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Archivio per Futurismo

Edited by Andy Guhl, Tabea Guhl, Flurina and Gianni Paravicini – Ear Lights, Eye Sounds. Expanded Cracked Everyday Electronics | Neural


[Letto su Neural]

Ear Lights, Eye Sounds. Expanded Cracked Everyday Electronics è una monografia del musicista svizzero Andy Guhl, la cui carriera è iniziata negli anni Settanta e con l’intento di migliorarsi, prima di abbracciare l’elettronica, fino a quando – nel 1983 – con la sua band Voice Crack ha eliminato qualsiasi strumento classico a favore di ciò che egli chiama “cracked everyday electronics”. Questa pratica incorpora l’uso di radio, giradischi, trasmettitori, dittafoni ed altri oggetti, aperti e manipolati attraverso i gesti e la luce, in un circuit-bending ante-litteram. Questo libro ha abbracciato la sfida di incarnare correttamente questo tipo di pratica e i contenuti nel suo stesso design, vincendo lo Swiss Design Award. In primo luogo vi è una chiara divisione tra le pagine di sinistra, piene di immagini, e le pagine di destra, in cui è incluso il testo. Anche se il testo è subalterno alle immagini – ed è suddiviso in piccole sezioni – è ancora perfettamente leggibile. È da segnalare che nella pubblicazione siano incluse 100 riproduzioni dei “Colliding Sediments”, lavori di Guhl, fotogrammi della performance THE INSTRUMENT, così come le immagini di concerti, schizzi originali e illustrazioni. In linea con la natura fragile degli strumenti al centro della sua pratica, il libro è stampato su un particolare tipo di carta che è sensibile al tatto, facilmente graffiabile e deteriorabile, perfetta per archiviare – e in maniera unica – lo spirito del lavoro di Guhl.

Ray Kurzweil sul futuro dell’economia con l’IA – Controcorrente


Un’intervista a Ray Kurzweil sul postumanismo e futuro basso dell’umanità. Cose condivisibili e non, ma è importante la pulsione verso il futuro e la ricerca totale; attenzione ai tecnofascismi…

Su Controcorrente.

La sua idea chiave è che la tecnologia dell’informazione progredisce in modo esponenziale. Oggi anche la sanità e la medicina sono presenti in queste tecnologie dell’informazione. Ciò significa che la nostra abilità di comprendere, modellare, simulare e riprogrammare il codice della vita crescerà esponenzialmente. Kurzweil descrive tre step fondamentali per raggiungere questo obiettivo adottando la metafora dei ponti: alimentazione sana, biotecnologia e nanotecnologia.

Il giornalista ha poi portato Kurzweil sul tema della Singolarità tecnologica, cioè il momento in cui le macchine diventeranno più intelligenti dell’essere umano. Tutto parte da quello che ormai stiamo facendo già da diversi anni: estendere la nostra capacità mentale attraverso l’intelligenza artificiale.

Secondo Kurzweil, entro il 2030 saremo in grado di connettere la nostra neocorteccia al cloud attraverso i nanobot. Il nostro pensiero sarà quindi un ibrido tra la forma biologica e quella non biologica. Diventeremo sempre più intelligenti e nel 2045 avverrà una trasformazione così profonda, una trasformazione singolare appunto, che cambierà l’umanità.

Ma quando le macchine diventeranno più intelligenti di noi, cosa succederà? Qui l’immaginario ci conduce nelle narrazioni fantascientifiche più distopiche: le macchine ci controlleranno o distruggeranno. Kurzweil ha chiarito il suo punto di vista anche su questa storia.

Il mio punto di vista non è noi contro di loro. Abbiamo visto questo scenario in molti film distopici di IA future: le IA contro gli umani per il controllo dell’umanità. […] Nel mondo non abbiamo una o due IA, ne abbiamo diversi miliardi. Queste sono IA connesse al cloud, create per estendere la nostra portata.

Ciò non significa che non ci sarà alcun tipo di conflitto in futuro.

Nel mondo abbiamo conflitti tra differenti gruppi di umani potenziati dalle nostre macchine e dall’intelligenza artificiale. Quindi questo continuerà, ma in sostanza estenderemo la nostra portata creativa. E lo stiamo già facendo.

Un’ottima occasione per conoscere una realtà importante, anche se artigianale e semi-clandestina, della produzione musicale rumoristica italiana degli anni ’80 e per riflettere sulle sue origini e le sue conseguenze nel panorama musicale nazionale e inter…


Su CarmillaOnLine la segnalazione di una pubblicazione dedicata alla scena Industrial sviluppatasi nel nostro Paese. Un’ottima occasione per ripulirsi degli stilemi del buonismo e della melodia, e di apprezzare le radice Futuriste di quest’arte caotica e rumorista. Un estratto dall’articolo che racconta di postindustriale Marcello Ambrosini, POST-INDUSTRIALE. La Scena Italiana Anni ’80, con una prefazione di Luther Blisset e un CD con 9 brani ( della durata di 55’ e 32’’), GOODFELLAS 2016, pp.288, € 22,00:

«Gli strumenti a corda, i fiati, gli ottoni, ecc. devono essere sostituiti da una batteria di oggetti duri. […] E quanto al mezzo del suono sarà preferibile usare l’elettricità, il magnetismo, la meccanica, in quanto essi escludono più efficacemente l’intromissione dell’individuale» (Piet Mondrian, 1922)

La storia del rumore nella musica italiana, come riassume bene il testo appena pubblicato da Goodfellas nella collana Spittle, ha ormai più di un secolo di vita. Risale infatti ai primi esperimenti del futurista Luigi Russolo che lo teorizzò nel suo L’arte dei rumori comparso a Milano presso le Edizioni futuriste di «Poesia» agli inizi di Settembre del 1916 e lo espresse musicalmente a partire da un primo concerto pubblico tenuto a Modena il 2 giugno 1913.

In un paese in cui la tradizione “classica” e, soprattutto, del “bel canto” hanno dato e continuano a dare il peggio di sé avendo inficiato ogni genere musicale dal folk fasullo della canzone napoletana alle colonne sonore di Ennio Morricone passando per la passione per la musica lirica e il pop dei Pooh fino al mefitico Festival di San Remo, era inevitabile che, prima o poi, la reazione in termini artistici ed espressivi dovesse essere radicale e violentissima.

Anche se la musica post-industriale italiana degli anni ’80 ha preso per lo più spunto dagli esperimenti di musica industriale che alcuni gruppi come i Throbbing Gristle, i Nurse With Wound, i Cabaret Voltaire, i Clock DVA oppure i primi Einstürzende Neubauten avevano avviato fin dalla fine degli anni Settanta, in una sorta di marxiana “negazione della negazione” rispetto al punk nato tra il 1976 e il 1977, risulta evidente, a seguito di uno sguardo più attento e approfondito, che lo specifico culturale e musicale italiano ha avuto un peso enorme nel determinare l’estensione di un fenomeno che, ovviamente, senza avere avuto importanti risultati di mercato ha segnato in maniera importante l’ambiente della musica underground nazionale. E non solo.

Le ali della creazione


Le ali della creazione psichica e metafisica.

I risvegli


Mi risveglio sull’altopiano del nontempo, mentre le evidenze illusorie passano estreme oltre ogni limite disegnato da queste realtà fake e stupide.

Romantronica, di Roberto Guerra


Anche la poesia d’avanguardia omaggia il genio pop di David Bowie. Lo fa il futurista Roberto Guerra, da sempre ispirato dalla poetica spaziale e elettronica del duca bianco, scomparso nel gennaio scorso, con la nuova raccolta poetica Romantronica (NETtarg editore, Caserta, giugno 2016, prefaz. di M. Blindflowers), già presentato in anteprima a Milano, Festival del Nuovo Rinascimento a cura di D. Foschi.  Da Space Oddity a Heroes fino a Blackstar, per Roberto è proprio David Bowie il prototipo della nuova stagione neofuturista del nostro tempo. Un Futurismo essenzialmente anche romantico e new renaissance, come Roberto spiega in un’interessante introduzione dove riconnette Bowie persino a Preffaelliti e dandy decadenti, con tanto di riferimenti critici a Franco Rella, James HIllman, oppure cogliendo nei testi incorci con Walter Pater e Oscar Wilde, Lindsay Kemp fino a Carmelo Bene, un omaggio anche alla particolare creatività performativa e visual di Bowie (si pensi solo al celebre film L’uomo che cadde sulla Terra).

Il lavoro rappresenta il ritorno alla poesia pura per Roberto ed è suddiviso in diverse raccolte, con una sezione finale aforistica.  Il Bowie di Life on Mars e la trilogia berlinese molto futuristica (con Brian Eno) è fortemente evocato dai versi di Guerra, cibernetici e sorprendentemente lirico-minimalisti.

Digital Heroes/Leonardo da Vinci:

Natura+Tekne
di generazione in generazione
impariamo ad amare
a conoscere le emozioni sinapsi neuroni
del bimbo sapiens sapiens
pronunceremo ti amo in tutte le lingue
in tutte le variabili dell’infinito matematico
tra zero e uno
verso il transfinito
we can be heroes
from here to eternity da qui all’eternità
Dio in persona inventò i numeri
Leonardo time machine

Esce DNAbyss, di Marco Raimondo per la collana Versi Guasti | KippleBlog


[Letto su KippleBlog]

Kipple Officina Libraria è lieta di presentare, nella collana VersiGuasti, DNAbyss di Marco Raimondo, un doloroso passaggio poetico verso la maturità di un’esistenza che è pura coverincarnazione e sofferenza interiore, uno stato vitale che martirizza ed esalta la vita stessa.

Qualunque cosa si voglia intendere per poesia, un elemento sembra essere imprescindibile: la poesia “significa”. La poesia è espressione di comunicazione attraverso cui il poeta, o se preferite il demone stesso della poesia, racconta, descrive e narra.
Spesso, anche nelle presentazioni precedenti ai volumi virtuali di questa collana, abbiamo osservato come il potere nascosto e segreto della parola poetica fosse quello di penetrare gli strati profondi della realtà e giungere a intuire, se non ad afferrare, panorami di significati altrimenti impossibili. Là, solo in quello spazio oltre il confine della nostra apparentemente solida quotidianità (che negli altri VersiGuasti abbiamo chiamato “Tempio nascosto”, “Futuro post atomico”, “Casoli”, ecc.), solo in quei luoghi che vivono a margine del nostro campo visivo si può scorgere, confusamente ma inequivocabilmente, un ulteriore senso, quasi un rumore bianco che lascia presagire l’altro/l’oltre.
La parola del poeta, carica di un potere quasi magico di significazione, porta a epifanie impossibili, aldilà di ogni ragionevolezza logica e condivisa. Non si fraintenda, la poesia non è lo strumento di un’indagine alternativa e ulteriore della realtà, non è microscopio di un laboratorio delle parole, essa è in sé azione creatrice; non è il coltello che squarcia la tela, è lo squarcio stesso. Taglio dentro cui si aggrovigliano connessioni, significati, sensi e realtà di cui non possiamo dire nulla di provato, ma di cui possiamo cantare forme e movenze in versi.

Dall’introduzione

Marco Raimondo, come un moderno empirista, sembra affermare che esiste solo ciò che è percepito, e ciò che egli percepisce, ciò che l’intera razza umana percepisce, è Dolore. E del Dolore si compone la natura della realtà.
Nella sua poetica il poeta perde ogni pudore dell’inganno, quel velo di Maya che nasconde, per rispetto, il letto del degente. Marco Raimondo prende la tenda di plastica che protegge il letto d’ospedale su cui giace l’Uomo e la scosta di quel tanto che basta per sentire la sofferenza, la disperata insensatezza, il tanfo putrido, la fine che si appresta. Senza ipocrisie il poeta afferma che quella tenda era tesa non per proteggere il paziente morente, ma per preservare noi stessi dalla verità che il malato porta con sé.
La verità è che ogni essere umano è, in quanto vivente, un essere morente, un essere sofferente, una biologia contaminata, dal e nel Dolore. Nessun consolamentum, neppure la Morte è conforto al Dolore perché la fine è solo un momento nel passaggio da vite a vite, da Dolore a Dolore. Catena ellittica che si ritorce su se stessa.

La quarta

Per Marco Raimondo nulla è da comprendere perché tutto è già maestosamente, enormemente, assolutamente presente. Ogni singolo grammo dell’intera realtà in cui lui, come poeta, e noi, come lettori, viviamo, è composto di un’unica sostanza. Quasi come quei filosofi presocratici della Scuola di Mileto che cercavano l’Elemento primo che costituiva il tutto, Marco Raimondo non fa altro che presentare al lettore ciò che per lui, poeta ed essere vivente, è banalmente naturale.
Ogni cosa è puro e semplice Dolore.
La poesia di Marco Raimondo è Essenza del Dolore. La poesia di Marco Raimondo fa male.

L’autore

Marco Raimondo nasce nel 1988 in provincia di Torino dove vive un’esistenza anonima e caratterizzata da una grave disabilità fisica; Ha frequentato prima Letteratura e poi Ingegneria Biomedica senza portare a termine gli studi.
Intellettualmente si muove lungo i confini di territori opposti: tra natura e tecnologia, tra logica scientifica e spiritualità; fortemente affascinato dalle contraddizioni dell’umano.
Un immaginario che fonde futuribile e arcaico, ispirato poeticamente dall’antico e dall’avanguardia; s’interessa di biotecnologia e dei lati oscuri del progresso, di nuove forme di comunicazione, studio e conservazione di antiche tradizioni Gnostiche e Dualiste.
Ha iniziato a scrivere, ferendo la poesia, alla fine della sua adolescenza in seguito al contatto con Avanguardie creative del XXI secolo, presto però abbandonate; Le sue prime poesie sono state pubblicate nella silloge connettivista Concetti spaziali, Oltre.

La collana VersiGuasti

VersiGuasti è la collana di Kipple Officina Libraria diretta da Alex “Logos” Tonelli e interamente dedicata alla poesia e alla letteratura lirica in versione digitale, alla costante ricerca di connessioni e poetiche appartenenti al Connettivismo e non solo.

Marco Raimondo, DNAbyss
Prefazione di Alex Tonelli

Kipple Officina Libraria – Collana Versi Guasti – Pag. 60 – 0.95€
Formato ePub e Mobi – ISBN 978-88-98953-60-8

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