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Roger Waters – Shine On You Crazy Diamond Parts (VI-IX)/Sheep


Mieidèi!

Alla fine i Pink Floyd si sono accordati sulla ristampa di ‘Animals’, con una nuova copertina | Rolling Stone Italia


I Pink Floyd – quelli che sono rimasti vivi – pubblicheranno a settembre il remix di Animals, il leggendario album del ’77 che ha ancora carte da giocare, sia a livello sonoro che di contenuti, attualissimi; RollingStone ne parla qui:

Come suggerisce il titolo completo, Animals 2018 Remix è stato remixato nel 2018 da James Guthrie. Nonostante siano passati quattro anni, la pubblicazione della nuova versione non era stata ancora annunciata apparentemente per i contrasti tra Roger Waters, autore principale del concept ispirato alla Fattoria degli animali di George Orwell, e David Gilmour sulle note di copertina del giornalista Mark Blake (ne abbiamo scritto qui), liner notes che Waters ha poi pubblicato sul suo sito. Contrasti che evidentemente devono essere stati in qualche modo messi alle spalle.

La ristampa sarà accompagnata da un booklet di 32 pagine con fotografie e immagini tratte dal tour e da una copertina aggiornata, come accaduto in passato per The Dark Side of the Moon.

Non esiste altro


Oscilliamo senza soluzione di continuità nelle due distopie possibili, da quella huxleyana alla cruda concretezza della orwelliana.

Roger Waters – THIS IS NOT A DRILL


Sta arrivando…

Evangelisti’s RACHE di Mariano Equizzi: riesumazioni cyberpunk | Postdigitale


Sul blog di Simone Arcagni considerazioni di qualche anno fa su uno dei lavori più celebri di Mariano Equizzi, RACHE, un film basato sull’universo fortemente distopico di Valerio Evangelisti, contenuto nella saga dell’inquisitore Eymerich. Ecco qualche passo:

Ecco finalmente RACHE di Mariano Equizzi! O meglio bisognerebbe dire, ecco “di nuovo” finalmente RACHE di Mariano Equizzi! Dopo dieci anni dalla sua realizzazione, questo piccolo gioiello di cyberpunk italiano viene finalmente messo online. Non me lo ricordavo, avevo dei ricordi vaghi, mi ricordavo l’impatto musicale, il delirio narrativo, mi ricordavo Valerio Evangelisti (scrittore che amo!), gli effetti speciali, la declinazione dell’action che tocca percorsi complottistici e tanto tanto amore per le tecnologie.
Ho sentito Mariano e abbiamo fatto una chiacchierata a proposito di questa “riesumazione”… eccovela!

RACHE è un film di 10 anni fa, mi ricordo quando lo giravi a Trieste, mi mandavi foto, un teaser, erano corpuscoli sparsi di un progetto quasi folle… ora ritorna? Perché ora?

“Lo abbiamo tenuto nascosto per quasi dieci anni, ma quando lo abbiamo finito e abbiamo conseguito l’Angel Award in Italia calò il gelo. Valerio Evangelisti sembrava il nemico numero uno del cinema italiano. Quando abbiamo visto l’ISIS, l’Ucraina, Ebola allora ci siamo detti: ora.”

RACHE è piuttosto radicale, se non conosci l’opera di Evangelisti, i riferimenti continui soprattutto alla saga di Eymerich, non riesci a tenere il filo, non puoi tenere il filo, eppure proprio questa massa di informazioni mai complete sembra essere la forza del lavoro che vuole violentare continuamente le conoscenze dello spettatore e lasciargli profonde zone d’ombra: è un attacco psichico più che un film.

“Si, Evangelisti’s RACHE è radicale, non si cura dei personaggi ma li fotografa nel maelstrom della Storia, quel tritacarne che riecheggia molto bene il The Wall di Alan Parker. Che importanza ha il percorso drammatico se è l’apocalisse il finale? Lavorandoci per oltre sei mesi alla postproduzione abbiamo capito che l’essenziale era offrire al fruitore la sensazione della lettura di Valerio Evangelisti; quel roller coaster che ti resetta il cervello e lo apre a considerazioni e visioni antipodali rispetto al sonno profondo che i media spesso ci inoculano.”

RACHE non nasce per il web eppure è sicuramente – almeno oggi – un prodotto dannatamente per il web… è virale, si coniuga con i video dei terroristi, con le notizie crude, cruente e spettacolarizzate di Vice, nasce per essere visto più volte, scavato a fondo dai fan, fatto circolare, merito delle tue intuizioni ma anche di questa invenzione letteraria.

“La RACHE è tutto e si nasconde nell’impossibilità dei media di immaginare l’impossibile. In una conferenza Antonio Caronia disse che era la più felice creazione letteraria Italiana. È un portmanteau in cui spingere a forza l’intero orrore globale che adesso viviamo. La RACHE per me è L’ISIS, è una creatura del potere e delle ‘ragioni’ storiche che si moltiplica diventa nazione e terrore puro e può essere ogni cosa poiché in essa si cela l’inganno di Philip K. Dick, e Valerio potrebbe essere The Man in High Castle. Valerio Evangelisti è il nostro Orwell, ma decenni di brizzi martani parenti muccini zaloni e zelig ci hanno fatto scordare che siamo il paese di Salò, che a mio parere è il vero antesignano di Eyes Wide Shut. l’Amnesia è il male più atroce, l’amnesia uccide la civiltà.”

Urss: come i maiali divennero bipedi – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una recensione a Urss, un’ambigua utopia. Cause e conseguenze del crollo dell’impero sovietico, saggio di Yurii Colombo che tratteggia storia e ideologia dell’impero russo ai tempi del comunismo. Vi lascio alla breve valutazione:

Nel programma del Pcus presentato al congresso del 1961 si proclamò raggiunta la fase del socialismo annunciando il comunismo per il 1980, con settimana lavorativa di 20 ore, gratuità di casa, utenze, vacanze, consumazioni al bar e al ristorante. Passata la fatidica data, si dice che Andropov, segretario del partito nel biennio 1982-84, abbia confessato a un suo collaboratore: «Ma quale diavolo di socialismo dispiegato. Dobbiamo ancora lavorare e lavorare per arrivare al più semplice socialismo».
Che cosa fu quindi l’Urss: una distopia totalitaria come dicono sbrigativamente i liberali? Socialismo reale, come affermavano i dirigenti brezneviani, intendendo un socialismo attuato nell’ambito delle concrete possibilità del contesto storico-geografico? Uno stato operaio degenerato che si poteva riportare sulla retta via, come sosteneva Lev Trotsky, una volta eliminata politicamente la casta parassitaria al potere? O infine capitalismo di stato, come credevano anarchici, maoisti, bordighisti e altri comunisti di sinistra?
Sono interrogativi ai quali chi aspira a trascendere l’orizzonte capitalistico non si può sottrarre: sia perché il fallimento dell’esperienza sovietica continuerà ed essere la mazza chiodata dei sostenitori dello status quo, sia perché i processi di burocratizzazione postrivoluzionaria continuano a ripetersi ciclicamente, a vari livelli d’intensità e con diverse connotazioni locali, in ogni esperienza di gestione del potere nelle organizzazioni politiche e statuali insorgenti. Da questo punto di vista la pubblicazione di Urss, un’ambigua utopia di Yurii Colombo offre ai lettori un’utile analisi della storia dell’esperimento sovietico basata su letteratura e fonti poco conosciute nel nostro paese. L’immagine dell’Urss che ne emerge è lontana dalle forzature teoriche funzionali alla battaglia politica; è un’immagine ambigua, spuria, contraddittoria, per certi versi inafferrabile.

L’organismo sociale emerso dalla rivoluzione del 1917 già alla metà degli anni ’20 aveva deprivato gli operai della possibilità di scioperare e d’intraprendere qualsiasi iniziativa autonoma, la democrazia diretta dei soviet non era mai riuscita a decollare per l’immaturità sociale delle peculiari condizioni russe. Dopo il periodo di assestamento staliniano, che si concretizzò in quattro milioni di arresti politici e 800 mila condanne a morte concentrate nel biennio 1937-38, la formazione economico-sociale sovietica, secondo Colombo, prende con Brežnev la forma di un patto sociale: a fronte del monopolio della politica detenuto dalla burocrazia si assicurano alla popolazione piena occupazione, abitazione e prezzi bassi di prodotti alimentari di base, mentre utenze domestiche, sanità, trasporti e strutture ricreative risultavano sostanzialmente gratuiti. A compensazione dell’inefficienza della distribuzione al dettaglio, dovuta agli squilibri tra settori produttivi di beni capitale e beni di consumo, inoltre, era tollerata un’economia parallela fatta di baratti, scambi di prestazioni e traffici di varia entità. All’interno di questa sorta di compromesso neocorporativo, lievitarono a dismisura non solo i privilegi, ma anche i “risparmi” dell’élite. Inoltre, nel momento in cui l’Urss cominciò a venire a contatto con il mercato mondiale capitalistico si aprirono profonde crepe nella sua architettura. Qui, infatti, non operavano meccanismi di ristrutturazione tecnologica e aumento della produttività del lavoro, ma solo compressione salariale per assenza di contrattazione sindacale. Il «vero accidente della storia – commenta dunque Colombo – non fu il crollo di un regime causato da un complesso di fattori contingenti e casuali, ma la sua sopravvivenza per oltre 70 anni malgrado le profondissime contraddizioni interne mai risolte».

Quando infine una parte della burocrazia decise con Gorbačëv di tentare la via dell’autoriforma, le possibilità di riuscita si rivelarono presto insussistenti: la casta al potere era divisa tra chi temeva di perdere il controllo sulla società (i conservatori) e chi aveva sostanzialmente interiorizzato la presunta superiorità del capitalismo (i riformisti); la classe operaia, dopo decenni di abbraccio pattizio con la burocrazia era disorientata, spoliticizzata, abbagliata dalle merci occidentali e oppose una resistenza meramente passiva allo smantellamento dello stato sociale.
Fu così che mentre i dirigenti di partito si facevano concedere crediti in valuta estera per fini speculativi, i giovani comunisti del Komsomol aprirono discoteche e videoclub dove si proiettavano soft-porn e film anticomunisti come la serie Rambo di Sylvester Stallone. I maiali di orwelliana memoria si alzarono definitivamente in piedi e al posto dell’Unione sovietica sorse «un mostro bicefalo, in cui la prima testa è una variante del capitalismo semiperiferico alla Wallerstein e l’altra è un insieme di relazioni neofeudali basate sul capitalismo di Stato, sulla corruzione, sul clientelismo, sul parassitismo del capitale privato».

Se il libro di Yurii Colombo non fosse un saggio teorico, ma un’opera di fiction, entrerebbe a pieno titolo nel genere noir dove la mancanza di eroi senza macchia non significa cinica apologia del disimpegno, ma impietoso affondare del bisturi nei mali del nostro tempo.

Un disco da (ri)scoprire subito: Animals dei Pink Floyd – Andrea Scanzi


Sul sito di Andrea Scanzi un lungo articolo – in realtà scritto un lustro fa – che esplora il mondo di Animals, il disco dei Floyd uscito nel ’77. Molteplici punti di vista, storie misconosciute, considerazioni non banali. Ve ne incollo la quasi totalità, perché non si può prescindere da ogni singola riga.

Stretto tra due colossi come Wish You Were Heree The Wall, Animals è ancora oggi un disco parzialmente sottovalutato.
Animals esce nel Regno Unito il 21 gennaio 1977. È il decimo album in studio dei Pink Floyd. La band è prossima all’implosione. Dopo il successo enorme di Dark Side, il Mirabile e Magnificamente Folle Roger Waters soffre sempre di più la popolarità, il rapporto con il pubblico e con l’industria discografica. Stargli accanto è quasi impossibile. Proprio durante il tour promozionale di Animals, Waters sputerà a un tontolone ubriaco che lo stava insultando. Da quel gesto germoglieranno The Wall e The Pros And Cons of Hitch Hiking (anche se i titoli non erano ancora questi), che Waters scriverà quasi di getto.
Animals venderà molto, ma non quanto altre opere del gruppo. Sono i mesi in cui esplode il punk, che peraltro se la prende anzitutto con i Pink Floyd, ritenuti emblema della “vecchia musica” e del “sistema”. Insomma: cazzate. Johnny Rotten, cantante dei Sex Pistols, indosserà la celebre maglietta “Io odio i Pink Floyd”. Ovviamente Animals è un disco che nulla c’entra con il “mercato”. E – altrettanto ovviamente – Animals è molto più rivoluzionario di tante (non tutte) baracconate punk. Animals è ancora un concept album watersiano. Se in Dark Side ci si interrogava sul senso della vita (e della morte), e se Wish You Were Here verteva sul tema dell’assenza e del cinismo dell’industria discografica (oltre che sul ricordo di Syd Barrett), Animals è una riflessione cupa e spietata non solo sull’Inghilterra di fine Settanta ma – più ampiamente – sulla natura dell’uomo. E dunque della società. È il disco più politico dei Pink Floyd, che deve molto alla Fattoria degli Animali di George Orwell.

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Storia del maiale volante di Animals dei Pink Floyd | OndaMusicale


Su OndaMusicale un po’ di storia dei Floyd e del loro album Animals, del ’77, in particolare del maiale icona del disco che sottintendeva a certi porci capitalisti, che ancora ben navigano nelle infestate acque della nostra vita. Un estratto dall’articolo:

La band aveva pubblicato due dischi difficilmente eguagliabili, sia come incassi che come gradimento del pubblico. Tuttavia, la genesi di Animals fu particolarmente travagliata all’interno dei Floyd. Se da una lato c’era la tentazione di proseguire sulla strada percorsa fino a quel momento, dall’altro c’era la voglia di cambiare rotta. Specialmente da parte di Roger Waters.

L’Inghilterra era una polveriera sociale pronta ad implodere su se stessa e nelle proprie contraddizioni politiche e sociali e anche la musica stava prendendo una deriva ben delineata, specie con la nascita del punk. Tuttavia, i Pink Floyd si erano affermati con un genere più psichedelico che progressive e la tentazione di proseguire in quella direzione era forte.

Su richiesta dei ragazzi venne contattata la Ballon Fabrik (la stessa che aveva realizzato il dirigibile dei Led Zeppelin) e commissionata la costruzione di un maiale gonfiabile di circa 12 metri da posizionare nel cielo fra le ciminiere. Il giorno prefissato però c’era cattivo tempo mentre il secondo giorno era sereno ma ventoso. Pare che quello buono sia stato il terzo. O forse tutti e tre.
Qualcuno aveva pensato di assoldare un tiratore con un fucile in modo da abbattere il maiale nel caso fosse successo un imprevisto ma, forse per risparmiare o forse per negligenza, questi fu presente solo il primo giorno. Il secondo giorno, a causa del forte vento, il maiale (a cui era stato dato il nome Algie) ruppe i tiranti e volò nei cieli di Londra scatenando il panico fra gli aerei in partenza ed in arrivo all’aeroporto Heathrow.

Perché Animals ci spiega la fine del Novecento (e dei Pink Floyd) | Il blog di cose inutili


Questi sono i giorni dell’anniversario di Animals, disco dei Floyd assolutamente unico spaventosamente attuale nelle sue tematiche da incubo distopico, uscito sul mercato mondiale intorno al 21 gennaio ’77. Se ne parla un po’ in giro per la Rete, ho trovato quindi un paio di articoli a riguardo, di cui vi metterò sotto qualche estratto, uno preso da PinkFloydItalia e l’altro da IlRestoDellaMusica. Buona lettura, e tenete bene in mente questa chiosa:
Animals sa raccontarci tutto questo: il fallimento di ogni tentativo di dare voce alla propria coerenza interiore quando anche la più pura e furente manifestazione di parere dissonante viene inglobata nel meccanismo mercificante che la rende sterile. I concerti promozionali del tour ne sarebbero stata dimostrazione, frustranti e fallimentari più della rivoluzione cantata da Waters, Gilmour e soci. Concerti ideologizzati a critica anticapitalista, trasformati in un tritacarne macinasoldi. Uno sputo avrebbe portato alla fine di tutto ciò, del ciclico mascheramento orwelliano… a favore del silenzio di un muro ben più risonante”.

Ero entrato in EMI nel periodo in cui uscì WISH YOU WERE HERE, avevo quindi già respirato quel clima di attesa che pervadeva la casa discografica all’uscita di un disco dei Pink Floyd che, da solo, poteva determinare l’esito di un anno intero di vendite.
Le notizie arrivavano con il contagocce e spesso neanche per le vie ufficiali, sapevamo dalla stampa inglese della session fotografica con il maiale gonfiabile effettuata intorno alle ciminiere della Battersea Power Station e poco di più, arrivarono i primi documenti interni che riportavano i titoli e gli autori dei brani, documenti che in gergo venivano chiamati “ll testo etichetta” con cui sarebbero state realizzate le etichette dei dischi ma i nastri non arrivavano e tanto meno foto della copertina se non all’ultimo momento.
Non esisteva ancora MTV, non c’erano i videoclip e non avevamo neanche nuove foto del gruppo, perché ogni foto doveva essere approvata dal management della band con a capo Steve O’Rourke, uno tosto. Nonostante Alberto Pasquini, il nostro capo, lo conoscesse non si riusciva ad avere nessun materiale di un certo rilievo che potesse essere utile alla promozione di Animals. Oggi la cosa può far sorridere, però immaginate un label manager di 23 anni, infoiatissimo del gruppo, che deve aiutare l’azienda a promuovere il disco più importante dell’anno e… non ha nessun materiale a disposizione. Neanche i nostri eroi in Inghilterra, che all’epoca erano il fotografo Armando Gallo e il conduttore Rai Michel Pergolani, potevano aiutarci: non avevano nulla. I Pink Floyd, elusivi come non mai, oltre la loro musica non concedevano nulla e allora, molto italianamente, ci demmo da fare, sia sul fronte televisivo che su quello fotografico. I responsabili della promozione EMI, Danilo Ciotti e Michele Di Lernia, non erano tipi che si arrendevano facilmente e, per dirla con un linguaggio cinematografico, erano capaci di mandare l’acqua al contrario. Convinsero Paolo Giaccio, che in Rai era stato tra le anime della trasmissione radiofonica Per voi giovani, all’epoca uno dei responsabili della trasmissione televisiva Odeon, a inventarsi qualcosa. Così si materializzò l’idea di girare uno speciale, diretto da Piero Natoli, all’interno dell’istituto artistico di Velletri, dove gli allievi avrebbero disegnato ascoltando la musica del nuovo disco.
I potenti mezzi della EMI italiana si misero in moto e io, con il pulmino Fiat 850 del nostro magazzino vendite, andai a caricare due casse amplificate di notevoli dimensioni e le portai a Velletri, dove diffusero la musica mentre gli allievi realizzavano i disegni su grandi fogli e tavole. Il servizio venne bene e fu regolarmente trasmesso in prima serata e, siccome esistevano solo le tre reti Rai, l’audience fu molto rilevante e quindi l’iniziativa promozionale più importante, quella televisiva, andò a buon fine, ma per la promozione stampa c’era ancora molto da fare, soprattutto perché mancavano le foto.
Ci venne in soccorso proprio la EMI International chiedendoci quali giornalisti volevamo accreditare per il concerto di Zurigo. Noi rispondemmo subito chiedendo anche un photo pass, che avrei usato io. I miei trascorsi come fotografo di «Sound Flash» e «Nuovo Sound» convinsero il mio capo ad approvare la trasferta. Da quel momento in poi cominciarono a giocare tre cose: la mia Nikon F2A, il leggendario 105 mm f1.8, il 50 mm f1.4, la pellicola diapositiva Kodak per luce artificiale “tirata” a 800 ASA e la conoscenza perfetta che avevo dei brani musicali.
Il concerto fu fantastico, scoprii per la prima volta che c’era anche un altro chitarrista solista sul palco, Snowy White. Ero pronto quando entrò in scena il “maiale” e il 50 mm fece il suo lavoro… ero pronto quando Nick Mason avvicinò una radiolina a transistor al microfono inquadrato dal faro… ma soprattutto riuscii a scattare una foto, una sola, all’invisibile Rick Wright, costantemente nascosto dietro le tastiere.

*

Roger Waters – Dogs – Live 2018 (Us & Them Tour)


Dal film sul tour Us & Them di Roger Waters, Dogs, con tutto l’armamentario dello scenario industriale che fa da background al concept della song – Battersea Power Station on.

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