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Archivio per Gioacchino Toni

L’insopportabile domino delle cose nella noiosa democrazia-mercato – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a Vivere e pensare come porci. L’istigazione all’invidia e alla noia nelle democrazie-mercato, di Gilles Châtelet. Un lungo excursus sui danni perpetrati dalla televisione commerciale che hanno spianato la via all’iperliberismo e alla corsa ai consumi; un estratto:

Châtelet prende di mira qualcosa di più esteso e che ha i suoi corrispettivi anche in altri paesi, Italia compresa, a partire dalla crescente pervasività dell’immaginario veicolato dalle televisioni commerciali che hanno contribuito e non poco ad affievolire la conflittualità dei decenni precedenti ed a tirare la volata della ristrutturazione economico-politica e culturale in atto in Europa. Come sottolinea Pichierri nella prefazione al volume, non è difficile riscontrare analogie tra le modalità con cui tali cambiamenti sono stati portati avanti nella Francia di Mitterrand, nell’Italia di Craxi e nel Regno Unito di Tony Blair.

“I protagonisti dell’ultima stagione di partecipazione politica del Novecento sono poi stati anche gli autori della sua normalizzazione e del suo passaggio all’era del mercato globale integrato, che non lascia più alcuno spicchio di esistenza al di fuori della transazione monetaria totale; non è un caso, lo si ricordava prima, che i grandi condottieri europei già citati – Mitterrand, Craxi e Blair – appartengano tutti all’area della cosiddetta sinistra riformista, o autonomista, come si usava dire in Italia per marcare l’orgogliosa indipendenza dalle nefandezze del PCI, ancora sospettato di nostalgie sovietiche, e che, come ricorda Châtelet, si definisce da subito post sinistra; ancora ricordiamo la “Milano da bere”, esempio concreto di fine della storia, in cui una classe dirigente nuova, ipermoderna (postmoderna?) e disinvolta si lanciava in felici collusioni con imprenditori il cui irresistibile successo aveva un’origine quanto meno opaca […], facendosi portatrice del nuovo e del bello, della gioia ludica infinita [supportata] da una potenza di fuoco nel campo dei media che mai in Europa erano stati appannaggio di gruppi privati (pp. 12-13)”.

Sembra proprio che, come sostenuto da Gianni Agnelli, occorresse rivolgersi alla sinistra per attuare riforme di destra. Così in effetti è stato. Questa post sinistra italiana, francese e inglese (in quest’ultimo caso proseguendo e portando a compimento quanto iniziato dal thatcherismo), si è prestata a quella che Châtelet ha definito la Controriforma liberale, quella «nuova ideologia trionfante del neoliberismo» – scrive Pichierri – «i cui riferimenti colti sono i due massimi esponenti della scuola marginalista austriaca delle scienze sociali: Ludwig von Mises, che ha inventato il termine libertariano, e Friedrich August von Hayek, padre dell’anarco-capitalismo (guarda caso due nobili appartenenti a famiglie di grandissime influenze accademiche, specie il secondo)» (p. 14).

Ecco dunque quel passaggio dall’ottimismo libertario al cinismo libertariano che Châtelet non esita a definire come vero e proprio processo di putrefazione che conduce, nuovamente, alla cieca fede nella capacità del mercato di autoregolarsi sacrificando, se necessario, la vita di milioni di persone.

Estetica del capitalocene – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la segnalazione e recensione a Inclusioni, estetica del capitalocene, saggio di Nicolas Bourriaud che Gioacchino Toni analizza nei suoi svariati aspetti di disamina e critica su ciò che il sistema liberistico ha operato sui concetti di arte. Un estratto:

Il critico e curatore artistico francese Nicolas Bourriaud ha sostenuto la necessità di approcciare l’arte contemporanea a partire da alcune sue potenzialità: agire come attivatore di rapporti sociali, mettere in discussione il sistema di produzione, sottrarsi al regime dello Spettacolo abbattendo, almeno momentaneamente, i confini tra arte e mondo.
Le recenti riflessioni incentrate sulla presa d’atto della catastrofe ecologica non potevano che toccare anche il ruolo dell’arte nell’attuale società; secondo il francese la creatività, lo spirito critico ed il rapporto con l’Altro sono soltanto alcune delle questioni ruotanti attorno alla pratica artistica con cui l’umanità è tenuta a confrontarsi.

Il nuovo volume di Nicolas Bourriaud, Inclusioni. Estetica del capitalocene (Postmedia Books 2020) delinea e analizza alcune delle figure estetiche che fluttuano nell’immaginario planetario descrivendo le sfide dell’attività artistica nell’epoca del capitalocene. Lo studioso propone la necessità di attuare una svolta nel pensiero e nella pratica al fine di rinnovare le categorie tradizionali dell’umanesimo per confrontarsi con la contemporaneità dando vita a «un universo di esseri in attività simultanea all’interno di un ecosistema condiviso» ove l’essere umano dismetta la sua funzione predatoria. Per fare ciò è pertanto necessario, secondo Bourriaud, preoccuparsi dei marginalizzati dall’ideologia occidentale e capitalista, umani o altre forme viventi che siano.

Dal Sedicesimo secolo, quando in Europa fu stabilita la dissociazione tra il corpo, vile e meramente animale, e lo spirito, che riceve una delega divina per controllare il corpo, diventò facile condannare lo “stato di natura” in tutte le sue manifestazioni. La razionalizzazione capitalista del lavoro si è rivelata indissociabile da questa cesura radicale tra l’essere umano e i suo ambiente, essa stessa inseparabile da una suddivisione della natura in unità astratte e commercializzabili. Ma anche inseparabile da un fenomeno di cui si è parlato meno: effettivamente all’epoca dei Comuni, prima di diventare il luogo del loro lavoro retribuito i campi rappresentavano per i contadini uno spazio di vita e di sussistenza, il loro campo. L’arte ha seguito una strada paragonabile: è a partire da questa fase di esproprio (le enclosures) che si diffonde in Europa un mercato privato delle opere d’arte, che erano state essenzialmente prodotte fino a quel momento nell’ambito di una comunità, di un contesto (pp. 10-11).

È con lo strutturarsi del capitalismo, sostiene Bourriaud, che la produzione artistica inizia a perdere la funzione sociale e spirituale che aveva nelle società precedenti per essere in buona parte risucchiata in un «movimento generale di razionalizzazione astratta» finalizzato al mercato. In un tale contesto di dominazione del valore-lavoro non sono però mancate eccezioni, refrattarietà, linee di resistenza o di fuga che hanno permesso, magari sotterraneamente, all’arte di preservare «valori occultati o marginalizzati dal processo di razionalizzazione delle esistenze».
Contrariamente a quanto accade nel lavoro così come lo si concepisce in ambito capitalista, sostiene lo studioso, chi produce opere d’arte realizza oggetti nei quali proietta la propria persona; «la singolarità sociologica di cui beneficiano ma soprattutto i contenuti delle loro creazioni, irriducibili all’ideologia produttivista, fanno sì che gli artisti dell’epoca capitalista siano eredi dei maghi, degli alchimisti e delle streghe del Medioevo e che occupino oggi una posizione analoga» (p. 12). Secondo Bourriaud è possibile scorgere nell’arte contemporanea tendenze di resistenza alla logica binaria (natura/cultura, materia/forma…) che struttura il meccanicismo occidentale di dominazione del mondo.

Ciò che emerge chiaramente è che la materia, la “natura” svilita in “ambiente”, la donna, il selvaggio, il povero e ogni individuo irregolare sono costretti a sottomettersi alla volontà del principio attivo, ad accettare questa condizione di supporto su cui si imprimono la formattazione e l’assoggettamento: l’hylé e la morphé, come dice la formula algebrica dell’assoggettamento inscritta nella teoria dell’arte occidentale (p. 13)

Nemico (e) immaginario. Il nontempo. Quando il presente diventa egemonico – Carmilla on line


Dalla caduta muro di Berlino può dirsi iniziata una nuova storia che, a causa della velocità con cui procede e per il suo aspetto globale, risulta pressoché incomprensibile.

Dal punto di vista intellettuale, questo cambiamento di scala ci prende alla sprovvista. Siamo ancora nella fase di critica dei vecchi concetti e delle visioni del mondo che li sottendevano. A questi si sostituiscono da un lato una visione pessimista, nichilista e apocalittica, secondo la quale non c’è più niente da capire, e dall’altro una visione trionfalista ed evangelica per la quale tutto è compiuto o sta per esserlo (p. 13).

Tra queste due visioni estreme, accomunate dal non derivare alcune lezione dal passato e dal non attendersi nulla dall’avvenire, secondo Augé, trova posto un’ideologia del presente caratteristica di quella che è stata definita la società dei consumi. Sembra quasi che all’essere umano non resti che scegliere tra un consumismo conformista e passivo, anche quando può darsi in forma assai ridotta, e un rifiuto radicale al quale, al momento, sembrano in grado di provvedere soltanto le espressioni religiose più esasperate.

Sullo stesso piano ideologico, vediamo inoltre formarsi connubi sostanziali tra ideologia religiosa e ideologia consumista, più in particolare nel caso dell’evangelismo di origine nordamericana. Per il resto, le nuove forme di esclusione, delle quali la globalizzazione è nello stesso tempo il contesto generale e uno dei principali fattori, generano, attraverso diverse mediazioni come quella del fondamentalismo religioso, atteggiamenti di rigetto o di fuga che hanno senso solo in rapporto all’ordine dominante. Quest’ultimo provoca insieme odio e seduzione. La contestazione, la rivolta o la protesta sembrano così prigioniere di quegli stessi schemi di pensiero ai quali si oppongono, sia a livello della vita politica sia sul piano intellettuale e artistico (p. 14).

La recensione di Gioacchino Toni, su CarmillaOnLine, a Che fine ha fatto il futuro?, di Marc Augé, ha più spunti di interesse illuminati sul nostro spicchio di realtà, particolare e assolutamente unica se vista col respiro storico. Da queste consapevolezze, con la cognizione acquisita di ciò che realmente significano, il senso politico che ne discende può essere solo uno; e certo, non c’è altro da fare che favorire la disgregazione di quest’universo liberista, di quest’eterno presente postmoderno in cui tutto è subalterno a un’idea orrenda di profitto.

Processi di ibridazione. L’immagine (è) mutante – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine, Gioacchino Toni indaga la poetica visiva e visionaria di David Cronenberg. Un’indagine sul nostro mondo sociologico e politicamente (anche polemicamente) economico in cui navighiamo, spesso con la bocca sotto il livello del liquame. Vi lascio alle sue parole ,a un estratto:

«io cerco sempre di mostrare […] quel momento in cui ci si rende conto che la realtà non è che una possibilità, debole e fragile come tutte le altre possibilità» David Cronenberg

Agli inizi degli anni Ottanta esce nelle sale Videodrome (Id., 1983) di David Cronenberg, opera con cui il regista canadese inaugura una serie di pellicole in cui, in maniera più esplicita rispetto ad altre sue realizzazioni, pone lo spettatore di fronte allo sconvolgimento dei piani di realtà. Si tratta di un film incentrato sul rapporto dell’individuo con quell’apparecchio televisivo, vero e proprio generatore di immagini all’interno della realtà domestica che, come scrive Riccardo SassoL’immagine mutante. Il cinema di David Cronenberg (Edizioni Falsopiano, 2018) – agisce «come un organismo patogeno, inizializzando un meccanismo virale grazie al quale l’uomo è stato trasformato, mutato in un un nuovo individuo, un homo tecnologicus, che ha incorporato in sé la tecnologia e da essa trae un sostentamento vitale necessario alla sua sopravvivenza». L’essere umano contemporaneo è giunto a cibarsi di televisione, tanto che i poveri che nel film si recano alla Cathode Ray Mission, al posto di un pasto caldo, ricevono la loro dose quotidiana di immagini televisive. Non è difficile leggere in Videodrome la convinzione mcluhaniana della televisione come strumento antropogenetico in grado di incidere sulla biochimica umana.

La televisione, suggerisce l’opera cronenberghiana, non si limita più a riprodurre la realtà, si è fatta «più reale della realtà stessa: ha agito fisicamente sulla struttura del […] cervello, creando al suo interno dei tumori, veri e propri organi di senso, capaci di costruire in lui un nuovo sistema percettivo». L’immagine è mutante, in questo caso nel senso che agisce, mutandolo, sull’individuo che ne viene a contatto. L’essere umano messo in scena da Cronenberg, a partire da Videodrome, è un essere che «ha assorbito in sé la tecnologia e nello stesso tempo l’ha corporeizzata»; il protagonista del film, dopo essere stato contagiato dal virus, si è ibridato con la macchina, «ha penetrato la tecnologia (come nella famosa scena in cui si fonde con il televisore), l’ha resa carne pulsante (la televisione è divenuta un organismo, che respira e vomita frattaglie) e al contempo ne è stato violato, penetrato – gli si è formata un’apertura sull’addome dal quale escono ibridi biomeccanici».

Con Videodrome, sostiene Gianni Canova nella sua monografia dedicata al regista – David Cronenberg (Editrice Il Castoro, 2007) – «Cronenberg riflette sull’intossicazione iconica derivata dal consumo di immagini televisive e sulle modificazioni fisiche e antropologiche che la diffusione della tv sta apportando all’apparato percettivo umano». Il film pone inquietanti interrogativi «sulla natura riproduttiva delle immagini e sul rapporto di ambivalente fascinazione e repulsione che l’occhio umano prova di fronte ai propri sogni e ai propri incubi reificati e incessantemente riprodotti sullo schermo della tv». Il regista decide di mettere in scena un mondo condannato a vivere in uno stato di perenne allucinazione, in cui gli esseri umani sembrano poter essere programmabili al pari degli apparecchi di registrazione audiovisiva. In anticipo di alcuni decenni rispetto alla serie televisiva Black Mirror (Id., dal 2011 – in produzione, Channel 4; Netflix), Videodrome si pone come opera audiovisiva politica in quanto riflettendo sul consumo di immagini fa provare direttamente allo spettatore «le potenzialità e le aberrazioni insite nel […] desiderio di consumare tecnologicamente immagini».

Oltre a palesare i processi di contaminazione fra organico ed elettronico, con una televisione che diviene carne e una carne che a sua volta funziona come un videoregistratore, in Videodrome, suggerisce Canova, Cronenberg «applica anche al linguaggio (al cinema) quei processi di contaminazione e confusione che mostra all’opera sul piano dei corpi». Ecco allora che il film può essere visto come il paradigma di uno stile fondato sull’instabilità enunciativa: Videodrome non permette allo spettatore di considerare la macchina da presa come un “narratore onnisciente”, diviene impossibile, continua Canova, attribuire alle immagini un aprioristico statuto ontologico di verità. Il continuo cambiamento di punti di vista non consente di stabilire se ciò che si osserva è “realtà”, allucinazione o sogno. Insomma, ad essere messa in discussione in questa pellicola è (anche) la stessa nozione di “realtà” cinematografica.

L’età del totalitarismo neoliberale e della guerra civile globale permanente – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a un saggio di Fabio Armao, L’età dell’oikocrazia. Il nuovo totalitarismo globale dei clan, che è brevemente l’equiparazione, alla luce del nostro mondo contemporaneo, del dominio capitalistico – e quindi liberista in tutte le sue declinazioni – con il concetto di truffa. Un estratto, a chiarire le idee:

L’analisi proposta da Fabio Armao (L’età dell’oikocrazia) è incentrata sulla convinzione che al sistema politico novecentesco, ruotante attorno ai grandi partiti di massa, si sia ormai sostituito un sistema clanico in grado di coniugare locale e globale meglio delle vecchie istituzioni statali anche grazie ad una minor presenza di vincoli imposti dal rispetto delle regole democratiche. La criminalità organizzata è un esempio clanico evidente ma non mancano casi eclatanti di gestione del potere politico ed economico da parte di cerchie assai ristrette.

«La politica dei partiti di massa, della lotta di classe e della difesa degli interessi collettivi ha lasciato il posto a una congerie molto più ricca e diversificata di attori, capaci di attingere, a seconda delle necessità, alle risorse tipiche delle diverse sfere sociali: politica, economica e civile, producendo di volta in volta delle proprie, originali, configurazioni di potere.» (p. 9)

Secondo l’autore si è di fronte al diffondersi di una nuova forma di governo contraddistinta da due principali elementi: il fondarsi sul clan come struttura di riferimento del sistema sociale e l’evidente anteposizione degli interessi economici (privati) rispetto a quelli politici (pubblici). Tale forma di governo può essere detta “oikocrazia”, dall’unione di kratos (potere) e oikos (casa, famiglia, clan, oltre che radice del termine economia, “amministrazione della casa”).

Il diffondersi di regimi oikocratici, sostiene Armao, conduce ad un nuovo tipo di totalitarismo combinante la distopia orwelliana e quella huxleiana. Se il primo modello pare prevalere nei regimi più esplicitamente autoritari, il secondo contraddistingue quei modelli che si presentano formalmente più democratici. In entrambi i casi, sostiene lo studioso, si è di fronte ad un’analoga matrice clanica.

Nel passaggio dall’assolutismo monarchico al parlamentarismo liberal-democratico, la politica si è trasformata di pari passo con l’affermarsi di un’economia di mercato nelle sue espressioni commerciali, industriali e finanziarie. È con i processi di globalizzazione e con il trionfo dell’ideologia neoliberale che si è rivelata l’entrata in crisi della tradizionale diarchia tra stato e capitalismo.

Secondo lo studioso è con il 1989 che si determina una «frattura epocale, il punto di arrivo di una sequenza di crisi che produce una grande trasformazione degli spazi sociali tradizionali, frattura destinata a generare una trama sempre più complessa di attori provenienti dalle società politiche, economiche e civili (secondo il paradigma adottato della società triadica) che interagiscono tra di loro, dal territorio al web, innescando un’accelerazione senza precedenti (un vortice) nei processi di globalizzazione; tale, oltretutto, da rendere sempre più permeabili i confini dei rispettivi ambiti.» (p. 13)

Carmillafest 2019: ecco il programma! – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine il programma completo del CarmillaFest, evento annunciato un po’ di tempo fa che si svolgerà a Bologna al Vag61 – Spazio libero autogestito (via Paolo Fabbri 110) il 19 e 20 ottobre. Dibattiti, musica e gastronomia popolare dedicata all’immaginario d’opposizione. Ecco qui sotto quindi il programma riportato integralmente: gli ospiti sono stratosferici, chi può vada (e non è escluso che riesca a farci un salto anche io).

SABATO 19 OTTOBRE

11.00-13.00
Immaginari alterati
Introduce e modera: Valerio Evangelisti

Presentazione di:
– AA.VV., Immaginari alterati, Mimesis, 2018
– Sandro Moiso, La guerra che viene. Crisi, nazionalismi, guerra e mutazioni dell’immaginario politico, Mimesis, 2019

Intervengono: Sandro Moiso, Franco Pezzini, Gioacchino Toni

13.30-15.00
Pranzo sociale (non immaginario)

Il mostro allo specchio: identità e alterità
Modera: Gioacchino Toni

15.00-16.30
Presentazione di:
– Paolo Lago, Il vampiro, il mostro, il folle. Tre incontri con l’Altro in Herzog, Lynch, Tarkovskij, Clinamen, 2019
– Franco Pezzini, Tutto Dracula, Odoya, 2018-2019
– Luca Cangianti, I morti siete voi, Diarkos, 2019
– H.G. Wells, O. Welles, WWWW. Wars of the Worlds of Wells and Welles, a cura di Filippo Luti, Tessere, 2018

Intervengono gli autori e i curatori dei libri

16.30-18.30
Proiezione del film Go home – A casa loro, regia di Luna Gualano, Italia, 2018

18.30-20.30
Italia Fantastica
Modera: Franco Pezzini

Il ciclo di Eymerich: Alberto Sebastiani dialoga con Valerio Evangelisti

Presentazione di:
– Walter Catalano, Gian Filippo Pizzo, Andrea Vaccaro, Guida ai narratori italiani del fantastico. Scrittori di fantascienza, fantasy e horror made in Italy , Odoya, 2018

Dibattito con: Walter Catalano, Valerio Evangelisti, Nico Gallo, Gian Filippo Pizzo.

20.30-22.00
Cena fantastica

22.00
Concerto di Marco Rovelli

DOMENICA 20 OTTOBRE

11.00-13.30
Pagine nere – letteratura noir e sociale
Modera: Walter Catalano

Presentazione di:
– Mauro Baldrati, Io sono El Diablo, Fanucci, 2018
– Walter Catalano (a cura di), Guida alla letteratura noir, Odoya, 2018

Dibattito con: Walter Catalano, Leopoldo Santovincenzo, Pasquale Pede, Mauro Baldrati

13.30-15.00
Pranzo sociale

15.00-16.15
Il viaggio rivoluzionario dell’eroe
Narratologia, movimenti sociali, soggettività
(a cura del Gruppo di Studio Penequo)
Modera: Fabio Ciabatti
Interventi di: Luca Cangianti, Gabriele Guerra, Mazzino Montinari, Maurizio Marrone

Lavoro, letteratura, dignità
16.15-17.30
Modera: Alexik

Presentazione di:
– Valerio Monteventi, Mala Brocca. Storia di ultimi e di dignità, Pendragon, 2019
– Giovanni Iozzoli, L’Alfasuin, Sensibili alle Foglie, 2018

Intervengono gli autori

Guerrevisioni. Cyber war: prossimamente su/da questi schermi – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un lungo articolo che parte dal saggio di Aldo Giannuli e Alessandro Curioni, Cyber war, ed esamina la situazione dei vari sovranismi, la loro assurda situazione anacronistica in un’epoca in cui il Capitale, l’unico padrone del sistema mondiale, circola senza limiti lì dove le condizioni sono per lui più favorevoli. Con buona pace dei nazionalisti che, ovviamente, strumentalizzano a loro piacimento i falsi segnali del Mercato, per poterne trarre vantaggio personale.

Anche rispetto al concetto di popolo, sostiene l’autore, le cose si sono fatte oggi decisamente più complesse. «La libertà di movimento dei capitali ha determinato la mobilità dei grandi capitali “senza bandiera” […] che vanno alla ricerca dell’“offerta fiscale più conveniente”. In queste condizioni il popolo diventa qualcosa di molto diverso dal passato, perché cede parte dei suoi lavoratori più qualificati e dei contribuenti più importanti, per acquisire masse di “nuovi metechi” che non hanno diritti politici e, ovviamente, questo determina un rapporto fra Stato e popolo ben diverso dal passato» (p. 14). Inoltre, «la globalizzazione ha minato la sovranità nazionale soprattutto nell’ambito fiscale e finanziario, ma ha prodotto nuove spinte che rafforzano la tendenza a costruire sistemi nazionali di interessi contrapposti agli altri sistemi nazionali e, nello stesso tempo, ha moltiplicato le ragioni del conflitto culturale producendo impennate identitarie assai nette» (p. 16).

Come vedremo successivamente a proposito degli scenari di cyber war, lo stesso concetto di potenza, che storicamente ha sempre avuto a che fare con la forza militare, dopo la Seconda guerra mondiale si è decisamente articolato. «Ne è derivato un sistema complesso con gerarchie di potere differenziate e instabili: gli Usa hanno sicuramente le maggiori forze armate del mondo, controllano la moneta di riferimento mondiale, sono ai massimi livelli tecnologici mondiali e controllano la parte maggiore del sistema satellitare, quindi le comunicazioni mondiali, ma il loro progetto di impero monopolare è fallito per il suo enorme debito aggregato, per le guerriglie mediorientali, per la pressione esercitata dalle crescenti spese militari degli altri. Così può accadere che scatenino una guerra commerciale, ma debbano poi fare i conti con il peso della Cina nella produzione di terre rare (oltre l’85% di quella mondiale), senza le quali crollerebbe la loro industria elettronica. Oppure può capitare che un paese abbastanza piccolo, poco popolato e militarmente non molto significativo, come il Qatar, eserciti un’influenza assai rilevante negli equilibri mediorientali e nell’andamento finanziario mondiale, grazie alla sua produzione di petrolio e gas» (p. 17).

Lo stesso processo di globalizzazione è stato osteggiato da più fronti. Lo studioso individua nell’insorgenza del radicalismo islamico il primo e più violento sintomo di rivolta contro la globalizzazione sviluppatosi lungo tre direttrici principali: le rivolte nei paesi occupati dagli Usa, la guerra civile interna al mondo islamico, che si è incrociata con le “primavere arabe” e il terrorismo stragista in Europa. Quasi contemporaneamente si è avuta una stagione, per quanto breve, di “populismo di sinistra” sudamericano dichiaratamente antistatunitense e di movimenti antiglobalizzazione europei e nordamericani. Infine, soprattutto in seguito alla crisi finanziaria del 2008, si sono sviluppati massicci movimenti populisti europei capaci di conquistare importanti rappresentanze nei parlamenti nazionali. «A differenza dell’ondata latino americana dei primi del secolo, questa seconda ha avuto caratteri prevalentemente di destra e si è poi estesa con questo segno anche a Brasile e India. Per certi versi anche l’elezione di Trump negli Usa va in senso analogo. È da notare come questi movimenti, pur con un marcato indirizzo nazionalista e populista, non sono certo antisistema, trattandosi di formazioni per nulla ostili all’ordinamento neoliberista. […] D’altro canto, questo è il prezzo della delegittimazione degli stati nazionali e della sottrazione della loro sovranità fiscale (e, per quel che riguarda l’Ue, anche monetaria)» (pp. 21-22).

La guerra che viene – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una raccolta degli interventi di Sandro Moiso, uscita in volume per Mimesis dal titolo La guerra che viene. Crisi, nazionalismi, guerra e mutazioni dell’immaginario politico, con una prefazione di Valerio Evangelisti e una postfazione di Gioacchino Toni. Un estratto dalla prefazione di Evangelisti, magnifica e illuminante, come sempre.

Ormai da oltre un decennio Sandro Moiso espone su Carmillaonline spezzoni di questa visione. Io, che dirigo la testata, non sono d’accordo che in certa misura e su singoli punti. Ciò malgrado le riconosco una profonda dignità intellettuale, e una coerenza parallela a quella personale di Moiso. Tagliente, nei ragionamenti, come un rasoio, aggressiva, indubitabilmente onesta. Tutto ciò che si richiede a un intellettuale vero.

Moiso lo è, e leggendolo sarà facile persuadersene. Non c’è una sola frase che ne contraddica altre, non c’è un perdersi nei fumi dell’ideologia o della chiacchiera. La sinistra italiana conosce un percorso regressivo: quanto più è allo sbando e minoritaria, tanto più riemergono i fantasmi di un passato non felice. Riecco i trotzkisti, gli stalinisti, i maoisti in ritardo, ogni “ismo” possibile. I partitini che dicono di tendere al comunismo sono quasi più numerosi dei comunisti stessi. In teoria, stando alla conta delle sigle, una maggioranza. In realtà una miseria.

Sandro Moiso è l’antitesi a questa farsa di oltraggioso squallore. Che recensisca, commenti, discuta, critichi, va proponendo la costruzione, estremamente solida, di un movimento che degli “ismi” fa volentieri a meno, come fu nella parte migliore (la seconda) degli anni Settanta. Non c’è suo intervento, recensione, riflessione che non rechi un tassello a un quadro globale coeso; che, sorretto da cultura profonda in ogni campo (si vedano le ricche bibliografie), non serva da filtro interpretativo di un presente che è talora complesso decifrare.

Era dunque opportuno, per non dire necessario, raccogliere alcuni scritti di Moiso in una raccolta che permetta di apprezzare il valore di un pensatore decisamente fuori dagli schemi. Ne risulta la storia di una guerra fatta di molteplici conflitti, ma riconducibile a uno scontro principale, presente già nella Rivoluzione francese: quello tra sfruttati e sfruttatori, quali che siano i panni che rivestono i protagonisti. Ciò che è quasi proibito affermare oggi.

Estetiche del potere. La dimensione mediologica del politico-brand – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione a Imagocrazia. Miti, immaginari e politiche del tempo presente, di Guerino Nuccio Bovalino. Un estratto significativo:

Primo frammento. Barack Obama che, nel suo presentarsi come profeta in grado di fidelizzare l’intero pianeta con i suoi discorsi, posa vicino a una statua di Superman.

Secondo frammento. Marine Le Pen che riferendosi al pamphlet-denuncia La France Orange Mécanique (2015) di Laurent Obertone sul livello di violenza raggiunto in Francia lo definisce “il libretto arancione”, creando così una sorta di cortocircuito tra immaginari distanti tra loro come il libretto rosso di Mao e il film di Kubrick.

Terzo frammento. L’Isis che nei suoi video propagandistici in cui decapita gli “infedeli” ricorre a modalità espressive che fanno il verso tanto agli action movie hollywoodiani che all’immaginario dei reality show, facendo della morte cruenta e reale uno spettacolo trasmesso in mondovisione.

È con questi tre frammenti esemplificativi della dimensione post-politica caratterizzante la contemporaneità che Guerino Nuccio Bovalino, in apertura del suo libro Imagocrazia. Miti, immaginari e politiche del tempo presente (Meltemi, 2018), palesa la dimensione mediologica assunta ultimamente dal politico, dalla tweet-crazia di Trump ai populismi digitali che esondano dal web, proponendosi di indagare quell’immaginario mitico e mediale che rappresenta il territorio sul quale si sviluppa. L’obiettivo del volume è quello di «costruire un’indagine sul politico, che della politica costituisce l’essenza, prendendo in esame le immagini e i simboli sui quali si costruisce la dimensione esistenziale del soggetto e della società, che sono d’altronde le unità minime di più complesse costellazioni dalle quali derivano forme differenti di immaginari, che consentono a loro volta di rappresentarsi come espressioni di singoli individui e di costruire in questo modo una rappresentazione condivisa della società e del mondo» (p. 16).

Bovalino interpreta il politico come «uno dei tanti aspetti della vita quotidiana: una tela di suggestioni e immagini, di parole e sentimenti (elementi che chiamano tutti in causa gli aspetti irrazionali ed emotivi della politica). Ogni atto ritenuto politico si crea, vive e si alimenta tramite immaginari e miti sedimentati, riferimenti culturali alti quanto bassi. Il politico è compreso interamente nelle dinamiche dell’industria culturale. La crisi delle ideologie e la fine della dicotomia destra-sinistra sono concetti attualmente interiorizzati nelle analisi politiche degli esperti, consci più che mai di non poter prescindere da tali verità ormai affermatesi con evidenza. Il nodo culturale e politologico di uno studio che vuole risultare incisivo sta nello sciogliere la complessità che presenta un’indagine sui processi tramite cui si crea oggi il consenso per un leader anziché un altro; e soprattutto individuare quali idee modellano, contrapponendosi, le nuove fratture che spingono l’elettore a polarizzare le proprie scelte verso un determinato schieramento» (p. 17).

L’informatica del dominio e la profilazione dell’immaginario – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione di Gioacchino Toni a L’informatica del dominio e la profilazione dell’immaginario, saggio del collettivo Ippolita. Un estratto:

Parlare di Open Source Economy è ben altra cosa, nonostante le apparenze, rispetto a parlare delle libertà su cui si è fondato il movimento Free Software, sottolinea il gruppo Ippolita. Premesso ciò, nel volume si passa a spiegare  come, nonostante le promesse  di “verità oggettive” e di poter gestire l’intero universo delle conoscenze presenti in internet, dietro a Google si celino in realtà sofisticate strategie di marketing e di propaganda al fine di produrre e propinare pubblicità personalizzate in base alla profilazione degli utenti. In altre parole «lo sfruttamento ad ogni livello dell’economia relazionale messa in moto nei confronti degli utenti» (p. 173).

Proponendo agli utenti il materiale che essi stessi hanno fornito alla rete, Google è davvero una macchina che si costruisce sfruttando l’utilizzo che ne fanno gli utenti. «I dati degli utenti sono diventati un enorme patrimonio economico, sociale e umano. Soprattutto sono rilevanti i metadati, ciò che descrive i dati e ne consente l’interrelazione. Ciò che sta attorno ai contenuti, ovvero le relazioni dei contenuti con altri contenuti, il luogo in cui sono stati generati, il tipo di dispositivo e così via» (p. 174).

Dietro alla narrazione esaltante la molteplicità dell’offerta volta alla personalizzazione dei servizi non è difficile individuare l’intenzione di «diffondere una forma di consumismo adatta all’economia internazionale: la personalizzazione di massa delle pubblicità e dei prodotti. Il capitalismo dell’abbondanza di Google procede a un’accurata schedatura dell’immaginario dei produttori-consumatori (prosumer), a tutti i livelli. Infatti gli utenti forniscono gratuitamente i propri dati personali, ma anche suggerimenti e impressioni d’uso dei servizi; gli sviluppatori collaborano all’affermazione degli strumenti “aperti” messi a disposizione per diffondere gli standard di Google, che rimangono sotto il vigile controllo di Mountain View; i dipendenti di Googleplex e degli altri datacenter si riconoscono pienamente nella filosofia aziendale dell’eccellenza. La profilazione dell’immaginario non è che l’ultima tappa del processo di colonizzazione capitalistica delle Reti che abbiamo chiamato onanismo tecnologico. La mentalità del profilo si ammanta di dichiarazioni a favore della “libera espressione degli individui”, salvo poi sfruttare quelle “espressioni” per vendere luccicanti e inutili prodotti personalizzati» (pp. 174-175).

Certo, ricorda il collettivo Ippolita, i social network hanno avuto un ruolo importante anche in alcune sollevazioni nordafricane, arabe, asiatiche e in fenomeni come Occupy Wall Street ma, nonostante le mitizzazioni che individuavano nei social network incredibili potenzialità democratiche capaci di produrre e sedimentare confronti orizzontali, occorre constatare che, oltre all’indubbio ruolo avuto nel chiamare a raccolta nelle piazze, le piattaforme sociali commerciali, in tutti questi casi, non sembrano aver sedimentato dibattito e attivismo duraturi.

Se insomma il mondo di Google – e dintorni – appare come un’abile macchina di profitto basata su abilità comunicative e tecnologiche (spesso derivate dalle ricerche open source), per invasività nulla è forse paragonabile a Facebook, tanto da meritare da parte di Ippolita l’appellativo di «fuoriclasse del controllo sociale». A tutto ciò il gruppo Ippolita non risponde invocando azioni di boicottaggio nei confronti di Google o dei vari social network presenti sulla rete, ma proponendo percorsi di autoformazione per un uso critico delle fonti e delle tecnologie imperanti in internet; la consapevolezza come prerequisito utile a sottrarsi dal dominio tecnocratico.

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