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Da Herbert a Villeneuve: incanto e profezia di Dune – Quaderni d’Altri Tempi


Su QuaderniAltriTempi Giovanni De Matteo propone la sua panoramica su Dune. Ovviamente, Giovanni non è persona che si accontenta di pochi paragrafi per descrivere un’opera, figuriamoci per un’esalogia come quella di Herbert che tocca temi universali e vasti quanto l’umanità. Vi lascio a un breve estratto:

L’universo letterario di Herbert trae origine da un ciclo di storie originariamente apparse su rivista intorno alla metà degli anni Sessanta e poi sviluppate nei vent’anni successivi in una esalogia di romanzi (l’ultimo, La rifondazione di Dune, risale al 1985) che esplorano il millenario declino di un futuro impero interstellare, minacciato dagli intrighi politici delle diverse entità che lo compongono, e delle parallele spinte centrifughe di un’umanità che si diffonde tra le stelle della nostra galassia e oltre. Ma Dune è soprattutto un’opera filosofica, che dedica ampio spazio non solo ai meccanismi di conquista e preservazione del potere, con pagine e brani che potrebbero essere tratti da un saggio di dottrina politica, ma riflessioni altrettanto ampie sull’ecologia, sul linguaggio e sull’uso della religione come strumento di controllo. I tentativi di adattare per il cinema un’opera così stratificata sul piano dei contenuti, oltre che labirintica (e qui pensiamo soprattutto al primo romanzo) nella trama e nelle sottotrame in cui sono invischiati decine di personaggi, non potevano che essere prevedibilmente accompagnati da un prammatico scetticismo, e per quasi due decenni il rutilante universo futuro immaginato da Herbert si è confermato effettivamente non filmabile. Poi, nel 1984, abbiamo avuto il controverso esito del Dune di David Lynch. E oggi, trentasette anni più tardi, è arrivato il turno di Denis Villeneuve.

Ma facciamo un passo indietro e risaliamo alla genesi letteraria di un impero che è divenuto parte integrante del nostro immaginario, non solo fantascientifico. La storia di Dune è fin dal primo momento la storia di un successo costellata di piccoli e grandi rifiuti e di fallimenti sempre piuttosto memorabili. Il romanzo di Frank Herbert fu rigettato da tutti gli editori del settore prima di incontrare sulla sua strada l’editor della Chilton Books di Philadelphia, Sterling Lanier, che si stava prodigando in quegli anni a estendere il bacino d’utenza della sua casa editrice specializzata in manualistica per auto. Nel 1965, poco dopo averlo pubblicato a puntate sulle pagine della rivista Analog, Herbert diede così alle stampe un romanzo destinato a cambiare la storia del nostro immaginario. Purtroppo, nonostante i riscontri ricevuti nei principali premi del campo (alla sua uscita Dune si aggiudicò sia lo Hugo che il Nebula), il libro vendette male a causa del suo prezzo di copertina, decisamente fuori mercato per gli standard dell’epoca. Lanier fu licenziato e Dune sembrò destinato all’oblio, sennonché le successive ristampe in economica riuscirono ad assicurargli una seconda vita: sulla spinta anche dei riconoscimenti ottenuti, il romanzo cominciò a imporsi al di fuori della cerchia degli appassionati, venendo tradotto in decine di lingue e arrivando col tempo a vendere oltre venti milioni di copie nel mondo, numeri che ne fanno ancora il libro di fantascienza di maggior successo nella storia.

Dune 2021: l’epica delle sabbie | PostHuman


Su PostHuman Mario Gazzola recensisce in anteprima Dune, il nuovo film di Denis Villeneuve. L’articolo è trascinante, la prosa di Mario è notevole e fa precipitare il lettore direttamente nelle viscere della pellicola, che forse vedrò ma che a priori non suscita automaticamente l’attesa che ho avuto, che so, per Blade Runner 2049, soltanto perché non amo particolarmente la saga di Frank Herbert (lo so, adesso mi bersaglierete con ingiurie ed epiteti di ogni foggia). Vi lascio alle parole di Gazzola:

La sua narrazione ha il passo ieratico e solenne della fantascienza mistica, ai confini col fantasy più maturo: quella che ci presenta il “viaggio dell’eroe” (saggio-bibbia degli sceneggiatori by Chris Vogler, basato sugli studi di mitologie e religioni comparate di Joseph Campbell nel pure monumentale saggio L’eroe dai mille volti), segue un andamento che nei suoi tratti essenziali si ritrova appunto nei cicli mitologici classici (tutti, dall’Iliade al ciclo bretone di Artù, dal Kalevala al Mahabarata, ma pensate solo a cos’è Virgilio per Dante nella Commedia).
Viaggio iniziatico che nei suoi punti salienti – un eroe, un antagonista, un mentore, un talismano, un conflitto per conquistare un premio, una vittoria, l’amore – riassume in sé praticamente l’essenza, il dna di ogni narrazione, dall’Ulisse di Omero a quello di Joyce. Ciò che rende appunto la sci-fi/fantasy matura la prosecuzione della mitologia in forme letterarie moderne.
Villeneuve, da indiscusso maestro della regia quale ormai è, impagina questo viaggio in sontuosi panorami di… dune (ovvio!) e rocce tendenti all’astratto, colori sabbiosi e interni tetri e incombenti, fastosi costumi neorinascimental-cosmici, attraverso quei silenzi e quelle attese di qualcosa d’inespresso che sono il suo marchio di fabbrica da Arrival, che bene servono l’atmosfera mistico filosofica dell’opera e che sono una continua festa per gli occhi, anche quando rischiate di perdervi fra le intricate cospirazioni di corti spaziali degne dei Borgia.

Come di ogni opera larger than life, vi capiterà – come dubitarne? – di leggere in giro su qualche pregiato quotidiano nazionale stupidaggini tipo che il film ha “una parte centrale troppo lenta”, che sono un po’ come dire che la Bibbia “ha anche delle buone idee ma niente ritmo”. Ma sono quei redazionali svelti scritti da “penne medie” per essere letti dallo “spettatore medio” in tempi medi e dargli l’illusione d’aver capito in fretta se il film è da vedere o no. Carta igienica per il giorno dopo.
Fate come diceva proprio Virgilio a Dante: “non ragioniam di lor, ma guarda e passa”. Voi che leggete qui invece andatelo a vedere, lasciatelo crescere nei suoi 155 minuti di epos, e progressivamente sentirete crescere in voi l’inesorabile empatia per l’ennesimo viaggio eroico, sempre attraverso le stesse tappe, sempre appassionante come la prima volta, quello del giovane Paul Atreides (il 26enne Timothée Hal Chalamet qui sopra a sinistra) e della sua affascinante e combattiva madre-Gesserit dai poteri telepatici Lady Jessica (suadente e magnetica Rebecca Ferguson sotto a sin., che non si è mai sazi di guardare), circondati dall’opulento cast con Oscar Isaac (duca Leto Atreides, padre di Paul, nella foto in alto con lui), Josh Brolin (il roccioso Gurney Halleck), Stellan Skarsgård (l’immenso barone Vladimir Harkonnen, sopra a destra), il sempre minaccioso Dave Bautista, la velata reverenda madre-Gesserit Charlotte Rampling (qui sotto a destra con Paul) e Javier Bardem (il Fremen Stilgar). La coprotagonista Zendaya appare ancora poco, perché il suo ruolo crescerà ora che Paul e madre trovano riparo fra i Fremen del deserto cui lei appartiene, ma proprio quando ahinoi termina bruscamente il film, lasciandoci assetati come nomadi nel deserto della seconda parte, sui cui tempi di gestazione purtroppo non si sa ufficialmente ancora nulla.

Jodorowsky’s Dune: il più fecondo fallimento della storia del cinema


Su PostHuman Mario Gazzola traccia mirabilmente le coordinate di Jodorowsky’s Dune, il documentario video in cui si racconta il making of del regista cileno attorno al concept di Dune. Un estratto:

La parte più pazzesca del film di Pravich è infatti il dopo, in cui la regia ci giustappone esempi dei disegni di Moebius per lo story board di Dune accanto a scene di film successivi, talmente simili da non poter pensare che sia stato un caso: il libro era rimasto nel cassetto di tutte le major hollywoodiane, quindi non è stupefacente che intuizioni della geniale coppia siano filtrate nei duelli di Star Wars di Lucas, nelle soggettive di Terminator di Cameron, nelle apparizioni fantasmatiche dei Predatori dell’Arca Perduta di Spielberg o in altri titoli minori come Flash Gordon, fino alle minacciose montagne scolpite nel Prometheus di Ridley Scott.
Al cui epocale capostipite Alien peraltro diedero decisivi contributi proprio O’Bannon (col soggetto originale) e Giger (coll’indimenticabile, orroroso xenomorfo), “scoperti” da Jodo e indi “adottati” da Hollywood dopo il naufragio del cosmico progetto, se ne parla alle pagine 101-106 del mio FantaRock (con Ernesto Assante, Arcana, 2018).

Mai pubblicata neppure in forma di libro cartaceo, la fertilissima, profetica sceneggiatura Jodo/Moebius si connette infine anche all’imminente, attesissimo Dune di Villeneuve (di cui già è trapelato il progetto di una trilogia cinematografica per sviluppare compiutamente l’impianto narrativo di Herbert) attraverso la colonna sonora: infatti le solenni musiche di Hans Zimmer per il film in uscita comprendono anche un brano riarrangiato dei Pink Floyd ambìti da Jodo: è Eclipse, proprio da quel The Dark Side Of The Moon le cui session di registrazione volgevano alla fine al momento dell’incontro col visionario regista cileno).

Jodorowsky’s Dune | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione al Dune di Alejandro Jodorowsky, uscito in sale selezionate in questo scorcio finale dell’estate come antipasto alla versione di Denis Villeneuve. Un estratto:

Nell’ambito della fantascienza esiste un film che è entrato nell’immaginario degli appassionati di fantascienza, pur avendo il grande difetto di non essere mai stato realizzato: questo film è il Dune di Alejandro Jodorowsky. Quest’opera poteva essere la prima trasposizione cinematografica del romanzo di Frank Herbert uscito nel 1965, che fu invece portato al cinema, per la prima volta da David Lynch, nel 1984.

Dopo anni di racconti parziali, il regista cileno ha deciso finalmente di narrare tutta la storia di questo progetto.
Istrionico, ironico e geniale, Jodorowsky è la voce principale di questo documentario, supportato dalle numerose testimonianze dei collaboratori che furono allora coinvolti nella realizzazione del film. In questo documentario racconta tutte le sue idee, le persone coinvolte, i luoghi visitati, in oltre due anni. Grazie al suo carisma, oltre che al supporto economico di Seydoux, fece una vera propria campagna di acquisti scegliendo tra i migliori tecnici nel campo degli effetti speciali, i migliori artisti e i musicisti di allora. Il primo reclutato fu il fumettista Jean Giraud, che nel campo fantascientifico era ben noto con il nome di Moebius. Andò negli Stati Uniti a parlare con Douglas Trumbull, creatore degli effetti speciali di 2001 Odissea nello Spazio; salvo poi detestare il suo approccio troppo tecnico e ripiegare sul quasi esordiente (ma molto promettente) Dan O’Bannon, che era stato il responsabile degli effetti speciali di Dark Star, quel piccolo capolavoro che fu anche l’esordio cinematografico di John Carpenter. Si portò in Francia Chriss Foss, allora famoso copertinista britannico di libri di fantascienza, per realizzare i disegni delle navi spaziali.
Voleva Salvador Dalì nel ruolo dell’imperatore (è incredibile), che accettò per una cifra esorbitante. Dalì gli suggerì un artista svizzero allora misconosciuto per le scenografie degli Harkonnen: Hans Ruedi Giger. Per la colonna sonora reclutò i Pink Floyd; Mick Jagger doveva essere Feyd Rautha (curiosamente nel film di David Lynch fu scelta un’altra rockstar, Sting, per lo stesso ruolo). Paul Muad’Dib sarebbe stato interpretato da suo figlio.
Insomma Jodorowsky fu una particella elementare impazzita, che a metà degli anni ‘70 viaggiò negli Stati Uniti e per mezza Europa, per collegare il mondo artistico con quello cinematografico e quello della fantascienza. Come lui stesso dice aveva “un’ambizione smisurata” era conscio di poter fare l’opera più grande della sua vita. Con il produttore francese stimò che il budget necessario per il film doveva essere di almeno 15 milioni di dollari, che per allora era una cifra esagerata, ritornò quindi a Hollywood per cercare i soldi che gli mancavano. Per tale motivo preparò con Moebius un volume dettagliatissimo a supporto della sceneggiatura, in cui era disegnata ogni scena del film, una vera opera nell’opera.

Nonostante tutto questo, Hollywood non diede mai fiducia a un regista così fuori dai suoi schemi.

Non solo Dune: ecco il drago di Frank Herbert | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione di un’uscita editoriale per Urania Mondadori in libreria: Esperimenti e catastrofi, un compendio di romanzi di Frank Herbert, l’autore di Dune. La quarta:

La folle utopia di uno scienziato creatore di una civiltà tanto perfetta quanto mostruosa. Un mondo arido e velenoso, palcoscenico di un esperimento psicologico planetario. La sete di vendetta di un genio impazzito che diffonde sulla Terra un virus in grado di sterminare la specie umana. Dal creatore del mondo di Dune, tre romanzi apocalittici sui limiti che l’uomo non dovrebbe mai superare. All’interno: L’alveare di Hellstrom, Esperimento Dosadi e Il morbo bianco; i tre romanzi mettono in scena scenari apocalittici ed esplorano i temi come la sopravvivenza umana, la religione e i limiti che la scienza non dovrebbe oltrepassare. I protagonisti dei tre romanzi mettono in atto progetti ambiziosi e pericolosi in un mondo dove distinguere “buoni” e “cattivi” è sempre più arduo.

Una nota personale: non posso che gioire per queste continue uscite editoriali di Urania in libreria in formati maxi, ne giova tutto il genere e tutto ciò grazie alla lungimiranza di Franco Forte e di tutta la sua redazione. Great!

Rileggendo Dune trent’anni dopo. Un viaggio iniziatico in sei volumi – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un post che potremmo definire enciclopedico, perché enciclopedica è l’opera che analizza: Dune, di Frank Herbert. Il lavoro è opera di Eliseo Martini, e tratta in dettaglio non troppo spinto, ma esaustivo, i sei volumi della saga di Herbert. Un estratto:

A circa trent’anni dalla lettura del primo volume ho concluso gli altri cinque libri del ciclo di Dune, uno dopo l’altro, nel giro di due mesi. È stato un po’ come rendere omaggio alla mia adolescenza, vissuta all’insegna della fantascienza come antidoto al male dell’essere ragazzini negli anni Ottanta.

Ma non posso negare che in mezzo, in questi trent’anni passati troppo velocemente, siano successe cose che mi hanno permesso di prepararmi ad intraprendere il viaggio iniziatico rappresentato dagli altri cinque volumi della saga. All’età di 17 anni la mia lettura era rapida, ingorda, resa impaziente dall’avida attesa di un colpo di scena; per questo, nonostante ci avessi provato, non ero riuscito ad arrivare nemmeno a metà del secondo volume.

Oggi faccio il giornalista e ho una formazione storico-filosofica costruita in anni di ricerca in campo umanistico ma, nonostante tutta la preparazione che possiamo avere, la scrittura di Herbert, la complessità delle sue riflessioni e del mondo che ha creato continuano ad interrogarci, a sfidarci.

Niente democrazia in Dune

Il ciclo di Dune è una vasta e stratificata meditazione filosofica sulla natura umana, sul libero arbitrio, sulla politica e sulle forme di dominazione, il tutto proiettato in un futuro lontano, nel quale l’umanità ha conquistato grazie alla Spezia di Dune la capacità di viaggiare nello spazio. Il punto di vista adottato per raccontare le vicende umane e l’organizzazione sociale è quello di una aristocrazia che ricorda quella della società feudale europea. Herbert sceglie dunque il punto di vista dei potenti: l’idea di democrazia non è mai presente nel ciclo di Dune, se non nell’ultimo volume, quando ne viene descritta una particolare forma, quella su cui si basa l’organizzazione delle sorelle Bene Gesserit.

Anche il governo di Paul Atreides, asceso al comando dell’Impero dopo aver conquistato Dune e sconfitto gli Harkonnen non ha niente a che fare con la democrazia, ma rappresenta piuttosto una forma di potere illuminato e paternalista, una pax Atreides che mira a essere giusta ma non certo democratica. Una filosofia del governo questa poi amplificata fino alle sue estreme conseguenze dal figlio di Muad’Dib, Leto II, che diventerà il Tiranno, trasformandosi egli stesso in uno dei vermi di Dune e che grazie alla sua preveggenza interromperà per 3500 anni l’evoluzione politica dell’umanità inoltrandosi su quel “Sentiero d’oro” che suo padre non aveva osato intraprendere.

Niente democrazia, quindi, nell’universo di Dune, ma una lotta senza quartiere tra i potenti per la conquista e il mantenimento del potere, sopra i quali Paul e suo figlio Leto cercano di ergersi non certo come paladini dell’eguaglianza ma piuttosto come sovrani (e Dei…) capaci di guidare l’umanità verso una ulteriore maturazione, la cui descrizione – e in questo sta la debolezza ma anche la forza del racconto di Herbert –  resta poco chiara o comunque mutevole nel corso di tutto lo sviluppo del ciclo.

Dune, il supermontaggio (non ufficiale) definitivo | Fantascienza.com


Da Fantascienza.com una segnalazione che non potrà non fare felici i tantissimi appassionati di Dune e, quindi, di SF: esiste un montaggio del film di Lynch che fu portato sugli schermi ormai decadi fa.

La produzione non è stata semplice, e alla fine il film è stato tagliato, aggiustato, in modo non del tutto soddisfacente. Negli anni sono usciti vari diversi “cut”, e nei dvd sono state pubblicate scene tagliate e storyboard e bozzetti per scene mai girate. Ora, richiede già un dose abbastanza elevata di passione per questo film guardarsi tutte queste cose, ma Michael Warren è andato ben oltre. Si è messo lì e con pazienza ha rimontato tutto. Tutte le scene disponibili, persino quelle di cui esistevano solo disegni. E ha creato la versione “definitiva” e “completa” del film, che dura circa tre ore.

Ecco, un’opera meritoria e monumentale, da vero fan, che va premiata con la diffusione del risultato, che è qui sotto. Ah, son tre ore, eh… Buona visione!

Il Dune che non c’è mai stato ∂ Fantascienza.com


Alejandro Jodorowsky

Cover of Alejandro Jodorowsky

Confesso: non ho mai letto Dune né ho mai visto il film, ma a mia incompleta scusante posso affermare che so di avere un enorme tassello mancante nella mia cultura SF, che riempirò presto. Fantascienza.com ci fa sapere che un grande regista e non solo dei decenni scorsi, Alejandro Jodorowsky, nel 1974 aveva provato a farne una versione cinematografica, parecchio estrema, parecchio acida e al limite del megalomane, coinvolgendo artisti quali Pink Floyd o Salvador Dalì, in un crescendo lisergico che, a dirla tutta, mi intriga come poche cose al mondo.

“La mia ambizione era tremenda. Volevo realizzare qualcosa di sacro, un film che desse l’esperienza allucinatoria dell’LSD senza usare l’LSD, e cambiare le giovani menti di tutto il mondo.” Così Jodorowsky inizia il racconto di quel 1974, anno in cui, su proposta di un consorzio di produttori francesi guidato da Michel Seydoux, provò a visualizzare ciò che Herbert aveva scritto. Il risultato furono oltre tremila tra bozzetti, disegni e grafici che il documentario mostra ampiamente, e che definire psichedelici è poco. Nella sua mentalità rivoluzionaria, Jodorowsky aveva in mente un progetto grandioso, e per realizzarlo aveva raccolto intorno a sé il meglio che l’arte visiva e grafica esprimeva in quegli anni: da Moebius, che curò gran parte dei bozzetti, a H.R. Giger, che avrebbe dovuto occuparsi del design dell’intero set. E poi Dan O’Bannon per la sceneggiatura, e l’illustratore Chris Foss.

Per non parlare poi del cast che Jodorowsky aveva in mente: David Carradine nei panni di Paul Atredeis, Salvador Dalì in quelli dell’imperatore Shaddam, il grande Orson Wells e Mick Jagger (il cui ruolo, curiosamente, andò poi a un’altra rockstar, Sting). Il tutto condito da una colonna sonora originale dei Pink Floyd, per dare il massimo della psichedelia.

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