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Archivio per Gioacchino Toni

Processi di ibridazione. L’orrore (è) nella carne – Carmilla on line


«Come la fiaba, ma senza la sua volontà educativa e la sua disciplina narratologica, l’horror è la prosecuzione della vita con altri mezzi, all’incrocio tra due tendenze contrapposte, che qui tendono a coincidere, quella che usa la finzione per accrescere l’illusione e quella che la vive per aumentare la percezione del reale. Una contraddittorietà che spaventa molto più dei contenuti dell’horror stesso: chi non li guarda non teme infatti di essere spaventato dai mostri, ma di cominciare a vederli nella vita reale. O, che è davvero lo stesso, a riconoscerli. Anche nella realtà che si è. Perché il vero orrore è sempre la realtà. Soprattutto la realtà che si è e che, non diversamente dal contesto reale che ci circonda, sfugge alla nostra comprensione, al nostro controllo, alla nostra direzione, imponendosi dispoticamente, violentemente, atrocemente».

Su CarmillaOnLine una lunga recensione a Il male quotidiano. Considerazioni filosofiche sull’horror, di Selena Pastorino e Davide Navarria, in cui Gioacchino Toni indaga le connessioni tra l’immaginario e il reale, facendole diventare interazioni tali da modificare il nostro vissuto sulla base del Fantastico; un traguardo che mi sono prefissato e che perseguo costantemente.
Oltre al brano citato sopra, vi lascio a un altro estratto:

Il provare orrore ha a che fare non tanto con l’essere spaventati di fronte a una minaccia incombente, quanto piuttosto, sostengono gli autori, soprattutto con l’essere disgustati, nauseati e raccapricciati al manifestarsi del corporeo, non necessariamente umano, di qualcosa che rimandi alla “concretezza materiale di un che di vivente, pulsante, carnale. […] È la comparsa della corporeità nella sua visceralità organica, nella sua tridimensionalità carnale, a fare orrore, come il ritorno di un rimosso. Perché, anche qualora si sia potuto accettare di avere un’esistenza materiale, si tende comunque a ridurre la corporeità a una mera superficie: ciò che fa il nostro corpo è il suo aspetto esteriore, la pelle che lo confina, i tratti che ci identificano. Oltrepassare questo confine per comprendere qualcosa della nostra realtà è un gesto autorizzato in un’unica direzione, quella che pone una frattura tra la fisicità che siamo e ciò che davvero siamo: che la si chiami mente, anima, pensiero, spirito, quella componente meta-fisica della nostra identità è l’unica parte di noi che ci sentiamo legittimati a definire come nostra interiorità. Ci è invece precluso quel movimento che, nell’oltrepassare la pelle che ci contiene, vi apra una breccia, svelando come al nostro interno non si trovi una specie di spirito impalpabile a capo di un automa inorganico, bensì carne sanguinolenta, vasi, nervi, legamenti, tendini, organi, scarti, solo in ultimo ossa, altrettanto vive che tutto il resto. Un resto che trattiamo sempre come tale e che pure ci costituisce al punto da essere l’unico punto in cui siamo, in cui non possiamo fare a meno di essere (pp. 166-167)”.

“Entrare” in contatto con la cruda realtà del corpo provoca disgusto; “scoprirsi” organici significa in qualche modo fare i conti con la mortalità. L’epidermide si propone come limite inviolabile, come confine che, se oltrepassato, conduce alla perdita dell’integrità palesando la vulnerabilità e la caducità: l’essere mortali. Da tempo e da più prospettive si riflette sul perché produca attrazione un genere come l’horror incentrato su quanto solitamente si è portati a rimuovere, ci si interroga sul da e verso cosa muova il desiderio che spinge a sottoporsi all’orrore, a un’esperienza emotiva e fisica insieme.

Oltre che dal timore per la possibile profanazione del proprio corpo, l’orrore può derivare tal terrore per una sua trasformazione ed in entrambi i casi si può arrivare a desiderare la morte per porre fine al supplizio iniziato o imminente. Si pensi, ad esempio a quando Rick Grimes, il protagonista della serie The Walking Dead (dal 2010), trovatosi bloccato sotto a un carro armato circondato da zombi che intendono cibarsi di lui, vistosi senza scampo, per un attimo, prima di individuare una via di fuga, si punta la pistola alla tempia per suicidarsi, o, ancora, al finale del film La Mosca (The Fly, 1986) di David Cronenberg, quando lo scienziato Seth Brundle, ibridatosi con un insetto, ormai teriomorfo, in una residuale capacità di autodeterminazione, chiede alla ex compagna di porre fine alla sua esistenza.
D’altra parte, nonostante la tendenza a considerare il corpo come «stabile ancoraggio identitario» (p. 183), l’esistenza non può sottrarsi alla mutazione e la visione di opere orrorifiche come queste, in fin dei conti, mette di fronte alla propria vulnerabilità. Ci parlano di ciò, sostengono Pastorino e Navarria, narrazioni incentrate sulla «metamorfosi dell’umano in ciò che umano non è, soprattutto quando questo processo non è irreversibile […] ma si intervalla a momenti di recupero […] di quei lacerti residuali di ciò che si era ora che si è stati qualcosa che non si è» (p. 183). Si tratta di opere che evidenziano «quanto la dimensione identitaria sia carnale, corporea, fisica» (p. 183).

Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la segnalazione di un testo di Gioacchino Toni, Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale, con la prefazione di Sandro Moiso. Vi lascio all’articolo che, se siete fans della rubrica sulle sorveglianze digitali, vi suonerà assai sinistra e conosciuta:

A un certo momento la finzione cessò di preoccuparsi di imitare la realtà mentre quest’ultima sembrò sempre più voler riprodurre la finzione, tanto che si iniziò ad avere la sensazione che le immagini si stessero sostituendo al reale. Ciò che abitualmente si chiamava realtà, sembrò divenire una fantasia creata dai mass media, dai film, dalla televisione e dalla pubblicità. L’impressione era quella di vivere ormai all’interno di un grande racconto in cui i personaggi che popolavano la fiction hollywoodiana sembravano ormai più reali dei vicini di casa. La finzione giunse così ad affliggere la vita sociale, a contaminarla e a penetrarla al punto da far dubitare di essa, della sua realtà e del suo senso. La televisione continuava a raccontare la sua storia come si trattasse della storia di chi stava di fronte allo schermo; d’altra parte gli spettatori sembravano ormai da tempo vivere per e attraverso le sue immagini. Le stesse guerre smisero di essere viste per quello che erano e assunsero l’aspetto di un videogioco, così da risultare meglio sopportabili da chi ancora poteva viverle dal divano di casa.
I nuovi media digitali permisero agli esseri umani di farsi produttori e distributori di immagini, consentendo loro di costruirsi testimonianze di esistenza e così le metropoli iniziarono a essere attraversate da zombie dall’aspetto ben curato dotati di potenti attrezzature tecnologiche tascabili sempre più disinteressati della realtà che si trovavano di fronte intenti a immagazzinare senza sosta immagini da condividere sui social con comunità digitali composte da persone pressoché sconosciute. Il mondo, con i suoi parchi di divertimento, i club vacanze, le aree residenziali, le catene alberghiere, i centri commerciali riproducenti il medesimo ambiente, venne dunque organizzato per essere distrattamente filmato e condiviso, più ancora che visitato e vissuto.

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Culture e pratiche di sorveglianza. Emozioni e desideri ridotti a dati per il neuromarketing – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine Gioacchino Toni continua a indagare il reale corrotto dalle tecniche cibernetiche – e non solo – di sorveglianza e di controllo sociale. Un estratto:

Se il marketing si è sempre interessato al funzionamento del cervello umano a scopo di comprendere su quali meccanismi fare leva per indurre al consumo, le neuroscienze possono essergli di grande aiuto ed è proprio dalla sinergia tra ricerche di mercato e neuroscienze che si sono gettate le basi per il neuromarketing che intende «osservare le informazioni alla base dei processi interni al cervello dei consumatori che riflettono le loro preferenze, scelte e comportamenti». Attraverso applicazioni neurotecnologiche diviene possibile «condurre misurazioni continue del cervello e dell’attività del corpo mentre si prende la decisione di acquisto, si guarda la pubblicità o si partecipa ad altri processi legati al consumo».
Oltre alla “scansione” dei meccanismi che muovono i desideri e l’agire del consumatore, ad interessare alle aziende è però, in fin dei conti, indurre all’acquisto del proprio prodotto. «L’aggregazione di dati biomedici e misurazioni dell’attività cerebrale possono consentire di stabilire relazioni causali che in futuro potranno essere utilizzate come guida dai professionisti del marketing per costruire le loro campagne pubblicitarie o dai produttori per essere precisi nella promozione di un prodotto specifico».
Per poter analizzare e “tenere sotto controllo” il funzionamento del cervello umano occorre, prima di procedere con gli esperimenti sulle “cavie umane”, ottenere il consenso informato, ma ciò di certo non tutela i soggetti che si prestano alle rilevazioni dall’uso che si faranno di esse al di là dell’interesse iniziale. Se a tutto ciò che ancora sembra fantascientifico si aggiungono i più che reali e presenti sistemi di rilevamento delle emozioni attraverso intelligenza artificiale – a cui magari si è sottoposti obbligatoriamente se si vuole accedere ad alcuni aeroporti – e i dati condivisi sui social media, ecco allora che inizia ad emergere con maggior chiarezza come si sia davvero sempre più in balia di tecnologie cognitive e le martellanti richieste circa l’accettazione o meno dei cookies durante la navigazione sul Web danno un po’ l’impressione di trovarsi armati di secchiello su una nave in balia delle onde che imbarca acqua da tutte le parti.

“Rischiamo di entrare in maniera sempre più invasiva in un’era in cui le aziende a scopo di lucro possano giocare sulle nostre emozioni, avendo accesso a queste tecnologie legate ai media e targetizzandoci in base al nostro umore del momento. Questo timore è particolarmente pressante per via della velocità vertiginosa con cui questi mutamenti di neuromarketing si stanno affermando nella nostra società. Ormai non sono più solo le telecamere nelle strade che possono alimentare algoritmi e macchine con i nostri dati per generare approcci di marketing più personalizzati e precisi, ma anche i messaggi che scriviamo, le foto e i video che vengono postati o inviati: tutto ciò può attivare un’offerta immediata da parte di coloro che sono in grado di elaborare i nostri dati biometrici e classificarli come potenziale cliente arrabbiato o felice, triste o depresso”.

Culture e pratiche di sorveglianza. Leviatano 4.0 e società onlife della prestazione – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la disamina sempre accurata di Gioacchino Toni al testo Leviatano 4.0. Politica delle nuove tecnologie, di Mirko Daniel Garasic, sulle metodologie di controllo che normalmente passano come miglioramenti della vita quotidiana, dove IA e digitalizzazioni s’intrecciano in un infernale strumento di controllo individuale e quindi sociale. Un estratto:

Accolte come possibilità di estrema valorizzazione dell’autonomia e delle opportunità degli individui, capaci di aprire loro inedite possibilità di interfacciarsi con contesti, realtà, paesi e individualità altre, a distanza di tempo gli entusiasmi per queste trasformazioni digitali sembrano essersi sgonfiati di fronte al manifestarsi di una crescente perdita di ciò a cui si guardava come direttamente rappresentativo della libertà e dell’autonomia dell’individuo. Se tale “cambio di umore” nei confronti della rivoluzione digitale è percepibile tra gli studiosi, non si può forse dire che qualcosa di analogo accada a livello diffuso o che, perlomeno sin qua, sia adeguatamente percepita e problematizzata la portata della trasformazione in atto.
L’obiettivo che si pone l’analisi di Garasic è quello di «integrare gradualmente l’analisi della tecnologia in maniera “neutra”, incentrata quindi su valutazioni oggettive di impatto e uso delle stesse, con la presa di coscienza di come questi cambiamenti sistematici abbiano finito per modificare il modo di relazionarsi con gli altri (la polis) e con sé stessi» (p. 26).
Dopo aver velocemente passato in rassegna le ideologie classiche a cui fa o ha fatto riferimento la politica moderna, compresa la più recente, lo studioso approfondisce il ruolo che algoritmi, tecnologie ed applicazioni quali robot, droni, 5G, Internet of Things, Blockchain, ecc., hanno ed avranno non solo sulle dinamiche lavorative e politiche, ma anche a livello etico e antropologico. Garasic si sofferma, come esempio, sull’estensione , in piena emergenza pandemica, del “raggio d’azione” della app Dreamlab di Vodafone, sino ad allora utilizzata per raccogliere dati durante il sonno dei clienti affetti da cancro (che ne avevano dato i consenso) utili, se combinati con altri parametri comportamentali (stile di vita, sedentarietà, abitudini alimentari) alla ricerca scientifica. Il rapido “riciclo” di una app, come questa, pianificata per raccogliere informazioni riguardanti individui in condizione di malattia al fine di verificare l’incidenza di certi comportamenti su di essa ad uno scopo di tipo “preventivo” – il diffondersi di un virus non ancora contratto – non può che sollevare numerose perplessità.

“Volggliamo davvero consentire a qualsiasi azienda di iniziare a raccoglier i nostri dati solo perché potrebbero potarci a dei risultati utili in futuro? Che dire di tutti quei dati che le aziendale private raccolgono e utilizzano per il loro profitto? Non prestare attenzione a questa distanza inquietante tra ciò che già sappiamo e ciò che speriamo di trovare, potrebbe rendere il nostro consenso informato limitato sin dalla sua genesi. […] L’intento generale di Dreamlab e di altri progetti simili pare nobile da un certo punto di vista, ma, alla luce del fato che questa iniziativa è portata avanti da una società privata che si basa anche su studi di neuromarketing che hanno come obiettivo principale quello di scoprire le debolezze del consumatore, alcuni dubbi sull’obiettivo non svelato dell’esperimento (perché di questo si tratta) rimangono (p. 81)”.

A essere affrontate dal volume sono anche le cosiddette città intelligenti, a proposito delle quali l’autore mette in risalto come a fronte di una presentazione entusiastica che le vuole esempi virtuosi di ecologismo e, persino, di democrazia diretta, si diano, però, non poche preoccupazioni a proposito dell’annientamento della privacy, di un crescente divario digitale che rischia di condurre a far vivere la cittadinanza in maniera completamente differente e di discriminazioni derivanti dalla non neutralità della tecnologia. In particolare nel volume si prendono in esame, oltre al “sistema di credito sociale di stato” cinese, di cui i media occidentali hanno dato conto – più in funzione propagandistica che di reale denuncia di un meccanismo che in realtà si sta diffondendo anche tra gli autoproclamati “esportatori di democrazia” –, anche sistemi utilizzati da piattaforme come Alibaba che con il suo Sesame Credit struttura un sistema di “moralizzazione dei consumi” premiante permettendo, per esempio, i clienti che acquistano con regolarità attrezzature sportive per tenersi in forma, con “crediti” vantaggiosi nel noleggio di automobili, nella prenotazione di alberghi e persino di ascesso privilegiato negli ospedali. «Per esempio in Giappone l’assicurazione sanitaria nazionale richiede alle persone di vedere uno specialista se il girovita supera determinati parametri mentre il punteggio della Fair Isaac Coroporation (FICO) con sede negli Stati uniti fornisce analisi di credit score (che permette l’accesso o meno a mutui, prestiti, e altro) a tantissimi paesi occidentali» (p. 96).

Il nuovo disordine mondiale / 11: dispositivi digitali di secessione individuale generalizzata – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine lunghe riflessioni di Gioacchino Toni che recensiscono Io tiranno. La società digitale e la fine del mondo comune, di Éric Sadin, cercando di dare risposte alla deriva individualista e connessa che caratterizza il percorso collettivo occidentale da almeno una decade. Uno stralcio:

Con la svolta neoliberista, la caduta muro di Berlino – simbolo per eccellenza di un ordine mondiale che sembrava divenuto immutabile –, il dilagare dei processi di globalizzazione e l’avvento delle tecnologie digitali, può dirsi iniziata una nuova storia caratterizzata da un disordine mondiale che per la velocità con cui muta e per il suo aspetto globale, tende a risultare pressoché incomprensibile, tanto da generare visioni oscillanti tra l’apocalittico e il trionfalistico. Tra queste due visioni, accomunate dal non derivare alcuna lezione dal passato e dal non attendersi nulla dall’avvenire, trova posto quell’ideologia dell’eterno presente che conduce ad arrendersi/abituarsi all’incomprensibilità e all’evitare di mettere davvero in discussione l’esistente al punto tale da allarmarsi di fronte ad ogni evento che sembrerebbe contraddirlo, persino quando si tratta di un upgrade del sistema (che nei fatti non viene messo in discussione) che si trascina generando un incredibile repertorio di guerre civili claniche. A distanza di tempo, la celebre affermazione di Margaret Thatcher “There is no such thing as society”, piuttosto che come una perentoria asserzione volta a negare l’esistenza della società, potrebbe essere letta come una compiaciuta rivendicazione di un’attentato commesso ai danni di questa, dalla cui detonazione si sarebbero liberati individui tenuti, sostanzialmente, ad arrangiarsi con ogni mezzo necessario. Insomma, un’orgogliosa affermazione di “missione compiuta”: la società è stata minata alle fondamenta, inutile ormai anche solo nominarla.

Nel corso del primo decennio del nuovo millennio si delinea un’esperienza soggettiva inedita: «uno spossessamento di sé unito alla sensazione di un maggiore potere in certi ambiti della propria vita» (p. 20). Si percepisce con angoscia di non appartenersi più, di essere deprivati sempre più di una rete sociale su cui fare affidamento per affrontare le difficoltà della vita, e al tempo stesso si vive la gratificazione di sentirsi incredibilmente autonomi grazie alla disponibilità di tecnologie che facilitano l’esistenza, l’accesso alle informazioni e la possibilità di esprimersi direttamente e pubblicamente. Il Web stava gettando le basi «di una nuova rappresentazione degli individui, che si sentivano provvisti di nuovi attributi superiori, meno dipendenti da alcuni vincoli e perfettamente equipaggiati per far sentire la propria voce ed esistere agli occhi degli altri» (p. 73).
Non a caso “Time magazine” nomina “YOU” come Person of the Year 2006 mentre l’anno prima lo slogan che accompagnava l’avvento di YouTube recitava “Broadcast Yourself” invitando gli utenti a divenire i programmatori di se stessi e a darsi visibilità. «Quando l’i decide di beneficiare a proprio vantaggio dei dispositivi messi a sua disposizione, diventa un You agente che può conoscere una popolarità più o meno estesa grazie alla messa in scena, sotto varie forme, della sua persona» (p. 77).

Nel 2004 faceva la sua comparsa Facebook con la sua promessa agli utenti di godere di una sensazione di improvvisa centralità rafforzata dai post pubblici mentre la console Wii di Nintendo del 2006 permetteva un’inedita esperienza immersiva. Le tecnologie personali contemporanee si riveleranno sempre più abili nel catalizzare l’attenzione e nel dare l’impressione di offrire una ricchezza tale da rendere privo di interesse il mondo circostante. L’individuo contemporaneo, sostiene Sadin, ha la sensazione di poter sopperire autonomamente alle proprie carenze grazie alle tecnologie digitali che sembrano poter piegare la realtà ai suoi desideri e, soprattutto, permettergli espressività, ossia di raccontarsi agli altri ricevendo feedback di consenso, gratificandosi così dell’eccezionalità della sua esistenza. La sensazione provata è quella di non essere vittima impotente; alle quotidiane umiliazioni è possibile rispondere grazie alle possibilità di narrazione compensatoria offerte dall’universo digitale che consentono un’illusoria magnificazione della propria esistenza e/o la possibilità di scaricare l’ira accumulata prendendosela con qualcuno o qualcosa a distanza di sicurezza.
Secondo Sadin nella contemporaneità l’espressività ha finito per occupare uno spazio sempre più importante; gli individui tentano insistentemente di dare prova della propria singolarità attraverso pratiche di esposizione pubblica di sé. «Oggi l’esperienza non basta più a sé stessa. Deve essere quasi sistematicamente accompagnata – e nel preciso istante in cui avviene – dal suo racconto, senza il quale viene giudicata troppo povera. Soltanto allora, attraverso al sua pubblicizzazione, sembra acquisire pieno valore, e la sua importanza, nonché la sensazione di rivincita sulle incognite della vita, prendono corpo» (p. 22).

Il nuovo disordine mondiale / 9: la guerra nell’era del totalitarismo neoliberale – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a La società autoimmune. Diario di un politologo, di Fabio Armao, ben introdotta da questo paragrafetto:

Viene analizzata l’ingarbugliata trama del potere che contraddistingue la contemporaneità: un “totalitarismo neoliberale” che, al di là delle differenti sembianze che assume – mafie, gang, neofascismo, finanza underground, capitalismo clientelare, femminicidio, ecocidio e persino, come si vedrà, privatizzazione della guerra – ha, secondo l’autore, nella rinascita del clan la struttura di riferimento del sistema sociale.

Le frontiere della truffa liberista vengono rimarcate ancora una volta, semmai ce ne fosse di nuovo bisogno, sottolineando le regole di coinvolgimento nella guerre e diffondendo, così, l’arte del crimine.

Tale convincimento, attorno a cui ruota il volume, si inserisce all’interno di una più generale riflessione a cui Armao ha dedicato due suoi precedenti testi: L’età dell’oikocrazia (Meltemi, 2020) [su Carmilla] e Le reti del potere (Meltemi, 2020). Secondo lo studioso la struttura del clan, in grado com’è di interporsi tra individui e istituzioni e di mediare tra locale e globale, risulterebbe particolarmente adatta alla gestione della globalizzazione neoliberale nel suo imporre gli interessi economici privati sull’interesse politico pubblico. Si tratterebbe dunque di una “oikocrazia”1 assurta a modello universale, capace di adattarsi sia alle esigenze dei regimi democratici che a quelle delle autocrazie.
Come argomentato dallo studioso nei lavori precedenti, nell’edificazione del modello del totalitarismo neoliberale clanico, un ruolo fondamentale spetta alla città, dopo che questa è stata a lungo marginalizzata dal punto di vista politico dal sistema stato-nazione, non a caso, sottolinea l’autore, le cronache contemporanee rimandano più spesso a New York, Parigi e Madrid, a Raqqa e Kobane, a Kabul e Kunduz, piuttosto che ai rispettivi stati in cui si trovano. La società autoimmune si apre prendendo atto di come le società contemporanee sembrino «sempre più attratte da un insano desiderio di autodistruzione, al punto da trasformare le proprie patologie collettive in autentiche “malattie autoimmuni”, invece di sforzarsi di debellarle». E tale pulsione di morte, continua l’autore, «si rivela tanto più profonda, quanto più avanzate ci appaiono dal punto di vista economico e tecnologico» (p. 11).

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Il nuovo disordine mondiale / 7: il trionfo della disinformazione digitale di massa – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine continua la serie di indagine sociali, politiche ed economiche di Gioacchino Toni sul disordine mondiale, che spesso sembra molto più organizzato che caotico, partendo dal volume di Thomas Rid, Misure attive. Storia segreta della disinformazione (Luiss University Press, 2022), tratteggia in maniera documentata la storia della disinformazione professionale organizzata che prende il via negli anni Venti del Novecento per giungere fino ai giorni nostri. Un estratto:

Docente di studi strategici alla Johns Hopkins University, Thomas Rid è considerato tra i massimi esperti di cybersecurity e delle implicazioni politiche di intelligence, spionaggio e hacking, tanto da essere interpellato dal Comitato sull’Intelligence del Senato degli Stati Uniti a proposito delle dibattute interferenze informatiche dell’intelligence russa nelle elezioni presidenziali statunitensi tenutesi nel 2016.

Il livello di disinformazione a cui si è giunti rappresenta il punto di approdo delle svariate operazioni di influenza pianificate nel corso di un secolo. Dalle campagne di disinformazione successive alla rivoluzione russa a quelle organizzate dalle agenzie di spionaggio delle superpotenze nel corso dei decenni della guerra fredda, fino alle recenti vicende della “fattoria dei troll” di San Pietroburgo, il volume di Rid, ricorrendo a diversi documenti esclusivi, ricostruisce alcuni passaggi epocali di un secolo di attività di disinformazione organizzata condotta senza esclusione di colpi.
La storia della disinformazione moderna, sostiene lo studioso, procede attraverso quattro grandi ondate e prende il via nei primi anni Venti del Novecento, durante la Grande Depressione, quando il giornalismo inizia a farsi sempre più rapido e competitivo grazie alla radio. La successiva ondata si dispiega dopo la seconda guerra mondiale, quando l’attività di disinformazione si fa professionale soprattutto grazie alle agenzie statunitensi che si dimostrano particolarmente attive e spregiudicate nell’inasprire le tensioni e contraddizioni in seno al corpo politico avversario attraverso la diffusione di una studiata miscela di verità e menzogne.
La terza ondata principia al termine degli anni Settanta facendosi vera e propria scienza operativa che gli apparati di intelligence del blocco sovietico iniziano a indicare con l’espressione “misure attive”. La quarta ondata di disinformazione raggiunge il suo culmine attorno agli anni Dieci del nuovo millennio sfruttando le possibilità offerte da Internet. «La vecchia arte dell’influenza psicologica – basata su strategie lente, competenze tecniche, fatica e lavoro corpo a corpo – è diventata rapida, improvvisa, incoerente e a distanza. Le misure non solo sono divenute più “attive” che mai, ma sono anche molto meno “misurate”, al punto da mettere in discussione l’espressione stessa» (p. 13).

La disinformazione, però, sottolinea lo studioso, opera anche contro se stessa e ciò accade in modo altrettanto inatteso. Gli stessi agenti e agenzie restano influenzati dalle proprie costruzioni; gli effetti voluti e involontari si sono mescolati gli uni agli altri in effetti reali e osservabili. Con l’arrivo di Internet e la sua mole di dati, con l’hacking, i dump e le martellanti campagne di influenza sui social, tutto sembra proiettarsi su livelli ormai fuori controllo. «Le misure attive sono sempre più attive e sempre meno misurate, al punto che si stanno disintegrando» (p. 427). La disinformazione contemporanea sembrerebbe aver perso la bussola, quasi si trattasse di una macchina avviata che ormai produce automaticamente disinformazione senza controllo tanto che, ormai, si è fatta l’abitudine ad accontentarsi del verosimile [su Carmilla].

Il nuovo disordine mondiale / 5: guerra, informazione e realtà verosimile – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine continuano le indagini di Gioacchino Toni su quello che è attualmente il concetto di realtà e su cosa si basa, quale forma armata di coercizione rappresenti; vi lascio a un significativo estratto:

Spalmata all’interno di programmi di cucina o sportivi in tv o tra un selfie-aperitivo e un crazy-video sui social, l’informazione non può che farsi veloce, sloganistica, iperbolica e sufficientemente versosimile. A rendere sostanzialmente inutile la mole di informazione  disponibile concorre anche la mancanza di una solida griglia interpretativa d’insieme: tra gli esiti dell’epocale fine delle grandi narrazioni vi è forse anche questo tipo di informazione postmoderna.
Con l’affermazione di Internet i media informativi tradizionali hanno indubbiamente diminuito la loro capacità di indirizzare i cittadini. Questi ultimi risultano piuttosto attratti delle promesse partecipative dalla Rete, che in realtà, il più delle volte, si risolvono in dibattiti in cui gli interlocutori non entrano nel merito di ciò che commentano, limitandosi a sfruttare l’occasione per ribadire fugacemente punti di vista e credenze già posseduti.
L’utente digitale pare insomma spesso essere alla ricerca di un pretesto per ribadire, frequentemente in maniera iperbolica, le proprie credenze in maniera tangenziale rispetto alla questione specifica su cui dovrebbe ragionare. E di ciò, occorre dirlo, non sono immuni nemmeno i network più critici.

I media tradizionali, gerarchici e unidirezionali, necessitano della fiducia dei fruitori e di una realtà sociale il più possibile omogenea. Al diminuire della loro credibilità e all’aumentare della frammentazione sociale, tali tipi di media faticano a rispondere a interessi e necessità a loro volta frammentate e differenziate. L’informazione via social risulta più attraente rispetto a quella dei media tradizionali perché più in linea con la frammentazione sociale e tende a essere percepita come più credibile rispetto a quella diffusa dai media istituzionali in quanto veicolata da “parigrado”. Nel suo complesso la Rete viene ritenuta capace di rappresentare equamente la pluralità dei punti di vista anche se, in realtà, la percentuale di utenti attivi sul Web nel produrre contenuto è molto bassa rispetto a quella dei semplici fruitori che spesso si limitano a fare da amplificatori/diffusori. Se in generale la valutazione della veridicità dell’informazione dipende dalla credibilità della fonte di provenienza, nelle reti sociali facilmente si condividono informazioni senza alcuna verifica semplicemente perché si ritiene che lo abbia fatto qualcuno degli altri appartenenti al network di cui si è parte. Più la fonte di informazione è ritenuta “vicina”, maggiore è la credibilità che si è disposti a concederle. Non a caso i principali operatori tecnologici della Rete da tempo operano filtrando il flusso di informazioni ritenute rilevanti per i singoli utenti costringendoli all’interno di vere e proprie bolle in cui circolano quasi esclusivamente informazioni che confermano e rafforzano ciò in cui credono i partecipanti. La bolla, inoltre, tende a rafforzare il ricorso dell’individuo a quelle scorciatoie mentali proprie del cosiddetto “pensiero veloce” fortemente dipendente dalle emozioni.

Culture e pratiche di sorveglianza. Convincere gli algoritmi di non essere troppo umani – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine continua la serie di Gioacchino Toni che riflette sull’attuale stadio di controllo sociale raggiunto dagli Stati e/o dalle grandi corporazioni liberiste. Nel farlo, Toni prende conforto dal saggio Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro dell’IA, di Kate Crawford, e da Your Boss Wants to Spy on Your Inner Feelings, di John McQuaid. Un estratto:

La pretesa di rilevare le emozioni provate da un individuo in un determinato momento è ormai divenuta una vera e propria ossessione che si tenta di soddisfare attraverso la tecnologia. Di ciò si occupa l’articolo di John McQuaid, Your Boss Wants to Spy on Your Inner Feelings, “Scientific American” (01/12/21), ripreso con il titolo Spiare le emozioni da “le Scienze” (27/01/22). L’autore racconta di come l’intenzione, tramite telecamere ed elaborazioni affidate ad algoritmi, di carpire informazioni dalla mimica facciale circa le emozioni provate dagli individui trovi applicazione oltre che nell’ambito delle ricerche di mercato e della sicurezza, anche nelle valutazioni dei candidati in cerca di occupazione e nel rilevare la soglia di attenzione sui posti di lavoro e nelle scuole. Non si tratta più di “limitarsi” al riconoscimento facciale – assegnare un’identità a un volto – ma di desumere dalla mimica facciale lo stato emotivo degli individui. Sono ormai numerose le applicazioni disponibili sul mercato che, avvalendosi di IA, offrono i propri servizi alle imprese in termini di analisi dell’emotività dei candidati o dei lavoratori già inseriti in azienda magari in attesa di riconferma.

“Per l’esercito, le imprese, i servizi segreti e le forze di polizia di tutto il mondo, l’idea del riconoscimento automatico delle emozioni è tanto avvincente quanto redditizia. Promette di distinguere in modo affidabile l’ amico del nemico, le bugie dalla verità e di utilizzare gli strumenti della scienza per scrutare nei mondi interiori (Crawford, p. 175)”.

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Culture e pratiche di sorveglianza. Il lato materiale ed incarnato dell’Intelligenza artificiale – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una critica di Gioacchino Toni a Né artificiale né intelligente. Il lato oscuro dell’IA, di Kate Crawford, in cui si approccia alla tematica delle intelligenze artificiali da un altro punto di vista, quello delle infrastrutture fisiche che sono governate dalle IA e che si adeguano alle loro logiche; la trasformazione non dico inumana, ma disumana, è da ricercare lì.

Solitamente quando si parla di IA ci si concentra sul suo aspetto tecnico, sugli algoritmi e sulle sue potenzialità in termini prestazionali, eventualmente, se proprio non si tratta di narrazioni apologetiche, si pone l’accento sul suo esercitare un dominio di natura tecnica. C’è però un altro lato dell’IA che viene solitamente rimosso, una sorta di dark side tenuto nell’ombra che ha a che fare con le risorse naturali, i combustibili, il lavoro umano, le infrastrutture, la logistica, la produzione dell’IA e le forze economiche, politiche e culturali che la modellano.

Nonostante lo storytelling dominante insista nel presentare l’IA ricorrendo a immagini bluastre con codici binari e cervelli luminosi fluttuanti in una sorta di spazio inconsistente, dunque come a qualcosa di immateriale, non mancano analisi che la riconducono alla cruda materialità dell’approvvigionamento e dello sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie e del lavoro umano.

Invece che guardare all’IA come a un sostituto della forza lavoro umana è meglio  sottolineare come in realtà il ricorso a quest’ultima non venga affatto meno, come si deduce verificando le modalità con cui l’accumulazione dei dati si converte non solo in una forma di lavoro sottopagato – come nel caso di chi è impiegato nelle grandi piattaforme digitali nel passare in rassegna i commenti degli utenti, classificare l’informazione e preparare i dati utili agli algoritmi – ma persino non retribuito, quando a compierlo sono gli utenti/consumatori stessi. Concentrarsi soprattutto sull’approvvigionamento e sullo sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie messo in atto dal sistema IA è una buona via di comprensione del reale. Dice la Crawford:

“L’intelligenza artificiale non è una tecnica computazionale oggettiva, universale o neutrale che prende decisioni in assenza di istruzioni umane. I suoi sistemi sono incorporati nel mondo sociale, politico, culturale ed economico, plasmati da esseri umani, da istituzioni e da imperativi che determinano ciò che gli uomini fanno e come lo fanno. Sono progettati per discriminare, amplificare le gerarchie e codificare classificazioni rigorose […] possono riprodurre, ottimizzare e amplificare le diseguaglianze strutturalmente esistenti [I sistemi IA] sono espressioni di potere che discendono da forze economiche e politiche più ampie, creati per aumentare i profitti e centralizzare il controllo nelle mani di coloro che li detengono. Ma non è così che di solito viene raccontata la storia dell’intelligenza artificiale (p. 243)”.

Il volume della Crawford prende il via dalle miniere di litio del Nevada per affrontare la politica estrattiva dell’IA, la sua domanda di terre rare, di energia in quantità ricavata soprattutto da petrolio e carbone. «I minerali sono la spina dorsale dell’IA, ma la sua linfa vitale rimane l’energia elettrica» (p. 49); non a caso i data center sono tra i maggiori consumatori di energia elettrica. Se si pensa che l’industria cinese dei data center ricava attualmente oltre il 70% della sua energia dal carbone, non è difficile immaginare l’impatto ambientale che ne deriva. Tenendo conto che si prevede nel giro di pochi anni un incremento di circa due terzi  del fabbisogno energetico dell’infrastruttura cinese dei data center, ci si rende conto dell’impatto ecologico che andrà ad avere quello che viene solitamente descritto come un sistema dematerializzato. L’infrastruttura su cui opera e di cui necessita l’IA si intreccia con la logistica, settore dall’elevato livello di sfruttamento lavorativo, e con il trasporto operato dalle navi mercantili, responsabili di oltre il 3% delle emissioni globali di anidride carbonica annue. Come non bastasse, ogni anno, ricorda la studiosa, migliaia di container, non di rado contenenti sostanze tossiche, sprofondano negli oceani o si perdono alla deriva.
Crawford si sofferma sui lavoratori digitali sottopagati, passando dai magazzini di Amazon, in cui la forza lavoro è costretta a tenere il tempo dettato dagli algoritmi che gestiscono l’architettura logistica del colosso, e dalle linee di macellazione di Chicago ove l’IA è utilizzata per incrementare il livello di sorveglianza e controllo di chi vi lavora. Se un interrogativo ricorrente circa l’IA riguarda l’entità della sostituzione del lavoro umano con robot, Crawford preferisce indagare su «come gli esseri umani vengano sempre più trattati dai robot e su cosa questo significhi per il ruolo del lavoro» (p. 68).

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