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Archivio per Giustiniano I

Recensione: “Teodora”, di Giorgio Ravegnani – TRIBUNUS


Su Tribunus la recensione a una monografia di Giorgio Ravegnani sulla figura di Teodora, l’augusta moglie di Giustiniano I, imperatore a Costantinopoli e ultimo e più splendente esempio di imperatore romano. Un estratto:

Il prof. Ravegnani non nasconde, in verità, quanto si difficile affrontare il tema. Capire esattamente quanto ci sia di vero e quanto sia stato inventato nelle fonti antiche è infatti un’impresa, specie per quanto riguarda la celebre “Storia Segreta” di Procopio di Cesarea (una delle fonti principali), che tende a dipingere l’imperatrice come una donna fredda e calcolatrice, vittima dei vizi e della lussuria, oltremodo crudele.

Lo stesso Ravegnani nella premessa al libro scrive:
“Se però è difficile giudicare Giustiniano, ancor più lo è con la moglie Teodora e ciò per due buoni motivi. Il primo è che Teodora imperatrice è assai diversa dalla giovane attrice che aveva condotto una vita sregolata a Costantinopoli, quasi come si trattasse di due persone diverse, anche se la storia annovera altri casi del genere. Il secondo, di ordine tecnico, consiste nel fatto che l’informazione sulla sua attività è piuttosto carente e fortemente contraddittoria. Quella poi che dovrebbe esser la fonte principale, la Storia Segreta di Procopio di Cesarea, sembra per molti storici presentare un quadro distorto della realtà dovuto all’odio viscerale che aveva l’autore per lei. Teodora è in Procopio una donna svergognata in gioventù e quasi demoniaca quando sale al trono, per cui non le viene fatto alcuno sconto sul piano morale e materiale”.
Oltre a Procopio, Ravegnani cerca di ricostruire chi fosse davvero Teodora riportando anche le parole di altri autori contemporanei alla sovrana, e storie sulla sua infanzia narrate dopo la sua morte da scrittori monofisiti, che tentano anche di rivalutarne l’immagine.

Ho trovato questo libro estremamente affascinante e completo, ed era davvero da molto tempo che ero alla ricerca di un’opera monografica riguardo la vita di Teodora. Non poteva capitarmi tra le mani libro migliore. Ovviamente, nella narrazione non mancano aneddoti, vicende, curiosità sulla politica costantinopolitana e la sua corte: l’incontro con Giustiniano, la rivolta di Nika, gli screzi con Giovanni di Cappadocia, e l’intimo rapporto con l’amica Antonina, e molto altro.

Le imperatrici nel periodo tardo antico e altomedievale – TRIBUNUS


Su Tribunus un articolo che contribuisce a ridefinire le figure imperiali romane e le implicazioni con tutto il sistema imperiale in vigore dal periodo tardo antico fino al Medioevo; è la volta, dopo il cerimoniale d’inconorazione e gli imperatori, delle mogli dei principi.

Per una donna, le nozze con l’imperatore non comportavano necessariamente la promozione ad imperatrice. Per questo secondo passaggio era prevista una cerimonia apposita distinta dalle nozze, anche se spesso i due riti tendevano a coincidere.

L’incoronazione dell’imperatrice doveva aver luogo separatamente da quella del consorte. L’imperatore aveva anche il diritto di incoronare imperatrice una donna che non fosse sua moglie. È il caso di Leone VI che incoronò, ormai vedovo, la figlia Anna.

L’imperatrice portava lo stesso identico titolo del marito, ma al femminile: nel tardo antico augusta (in greco sebasté), che si mantenne molto più a lungo rispetto al corrispettivo maschile, traslitterato come augousta, e in seguito anche con altri termini greci come basilis, basilissa, autokratorissa. La maggioranza delle imperatrici tardo antiche non sembra siano state figure di rilievo nella vita politica, ma alcune imperatrici andarono spesso ben oltre il loro semplice ruolo istituzionale.

Casi celebri sono quello di Eudossia, moglie di Arcadio, nei primi anni del V secolo, ma soprattutto quello di Teodora, moglie di Giustiniano.
Della sua vita sappiamo molto da Procopio di Cesarea, specie dalla sua celeberrima “Storia segreta”: un testo che sferra un feroce attacco alla figura dell’imperatrice sia a causa del suo passato dissoluto, e in seguito per via della sua sfrenata crudeltà – anche se ciò in parte in contraddizione con altre fonti, e del resto la “Storia Segreta” è un testo da leggere con molta cautela.
Teodora ruppe notevolmente con la tradizione romana, partecipando attivamente alla vita politica, anche ricevendo ambasciatori stranieri, cosa che non si era mai vista in precedenza.

Recensione: “I Bizantini in Italia”, di Giorgio Ravegnani – TRIBUNUS


Su Tribunus la recensione a I Bizantini in Italia, saggio storico di Giorgio Ravegnani che indaga i secoli in cui i Bizantini – ma sarebbe più corretto dire i Romani d’Oriente, alla fine sempre i Romani – tentarono di riprendere e governare a lungo l’Italia, come parte integrante di un impero che si dichiarava ed era romano a tutti gli effetti. Un estratto:

Per quanto Ravegnani, da buon accademico, userà “Bizantini” per tutto il testo, ci tiene a sottolineare come questo sia un uso che non riflette la realtà delle cose. La sua premessa funge anche da utile introduzione e riassunto al tema. Vediamone uno stralcio.

“I Bizantini in realtà non sono mai esistiti: essi chiamavano se stessi ‘Romani’ e la definizione con cui li indichiamo è un portato della cultura moderna che così li indicò per distinguerli dai Romani dell’epoca classica. E lo facevano a ragion veduta dato che ciò che noi abitualmente definiamo bizantino altro non era che l’evoluzione dell’impero romano di Oriente. […] nel 330 […] iniziarono a differenziarsi due realtà statali, Occidente e Oriente romano […]. La divisione non significò la fine di ogni rapporto: dal punto di vista giuridico lo stato romano continuò a essere considerato unico e, nella pratica, Costantinopoli intervenne in più occasioni, direttamente o indirettamente, nelle fasi cruciali del dissolvimento dell’altra metà dell’impero. Nel secolo successivo poi i Bizantini arrivarono in armi per ricondurre sotto il loro dominio quanto dai barbari era stato sottratto, illegalmente secondo il loro punto di vista. Iniziava così la lunga storia dell’Italia bizantina che, sia pure con vistosi cambiamenti territoriali, si protrasse fino alla seconda metà dell’XI secolo.”

Il prof. Ravegnani, più avanti nel libro, riconosce anche un’accelerazione della trasformazione sotto Eraclio, ma con questa premessa siamo rassicurati sul fatto che i Bizantini di cui leggiamo altro non sono che, ovviamente, i Romani. Inizia così l’avventura nell’Italia bizantina. Come accennavo sopra, un’avventura lunga quasi settecento anni.

Infatti Ravegnani non si limita a partire da Giustiniano (imperatore al quale il professore ha dedicato numerose pubblicazioni, come L’età di Giustiniano, La corte di Giustiniano, Soldati e guerre a Bisanzio, Il secolo di Giustiniano) e dalla riconquista dell’Italia con la guerra gotica, ma parte da più lontano. Il primo capitolo, “Collaborazione e conquista” (il più lungo del libro) prima di lanciarsi nella lunga guerra tra Romani e Ostrogoti, dedica infatti diverse pagine agli interventi dei Romani d’Oriente in Occidente tra IV e V secolo, a partire dalle campagne di Teodosio contro Magno Massimo prima, contro Eugenio e Arbogaste poi.

Fine o trasformazione dell’impero romano? | STORIE ROMANE


Su StorieRomane un bel post che sviscera alcuni punti che non mi erano chiari sulla fine dell’Impero Romano d’Occidente. Dalla disamina ne consegue che ci fu un lungo periodo, circa mezzo secolo, in cui la giurisdizione imperiale in Italia rimase vaga, inizialmente a intero appannaggio di Costantinopoli ma poi, in qualche modo, legalmente di ritorno in Occidente – salvo che qualcosa non quadrava del tutto nel definire lo Stato imperiale d’Occidente, perché Teodorico aveva sì le insegne imperiali, ma era un barbaro, un re e non un imperatore, e ciò giuridicamente faceva la differenza: Costantinopoli si riconfermava come l’unica Capitale rimasta dell’Impero Romano; questo giustificò quindi la guerra di restaurazione di Giustiniano che volle riprendersi, oltre tutto l’Occidente possibile, anche quello che era stato una sorta di Protettorato italico caduto in disgrazia. Incollo:

L’imperatore d’Oriente Leone pose sul trono d’occidente un suo lontano parente, Giulio Nepote, nel 474, ma non riuscì a fermare la secessione da parte dei barbari di Spagna e Gallia. Alla fine, quando nel 475 venne deposto da Flavio Oreste, suo magister militum, per dare la porpora al figlio Romolo, Leone non riconobbe il nuovo imperatore, ma non fece neanche nulla per Nepote, rivelatosi incapace di gestire la situazione. Il nuovo imperatore aveva all’incirca tredici anni quando assunse la porpora il 31 ottobre del 475 e prese il soprannome ironico di Augustolo (piccolo Augusto). Nel frattempo Giulio Nepote, dopo che il 28 ottobre Oreste era entrato a Ravenna, si rifugiava in Dalmazia, dove suo zio era stato governatore e aveva molti contatti. Sarebbe poi morto lì nel 480.

Di fatto il potere era retto dal padre Oreste, nativo della Pannonia, che che aveva prestato inizialmente servizio sotto Attila. Il Senato tuttavia non riconobbe mai il nuovo imperatore, né lo fece l’imperatore d’oriente Zenone. Fu allora che Odoacre, a capo dei barbari di stanza in Italia, chiese come compenso terre in Italia, secondo il regime romano dell’hospitalitas, che prevedeva di darne un terzo ai barbari. Al rifiuto di Oreste, i due vennero allo scontro: sconfitto e ucciso il padre, Odoacre depose poi anche Romolo, esiliandolo.

Odoacre, acclamato rex gentium (di tutti i popoli), diversamente dai suoi predecessori, decise di non nominare un nuovo imperatore, ma di inviare le insegne imperiali a Costantinopoli, riconoscendo Zenone come unico imperatore romano, chiedendo per se il rango di patricius e magister militum. Zenone rispose freddamente, dicendo che il vero imperatore era Giulio Nepote, in Dalmazia, ma privatamente inviava lettere riconoscendolo patrizio. Quando Giulio Nepote morì nel 480, Odoacre rimase unico padrone del grosso della ex diocesi Italiciana.

Teoderico, che successivamente aveva spodestato Odoacre, si fece subito rimandare indietro le insegne imperiali ed ebbe inizialmente buoni rapporti col Senato. Quest’ultimo allo stesso modo andava d’accordo col sovrano: alcuni senatori chiamarono Teoderico princeps e augustus in un’epigrafe. Una cronaca del tempo, l’anonimo valesiano paragona Teoderico Traiano Valentiniano. Cassiodoro non si fa scrupoli a tratteggiarlo come un princeps. Nel 500, per festeggiare il suo trentesimo anno di regno, Teoderico va a Roma. In tutto e per tutto la festa ricorda i tricennalia di Costantino: il re che marcia in trionfo, fa donazioni di frumento, presiede addirittura i giochi nel Circo Massimo, infine entra in Senato e fa un discorso in cui dice di voler mantenere intatti i privilegi concessi dai suoi predecessori (equiparandosi quindi agli imperatori).

Nonostante la riconquista della Gallia meridionale i rapporti però si guastarono. In seguito a delle dispute teologiche, nel 524, parte del senato cospirò per sostenere un papa diverso da quello voluto da Teoderico. Il re, molto anziano, reagì duramente, credendo in una congiura più ampia contro i Goti. Ne pagò le conseguenze tra gli altri Boezio, che venne condannato a morte. Il regno di Teoderico si inasprì e il re si fece più sospettoso. Nel 526, ormai vecchio, morì l’ultimo re barbaro in grado di sintetizzare le istanze romane e barbare in Italia. A succedergli fu il nipote Atalarico, figlio della figlia Amalasunta, che la madre allevò nel culto della cultura romana, non senza le ire dell’aristocrazia ostrogota.

The Imperial Roman Armies defeat the Goths – The last phase of the Gothic War in Italy – Novo Scriptorium


Su NovoScriptorium la fase finale della guerra bizantina in Italia contro i Goti, voluta da Giustiniano I di Costantinopoli, prima sotto il comande del generale Belisario e poi sotto Narsete. Qui la prima parte, qui sotto un estratto – in inglese:

When the generals of Justinian marched against him, to finish the war by the capture of Verona and Pavia, he won over them the first victory that the Goths had obtained since their enemies landed in Italy. This was followed by two more successes; the scattered armies of Witiges rallied round the banner of the new king, and at once the cities of Central and Southern Italy began to fall back into Gothic hands, with the same rapidity with which they had yielded to Belisarius. The fact was, that the war had been a cruel strain on the Italians, and that the imperial governors, and still more their fiscal agents, or “logothetes”, had become unbearably oppressive. Italy had lived through the fit of enthusiasm with which it had received the armies of Justinian, and was now regretting the days of Theodoric as a long-lost golden age. Most of its cities were soon in Baduila’s hands; the lmperialists retained only the districts round Rome, Naples, Otranto, and Ravenna. Of Naples they were soon deprived. [A.D. 543.] Baduila invested it, and ere long constrained it to surrender. He treated the inhabitants with a kindness and consideration which no Roman general, except Belisarius, had ever displayed. A speech  which he delivered to his generals soon after this success deserves a record, as showing the character of the man. A Gothic warrior had been convicted of violating the daughter of a Roman. Baduila condemned him to death. His officers came round him to plead for the soldier’s life. He answered them that they must choose that day whether they preferred to save one man’s life or the life of the Gothic race. At the beginning of the war, as they knew well, the Goths had brave soldiers, famous generals, countless treasure, horses, weapons, and all the forts of Italy. And yet under Theodahat—a man who loved gold better than justice—they had so angered God by their unrighteous lives, that all the troubles of the last ten years had come upon them. Now God seemed to have avenged Himself on them enough. He had begun a new course with them, and they must begin a new course with Him, and justice was the only path. As for the present criminal being a valiant hero, let them know that the unjust man and the ravisher was never brave in fight; but that according to a man’s life, such was his luck in battle.

Such was the justice of Baduila; and it seemed as if his dream was about to come true, and that the regenerate Goths would win back all that they had lost. Ere long he was at the gates of Rome, prepared to essay, with 15,000 men, what Witiges had failed to do with 100,000. Lest all his Italian conquests should be lost, Justinian was obliged to send back Belisarius, for no one else could hold back the Goths. But Belisarius was ill-supplied with men; he had fallen into disfavour at Court, and the imperial ministers stinted him of troops and money. Unable to relieve Rome, he had to wait at Portus, by the mouth of the Tiber, watching for a chance to enter the city. That chance he never got. The famine-stricken Romans, angry with the cruel and avaricious Bessas, who commanded the garrison, began to long for the victory of their enemy; and one night some traitors opened the Asinarian Gate, and let in Baduila and his Goths. The King thought that his troubles were over; he assembled his chiefs, and bade them observe how, in the time of Witiges, 7,000 Imperial soldiers* had conquered, and robbed of kingdom and liberty, 100,000 well-armed Goths. But now that they were few, poor, and wretched, the Goths had conquered more than 20,000 of the enemy. And why ? Because of old they looked to anything rather than justice: they had sinned against each other and the Romans. Therefore they must choose henceforth, and be just men and have God with them, or unjust and have God against them.

Baduila had determined to do that which no general since Hannibal had contemplated: he would destroy Rome, and with it all the traditions of the world-empire of the ancient city—to him they seemed but snares, tending to corrupt the mind of the Goths. The people he sent away unharmed—they were but a few thousand left after the horrors of the famine during the siege. But he broke down the walls, and dismantled the palaces and arsenals. For a few weeks Rome was a deserted city, given up to the wolf and the owl [A.D. 550].

For eleven unquiet years, Baduila, the brave and just, ruled Italy, holding his own against Belisarius, till the great general was called home by some wretched court intrigue. But presently Justinian gathered another army, more numerous than any that Belisarius had led, and sent it to Italy, under the command of the eunuch Narses. It was a strange choice that made the chamberlain into a general; but it succeeded. Narses marched round the head of the Adriatic, and invaded Italy from the north. Baduila went forth to meet him at Tagina, in the Apennines. For a long day the Ostrogothic knights rode again and again into the Imperialist ranks; but all their furious charges failed. At evening they reeled back broken, and their king received a mortal wound in the flight [A.D. 553].

Flavius Belisarius: The African campaign – The first Italian campaign – Novo Scriptorium


Su NovoScripitorium un lungo articolo che dettaglia la campagna militare di Belisario, generale di Giustiniano I.

Justinian declared war on King Gelimer the moment that he had made peace with Persia, using as his casus belli, not a definite re-assertion of the claim of the empire over Africa—for such language would have provoked the rulers of Italy and Spain to join the Vandals, but the fact that Gelimer had wrongfully deposed Hilderic, the Emperor’s ally. In July, 533, Belisarius, who was now at the height of his favour for his successful suppression of the “Nika” rioters, sailed from the Bosphorus with an army of 10,000 foot and 5,000 horse. He was accompanied, luckily for history, by his secretary, Procopius, a very capable writer, who has left a full account of his master’s campaigns. Belisarius landed at Tripoli, at the extreme eastern limit of the Vandal power. The town was at once betrayed to him by its Roman inhabitants. From thence he advanced cautiously along the coast, meeting with no opposition; for the incapable Gelimer had been caught unprepared, and was still engaged in calling in his scattered warriors. It was not till he had approached within ten miles of Carthage that Belisarius was attacked by the Vandals. After a hard struggle he defeated them, and the city fell into his hands next day. The provincials were delighted at the rout of their masters, and welcomed the imperial army with joy; there was neither riot nor pillage, and Carthage had not the aspect of a conquered town.

The triumphal entry of Belisarius into Constantinople with his captives and his spoils, encouraged Justinian to order instant preparations for an attack on the second German kingdom, on his western frontier. He declared war on the wretched King Theodahat in the summer of A.D. 435, using as his pretext the murder of Queen Amalasuntha, whom her ungrateful spouse had first imprisoned and then strangled within a year of their marriage. The king of the Goths, whether he was conscience-stricken or merely cowardly, showed the greatest terror at the declaration of war. He even wrote to Constantinople offering to resign his crown, if the Emperor would guarantee his life and his private property. Meanwhile he consulted sooth-sayers and magicians about his prospects, for he was as superstitious as he was incompetent.

Next spring King Witiges came down with the main army of the Goths—more than 100,000 strong—and laid siege to Rome. The defence of the town by Belisarius and his very inadequate garrison forms the most interesting episode in the Italian war. For more than a year the Ostrogoths lay before its walls, essaying every device to force an entry. They tried open storm; they endeavoured to bribe traitors within the city; they strove to creep along the bed of a disused aqueduct, as Belisarius had done a year before at Naples. All was in vain, though the besiegers outnumbered the garrison twenty-fold, and exposed their lives with the same recklessness that their ancestors had shown in the invasion of the empire a hundred years back. The scene best remembered in the siege was the simultaneous assault on five points in the wall, on the 21st of March, 537. Three of the attacks were beaten back with ease; but near the Praenestine Gate, at the south-east of the city, one storming party actually forced its way within the walls, and had to be beaten out by sheer hard fighting ; and at the mausoleum of Hadrian, on the north-west, another spirited combat took place. Hadrian’s tomb—a great quadrangular structure of white marble, 300 feet square and 85 feet high—was surmounted by one of the most magnificent collections of statuary in ancient Rome, including four great equestrian statues of emperors at its corners. The Goths, with their ladders, swarmed at the foot of the tomb in such numbers, that the arrows and darts of the defenders were insufficient to beat them back. Then, as a last resource, the Imperialists tore down the scores of statues which adorned the mausoleum, and crushed the mass of assailants beneath a rain of marble fragments. Two famous antiques, that form the pride of modern galleries—the “Dancing Faun” at Florence, and the “Barberini Faun” at Munich—were found, a thousand years later, buried in the ditch of the tomb of Hadrian, and must have been among the missiles employed against the Goths. Thorough usage which they then received proved the means of preserving them for the admiration of the modern world.

Justinian ascends to the Imperial throne – The “Sedition of Nika” – Novo Scriptorium


Bellissimo articolo che ripercorre la parabola di Giustiniano I, imperatore di Costantinopoli e ultimo reale imperatore romano; all’interno della trattazione – in inglese – le caratteristiche della sua persona e del suo regno, che tratteggiano un personaggio magnifico anche nei suoi difetti.

Justinian was a hard and suspicious master, and not over grateful to subjects who served him well; he was intolerant in religious, and unscrupulous in political matters. When his heart was set on a project he was utterly unmindful of the slaughter and ruin which it might bring upon his people. In the extent of his conquests and the magnificence of his public works, he was incomparably the greatest of the emperors who reigned at Constantinople. But the greatness was purely personal: he left the empire weaker in resources, if broader in provinces, than he found it.

Justinian did a great legal work — the compilation of the Pandects and Institutes. His private life was strict even to austerity. All night long, we read, he sat alone over his State papers in his cabinet, or paced the dark halls in deep thought. His sleepless vigilance so struck his subjects that the strangest legends became current even in his life-time.

The empire when Justinian took it over from the hands of his uncle was in a more prosperous condition than it had known since the death of Constantine. Since the Ostrogoths had moved out of the Balkan Peninsula in 487 A.D., it had not suffered from any very long or destructive invasion from without. The Slavonic tribes, now heard of for the first time, and the Bulgarians had made raids across the Danube, but they had not yet shown any signs of settling down—as the Goths had done—within the limits of the empire. Their incursions, though vexatious, were not dangerous. Still the European provinces of the empire were in worse condition than the Asiatic, and were far from having recovered the effects of the ravages of Fritigern and Alaric, Attila, and Theodoric. But the more fortunate Asiatic lands had hardly seen a foreign enemy for centuries.  Except in the immediate neighbourhood of the Persian frontier there was no danger, and Persian wars had been infrequent of late. Southern Asia Minor had once or twice suffered from internal risings, but civil war left no such permanent mark on the land as did barbarian invasions. On the whole, the resources of the provinces beyond the Bosphorus were intact.

There were more than 300,000 lbs. of gold in store when Justinian came to the throne. The army was in good order, and composed in a larger proportion of born subjects of the empire than it had been at any time since the battle of Adrianople. There would appear to have been from 150,000 to 200,000 men under arms, but the extent of the frontiers of the empire were so great that Justinian never sent out a single army of more than 30,000 strong, and forces of only a third of that number are often found entrusted with such mighty enterprises as the invasion of Africa or the defence of the Armenian border. The flower of the Roman army was no longer its infantry, but its mailed horsemen (Cataphracti), armed with lance and bow, as the Parthian cavalry had once been of old. The infantry comprised more archers and javelin-men than heavy troops: the Isaurians and other provincials of the mountainous parts of Asia Minor were reckoned the best of them. Among both horse and foot large bodies of foreign auxiliaries were still found: the Huns and Arabs supplied light cavalry, the German Herules and Gepidae from beyond the Danube heavier troops.

SANDRO BATTISTI, “L’IMPERO RESTAURATO” | La poesia e lo spirito


Da LaPoesiaLoSpirito presento di nuovo, visto lo spunto di ieri, una recensione al mio L’impero restaurato, romanzo che ha vinto in tandem il Premio Urania 2014. Alcuni estratti dalla critica di Giovanni Agnoloni. Che ringrazio.

Il tema di fondo, ovvero l’interazione tra la dominante e intrusiva personalità dell’imperatore dell’Impero Connettivo Totka_II e Giustiniano, imperatore romano d’Oriente, e la sua consorte Teodora, oggetto delle sue mire sessuali (ovviamente, per un tramite mentale), è essenzialmente un pretesto – sia pur articolato con grande dettaglio – per esplicare al massimo le potenzialità dell’intuizione creativa di Battisti: un impero retto da immortali che attingono a una sapienza ancestrale il potere che consente loro di reggere – e mutare – le sorti di sistemi di potere succedutisi nel corso della storia “rettilinea” (anche) della Terra. E, nel far questo, si servono di soggetti postumani – come il plenipotenziario Sillax -, ovvero uomini che hanno progressivamente rinunciato a parti del loro holos biologico per lasciare spazio a integrazioni meccaniche, sintetiche e perfino puramente energetiche, tali da prolungare pressoché indefinitamente il loro ciclo vitale.

In particolare, qui, l’aspetto interessante sta nella fascinazione irresistibile che Totka_II subisce da parte dell’avvenente moglie di Giustiniano. Quasi un’“invidia” della mortalità e della sia pur transitoria bellezza che essa porta con sé. Inoltre, dal punto di vista terrestre – e perciò di una circoscritta finestra spaziotemporale – è estremamente significativo il modo sottile e trasversale in cui Totka_II e i “suoi” intervengono nelle vicende umane: con lievi ma inequivocabili sfrangiature di ambiente e di atmosfera, segnali di allarme che rimandano a un oltre di eventi che sfuggono alle limitate facoltà terrene. È qui che la fantasia di Sandro Battisti si spinge nei territori della (o confinanti con la) fisica quantistica, con un’implicita apertura alla teoria del multiverso.

Il fascino segreto di questo romanzo breve sta nella sua capacità di raccogliere ed esprimere tutti questi spunti con un linguaggio poetico che è figlio di un’ispirazione “canalizzata”, “ricevuta”, non costruita a tavolino o frutto di gagliarde tecniche di editing. È espressione di una narrativa autenticamente lirica, che attinge al territorio del mito, confermando la portata archetipica – e filosofica – del movimento connettivista.

Come cambiamento climatico e malattie hanno favorito la caduta dell’Impero romano | L’INDISCRETO


Su L’indiscreto un saggio che indaga a fondo e in modo molto acuto le possibili cause della caduto dell’Impero Romano, individuandole nei cambiamenti climatici e nelle conseguenti evoluzioni delle malattie infettive. Al di là dell’interessante e dettagliata analisi, è sconvolgente la chiosa, che dovrebbe insegnarci molto:

Il nostro mondo è molto diverso da quello dell’antica Roma. Abbiamo la sanità pubblica, la teoria dei germi e gli antibiotici farmaceutici. Non saremo impotenti come i romani, se saremo abbastanza saggi da riconoscere le gravi minacce che incombono intorno a noi e utilizzare gli strumenti a nostra disposizione per mitigarle. Ma la centralità della natura nella caduta di Roma ci dà motivo di riconsiderare il potere dell’ambiente fisico e biologico sulle sorti delle società umane. Forse potremmo vedere i Romani non tanto come una civiltà antica, al di là della nostra epoca moderna, ma piuttosto come gli artefici del mondo contemporaneo. Hanno costruito una civiltà in cui le reti globali, le malattie infettive e l’instabilità ecologica erano forze decisive per il destino delle società. Anche i Romani pensavano di avere il sopravvento sul potere volubile e furioso dell’ambiente naturale. La storia ci avverte: si sbagliavano.

Ecco, in parte, un dettaglio dell’analisi storica. Che mi sento di condividere appieno:

Leggi il seguito di questo post »

Nell’Impero Connettivo con Punico, di Sandro Battisti – reminder


Su Fantascienza.com la segnalazione dell’uscita, per DelosDigital, del mio nuovo romanzo Punico, seguito del Premio Urania 2014 L’impero restaurato, storie tutte ambientate nell’oloverso dell’Impero Connettivo. Il libro esce in ebook per DelosDigital ed è acquistabile nel DelosStore e su Amazon a 3.99€. La splendida copertina è di Ksenja Laginja.

Dopo essersi separato dalla sua parte trascendentale, nel New Connective Empire guidato da Sillax la logica iperliberista regola le vite e i guadagni dei postumani che continuano a vivere su Nèfolm, la capitale che l’imperatore Totka_II aveva costruito poco prima di passare a un più alto livello di energia.
Qualcosa però va storto in questo disegno di perfezione: Sillax sente la pressione delle forze estremiste e la sua attitudine al comando si sfalda nel momento in cui non riesce più a interagire con l’imperatore. Contemporaneamente, emerge da un passato informe la figura di Annibale Barca, condottiero e Generale dell’esercito cartaginese che per lustri interi tenne in scacco Roma e la sua potenza militare, proprio sul suolo italico.
Anche Teodora, moglie dell’imperatore bizantino Giustiniano I e protagonista del precedente romanzo L’impero restaurato, è alla ricerca di una riscossa, dopo essere stata ripudiata da Totka_II e successivamente presa in sposa da Sillax, ma la sua ricerca di dignità e amore si scontra con i riverberi delle realtà e le interpretazioni che i due imperiali connettivi danno a esse.
Chi sarà in grado di dominare tra le aspre contrapposizioni di Annibale, che odia ogni forma d’impero, e l’Impero Connettivo guidato dai due condottieri? Quale risvolto energetico e strategico potrà avere una legione romana fantasma, persa nello spazio e nel tempo e in grado di orientare gli esiti dell’incipiente guerra psichica e quantica?
Cosa sarà degli abitanti di Nèfolm e di tutte le incarnazioni possibili, dell’Impero e di tutte le sue speranze di gloria e di espansione all’infinito nei continuum spaziotemporali? Totka_II saprà, con uno dei suoi abili colpi di coda, far tornare la situazione a suo vantaggio e a continuare la sua crescita indefinita?

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Tra Racconto e Realtà

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Arte altra e altrove.

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ἀνθρώποισι πᾶσι μέτεστι γινώσκειν ἑωυτοὺς καὶ σωφρονεῖν.

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La community italiana sul cinema

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Ri orientarsi: alla ricerca del nostro baricentro interiore

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