità. Qualcosa che attiene all’immaginario, con tutta l’ambiguità del concetto – nel senso di immaginario subìto, agito o un misto dei due.

Ciò che non riguarda soltanto l’etnopsichiatria o gli studi antropologici su terre remote (peraltro nell’insidioso rapporto tra osservatore e fenomeno): si tratta di realtà che impattano sul sentire dell’uomo comune qui e ora. Del resto lo sappiamo, per esprimere alcune realtà abbiamo bisogno di linguaggio mitico-magico: se parliamo d’amore non possiamo ricorrere al gergo delle neuroscienze, mentre ne utilizziamo un fortemente simbolico, pieno di mito e di magia. La discesa negli inferi di cui prima o poi quasi tutti facciamo esperienza ben prima della morte fisica è una realtà psicologica – ma vorrei dire esistenziale – serissima e molto concreta. Ma gli esempi sono infiniti, e una certa ritualità appartiene a prassi di liberazione che riguardano anzitutto il nostro modo profondo di comunicare. “Siamo simboli e viviamo in essi” ha scritto da qualche parte Emerson.

Sex and the Magic: la Grande Bestia colpisce ancora (IV) (Victoriana 28/7) – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una disamina molto puntuale di Franco Pezzini sulla produzione letteraria di Aleister Crowley, il celebre mago del secolo scorso che spesso si è rivelato come un esponente interessante del weird. Un estratto, molto intrigante:

Nel corso di una vita relativamente lunga (almeno se si considerano l’epoca tribolata da due guerre mondiali e i problemi di salute, settantadue anni), Aleister Crowley scrive continuamente. La sua produzione, che alla sblocco dei diritti con il settantesimo dalla morte dilaga ora anche più liberamente sui banconi delle librerie, svela una latitudine impressionante: a partire come ovvio da quella tecnico-occultistica, dove tra rivelazioni del Thelema, relativa esegesi, magistero magico (basti pensare a quell’immensa summa che è Magick, cioè Liber ABA o Book 4), testi rituali eccetera, ora in forma di volumi, ora di articoli, c’è di che riempire un’intera biblioteca. Ma fin qui si tratta solo di una parte della sua opera, al di là della fitta rete di connessioni che collega tutto in un continuo dialogo: un’unica giostra dove l’ironia diventa strumento occulto e le più varie arti – compresa la pittura, di cui il Nostro a un certo punto si entusiasma – vengono riconosciute come magiche.

Pensiamo ai suoi scritti spesso pepati su temi filosofici, politici, o in senso lato culturali (eventualmente con tagli sfiziosi per farsi ospitare a pagamento su qualche testata), o alla sua straordinaria “autoagiografia” – come la definisce in sottotitolo – The Confessions of Aleister Crowley, 1929, da accostare con una certa prudenza ma di interesse enorme e grande divertimento. O all’amplissima produzione poetica, dove alterna testi molto belli ad altri in cui l’intento provocatorio – motivato all’interno di una riflessione fortemente polemica verso i valori tradizionali del mondo occidentale – rende la godibilità letteraria un po’ altalenante (ma simpatici sono i Songs For Italy, 1923, con una serie di frecciate al fascismo che l’ha cacciato da Cefalù). Pensiamo alle opere teatrali, sorta di interfaccia più libera alle pantomime dei rituali, o alle sue stesse traduzioni, dove una certa libertà autoriale/magisteriale è comunque ravvisabile: per esempio quella de I Ching (proposta in Italia da Tre Editori, 2018), evidenziante proprio la tensione a mescidare tradizioni assai distanti che tanto preoccupa colleghi esoteristi più legati alla loro “razzialità” (per esempio, abbiamo visto, Dion Fortune).

Nel panorama non poteva mancare la narrativa: e a parte alcuni romanzi più o meno noti al grosso pubblico, Crowley produce un’imponente messe di racconti che spiccano per qualità nell’orizzonte di una fiction breve primonovecentesca di lingua inglese dai contenuti fantastici, visionari o comunque eccentrici – e avvicinati per esempio dalla critica a quelli di un altro personaggio un po’ eccessivo di fine età vittoriana, il conte Eric Stenbock (1860-1895). Certo, non tutti i racconti crowleyani presentano lo stesso livello d’interesse e comunque non si tratta di grandi capolavori della letteratura. Una certa parte viene anzi varata a fini anzitutto alimentari, a fronte di una situazione economica che qualche lustro dopo condurrà il Nostro al fallimento sancito dal tribunale: l’eredità paterna fondata sulla birra (l’azienda familiare Crowley’s Alton Ales da cui il padre, pensionandosi, era passato all’attività di predicatore dei rigoristi Plymouth Brethren) è schiumata letteralmente via. Ma queste storie pensate per divertire e insieme formare alle idee thelemite (in qualche caso con riferimenti tecnici che sfuggono al lettore non preparato, ma sempre con lo strumento del paradosso e dell’ironia) sono nel complesso molto felici: e persino nei racconti minori, qualche guizzo del ruspante geniaccio dell’autore riesce qui e là a dardeggiare.

La spregiudicata capacità di cavalcare mode d’epoca – certe scene brillanti, un certo tipo di poliziesco – non ostacola note di genuina originalità: si pensi alle quattro serie (colte, spumeggianti, divertenti) incentrate su Simon “il semplice”, cioè il mistico, occultista e detective Simon Iff, creato alla fine del 1916. A metà gennaio 1917 Aleister ha già terminato di scrivere la prima serie di sei storie, The Scrutinies of Simon Iff, poi edita su The International tra settembre 1917 e febbraio 1918: per inciso sotto lo pseudonimo di Edward Kelly, come un tipaccio che ritiene di reincarnare, il losco medium del mago elisabettiano John Dee. Seguono Simon Iff in America (dodici storie, scritte tra dicembre 1917 e gennaio 1918), Simon Iff Abroad (tre storie, scritte probabilmente nel 1918) e Simon Iff, Psychoanalyst (due storie, scritte tra 1918 e 1919). Anche se è eccessivo proclamare – come fa lui annunciando la seconda serie – che si tratta dei polizieschi più sensazionali dopo quelli doyliani su Holmes, è vero che il taglio è innovativo: un mix tra i classici racconti polizieschi e i casi dei detective dell’occulto, con un occhio alla psicologia e un po’ di Thelema.

Io sono Nessuno – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine Franco Pezzini mette in evidenza degli aspetti arcaici e ritornati in auge negli anni 60-70 della mitologia antica, come quella che riguarda Odisseo. L’opera di Omero fu rivisitata in quegli anni da uno sceneggiato TV, che ricordo bene perché fu lì che cominciai ad avere il gusto della scrittura, intorno agli 8 anni, quando presi a fare il riassunto dettagliato di ogni puntata del serial che tanto mi stava impressionando. Mi è capitato di rivedere alcuni stralci di quella lontana Odissea, e  devo dire che hanno conservato un fascino intatto, meraviglioso, evocativo.

1968: dopo un’abboffata di peplum da grande schermo – i “sandaloni”, come venivano chiamati – che del mondo antico e particolarmente di quello mitico regalavano all’Italia popolare versioni simpaticamente fumettistiche tra bicipiti, rossetti similhollywoodiani & tunichette con le greche, la RAI propone agli spettatori qualcosa di molto diverso.

Il fatto è che nel 1950 si era verificato un evento capitale nella riproposta dei poemi omerici. Dagli uffici Einaudi, Pavese aveva voluto con forza una nuova versione dell’Iliade affidandola a una traduttrice giovane ed entusiasta, Rosa Calzecchi Onesti (1916-2011): scopo, scrostare la lettura del poema da tutta l’ampollosità trombona sedimentata in secoli di traduzioni “solenni” per ritrovare il vero Omero, arcaico e scabro, con le sue formule ritmate da un Mediterraneo remotissimo. Quest’Iliade meravigliosa, che oggi alla lettura accusa un po’ il passare degli anni ma resta godibilissima e comunque un modello di lavoro – ormai le traduzioni sono tante, alcune davvero stupefacenti per un rigore filologico che apre continue domande e può talora rispondervi solo in termini ipotetici – era uscita poco dopo la morte di Pavese, appunto nel 1950; e nel 1963 con la stessa formula viene edita l’Odissea.

Inevitabile che tutto ciò approdi anche agli schermi nel clima di sperimentazioni di quegli anni. Nel 1967 Pasolini propone un Edipo re del tutto eversivo, cui farà seguire nel 1969 il famoso Medea con Maria Callas (sul progetto, come già ricordato in altra sede, è oggi preziosa la ricostruzione offerta da Paolo Lago nel bellissimo Lo spazio e il deserto nel cinema di Pasolini. Edipo re, Teorema, Porcile, Medea, Mimesis, 2020); e nel 1969, con un’operazione diversa ma in qualche modo parallela, Fellini e l’assai meno noto Gian Luigi Polidoro muoveranno a decostruire una certa visione del mondo romano imperiale nelle rispettive e diversissime trasposizioni del Satyricon.

Ma se tutto ciò riguarda il grande schermo, il boom della comunicazione di quegli anni passa attraverso la televisione, e l’Odissea – presentata l’anno dopo l’Edipo re di Pasolini, e l’anno prima del suo Medea e dei due Satyricon – annuncia un nuovo corso nello sguardo ai classici. Articolata come sceneggiato in otto puntate, vede una coproduzione tra Italia, Francia, Iugoslavia e Germania occidentale, la prima della Rai a venir realizzata a colori. Al timone, il regista quasi cinquantenne Franco Rossi con robuste esperienze teatrali e cinematografiche, e una formazione nell’orizzonte del neorealismo (tra l’altro ha diretto un Calypso nel 1958 e Odissea nuda nel 1961), supportato per singole puntate da Piero Schivazappa e Mario Bava; mentre alla sceneggiatura lavora un’intera squadra – Gian Piero Bona, Vittorio Bonicelli, Fabio Carpi, Luciano Codignola, Mario Prosperi, Renzo Rosso – riuscendo a restituire voce a Omero anche attraverso una dimensione corale di sottofondo supportata da un’ottima musica (Carlo Rustichelli, Bruno Nicolai). Per contro Dario Cecchi coi costumi, Luciano Ricceri all’Art Direction e Mario Altieri alla Set Decoration ripudiano in blocco lo stile peplum per seguire invece il regista in una lettura stilizzata, a tratti fiabescamente teatrale (l’episodio di Eolo, per esempio), ma in ogni caso felicemente armonizzata a tutto un orizzonte storico e antropologico. Insediamenti arcaici con focolari fuligginosi, maschere funebri da modellare sul viso, abiti ruvidi di lana e poi imbarcazioni, telai, cordami, vasi o oggetti di vita quotidiana… un mondo insomma ricostruito con attenzione agli scavi archeologici e alla linea ideale PaveseCalzecchi Onesti, lontano e primitivo quanto è in effetti quello narrato da Omero. Un’impressione ora rafforzata dalla scelta di numerosi attori iugoslavi – tra i quali lo stesso protagonista, l’attore bosniaco trentaduenne Bekim Fehmiu (1936-2010, bello ricordare questo attore/intellettuale morto nel giugno di dieci anni fa) – coi loro tratti ruvidi e antichi, sconosciuti agli spettatori italiani e tanto diversi dai divi occidentali.

Gotico torinese, ovvero: una vigilia di Natale con Horace Walpole (Nightmare Abbey 14) – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine Franco Pezzini rievoca l’epopea del capolavoro letterario che ha dato il via a tutto il filone fantastico così come lo conosciamo oggi: Il Castello di Otranto, di Horace Walpole.

Un po’ più di duecentocinquanta anni fa, la vigilia di Natale, una tipografia privata dà alle stampe quasi alla chetichella un piccolo libro destinato però a recare nella narrativa l’effetto di un terremoto. O piuttosto di una valanga, visto che – sia pure in modo in gran parte indiretto – muterà il modo di leggere e di scrivere, e influenzerà a livello profondo attraverso la filiazione di un intero ventaglio di generi il modo di sognare della modernità.
A vedere una delle cinquecento copie di quella prima edizione, di primo acchito non si direbbe un testo tanto esplosivo.

Sex and the Magic: la Grande Bestia colpisce ancora (I) (Victoriana 28/4) – Carmilla on line


Franco Pezzini, su CarmillaOnLine, ci porta nella sua eterna e coltissima disamina weird, che ha intitolato Victoriana ormai molto tempo fa, nei reconditi psichici di Aleister Crowley, quella Grande Bestia che ha plasmato – volenti o nolenti, è così – intere epoche pre e dopoguerra fino ai giorni nostri; parliamo quindi di quasi un secolo di nefandezze e guglie percettive e ideologiche mai dome, mai troppo messe da parte e mai troppo incensate. Vi lascio ad alcuni stralci delle considerazioni di Franco.

Ma c’è ancora un nome della raccolta, che la copertina indica per primo a dispetto della brevità del testo scelto: cioè quello di Aleister Crowley, la Grande Bestia 666 (1875-1947), personaggio citato qui anche nelle pagine di Wheatley ma presente in proprio come autore del brano titolato L’iniziazione. Non si tratta di un racconto, ma di un’istruzione stralciata da uno dei suoi opuscoli, con la messa in scena del rituale blasfemo della crocifissione di un rospo. Il fatto che tra tutta la sua produzione – nel 1969, è vero, meno facile da mappare nella sua impressionante estensione –, ricca di prosa, poesia e saggistica, sia stata proposta da Haining proprio questa breve istruzione finisce con l’orizzontare verso il Crowley più superficialmente “satanico” dei tabloid, “l’uomo più cattivo del mondo” eccetera: ancora una volta un pegno al clima d’epoca, che dice qualcosa delle provocazioni di un incredibile agitatore culturale (nel 1967 sulla copertina del Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles), ma rischia di travisarlo nel mero sodale del LaVey di turno. Torniamo insomma alla cornice vintage della raccolta in esame, che un lettore del 2019 è opportuno colga per poter capire e apprezzare il documento d’epoca.

Per approfondire un po’ il tema, può piuttosto essere utile accostare un altro testo edito nel 2015 dalla stessa Ghibli, cioè la biografia Aleister Crowley: la natura della Bestia di Colin Wilson (1931-2013): uno studio del 1987, è vero, ma preparato dal profilo di Crowley in The Occult: A History (1971) e da altre sue opere.

Certo The Nature of the Beast, con le caratteristiche peculiari che lo pongono idealmente nella scia di studi alternativi come Il mattino dei maghi (1960) più che delle biografie “pure”, pur offrendo provocazioni interessanti è da accogliere un po’ sempre con le molle – e non solo per le personalissime idee di Wilson. La sensazione per esempio che nelle Confessioni Crowley tenda a intessere lisergicamente autofiction, giochi a impressionare, ricami per amor di narrazione e per gigioneria – come in fondo sempre, nella vita quotidiana come in romanzi e racconti, con un unico indiscusso mattatore in scena, sempre lui – sia pure in alternanza a momenti di desolata onestà, lascia a volte pensare che invece Wilson prenda tutto un po’ troppo sul serio. Ma in ciò, tra fascino e limiti, sta il valore documentario del suo testo: e rileggerlo oggi finisce col suscitare una vaga melanconia per i sogni di un’epoca – che è stata anche nostra, almeno di chi può ricordarla, delle nostre singole vite e dei nostri sogni – ormai irrimediabilmente chiusa.

Le precedenti puntate di Sex and the Magic sono qui, qui e qui.

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