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Archivio per Giappone

Dark Japanese folk Ambient | Samurai & Kabuki inspired music (by Shogun’s Castle)


La necessità di ascoltare voci esotiche porta la fantasia a nuove consapevolezze, l’Estremo Oriente sa cosa dire.

PINK FLOYD: SPECIALE “JAPAN TOUR 1971” | PINK FLOYD ITALIA


Su PinkFloydItalia un piccolo special dedicata al primo tour che i Floyd fecero in Giappone nell’estate del ’71. Fu un trionfo, un’epifania per gli spettatori e forse anche per la band stessa, in stato di grazia eseguì le pietre miliari di un tempo che stava scorrendo rapidamente via e che si arricchì di effetti scenici involontari…

Il ‘mini-tour’ ebbe un gran successo, come spiega Nick MasonLa casa discografica organizzò una conferenza stampa (cosa che generalmente odiavamo) e ci consegnò i nostri primi dischi d’oro. Erano assolutamente fasulli, non li avevamo guadagnati effettivamente per le vendite discografiche, comunque apprezzammo il gesto. Il vero motivo del successo del tour fu uno spettacolo all’aperto, ad Hakone. Non solo si teneva in uno spazio molto suggestivo, situato in campagna a un paio d’ore da Tokio, ma in Giappone il pubblico di un festival era molto meno inibito di quello di un concerto al chiuso. In Giappone organizzavamo un viaggio sul treno ad alta velocità, visite ai templi e ai giardini di pietra e un’introduzione al sushi. Per noi, come per altre band, il sushi era diventato, durante il tour, la versione più sofisticata delle uova con patate e salsiccia.

I Pink Floyd in questo periodo erano in piena fase creativa, e stavano registrando l’album Meddle, infatti come si può ascoltare dalla registrazione bootleg di questi concerti, la prima strofa di ‘Echoes’ ha il testo completamente diverso da quello finito poi su disco. Particolare che non tutti sanno (o ricordano), è che la copertina dell’album “Meddle”, venne in mente al gruppo proprio nel viaggio di ritorno dal tour Giapponese, durante uno scalo ad Hong Kong: forse ispirati da qualche immagine zen dei giardini d’acqua, dissero per telefono a Storm Thorgerson di volere “un orecchio sott’acqua”. Il disco, uscirà a Novembre 1971, e conterrà la suite “Echoes”, capolavoro assoluto della discografia ‘pinkfloydiana’.

Qui il racconto di uno spettatore: “Il primo concerto dei Pink Floyd in Giappone, ‘Hakone Aphrodite’, si tenne il 6 e 7 agosto 1971. Quasi mezzo secolo fa. Quando ho incontrato qualcuno che è venuto a questo evento, e quando si è trattato di parlare di quella storia, la frase ‘Ah, quella nebbia …’ è stata usata di nuovo, ed è stato tutto quello che ci voleva. Sono convinto. Potrebbe non avere senso per gli estranei, ma la sera del 6 agosto, quando i Pink Floyd hanno iniziato a suonare con il tempo nuvoloso, la nebbia è scesa dalla montagna di fronte e ha avvolto il luogo del concerto. Insieme a questo, l’atmosfera già fantastica, è stata migliorata. Una produzione naturale a cui nessuno aveva pensato. È una tacita comprensione della prima visita dei Pink Floyd in Giappone che l’apparizione della nebbia bianca l’abbia resa estremamente indimenticabile per molti fan del rock.

Gli strani suicidi di Ōsaka: Direttiva 55 | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione del romanzo Direttiva 55, di Luca Mencarelli, uscito in ebook per la collana Robotica di DelosDigital. Storia molto particolare e intrigante, ecco la quarta:

Il giovane Masashi sembra l’unico ad accorgersi degli strani suicidi di Ōsaka. Persone apparentemente senza problemi decidono di togliersi la vita buttandosi sotto un treno, lanciandosi da un cornicione o schiantandosi in auto contro un muro. Nessun incidente, solo una precisa volontà che scatta in un determinato momento.
I cadaveri dei suicidi hanno un che di misterioso. E cos’è stato quel bagliore argenteo che Musashi è riuscito a vedere quando quella ragazza ha deciso di trovare la morte tra i binari della stazione di Shinsaibashi? Il mondo intorno a Musashi sembra stringersi intorno a una verità insospettabile che gli cambierà la vita, lo costringerà a indagare per avere risposte che sono troppo incredibili per essere vere. E poi c’è quella frase, quell’espressione che usano tutti i suicidi prima di togliersi la vita. Musashi deve scoprire cosa significhi, perché potrebbe essere la spiegazione di tutto, o solo del suo inizio.

Filmhorror.com – Per la rubrica VISIONI IMMORTALI presentiamo “Tetsuo II: Body Hammer” (1992) di Shin’ya Tsukamoto


Su FilmHorror la recensione al seguito di Tetsuo, The Iron Man: Tetsuo II: Body Hammer. Disturbante forse in un modo diverso dal primo, la pellicola ha notevoli punti di fusione tra carne e metallo, e come non pensare a Ballard e al cyberpunk? Un estratto della rece:

Tomoo Taniguchi è un uomo mite che conduce una vita normalissima; di notte, a volte, si trova a combattere contro incubi incomprensibili. Un giorno mentre passeggia in un centro commerciale con la moglie Kana e il figlio Minori viene infastidito da due minacciosi energumeni. Si scusa, cerca di cambiare piano; quelli lo seguono. Uno afferra il bambino e lo porta via, l’altro inietta a Tomoo qualcosa nell’addome utilizzando uno strano macchinario. Il piccolo Minori è trascinato di peso sulla cima dell’edificio; davanti agli occhi del padre minacciano di farlo cadere dal cornicione.
I due forzuti torneranno a cercare il protagonista e la sua famiglia nella totale indifferenza degli altri cittadini; nemmeno sulla Polizia si può contare (a nessuno, comunque, viene in mente di coinvolgerla). La società intera sembra strutturata come le scuole medie degli anni ’80, e Tomoo Taniguchi dovrà risolvere la situazione con la sua sola limitata forza fisica. Si iscrive a una palestra. Il ricordo dei due assalitori fa scattare dentro di lui qualcosa: a un tratto scopre di avere molte più risorse di quello che credeva.
La seconda volta che gli portano via il figlio, la misteriosa energia entra in azione: uno dei suoi avambracci subisce una metamorfosi, dalla carne si genera la canna d’acciaio di un’arma da fuoco. La rabbia di Tomoo è inarrestabile, incontrollabile: involontariamente uccide il figlio.
Ora gli uomini in giacca di pelle nera rapiscono Tomoo per trasformarlo in un’arma umana. Ignorano che quella che sembra una vittima è in realtà figlio del primo scienziato che sperimentò la fusione tra carne e metallo (anche sui propri familiari): per questo è molto, molto più forte di tutti loro.

Non si tratta più solo di fusione carne/metallo: gli uomini diventano delle armi da fuoco, delle macchine da guerra. È vero che verso la fine diTetsuo – The Iron Man il protagonista era riuscito a generare dal suo corpo un lanciafiamme, ma non c’è paragone. In questo film gli uomini fanno il gesto di sparare, e sparano davvero: anche solo per una frazione di secondo la loro mano si è trasformata in una protesi metallica con bocca da fuoco. Da dove vengono i proiettili? È il corpo, fatto di carne e di metallo, a produrli. Immaginate: camminare disarmati e a un tratto, se si presenta un’emergenza, essere in grado di sparare. Nudi, poter affrontare chiunque. Il sogno di ogni individuo che si sente perseguitato. Il sogno di ogni sociopatico.
Nel primo film il protagonista aveva una fidanzata, ma più che di un individuo ben delineato si trattava di una sua proiezione erotica/nevrotica. Qui Tomoo ha attorno a sé una famiglia. La moglie in particolare è una donna forte, gli salva la vita, lo consola; rimarrà sconvolta dalla sua metamorfosi inumana e alla fine del film prenderà una decisione non scontata.

Filmhorror.com – Per la rubrica VISIONI IMMORTALI presentiamo “Tetsuo – The Iron Man” (1989) di Shin’ya Tsukamoto


Su FilmHorrror una recensione a qualcosa che dovrebbe essere ormai appartenente al passato, ma che invece continua a essere apprezzato e disturbante: Tetsuo, The Iron Man, film giapponese cyberpunk del 1989. Un estratto:

Uno strano morbo si diffonde a Tokyo. Gli infetti cadono cade preda di incubi terribili (a pensarci bene, non diversamente da quanto accade al protagonista di Un lupo mannaro americano a Londra dopo il morso). Sentono il corpo che si trasforma in un ibrido di carne e metallo, vedono sul marciapiede cuori/motori pulsanti e fumanti, percepiscono una figura nera che si sveglia tra i relitti del subconscio, grottesche scene erotiche. Poi il corpo si trasforma davvero: compaiono appendici ferrose, armi e protesi rotanti, tubi di scappamento spuntano dai talloni. E anche la psiche cambia. Non solo perché vedono i ricordi come fossero una disturbata VHS. Non controllano più gli impulsi, scivolano verso la follia.
Il primo a venire infettato è un feticista che fa collezione di foto di sportivi. Seguendo qualche bizzarro obbiettivo, probabilmente divenire forte e veloce come una macchina, si apre una ferita nella coscia e cerca di innestarvi un tubo di ferro. La ferita si infetta, produce vermi; quello si spaventa, corre, viene investito da un’auto.
Al volante c’è un inoffensivo colletto bianco che pare Clark Kent, in compagnia della moglie. Sarà lui il secondo infetto. Un giorno, mentre si fa la barba, vede spuntare da una guancia un filo di metallo. Tagliente. Mentre va al lavoro si sente male, siede accanto a una donna e le passa senza volerlo il virus della fusione di carne e metallo. Anche lei subisce una mutazione, cade in preda a istinti omicidi, sessuali, di entrambi i tipi. Se la prende con l’impiegato; i due si rincorrono, lottano furiosi come fossero demoni o kaiju, con espressioni grottescamente esasperate. L’uomo vince. Torna a casa, infetta la moglie. Perde il controllo, gli sale l’urgenza di eros e morte, la uccide durante un violento amplesso. Grida per il rimorso. Non è più umano.

Volutamente eccessivo, violento, espressionista, esplicito dal punto di vista sessuale: non sarà roba per tutti, ma entra di diritto nella storia dei film più innovativi e originali che siano mai stati girati. Tra i temi principali di questo cult ci sono l’incontro/scontro tra uomo e tecnologia (per la storia del rapporto traumatico tra popolo giapponese e tecnologia rimando all’essenziale J. Nacci, Guida ai Super Robot, Odoya, 2017), l’alienazione diffusa nelle grandi metropoli, la mutazione dell’essere umano in qualcosa che è più di un homo sapiens sapiens, e forse è il prossimo gradino della nostra evoluzione. O il portavoce di una vicina apocalisse.
Lo sfondo della vicenda è una città fatta di altissimi grattacieli, gallerie infinite della metro, fatiscenti bagni pubblici, capannoni e vicoli ingombri di detriti. Un insieme di non-luoghi che a vederli verrebbe solo voglia di distruggerli. Gli uomini e le donne che compaiono sullo schermo, se non fossero vittime del contagio che unisce carne e metallo (e che dunque probabilmente li salva) incarnerebbero quanto di più piatto e squallido una società industriale o post-industriale può produrre.

Fabio Perletta + Luigi Turra – Ma 間 | Neural


[Letto su Neural]

Il sinogramma 間 (Ma), unità minima di significato utilizzata anche nella scrittura giapponese, estrinseca un concetto decisivo per numerose pratiche artistiche e filosofiche, riferendosi alle nozioni di spazio e di tempo tra le cose, focalizzando l’attenzione sul vuoto più che sul resto, restituendo alle pause, agli intervalli, il loro effettivo valore. In musica l’attenzione a tali relazioni trova immediata importanza e non solo in area contemporanea, come taluni potrebbero erroneamente credere, perché sulle figure di pausa, sul silenzio, molto è stato detto anche in altri contesti storici e culturali. È nella tradizione orientale tuttavia che questa concettualizzazione viene esaltata e Fabio Perletta e Luigi Turra, musicisti entrambi affascinati dall’approccio zen e dall’opera dell’architetto Tadao Ando, hanno deciso di riadattare un seminale studio sonoro di Perletta, i cui suoni furono raccolti proprio nel padiglione delle conferenze progettato da Ando per il campus Vitra a Weil am Rhein. Sono tre le composizioni lungo le quali si snoda la ricerca, dipanate assecondando i sensi dei luoghi esplorati, con suoni di legni, rocce, ciottoli e cemento, materiali d’elezione per Ando, che è particolarmente apprezzato per il suo stile essenziale ed evocativo. I suoni convivono con i silenzi e sono curatissimi, intensi e carismatici, l’intento è quello di lasciarsi solo attraversare dalle suggestioni architettoniche, alludendo al carattere degli spazi in maniera assolutamente libera e poetica. Se lo stile di Ando si dice crei un effetto “haiku”, enfatizzando il nulla e lo spazio vuoto per rappresentare la bellezza della semplicità, similmente anche Perletta e Turra partendo da catture auditive piuttosto scarne e basilari, riescono a coinvolgere emotivamente l’ascoltatore in un percorso dalle mille astrazioni e titillamenti. Altre ispirazioni sembrano provenire dall’accostamento di elementi tradizionali ed estetica modernista, da una cura dei dettagli quasi artigianale e da una definizione iper-controllata, tutti segni distintivi della poetica di Ando che sembrano infusi anche in questo album. Come diceva l’esteta Fulvio Carmagnola “le forme diventano in un certo senso illustrazioni, semi-opache di un’attività di pensiero che le accompagna. Bellezza aderente, come il risultato di un progetto, anche se si tratta di un progetto celibe, slegato dal registro dei fini pratici”.

Lankenauta Yukio Mishima. Enigma in cinque atti


Su Lankenauta una recensione a Mishima. Enigma in cinque atti, saggio di Danilo Breschi che indaga l’universo dello scrittore giapponese, un testo che credo sia molto importante per chi ama l’autore nipponico.

“Se volete davvero incontrare il diverso, il totalmente Altro in letteratura, non potete non leggere Mishima. Tutto il resto si colloca un gradino sotto, almeno in termini di alterità, di estraneità rispetto ai nostri codici consueti, di sistema e antisistema. Non c’è analoga trasgressione bacchica perpetrata nella forma più apollinea possibile, non si trova una misurata dismisura paragonabile alla sua. Ghiaccio incandescente e fuoco vitreo, un vulcano in piena eruzione che si ritrova inchiavardato in una bomboniera di finissimo cristallo: solo l’ossimoro può alludere all’effetto provocato dalla lettura di una pagina mishimiana”. p.19

Partirei proprio da qui, da queste parole che invitano alla lettura, attraverso le quali il professor Danilo Breschi introduce il poliedrico e geniale artista nipponico Yukio Mishima, per celebrare la sua persona e la sua opera, a 50 anni esatti dalla sua spettacolare ed enigmatica dipartita, consumatasi il 25 novembre del 1970 per mezzo del seppuku, il suicidio rituale del samurai. Molto si è scritto e argomentato sul gesto, in questo mezzo secolo che ci distanzia dal tragico evento; un gesto che ha sovente oscurato la sublime letteratura del grande romanziere giapponese, alla luce del quale si è voluto inquadrare, se non addirittura ingabbiare, sia l’uomo che la sua arte. Un gesto meditato, studiato nei minimi termini e portato a compimento secondo le modalità immaginate. Un gesto di protesta, unico nel suo genere, ed oltremodo eclatante. Un gesto che però non spiega né esaurisce l’uomo e l’artista Mishima. Yukio Mishima. Enigma in cinque atti, è un saggio che ci propone alcune interessantissime chiavi di lettura per provare a venire a capo del mistero Mishima, partendo da due principi d’indagine imprescindibili per chiunque voglia addentrarsi in un territorio tanto vasto, complesso ed eterogeneo: amore e competenza. Amore per il personaggio e per la sua opera, perché senza l’amore, inteso come sentimento che smuove montagne e immagina universi, nessuna fredda competenza, pur la più dotta e puntuale, può catturare davvero la nostra attenzione oltre la soglia di una contingenza che al massimo può diventar stanca nozione. Divulgare invece Mishima come ha fatto il professor Breschi è un voler empatizzare col lettore, tentare l’ardua impresa di prestare i propri occhi, i propri sentimenti e le proprie emozioni a qualcuno che probabilmente non incontreremo mai, ma che in quei momenti di appassionata lettura diviene una sorta di compagno di viaggio che ci cammina idealmente a fianco.

I fiori di Edo | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la recensione a I fiori di Edo, racconto lungo di Sua Maestà Bruce Sterling, edito da Delos Digital. Un estratto:

In tutto il racconto aleggia poi, nascosta in un alone di “realismo magico”, una presenza demoniaca. Si tratta di una forza tecnologica misteriosa e imperscrutabile che scorre lungo i fili del telegrafo, fa muovere gli ingranaggi dei treni che corrono veloci sulle rotaie e alimenta le lampade a gas che illuminano Edo, trasformando l’antica città feudale in una metropoli moderna, destinata a somigliare sempre di più a quelle occidentali.

I fiori di Edo: Bruce Sterling e il destino del Giappone | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione della nuova produzione di Bruce Sterling: I fiori di Edo, novelette uscita per DelosDigital. Intrigante e raffinata la storia, raccontata nella quarta:

Edo è l’antico nome di Tokyo, una città funestata da continui incendi, tanto da spingere i poeti a chiamarli “i fuochi di Edo”. L’era di Edo, o era degli Shogun, terminò brutalmente con l’arrivo delle navi da guerra americane nella baia di Tokyo, che costrinsero a cannonate il Giappone a entrare nella comunità commerciale mondiale, portando quella tecnologia che un giorno avrebbe arricchito il Giappone.
In questo drammatico momento di transizione è ambientato questo splendido racconto di Bruce Sterling, nel quale si confrontano la tradizione giapponese e lo spettro di un futuro grandioso ma anche terribile.
Racconto finalista al Premio Hugo e al Premio Nebula.

Come sempre, Sterling sa come entrare in contatto con lo spirito di un luogo o di un tempo, raccontando in maniera esemplare ciò che a molti di noi appare solo superficialmente. Libro imperdibile, per molti motivi.

La ragazza del Kyûshû | ThrillerMagazine


Su ThrillerMagazine la segnalazione di in noir nipponico che, non so perché, mi ha incuriosito: La ragazza del Kyûshû, di Matsumoto Seichô. La quarta:

In un mattino di primavera una giovane donna entra nello studio di un illustre penalista di Tokyo. È Kiriko. Ha appena vent’anni, il volto pallido dai tratti ancora infantili, ma qualcosa di inflessibile nello sguardo, «come fosse stata forgiata nell’acciaio». Non ha un soldo e ha attraversato il Giappone dal lontano Kyûshû per arrivare fin lì, a implorare il suo aiuto. Il fratello, accusato di omicidio, è appena stato arrestato, e Kiriko è la sola a crederlo innocente. L’avvocato rifiuta il caso: non ha tempo da perdere, tanto meno per una difesa che dovrebbe assumersi senza essere retribuito. Kiriko si scusa con un piccolo inchino, esce dallo studio e così come è arrivata scompare. Il fratello verrà condannato e morirà in carcere qualche mese dopo, poco prima che l’esecuzione abbia luogo.

È solo l’antefatto da cui prende il via questo gelido noir di Matsumoto. Dove un caso-fantasma, ripercorso nei minimi dettagli, lascia spazio a una vendetta esemplare che si fa strada da lontano. E mentre ogni colpa – consapevole o inconsapevole – viene pesata accuratamente, come su una bilancia cosmica, una tensione impalpabile, un «rumore di nebbia» accompagnano questa storia da cima a fondo. Finché lei, Kiriko, la ragazza del Kyûshû, non otterrà ciò che le spetta.

Mareducata

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