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Archivio per Giallo

Holmes e gli orrori del Miskatonic (Sherlock Apocrifi 82) | Gli Archivi di Uruk


Bella segnalazione di Lucius Etruscus su un GialloMondadori in uscita questo mese: Sherlock Holmes e gli orrori del Miskatonic, di James Lovegrove – se ne era già parlato su SherlockMagazine. È un incontro tra Sherlock Holmes e il pantheon di Lovecraft, seminale per le continue commistioni che ciò comporta – penso al ciclo della Lavanderia di Stross – e perciò assolutamente da seguire.

Quindici anni sono passati dal primo manifestarsi delle forze oscure. Sherlock Holmes e il dottor Watson – l’uno all’apice della sua dipendenza dalla droga, l’altro segnato dalla perdita dell’adorata moglie Mary – non hanno mai smesso di combattere un nemico che si cela al di là del visibile, presenze ultraterrene di cui il mondo non è ancora pronto a conoscere il segreto. A una nuova fase di questa lotta incessante sembra preludere la notizia che al Bedlam, il famigerato ospedale psichiatrico londinese, è ricoverato un paziente diverso da tutti gli altri. Nel suo delirio costui traccia geroglifici nella lingua arcana che rievoca ostili divinità arcaiche. Anche le condizioni fisiche, tra il volto sfigurato, le cicatrici diffuse e la mano sinistra troncata all’altezza del polso, testimoniano che qualcosa di terrificante debba essergli accaduto, forse durante un infausto viaggio sul fiume Miskatonic, nella Nuova Inghilterra, in cerca di una creatura mostruosa. Sfide sovrumane e fenomeni che sfuggono alla ragione si annunciano per i due inquilini di Baker Street, uniti come non mai nell’impresa di difendere la civiltà dall’assedio dei Grandi Antichi.

Il volume è impreziosito dal saggio: Sherlock Holmes e i miti di Cthulhu di Luigi Pachì.

La fattoria del Coup de Vague | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la recensione a un romanzo di Georges Simenon – non è la prima volta che segnalo una rece a quest’autore così vivo, guardate il TAG omonimo. Parlo di La fattoria del Coup de Vague, che ha uno sviluppo così viscerale da scavare tra le pieghe intime dei personaggi che lo scrittore ha delineato – magistralmente. Un estratto significativo:

L’azione si svolge in un paesetto sull’oceano, vicino a La Rochelle. È un piccolo mondo chiuso, di gente che si conosce da sempre e conosce ogni segreto di tutti. Un mare con la superficie appena increspata dal vento ma sotto alla quale si agitano correnti tumultuose come invidie, gelosie, rancori profondi che possono affiorare appena se ne presenta l’occasione. Basta un bicchiere in più o un evento nuovo che tutto torna a galla. Ogni giorno all’alba, quando la marea si ritira, molti paesani dediti alla coltura di ostriche e cozze, un commercio di tradizione familiare nella fattoria del Coup de vague. Nella fattoria vivono e lavorano soltanto tre persone: due sorelle nubili, Hortense e Emilie e un nipote, Jean. Il ragazzo è giovane e spensierato. Quando non lavora passa il tempo a scorrazzare con la moto con le ragazze o nei cafè dei paesi vicini. La zia Hortense manda avanti il commercio dei mitili mentre la sorella Emilie si occupa della casa e delle coltivazioni nella fattoria. La vita scorre sempre uguale fino a quando il padre di una ragazza del paese, ex sindaco, ubriacone e personaggio molto chiacchierato, va a dire a Hortense che Jean ha messo incinta la figlia. Insieme stringono un patto che il lettore ignora. MentreJean, eterno bambinone viziato dalle zie, è incapace di fronteggiare la situazione che ha contribuito a creare, Hortense non si perde d’animo e convince la ragazza ed abortire di nascosto. Qualcosa va storto perché la ragazza inizia a stare male.
Segue un matrimonio a cui partecipa tutto il paese fra imbarazzi, rancori che emergono in allusioni pesanti e parole offensive pronunciate dal padre della sposa davanti a tutti. Le zie dello sposo tornano a casa offese. Fin da subito è evidente che Jean non ama sua moglie, un’estranea che non l’attira neanche fisicamente.

Il mondo chiuso della fattoria, la ripetizione degli stessi gesti, del capirsi l’un l’altro senza troppe parole, l’oliata quotidianità, subisce un’apparente scossa a seguito del matrimonio infelice di Jean. Sono le zie che pensano a tutto, senza interpellarlo prima, anzi mettendolo davanti al fatto compiuto “per il suo bene”. Jean si adegua, per pigrizia o per comoda abitudine a non pensare.
Quando le zie gli dicono di andare ad Algeri da un loro cliente per curare certi affari, Jean parte senza chiedere spiegazioni. Si gode il soggiorno, il sole, le passeggiate, la compagnia di qualche donna di piacere. La vacanza sempre non destinata a finire tanto presto quando si riscuote dal suo torpore e decide improvvisamente di tornare a casa. Quello che aveva intuito è accaduto, la cellula ha espulso il corpo estraneo e dopo un momento di piena consapevolezza, tutto torna come prima. Come buttare un sasso nell’acqua e aspettare che cessi l’increspatura dalla superficie.

In questo romanzo lo stile di Simenon è molto sincopato; i dialoghi sono spesso interrotti per suggerire al lettore allusioni, ipotesi, intuizioni dei personaggi. Con pochissimi elementi di elementare semplicità, Simenon riesce a rappresentare da maestro il lato oscuro e malefico della natura umana.

Neroinchiostro | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la recensione di Franco Forte a Neroinchiostro, giallo storico di Sara Vallefuoco uscito per Mondadori. Un estratto di questo intrigante romanzo che si dispiega su territori impervi e arcaici.

È l’estate del 1899, e l’Italia è più unita sulle mappe che nel cuore dei suoi abitanti. Il giovane vicebrigadiere Ghibaudo viene trasferito nell’entroterra sardo con un gruppo di carabinieri provenienti da tutto il Regno per fondare un avamposto nella lotta al brigantaggio. Il mondo che lo attende è profondamente diverso dalla Torino in cui è cresciuto: i crimini sono tanti, ma poche le denunce, a dimostrazione che lì i torti vengono raddrizzati non dalla legge ma dai coltelli. È dunque una sorpresa quando la popolana Lianora si rivolge ai carabinieri per un caso di furto. Nelle stalle della donna, però, il vicebrigadiere scopre qualcosa che cambia totalmente il volto dell’indagine: il cadavere di un collega dell’Arma. I sospetti ricadono su Anania, bracciante di Lianora, ma alcuni indizi spingono Ghibaudo a sospettare che la verità sia più complicata – e scura – di così. E mentre il carabiniere cerca di fare i conti con i sentimenti inconfessabili che si accorge di provare, un assassino prende di mira i poeti al volo, rimatori di strada che girano di paese in paese denunciando i torti subiti dalla loro gente.

Il racconto di Neroinchiostro da parte di Sara Vallefuoco:

“Neroinchiostro è una storia di confini. Cos’altro è uno scritto se non un confine tra l’immaginazione e il mondo? Tra un’idea e la sua attuazione? Tra una minaccia e un crimine?
Sarà per questo che alla stazione dei carabinieri di Serra le lettere anonime si custodiscono con cura in una scatola più pesante di un capretto. Lo sa bene il vicebrigadiere Ghibaudo, che vorrebbe tirare una riga netta tra la legge del Regno e quella dei briganti: una bella linea d’inchiostro nero chiamata giustizia.
E magari, già che c’è, con lo stesso inchiostro disegnarsi sul cuore una mappa del desiderio, dell’amore perfino. Salvo scoprirsi incartografabile, come dice lui, che è ancora molto giovane e affetto da romanticismo.
Il suo collega, il brigadiere Moretti, un bel confine l’ha trovato: si chiama scienza forense. Di notte legge Galton, Lombroso e Conan Doyle, sogna schedari di impronte, foto segnaletiche, misure antropometriche, Roma e la sua Lauretta. Di giorno si aggrappa a polverine e lenti di ingrandimento, convinto che il crimine d’ora in poi dovrà combattersi così.

Omicidio a regola d’arte | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la segnalazione del romanzo giallo Omicidio a regola d’arte, di Letizia Triches; è una storia che implica raccordi con l’inumano in un’ottica che non è né completamente umana, né completamente distaccata da essa. La quarta e l’incipit, che vale da solo l’intero acquisto:

Nulla accomuna Chantal Chiusano, commissario appassionata e tenace, e Sara Steno, se non il fatto di avere sposato due pittori, entrambi morti a pochi giorni di distanza l’uno dall’al­tro: Giovanni Aiello, artista di grande talento ma di scarsa fortuna, e il fa­moso Michele Mosti, ucciso insieme alla sua giovane amante secondo un rituale raccapricciante, di brutalità inaudita. I loro corpi sono stati ri­trovati nudi, con il cranio fracassato da un oggetto pesante e con un sac­chetto sul volto, sfigurato da ustioni. Il commissario Chantal Chiusano è chiamata a occuparsi dell’omicidio di Mosti, e le sue indagini iniziano proprio dalla vedova. Sara Steno è una psichiatra e si dimostra subito collaborativa, for­nendo informazioni sul lavoro del marito. Più Chantal indaga sulla vi­ta segreta del famoso pittore e più si rende conto che ci sono altri crimini, rimasti a lungo senza colpevole, che potrebbero essere finalmente risolti. Critici potenti, fragili antiquari, mer­canti senza scrupoli, filosofi e giova­ni di belle speranze si aggirano sullo sfondo di una Napoli inquieta, dove nulla è come appare.

Doveva essermi successo qualcosa di grave, ma non avrei mai immaginato quanto. Uno muore quando il cuore cessa di battere e il respiro se ne va. È quel che pensavo, come tutti del resto. Invece, ci siamo sempre sbagliati. La morte vera arriva parecchio tempo dopo che sono cessate le funzioni vitali, anche se non sono ancora in condizione di dire quando. L’unica differenza che in questo momento riesco a percepire tra me e i vivi è che, da vivi, si teme di morire, da morti, no. Poiché, se sull’evidenza della mia morte non ci sono dubbi, io non nutro alcun timore su quello che mi accadrà in seguito, fosse pure la mia completa estinzione nel nulla. Il problema vero è un altro. Sono morto e non so chi sono. Non riesco a ricordare chi ero da vivo, quale era il mio nome e per quale motivo sono passato a miglior vita. Le rare volte in cui mi aveva sfiorato il pensiero della morte, avevo concluso che sarebbe finito tutto lì. È evidente che non è così. Sono un’anima. 

Storia del giallo italiano | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la recensione a Storia del giallo italiano, corposo saggio a cura di Luca Crovi: 500 pagine che analizzano e raccontano il giallo italiano dai suoi albori, sino alle ultime tendenze editoriali. Un estratto della rece:

Si tratta di un libro destinato a diventare un punto di riferimenti imprescindibile per tutti coloro che si vogliono avvicinare a questo genere letterario. Un’opera che segna uno spartiacque nella valorizzazione e nella comprensione dell’importanza di quei romanzi e di quelle opere che tante volte hanno fatto storcere il naso alla cd. letteratura alta, ma che in realtà dimostrano giorno dopo giorno, di non essere seconde a nessuno.

Storia del giallo italiano | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la segnalazione di Storia del giallo italiano, vademecum del genere in salsa italiana stilato da Luca Crovi. La quarta:

Il fatto che la crime fiction in Italia non abbia mai subito cali di popolarità o di consenso si può considerare una prova del suo legame indissolubile col modo di raccontare e di raccontarsi nel Belpaese. Luca Crovi ne rilegge la storia da un punto di vista inedito, utilizzandola come sensore delle aspirazioni e delle paure, dei sogni e dei peggiori incubi di un’intera nazione

Costruendo un percorso avvincente attraverso successi editoriali e repêchage di autori, più o meno noti, che hanno lasciato un segno nel panorama italiano e internazionale, Crovi mette in rilievo differenze e analogie fra trame e personaggi, ambientazioni e schemi narrativi del giallo, il «frutto rosso sangue della nostra epoca». Davanti a un universo narrativo che parla dei lettori e ai lettori, terrorizza e affascina nello stesso tempo perché sembra esorcizzare, con il rigore razionale di un’indagine brillante e intuitiva, la paura dell’ignoto, non si può fare a meno di chiedersi: è forse un caso che in tempi di feroce incertezza, come quelli che stiamo vivendo, il giallo sia ancora il genere più amato dagli italiani?

Blow-Up: Recensione, trama e trailer del film di Antonioni


Su OcchioDelCineasta una particolareggiata recensione a BlowUp, il film del ’66 di Michelangelo Antonioni che ha riscritto le regole filmiche del Giallo. Un estratto:

Blow-Up è il film che prima di tutti, forse più di tutti, attua una forte rottura forte con tutte le canonizzazioni del racconto e del cinema classico; pur sotto una luce che può essere quella di un film di genere, e senza violarne in esplicito le caratteristiche dell’idea del thriller (Giallo, poliziesco, del dubbio, del voler trovare una soluzione ad un enigma), praticamente arrivando in fondo vediamo che quasi tutto è stato stravolto. C’è un omicidio di cui noi non ne abbiamo consapevolezza, che emerge dalle fotografie. A differenza che nella parodia che mette in salvo il protagonista, qui lo mette in pericolo. La fotografia invece di chiarificare ciò che è successo, fa entrare la narrazione in una dimensione di dubbio, di assoluta misteriosità di quello che è successo. Lo strumento che dovrebbe restituire in maniera obiettiva cosa c’è davanti alla macchina, invece ci mostra un’immagine difficile da distinguere e capire. Sono dei segni che vengono interpretati in un certo modo, non sono chiari. In tutto questo, il vicino di casa del protagonista, una coppia, marito e moglie in cui lui, Bill, è un pittore astratto; il suo modo di dipingere è assolutamente automatico, senza riflessione, dove l’azione è essa stessa parte dell’opera (alla Pollok). Recuperando dei quadri vecchi che lui ha composto, che ha nel suo studio, dice che lui dipinge senza sapere cosa sta facendo, poi riguardandoli vede uscire delle forme (“qui c’è una gamba, c’è qualcosa”).  Alla fine la moglie di Bill dirà della foto superstite nello studio del protagonista “Sembra un quadro di mio marito”, ci sono delle macchie bianche e nere, le foto sono in bianco e nero, che non restituiscono niente di nitido, solo delle forme che devono essere ulteriormente interpretate, sono ponte per un insieme di possibilità di lettura di quella situazione. La base di Cortazar, quella in cui la foto è il ponte per un possibile, e non è definizione di una certezza, non fa chiarezza neanche la foto del racconto, che diventa ponte per un possibile sviluppo di questo tipo di rapporto, e di quello che sarebbe potuto accadere a quel ragazzo.

Pur mantenendo le caratteristiche di genere, mancano tutti quei presupposti e i personaggi tipici del genere Thriller e Noir. Abbiamo un omicidio, ammesso che effettivamente lui veda questo corpo, e che ci sia davvero sull’erba durante la notte; non vediamo come è stato commesso, e non c’è indagine della polizia. Sembra che nessuno si sia accorto di questo delitto. Siamo in una rappresentazione assolutamente concettuale (intellettuale, mentale) sia della realtà, sia del genere. Non abbiamo un punto di vista chiaro, indelebile, con delle linee chiare e da seguire. Come succedeva nel cinema di Rossellini, con protagonista Ingrid Bergman, abbiamo un personaggio che è assolutamente decontestualizzato da ciò che lo circonda, che si trova a doversi rapportare, a dover cercare un’interpretazione dei segni che arrivano da quello che lo circonda. E’ una riflessione molto più filosofica di quella che potrebbe suggerire la trama del film. Seguiamo questa odissea, così come abbiamo seguito le odissee delle varie protagoniste di Rossellini interpretate da Ingrid Bergman. L’idea che questo film ci parli non soltanto di un mistero da dover eventualmente risolvere e affrontare, ma che ci parli di altro, è per certi versi esplicitata da due oggetti che compaiono nel film, e che vengono trattati in maniera completamente opposta e che hanno un’opposta funzione, proprio in quanto oggetti. A un certo punto appare un’elica che lui compra in un negozio di antiquariato e che gli viene portata nel suo studio.

Antonioni ci mostra non soltanto la nostra continua e perenne inadeguatezza nel confrontarci con il reale, che le foto confondono ancora di più non essendo gli elementi visti dal fotografo nel momento in cui sta scattando le foto, che si accorge di alcune cose soltanto entrando a sviluppare i negativi e ingrandendoli, facendo emergere un omicidio. All’inizio il fotografo lo vediamo convinto di poter catturare il reale nell’attimo (Entrando nel dormitorio pubblico notturno facendo le fotografie ai poveri che si lavano, si cambiano, si spogliano), e questa sua idea di poter congelare in maniera estetica anche la realtà più cruda; e come una sorta di contrappasso la fotografia precipita il protagonista all’interno di un’incertezza, di un’indagine che conduce da solo e che non ha i mezzi per poter riuscire ad arrivare alla logica e ai motivi, e quindi abbiamo questo precipitare del fotografo in questa sua inadeguatezza che lo porta prima alla distruzione per mano di altri del proprio studio fotografico, e ad accettare il gioco surreale dei mimi che fingono di giocare a tennis, è una finzione sinestetica perché abbiamo da una parte la vista di due mimi che giocano a tennis senza la pallina, ma dall’altra abbiamo il sonoro che ci fa sentire come questi mimi toccano veramente la palla, c’è il rumore di una palla colpita da una racchetta. Accettare questa assurdità lo porta a scomparire egli stesso all’interno del parco.

Il parco già di per se è una metafora dell’incertezza in cui si trovano i personaggi a vagare. E’ un qualcosa di artificiale che vorrebbe riproporre un qualcosa di assolutamente naturale. Lui si perde all’interno di questa dialettica tra il naturale e l’artificiale che è il parco. Il film attraversa principalmente tre luoghi che hanno una componente cromatica ben determinata:

  • La città di Londra e le sue strade, rappresentate in maniera come se fossero dipinte, sembra quasi impossibile che ci possa essere una composizione della città in questa maniera. Le due sfumature prevalenti sono quelle di grigio e di rosso, due colori assolutamente antitetici come effetto visivo sullo spettatore. Vive di un contrasto cromatico enorme
  • Parco: Totalmente verde
  • Studio fotografico: Colori artificiali, acrilici, innaturali. Bianchi, neri, viola. I vestiti delle modelle che popolano questo studio sono assolutamente colorati con colori acidi, lontani dal naturale.

Torna disponibile “Sa morte secada” | SherlockMagazine


Su SherlockMagazine la segnalazione della riedizione di Sa morte secada, romanzo d’esordio del 2004 di Nicola Verde. La sinossi:

Anni Sessanta. Il maresciallo Carmine Dioguardi, campano, sposato senza figli, viene mandato in servizio a Bonela, centro agro-pastorale di una Sardegna in piena trasformazione economica dove il nuovo, vale a dire la costruzione di una fabbrica, deve trovare il modo di convivere con una civiltà risalente ai nuraghi e che talvolta risente ancora dell’influsso di riti arcaici e panteistiche credenze. Il corpo del piccolo Cosimo ucciso a colpi di pietra, spolpato dagli animali selvatici e fatto ritrovare a Fardighei, dove già un tempo era stata lasciata a mo’ di sacrificio al fiume una testa umana, dà il senso di quanto intricate per Dioguardi si presentino le indagini. Cosimo è figlio di Natalia Frau, bella e traviata che si mantiene prostituendosi in città. Il bimbo è affidato a sua sorella Costantina, e un giorno scompare. Cosimo è figlio del peccato se è vero, come si mormora, che suo padre è niente meno che preide Bertula, il parroco di Bonela che ama il “latte d’asina”, pratica l’usura ed ha tanti nemici che però lo temono. E c’è poi il bandito Farore e c’è l’amore giovanile di Natalia che nasconde un segreto struggente e straziante.

Un bel romanzo a più voci questo di Verde, dove alle indagini di Dioguardi si sommano le visioni di Costantina e un mondo tutto da scoprire e decifrare per andare in fondo “finzas a sa morte secada”, cioè fino a tagliare la morte per capire quanto profondo è l’abisso umano.

Il segreto di Chiaravalle | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la recensione a Il segreto di Chiaravalle, romanzo giallo ed esoterico scritto a quattro mani da Andrea Biscaro e Franco Colombo.

Siamo in una Milano caldissima.
L’afa e l’immobilità dei giorni d’agosto vengono decritti così bene da sembrare veri. Il protagonista dell’incredibile avventura è un giornalista, Orazio Pedersoli, che spinto da un’irrefrenabile bisogno di svelare e raccontare un mistero decide di lasciare la moglie sola al mare a Rapallo (che in piena estate fa molto più paura di qualsiasi disavventura possa accadere) e immergersi, letteralmente anima e corpo, nella ricerca della verità per svelare gli arcani che riguardano labbazia di Chiaravalle, posto stupefacente, alle porte di della metropoli lombarda, che è reso elemento chiave della vicenda.

Alla fine, o durante, la lettura, per assorbire a pieno di dettagli della storia, una gita all’insegna dell’arte è decisamente consigliata!

Alla ricerca di uno scoop che possa svoltagli la carriera, Persoli, e di conseguenza il lettore, si catapulta in un mondo mistico, velato da presagi sinistri. Comincia un’avventura complessa, densa di tensione, in bilico tra la realtà e il sogno. Un ossessione crescente e un pericolo imminente rendono le pagine un piacere, da cui non ci si stacca.

Biscaro è un autore maestro dell’illusione e anche in questo caso ha dimostrato che la linea tra il vero e l’incubo è assai sottile. Molto concreti sono invece i riferimenti storici e artistici, veri (andateli a cercare) e ben narrati. Per esempio, a far da spalla allo sventurato protagonista troviamo Lucrezia, una bella e sagace restauratrice, una ventata di  brillante femminilità, che sta restaurando un dipinto di Hieronymus Bosch, celebre pintore fiammingo di fine ‘400.

La parte più squisitamente noir del racconto è l’antagonista, Faccioli, un grande, potente finanziere, legato a nodo stretto con Chiaravalle. Un uomo crudo, con una moralità discutibile, perfettamente credibile, che rende tutto concreto, attuale e pauroso.

La storia dell’abazia, i capolavori d’arte che l’adornano, sono la sostanza del giallo. Monaci silenziosi, simboli massonici, libri antichi e introvabili, infoltiscono i dubbi. Quello che appare è ben lontano da essere la realtà.

Quattro chiacchiere su Bas | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine un’intervista a Stefano Di Marino e al suo ultimo L’amante di Pietra, Giallo Mondadori di un personaggio seriale, che già ho amato: Bas. Un estratto:

L’idea di scrivere gialli mi solleticava da parecchio. In realtà ho cominciato seriamente a considerarla intorno alla metà degli anni 2000. Già da parecchio però ero appassionato di due formule narrative tipicamente italiane in questo filone che non ha (o non si pensa che abbia) una declinazione nostrana. Per dirla tutta, come anche dicevo in una introduzione al volume antologico del Giallo Mondadori Il mio vizio è una stanza chiusa (2009), ritengo che la radice del giallo italiano (non il nero che è cosa differente) abbia una radice più cinematografica e televisiva che letteraria.

Per inciso di gialli in Italia se ne è sempre scritti ma pochi hanno avuto la forza di attirare un grande pubblico, appassionandolo e perché no?, spaventandolo. Al cinema invece siamo stati maestri. Il genere che si chiamava Italian Giallo che ha radici negli anni ’60 (La ragazza che sapeva troppo) e ha raggiunto una sua piena maturità con Dario Argento ma anche con i lavori di tanti bravi artigiani del cinema, da Sergio Martino a Umberto Lenzi ad Aldo Lado solo per citare quelli che ho conosciuto di persona (ciao Aldo!) ha fatto scuola nel mondo.

Da anni ne ero un cultore e con la diffusione di VHS e DVD ne sono diventato anche raccoglitore. E insieme a quei film ho recuperato anche una serie di sceneggiati italiani degli anni ’70, che è più o meno lo stesso periodo dei film argentiani ma, considerando che era un prodotto TV, si trattava di storie dove la suspense aveva la meglio sul sangue. Tutte cose interessantissime e molto “italiane”.

Se per esempio guardo gli sceneggiati che il mio amico Biagio Proietti riscriveva dai teleplay di Durbridge, non posso fare a meno di notare una vena creativa italiana che ci fa solo onore. Con quegli spettacoli ero cresciuto e, anche se fino ad allora mi ero orientato verso l’avventura, sentivo una pulsione a cimentarmi in quel campo. Mi rincresce dirlo ma l’editore che avevo ai tempi per la libreria rifiutò tutti i progetti, compreso Gangland (e poi abbiamo visto come è andata), e anche questo non lo volle neanche leggere dicendo… che ero in grado di parlare delle nuove tecniche di combattimento ma una storia di suspense non avevo le capacità di raccontarla. Ok, volevano farmi fuori e colpivano dove faceva male. Io però incassavo bene.

Continuai a nutrirmi di tutte le storie che potevo con l’idea che qualcosa poi sarebbe germinato. Il palazzo dalle cinque porte è stato concepito intorno al 2007 come prima ipotesi. Poi l’ho effettivamente scritto nel 2008 e l’ho tenuto lì per diverso tempo perché non riuscivo a farmi leggere da nessuno. Per prima cosa avevo stabilito una regola. L’eroe sarebbe stato diverso dal Professionista. E di certo non un commissario. Volevo un personaggio carismatico, affascinante che piacesse al pubblico del Giallo che, per esperienza, so prevalentemente femminile. L’immagine la costruii su un eroe dei fumetti francesi che leggevo in quegli anni, ma era una immagine iconica. Alto, distinto con una mosca di barba. Un uomo colto e raffinato, non un legionario. Decisi che non avrebbe sparato mai neanche un colpo.

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E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

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