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Archivio per Georges Simenon

La fattoria del Coup de Vague | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la recensione a un romanzo di Georges Simenon – non è la prima volta che segnalo una rece a quest’autore così vivo, guardate il TAG omonimo. Parlo di La fattoria del Coup de Vague, che ha uno sviluppo così viscerale da scavare tra le pieghe intime dei personaggi che lo scrittore ha delineato – magistralmente. Un estratto significativo:

L’azione si svolge in un paesetto sull’oceano, vicino a La Rochelle. È un piccolo mondo chiuso, di gente che si conosce da sempre e conosce ogni segreto di tutti. Un mare con la superficie appena increspata dal vento ma sotto alla quale si agitano correnti tumultuose come invidie, gelosie, rancori profondi che possono affiorare appena se ne presenta l’occasione. Basta un bicchiere in più o un evento nuovo che tutto torna a galla. Ogni giorno all’alba, quando la marea si ritira, molti paesani dediti alla coltura di ostriche e cozze, un commercio di tradizione familiare nella fattoria del Coup de vague. Nella fattoria vivono e lavorano soltanto tre persone: due sorelle nubili, Hortense e Emilie e un nipote, Jean. Il ragazzo è giovane e spensierato. Quando non lavora passa il tempo a scorrazzare con la moto con le ragazze o nei cafè dei paesi vicini. La zia Hortense manda avanti il commercio dei mitili mentre la sorella Emilie si occupa della casa e delle coltivazioni nella fattoria. La vita scorre sempre uguale fino a quando il padre di una ragazza del paese, ex sindaco, ubriacone e personaggio molto chiacchierato, va a dire a Hortense che Jean ha messo incinta la figlia. Insieme stringono un patto che il lettore ignora. MentreJean, eterno bambinone viziato dalle zie, è incapace di fronteggiare la situazione che ha contribuito a creare, Hortense non si perde d’animo e convince la ragazza ed abortire di nascosto. Qualcosa va storto perché la ragazza inizia a stare male.
Segue un matrimonio a cui partecipa tutto il paese fra imbarazzi, rancori che emergono in allusioni pesanti e parole offensive pronunciate dal padre della sposa davanti a tutti. Le zie dello sposo tornano a casa offese. Fin da subito è evidente che Jean non ama sua moglie, un’estranea che non l’attira neanche fisicamente.

Il mondo chiuso della fattoria, la ripetizione degli stessi gesti, del capirsi l’un l’altro senza troppe parole, l’oliata quotidianità, subisce un’apparente scossa a seguito del matrimonio infelice di Jean. Sono le zie che pensano a tutto, senza interpellarlo prima, anzi mettendolo davanti al fatto compiuto “per il suo bene”. Jean si adegua, per pigrizia o per comoda abitudine a non pensare.
Quando le zie gli dicono di andare ad Algeri da un loro cliente per curare certi affari, Jean parte senza chiedere spiegazioni. Si gode il soggiorno, il sole, le passeggiate, la compagnia di qualche donna di piacere. La vacanza sempre non destinata a finire tanto presto quando si riscuote dal suo torpore e decide improvvisamente di tornare a casa. Quello che aveva intuito è accaduto, la cellula ha espulso il corpo estraneo e dopo un momento di piena consapevolezza, tutto torna come prima. Come buttare un sasso nell’acqua e aspettare che cessi l’increspatura dalla superficie.

In questo romanzo lo stile di Simenon è molto sincopato; i dialoghi sono spesso interrotti per suggerire al lettore allusioni, ipotesi, intuizioni dei personaggi. Con pochissimi elementi di elementare semplicità, Simenon riesce a rappresentare da maestro il lato oscuro e malefico della natura umana.

In caso di disgrazia | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la segnalazione della riedizione di un romanzo di George Simenon, In caso di disgrazia, che fa luce sulle pulsioni erotiche e sui turbamenti che hanno tempestato la vita dell’autore stesso. Simenon era un maestro nel narrare e nel percorrere le tempeste dell’animo umano, le sue perversioni, eccovi la quarta e un estratto del romanzo:

La sera in cui Lucien Gobillot – uno dei più celebri avvocati di Parigi, la cui brillante carriera deve molto alle relazioni di sua moglie negli ambienti politici e mondani della capitale – riceve la visita di quella ragazza con «un viso da bambina e da vecchia allo stesso tempo, un misto di ingenuità e di astuzia … di innocenza e di vizio», cinica e palesemente pronta a tutto, ma anche, in un suo strano modo, commovente, che gli chiede di difenderla in un processo per tentata rapina, non immagina che la sua intera esistenza ne sarà sconvolta dalle fondamenta. A cominciare dalla ferrea, incrollabile complicità che per più di vent’anni lo ha legato alla moglie – la bella, la raffinata, la sprezzante Viviane. Con mano da maestro, Simenon ci fa percorrere tutte le tappe di un amour fou turbinoso e funesto, regalandoci uno dei suoi romanzi più intensamente erotici, più strazianti e appassionati. Scritto a Cannes nel 1955, “En cas de malheur” fu pubblicato l’anno seguente, e nel 1958 fu portato sullo schermo da Claude Autant-Lara.

«Alla luce di quanto oggi sappiamo della vita di Simenon, per sue dirette ammissioni, i turbamenti erotici del protagonista appaiono come un’adombrata liberatoria confessione: “Una fame di sesso puro, se così posso esprimermi senza far sorridere, ossia che prescindesse da qualsiasi considerazione sentimentale e passionale”. Sono le parole di Gobillot, di fronte all’irrefrenabile impulso che lo governa…».

L’incipit

Domenica 6 novembre.

Appena due ore fa, dopo colazione, nel salotto in cui eravamo passati a prendere il caffè, stavo in piedi davanti alla finestra, abbastanza vicino da avvertire la fredda umidità dei vetri, quando ho sentito mia moglie dire, dietro di me:
«Pensi di uscire, nel pomeriggio?».
Queste parole, così semplici e banali, mi sono parse cariche di significato, come se celassero un sottinteso che né io né Viviane osavamo esprimere. Ho esitato un po’ prima di rispondere, non perché non sapessi che cosa intendevo fare, ma perché per un attimo sono rimasto sospeso in quell’universo un po’ inquietante, anche se in fondo più reale del mondo di tutti i giorni, che dà l’impressione di scoprire l’altra faccia della vita.
Poi devo aver balbettato:
«No, oggi no».
Lei sa che non ho alcun motivo di uscire: l’ha intuito come tutto il resto; forse si tiene anche informata su ogni cosa che faccio. Non ce l’ho con lei, come lei non ce l’ha con me per quello che mi sta succedendo.
Nel momento in cui ha posto la domanda stavo guardando attraverso la pioggia fredda e scura che cade da tre giorni, anzi, dal giorno dei Morti, un barbone che andava e veniva sotto il Pont-Marie battendosi le mani sui fianchi per riscaldarsi. Fissavo soprattutto un mucchio di stracci nerastri addossato al muro di pietra, chiedendomi se si muoveva davvero o se si trattava di un’illusione dovuta al fremito dell’aria e al cadere della pioggia.
In effetti si muoveva, e ne ho avuto la certezza quando dai cenci è uscito un braccio, e subito dopo una testa di donna, gonfia e tutta scarmigliata. L’uomo ha smesso di passeggiare, si è girato verso la sua compagna per dirle qualcosa, e poi, mentre lei si metteva a sedere, è andato a prendere fra due sassi una bottiglia mezza vuota: gliel’ha data, e lei ha bevuto a canna.
In questi dieci anni, da quando siamo venuti ad abitare in quai d’Anjou, sull’île Saint-Louis, mi è capitato spesso di osservare i barboni. Ne ho visti di tutti i tipi, anche donne, ma era la prima volta che ne vedevo due comportarsi come una vera coppia. Perché la cosa mi ha colpito, facendomi pensare a un animale maschio e alla sua femmina rifugiati nella loro tana nel fondo di un bosco?

Lo strangolatore di Moret e altri racconti | SherlockMagazine


SherlockMagazine segnala l’uscita di tre racconti di Georges Simenon, autore che non va certamente presentato. Per sottolineare la creatività dello scrittore in questione, v’incollo la sinossi di uno dei tre racconti, Il vecchio con il portamine:

Emile ad un tavolo all’aperto di un caffè dei Grands Boulevards. Qualcosa lo strappa dal suo stato di torpore. Ma non sa cosa sia. Poco distante da lui un tacco che colpisce il marciapiede con colpi secchi. Ora ha capito. Trattasi di un messaggio in codice Morse che lui ha imparato in Marina “Rue Blomer 22…Terzo piano”. La risposta, sempre in messaggio Morse, questa volta di un cucchiaino battuto su un piatto “Ricevuto.”…Non resta che seguire la ragazza. Ma non sembra sia il solo se la insegue anche “una certa bombetta e un certo vestito scuro.” La faccenda si complica con un uomo morto dentro un armadio. Di mezzo pure la polizia polacca e matrici autentiche che servono a stampare banconote.

L’Agenzia investigativa O è stata fondata da Torrence, il possente Torrence che abbiamo conosciuto seguendo le inchieste del commissario Maigret di cui è stato, per quindici anni, il suo braccio destro. Poi c’è Emile, alto e magro, capelli rossi e lentiggini, il fotografo, ma in realtà la vera mente dell’Agenzia. Segue Barbet, ex ladro ed esperto pedinatore che ha ritrovato in questo lavoro una nuova vita. Chiude il cerchio Berthe, la segretaria tuttofare.

Questi tre racconti non sono dei capolavori ma pur sempre gradevoli, ben congegnati, ricchi di colpi di scena, spruzzati di ironia e paradosso. Classica scrittura incisiva di Simenon che con un paio di tratti ti delinea il personaggio e la bizzarra situazione.

Non v’è del genio nel rendere il codice Morse come il particolare fondante di un enigma? La crittografia intesa come chiave pubblica, ma misconosciuta ai più.

Il fiuto del dottor Jean | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la segnalazione di una raccolta di racconti di Georges Simenon dedicati a una figura minore nella sua bibliografia: il dottor Jean Dollent. Ed è l’incipit di uno dei racconti che mi ha conquistato, roba da saltare sulla sedia per la semplicità e capacità di raccontare dell’autore, davvero da fuoriclasse.

«Pronto! È lei, dottore?… Pronto!… No, signorina, non mi tolga la linea…».
La voce all’altro capo del filo era ansiosa. Il dottor Dollent, invece, era appena tornato dal suo giro di visite e annusava con avidità il profumo di spezzatino di montone che aleggiava in casa. Fuori c’era un caldo torrido. Ma dentro, con le persiane chiuse, regnava una penombra deliziosamente fresca.
«Dottore, mi ascolti… La chiamo dalla Maison-Basse… Deve venire subito…».
«La sua amica sta male?» chiese il medico.
«Presto!… Conto su di lei… Non c’è un minuto da perdere!…».
«Devo por…».
Stava per chiedere se doveva portare la valigetta del pronto soccorso, o qualche farmaco particolare, ma l’altro aveva già riattaccato. Il dottore teneva gli occhi puntati sull’orologio della sala da pranzo, anche se il suo era il tipico sguardo un po’ assente di chi è al telefono.
Forza!… Si accese una sigaretta… Dischiuse la porta della cucina e annunciò che non sarebbe rientrato prima di una mezz’ora… La sua automobile biposto era parcheggiata sotto il sole a picco, e i sedili scottavano…
Solo mentre usciva dal centro abitato e si dirigeva verso la palude, lungo la strada costeggiata da fossi, senza un filo d’ombra, il dottore aggrottò la fronte e, immerso com’era nei suoi pensieri, rischiò di andare a sbattere contro un carretto di fieno.

AERIA VIRTUS

"L'unico uccello che osa beccare un'aquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'aquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

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Sanguinarie Principesse

E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

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