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Leigh Whannell racconta il “suo” Dracula | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine un’intervista a Leigh Whannell, autore e interprete di film horror, che ragiona su come dev’essere la caratterizzazione di personaggi come quello di Dracula.

Io credo che la cosa migliore da fare sia semplicemente eliminare tutta l’iconografia. Prendiamo per esempio Dracula, molti dei suoi tratti distintivi sono stati aggiunti nel corso degli anni. Il mantello, ad esempio, molte delle sue caratteristiche non sono presenti nel romanzo di Bram Stoker. Alcune sono state introdotte da Bela Lugosi.

La stessa cosa è accaduta con Sherlock Holmes. Il cappello da cacciatore non è frutto della fantasia di Conan Doyle, eppure se chiedi a qualcuno di disegnare un ritratto di Sherlock Holmes, lo disegneranno con quel cappello in testa. E i bulloni nel collo della creatura di Frankenstein. Nel romanzo, la creatura è ben più spaventosa, un terrificante patchwork di parti di corpi.

I miei mostri farebbero dunque a meno di mantelli, bulloni, zanne. Li spoglierei di tutto quello che li contraddistingue e darei vita a un personaggio che non è mai stato rappresentato prima.

Se Bram Stoker avesse scritto Dracula nel 2020, il suo conte sarebbe decisamente diverso da come descritto nel suo romanzo. Io proverei a capire il vero motivo per cui Dracula è così spaventoso. E per me ciò che rende Dracula spaventoso è la sua mancanza di misericordia. Non ha pietà, è uno psicopatico. Farei un film in cui Dracula non è altro che un alienato che beve sangue. Non ci sono mantelli, né fulmini, non c’è nebbia e non ci sono nemmeno lupi. Solo un pazzo.

Lankenauta | Lady Frankenstein e l’orrenda progenie


Su Lankenauta la segnalazione di un saggio assai intrigante, Lady Frankenstein e l’orrenda progenie, a cura di alcune autrici dettagliate più avanti nel post originale. Qualcosa da tenere sempre pronto all’uso, per leggere interessanti punti di vista.

Sono trascorsi esattamente duecento anni da quel 1818 che vide la prima pubblicazione di “Frankenstein, o il moderno Prometeo” e, nell’occasione, sei autrici che hanno interessi in comune con la rivista “Leggendaria” e con la Società italiana delle letterate (SIL) – Maria Crispino, Silvia Neonato, Sara De Simone, Giovanna Pezzuoli, Carla Sanguineti, Marina Vitale – hanno voluto celebrare la figura Mary Wollstonecraft Shelley, puntando lo sguardo su aspetti forse fino ad ora non troppo indagati dalla critica. Non soltanto pura e semplice biografia della scrittrice, per quanto sia sempre molto controversa, ma analisi che devono qualcosa alla psicologia e alla psicanalisi e si concentrano, con un linguaggio piuttosto accessibile, sui motivi che hanno fatto di “Frankenstein” un’opera anticipatrice di molte delle profonde paure che assillano l’uomo e la donna contemporanei. Tanto per intenderci questo il piano di “Lady Frankestein”: Silvia Neonato è autrice del capitolo “La donna che anticipò le nostre paure”, Carla Sanguineti si è proposta con “Mary Shelley in Italia. In fuga oltre il dolore”, Marina Vitale con “L’incubo della generazione”, Sara De Simone con “Il mostro che la abita”, Anna Maria Crispino con “Creature post-umane: Da Frankestein ai Cyborg”, per finire con Giovanna Pezzuoli e “Il cinema e il suo mostro”. Sono saggi che attingono dalle biografie più recenti, tipo quella di Adriano Angelini Sut, dai carteggi dell’autrice, da studi non in senso stretto letterari, e che appunto evidenziano quanto il mostruoso e l’insolito della creatura di “Frankestein” debba ai sensi tenaci di colpa di Mary Wollstonecraft Shelley. Percezioni profonde che sarebbero comparse al momento stesso della sua nascita, visto che la madre, la celebre femminista ante litteram, mori di parto; e che poi si sarebbero accentuate con la morte prematura di una sua figlia, con la morte di Percy Bysshe Shelley e col suicidio della sorellastra Fanny.

“Frankestein” viene perciò letto innanzitutto come un’opera che mette in scena la drammaticità della nascita e che è stato condizionato non poco dallo “scientismo” dominante al tempo della rivoluzione industriale. Senza dimenticare chiaramente aspetti come “il contesto dell’epoca, le influenze romantiche, la scrittura e le connessioni culturali con l’Italia nel romanzo e nel resto della produzione dell’autrice”. Marina Vitale scrive di “circostanze tra i caratteri del testo originario e le circostanze fattuali della vita della sua autrice”, che “condizionarono senza subbio lo spirito con cui il romanzo venne pensato e scritto e lo stato d’animo che a quindici anni di distanza le facevo definire il suo concepimento «my hideous progeny»” (pp.75). Sara De Simone è ancora più esplicita, citando Anna Maria Ortese: “Mary Shelley è contemporaneamente Victor Frankenstein e la sua creatura, il creatore del mostri e  la sua orrida progenie perché in entrambe le posizioni è stata e di entrambe vuole renderci conto: figlia mostruosa assassina di sua madre – pure una madre mostruosa, per averla abbandonata – e madre mostruosa a sua volta dei figli che perde, uno dopo l’altro, senza poterli in alcun modo preservare, tenerle in vita” (pp.116). Anche Anna Maria Crispino approfondisce sulla creatura deviata, che risulta creata e non generata: “da Frankestein discende un’intera generazione di mostri – una ‘immonda progenie’ – che incarnano le paure dell’umanità, anzi, per meglio dire della civiltà occidentale esaltata e ossessionata dal progresso” (pp.135). Da questo punto di vista l’attualità dell’opera di Mary Shelley, e quindi di tutta la successiva gestazione di creature terrificanti, androidi, assemblaggi ancor più evoluti di carne senziente, non consisterebbe tanto nella descrizione cruda, impietosa di un mostro disgustoso, quanto proprio nell’atto della creazione. Una devianza che produce nella stessa scrittrice un alternarsi di “orrore per la cosa (the thing) e pietà per l’essere vivente, seppur imperfetto (the creature) partorito dalla sua mente (e da suo inconscio potremmo dire)” (pp.134).

Una “orrenda progenie” evidentemente non relegata nei primi decenni dell’ottocento visto che, agli inizi del nuovo millennio, le polemiche su nascita e maternità sono sempre più virulente, a cominciare da quello che può voler dire clonazione, passando per la procreazione assistita, per la GPA (gravidanza per altri/e). Un omaggio all’opera di Mary Wollstonecraft Shelley che, pur nei limiti di nemmeno duecento pagine, ha voluto evidenziare quanto l’idea di “Frankenstein” abbia condizionato la letteratura, quanto debbano al “mostro” le arti visive, il cinema; e, aspetto tutt’altro che secondario, quanto gli incubi dell’autrice si siano rivelati, non soltanto manifestazioni di archetipi presenti in ciascuno di noi, ma delle vere e proprie anticipazioni di un futuro distopico.

Immagini del conflitto / Corpi – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine riflessioni e considerazioni a cura di Gioacchino Toni sull’evoluzione paradigmatica, indagata dalla letteratura e dalla cinematografia fantastica, tra carni e tecnologia: i primordi dei cyborg e loro implicazioni socioeconomiche e postumane nella nostra società. Un estratto significativo, non esaustivo che prende spunto dal saggio di Luca Tursi, Immagini del conflitto:

La narrazione di Dracula, sottolinea Tursi, si inscrive perfettamente all’interno delle trasformazioni comunicative moderne; nel testo si giustappongono diversi mezzi di comunicazione e attorno al buon esito o meno della comunicazione si determinano comprensioni o incomprensioni tra i diversi personaggi con importanti ricadute sull’epilogo. Oltre alle comunicazioni anche i numerosi mezzi di spostamento hanno importanza nella narrazione che conduce, inesorabilmente, verso la dissoluzione del corpo di Dracula e se ciò accade è perché i suoi nemici possono ricorrere ai mezzi messi a disposizione dalla moderna società capitalista che regola così i conti con un passato costretto a lasciare spazio al nuovo mondo che avanza.

Questa immersione nella civiltà tecnologica dei protagonisti del romanzo di Stoker svela sino in fondo il conflitto che ha portato alla dissoluzione del corpo di Dracula e all’impedimento posto alla trasformazione in non-morta del corpo di Mina. Da un lato, infatti, c’è l’aristocratico conte Dracula dotato di notevoli risorse, lascito di un passato glorioso; dall’altro, un manipolo, tutto sommato abbastanza omogeneo, sintesi della borghesia occidentale, anch’essa dotata di bastevoli risorse, frutto delle attività dei tempi recenti. Evidentemente, queste ultime superiori alle prime tanto da consentire la vittoria all’avvocato Jonathan Harker, all’americano Quincy Morris e agli altri inseguitori. Alla fine Mina potrà con un certo autocompiacimento “riflettere sul meraviglioso potere del denaro! Che cosa possono fare i soldi quando sono impiegati come si deve”. Cosa può fare il capitalismo nel pieno della seconda rivoluzione industriale e poco prima del passaggio di secolo? (p. 45).

A dissolversi con il corpo del conte è anche l’Uomo cartesiano, infrantosi contro il «corpo polimorfico, ibrido e desiderante di Dracula. Questo essere diabolico ha rivelato la contingenza storica del progetto moderno: le apparentemente intoccabili catene dell’ancien régime si sono spezzate per essere prontamente sostituite da nuove catene, quelle che nel romanzo di Stoker si colgono nel rapporto di reverenza nei confronti delle classi emergenti da parte dei personaggi di ceto sociale inferiore» (p. 46). Usciamo da questa vicenda coscienti del «carattere dinamico del nostro “essere-generico” (gattungswesen) […] costruzione prodotta dai rapporti capitalistici di produzione» (p. 47).

Non è difficile comprendere i motivi per cui il mostro organico-artificiale frankensteiniano e il metamorfico Dracula riescano ad avere ancora un ruolo importante nell’immaginario contemporaneo. Nonostante si tratti di figure nate nel corso di un epoca passata di grandi mutamenti della quale hanno saputo condensare i conflitti sociali e l’immaginario, sembrano comunque capaci di far riferimento anche a un contesto contemporaneo caratterizzato da un immaginario tecnologico riferito al corpo umano in cui

la tenco-scienza si è fatta mondo, si è posta […] l’obiettivo di costruire non una seconda natura per l’essere umano ma la natura stessa dell’essere umano. Se nel primo caso, infatti, poteva ancora valere il tentativo di segnalare il carattere compensativo della tecnica rispetto a una carenza dell’umano, oggi ciò che è tecnica e ciò che è umano mostrano la loro indissolubilità e indistinguibilità ab origine. La tecno-scienza ha addirittura proposto (preteso), attraverso la mappatura completa del genoma, di tradurre l’umano in un codice d’informazioni, disponibile alla riproducibilità tecnica (p. 49).

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200 anni di terrore con Frankenstein | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com, nell’ambito di Delos 197, un interessante excursus di Carmine Treanni su Frankenstein che aiuta a inquadrare un po’ tutta la questione creativa nel duecentenario della pubblicazione dell’opera.

Al di là dell’attribuzione del romanzo della scrittrice inglese fra quelli che hanno contrassegnato la science fiction, resta il fatto che Frankenstein segna la rottura con il romanzo gotico del 700, di cui è comunque figlio, e apre la strada ad una letteratura più attenta alla realtà in cui nasce e alla scienza, tanto che si può affermare non solo che è il romanzo che segna l’apice della cosiddetta rivoluzione scientifica, ma è anche il romanzo simbolo della rivoluzione industriale, che proprio in quegli anni muoveva i suoi primi passi.

Frankenstein è, dunque, allo stesso tempo il primo testo narrativo che utilizza l’impulso d’una scienza in piena espansione, ma è anche l’ultimo esempio di quella letteratura che si nutriva di storie tormentate e ricche di eventi sanguinari o profezie di sventura, di ambientazioni cupe e lugubri, di personaggi soprannaturali. Questi due elementi convivono e sono simbolicamente rappresentati dai due protagonisti del romanzo: il Mostro e lo Scienziato.

Vale la pena ricordare, seppur note, le circostanze entro le quali prese forma il romanzo: nell’estate del 1816 Mary e il marito, il poeta Percy Bysshe Shelley, si recarono a Villa Diodati, la residenza che Lord Byron aveva affittato sul lago di Ginevra. Qui, per ingannare la noia di un’estate piovosa, i tre si diedero alla lettura di storie di fantasmi; la cosa li ispirò a tal punto che decisero di imitarne il genere. I tre intavolarono una discussione riguardante il “segreto della vita”, ovvero su alcuni esperimenti condotti dal fisico Erasmus Darwin, nonno del più famoso Charles, che aveva infuso nuova vita, grazie all’elettricità, in un gruppo di piccoli vermi. Sempre di quel periodo sono gli esperimenti di Galvani, che con la sua pila era in grado di far contrarre i muscoli di una rana morta. Tutti questi fatti affascinarono e influenzarono Mary Shelley, tanto che, durante la notte, ebbe un incubo nel quale immaginò un uomo animato da una macchina. Al mattino riportò su carta il suo sogno e, incoraggiata dal marito, ne tirò fuori un romanzo che diventò famoso in tutto il mondo con il titolo di Frankenstein o il Prometeo moderno.

Crepax: Dracula e Frankenstein incontrano Valentina |HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di Conte Dracula, Frankenstein, e altre storie Horror, fumetto partorito dalla geniale mentre di Guido Crepax che coniuga la sua celebre Valentina, Dracula e Frankenstein. Intrigante…

Gotici per le feste – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un lungo articolo di Franco Pezzini che indaga il genere gotico – da Frankenstein ma, a ritroso, anche da Il castello di Otranto. Questo rivolo artistico che tanto amiamo riempie presto l’anima e l’immaginario dell’intero globo, da duecento anni a questa parte si modifica arricchendosi, autofagocitandosi anche, ma sempre rinascendo più geniale e fantasioso di prima. Il Fantastico, suo grande papà, ringrazia generosamente.

Il lettore che nel periodo successivo all’11 marzo 1818 nota sul bancone del libraio un’opera fresca di stampa di cui ha letto alcune recensioni, non può immaginare che quel romanzo, tirato da Lackington, Hughes, Harding, Mavor, & Jones nel modesto numero di cinquecento copie, sia destinato a cambiare parecchie cose nell’immaginario collettivo. Sul termine “fresca di stampa” dobbiamo intenderci, perché materialmente il volume è uscito dalla tipografia a Capodanno: ma è vero che nei primi due mesi, e nonostante un certo movimento (rilascio di esemplari, consegna di quelli per il copyright, invio ai giornali o a scrittori amici, e naturalmente alle librerie), non sembra filarselo quasi nessuno, e solo a marzo la novità editoriale inizia ad avere il botto di recensioni. Se ne parla su “La Belle Assemblée, or Bell’s Court and Fashionable Magazine” e “The Edinburgh Magazine and Literary Miscellany; A New Series of ‘The Scots Magazine’” in date non specificate del mese, sul “Blackwood’s Edinburgh Magazine” (con la recensione di Walter Scott) il 20 marzo a Edimburgo e il 1° aprile a Londra, su “The British Critic”, “The Gentleman’s Magazine” e “The Monthly Review” in date non specificate di aprile… Al punto che ottime edizioni (Oxford World’s Classic, University Chicago Press…) lo danno per edito decisamente nel marzo o aprile, e magari proprio il citato 11 marzo. In realtà sarebbe bizzarro perché in quella data la famiglia dell’autore – anzi autrice, che ovviamente ha voluto vedere l’avvio editoriale – chiude le borse per partire verso il Continente, imbarcandosi il giorno dopo a Dover per Calais: ma la data che associa alla partenza resta simbolicamente significativa e di svolta. Nel libro, Frankenstein di Mary Shelley (ancora coperta da un pudico anonimato), la Creatura, dopo una fase di vita defilata, inizia a colpire in assenza e anzi a notevole distanza geografica dal suo creatore; ma anche il romanzo, dopo il primo periodo defilato, dopo l’11 marzo inizia a “colpire” in assenza e a notevole distanza dalla sua autrice. A colpire i recensori, i lettori da loro indirizzati a quelle pagine, gli uomini di teatro che si approprieranno dell’opera iniziando a trasformarla…

Il paletto di frassino e il telegrafo (vampiri e delinquenti fermati dal progresso) – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un bell’excursus sui miti del Fantastico, nella fattispecie Frankenstein e Dracula e la sua corte pregressa e soprattutto successiva di vampiri, passando per Villa Diodati. Da non perdere…

Nell’immaginario comune – frutto della lettura di svariati testi e della visione di pellicole – la figura del vampiro, dandy byroniano o melanconico malato d’amore, ha un punto debole: il cuore. Lo stesso punto debole che il lettore-spettatore fa suo nella consapevolezza che solo il paletto di frassino, piantato nel cuore dormiente del non-morto, possa arrestare le sue malefatte e annientare quella tristissima non-vita che, in qualche modo, è costretto a portare avanti; il paletto di frassino nei confronti del vampiro assume lo stesso peso dell’argento (fuso in pallottole o coltelli) nel contrastare il licantropo o lupo mannaro che dir si voglia.
In buona parte delle trasposizioni filmiche – mi vengono in mente soprattutto certe pellicole della Hammer – il finale, la chiusura del cerchio delle peripezie, insomma il ritorno all’ordine dopo l’incidente narrativo interno all’intreccio (consistente nelle morti che il vampiro provoca), vengono sempre sciolti tramite l’espediente del paletto di frassino; quando il re delle tenebre è ancora a riposo nella sua bara, Van Helsing e compagni, armati di paletto, croci e martello, fanno irruzione nei sotterranei della sua dimora al fine di piantare l’aguzza arma nel cuore – già morto ma “vivo di non-vita” – del conte Dracula, magari un Christopher Lee nel meglio dei suoi anni, un conte già più decadente di quello che impersonò Bela Lugosi nel film di Browning del 1931 ma ancora assai distante dal Gary Oldman di Coppola, cilindro e bastone, flâneur baudelairiano da un lato, rilkiano Malte Laurids Brigge dall’altro.
Non è da sottovalutare il fatto che il romanzo epistolare di Bram Stoker, sicuramente a livello commerciale il più conosciuto tra quelli che hanno per protagonista la figura del vampiro, viene edito a fine Ottocento, per la precisione nel 1897; questo a testimoniare che lo scritto è in parte distante dai classici del gotico anglosassone (per intenderci, le opere di Walpole, della Radcliffe, di Lewis).
Non a caso Dracula è forse davvero il canto del cigno del romanzo gotico, non senza fondamento si discosta dunque anche dalla narrazione di Polidori (quest’ultimo autore di un lungo racconto sulla figura del vampiro, in cui modella il suo Lord Ruthven nientemeno che sulle sembianze dell’amico Byron; racconto che nasce nella stessa infernale sera di Villa Diodati, quando Mary Shelley avrà l’intuizione per il suo moderno Prometeo, ossia Frankenstein).
Per inciso va specificato che quasi nulla della figura del vampiro creata da Stoker penetra nelle pellicole cinematografiche: in queste ultime è sempre la malattia d’amore di un dandy decadente a reggere il filo della matassa, assai spesso lo spettatore è quasi complice involontario del villain, laddove nel romanzo di Stoker è il fetido alito del conte a farla da padrone, il ribrezzo che provoca in coloro che a lui s’accostano, l’inquietante cattiveria che sprigiona la sua figura.
Orbene se il romanzo della Shelley (anno di grazia 1818) narra la dimostrazione di un malsano uso della scienza e del progresso (Victor Frankenstein cerca di “creare”, e ci riesce, una creatura assemblando – quasi in maniera grottesca e avventurosa – pezzi di vari cadaveri saccheggiati dai cimiteri durante la notte), possiamo forse negare che il progresso – rappresentato dal telegrafo nel romanzo di Stoker – non sia invece ciò che permette agli umani di anticipare le mosse del vampiro?
Credo proprio di no; da un lato – nel caso della Shelley – la creatura a cui lo scienziato dona la vita (più che vita forse “esistenza” materiale) finisce per assumere connotati romantici di diseredato, con nobili pensieri e sensibilità accentuata, una creatura verso cui il lettore prova una forma – oserei dire “dostoevskijana” – di compassione; dall’altro lato il vampiro – che pure furoreggia come simbolo estremo del mal d’amore nell’estetica romantica, emblema del cuore spezzato – carne, morte e diavolo nel medesimo corpo (per citare il fondamentale saggio di Mario Praz), ma comunque “egoista” nel rendere non-morti altri soggetti.
Insomma la Shelley crea una vittima frutto dell’uso macabro, malato, “egotico” della scienza; Stoker, invece, è già più moderno nel dare al conte gli attributi (già post-romantici) dell’eroe satanico, del “morto io, morti tutti”; è pur vero che Dracula subisce un mal d’amore di dimensioni elefantiache, è altrettanto vero però che questo si tramuta nella volontà distruttrice di potenza nei confronti del genere umano.
Detto ciò e ritornando sui nostri passi è dunque il telegrafo che anticipa le mosse del vampiro; qualcuno potrebbe obiettare e chiedersi come sia possibile ciò, visto che in teoria un essere soprannaturale come il vampiro ha facoltà telepatiche (e Dracula le aveva!) che dovrebbero allegramente infischiarsene del progresso e della scienza; eppure a una minuziosa analisi del romanzo è proprio questo che risulta. Il vampiro è sconfitto dal telegrafo, non certo dal paletto di frassino (o almeno non solo da esso). Il paletto è la pratica, il telegrafo la teoria.

Tracciare i corpi oltre l’umano. Dal mostro di Frankenstein a noi cyborg | L’indiscreto


Su L’indiscreto un viaggio tra i miti del Fantastico alla ricerca della continua ridefinizione del copro umano e delle sue funzioni. Un estratto:

Le vicende del dottor Victor Frankenstein e della sua innominata creatura sono, infatti, riportate da Walton, un testimone, uno spettatore, attraverso delle lettere alla sorella. Con il suo sguardo terzo coglie insieme il creatore e la creatura, il loro rapporto intimo e conflittuale. Questo sguardo terzo ci restituisce a pieno il dispositivo moderno dell’immaginario: la possibilità di cogliere la rottura dell’ordine quotidiano da distanza di sicurezza. Che rottura sia, lo mostra l’immagine della creatura: di una bruttezza ripugnante, terribile, orrenda che provoca un sussulto profondo nel creatore: “un orrore e un disgusto soffocanti mi opprimevano il cuore” osservando “il miserabile mostro che avevo creato”, “con quegli occhi acquosi, quasi dello stesso colore delle orbite bianche e spente che li contenevano, e con quella pelle avvizzita, e quelle labbra nere e tirate” (Shelley, 1818: 70, 69). E la stessa creatura non è esente dal riconoscersi come una rottura della normalità, come causa di disordine da cui deriveranno calamità: “quale fu l’orrore quando vidi la mia immagine riflessa in una pozza limpida! […] Quando mi convinsi pienamente di essere in realtà il mostro che sono, fui pervaso da un’amarissima sensazione di sconforto e vergogna. Ahimè! Ancora non conoscevo per intero le conseguenze fatali di questa triste deformità” (Shelley, 1818: 140). Dunque il corpo del mostro è l’oggetto scandaloso con cui si confronta la società borghese dell’epoca pre-vittoriana. Un corpo assemblato rappezzando pezzi anatomici di cadaveri, attraverso un commercio con il-già-morto, con membra destinate alla putrescenza.

Storia naturale del nerd | N I G R I C A N T E


frankensteinSul blog di Michele “DottoreInNiente” Nigro, una riflessione sul concetto di nerd applicato principalmente al capolavoro letterario romantico Frankstein. Un estratto:

Colgo la triste occasione della dipartita del mitico Gene Wilder (“Frankenstein Junior”) per parlarvi di un libro letto non molto tempo fa – “Storia naturale del nerd” di Benjamin Nugent (Isbn Edizioni) – e in particolare per soffermarmi sul capitolo intitolato Contro gli scienziati nelle torri, che a mio avviso rappresenta il punto nevralgico (o uno dei punti) della tesi di Nugent sull’eziologia del nerdismo. E per farlo l’autore attinge a piene mani dalla letteratura gotico-fantascientifica e precisamente scomoda il noto “romanzo nero” Frankenstein, o il moderno Prometeo della scrittrice britannica Mary Shelley.

Secondo Nugent, Victor Frankenstein è un proto-nerd; e infatti scrive: <<… l’antieroe è uno scienziato genialoide che finisce per sottrarsi completamente all’affetto dei suoi cari… […] rappresentando così la sua sete di conoscenza come un surrogato di un più urgente bisogno virile (“penetrare” i segreti della natura, n.d.b.). […] Ma al contrario del desiderio amoroso, il desiderio di progresso scientifico finisce per corrompere lentamente il corpo. […] La bellezza e la salute, qualità importanti per un giovane uomo che vuol essere marito e padre, vengono sacrificate alle esigenze della scienza.>>

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Moderni Frankenstein | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di una notizia vera, agghiacciante ma foriera di sviluppi incerti, da cui dipenderà il concetto stesso di morte: un team di scienziati sta progettando di riportare in vita i morti cerebrali usando tecnologie mediche d’avanguardia. Una sorta di Frankstein, sembrerebbe. Il dettaglio:

Il programma ReAnima prevede che presso l’ospedale Anupam di Rudapur, in India, vengano condotti venti tentativi di rianimazione su altrettanti soggetti in stato di morte cerebrale. I pazienti verranno sottoposti a uno spettro di terapie, che prevede l’iniezione di peptidi nel midollo spinale, l’iniezione di cellule staminali nel cervello, la terapia laser transcraniale (tecnica non invasiva in cui la luce laser viene fatta penetrare nel cranio per stimolare i processi di guarigione naturali) e la stimolazione dei nervi mediante impulsi elettrici. L’obiettivo è quello di riattivare alcuni processi nervosi quali la respirazione e il battito cardiaco, e con l’uso di cellule staminali suscitare un processo di rigenerazione del cervello. Il trattamento durerà sei settimane, dopodiché i pazienti rimarranno monitorati per diversi mesi per osservare eventuali miglioramenti.

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