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L’informatica del dominio e la profilazione dell’immaginario – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione di Gioacchino Toni a L’informatica del dominio e la profilazione dell’immaginario, saggio del collettivo Ippolita. Un estratto:

Parlare di Open Source Economy è ben altra cosa, nonostante le apparenze, rispetto a parlare delle libertà su cui si è fondato il movimento Free Software, sottolinea il gruppo Ippolita. Premesso ciò, nel volume si passa a spiegare  come, nonostante le promesse  di “verità oggettive” e di poter gestire l’intero universo delle conoscenze presenti in internet, dietro a Google si celino in realtà sofisticate strategie di marketing e di propaganda al fine di produrre e propinare pubblicità personalizzate in base alla profilazione degli utenti. In altre parole «lo sfruttamento ad ogni livello dell’economia relazionale messa in moto nei confronti degli utenti» (p. 173).

Proponendo agli utenti il materiale che essi stessi hanno fornito alla rete, Google è davvero una macchina che si costruisce sfruttando l’utilizzo che ne fanno gli utenti. «I dati degli utenti sono diventati un enorme patrimonio economico, sociale e umano. Soprattutto sono rilevanti i metadati, ciò che descrive i dati e ne consente l’interrelazione. Ciò che sta attorno ai contenuti, ovvero le relazioni dei contenuti con altri contenuti, il luogo in cui sono stati generati, il tipo di dispositivo e così via» (p. 174).

Dietro alla narrazione esaltante la molteplicità dell’offerta volta alla personalizzazione dei servizi non è difficile individuare l’intenzione di «diffondere una forma di consumismo adatta all’economia internazionale: la personalizzazione di massa delle pubblicità e dei prodotti. Il capitalismo dell’abbondanza di Google procede a un’accurata schedatura dell’immaginario dei produttori-consumatori (prosumer), a tutti i livelli. Infatti gli utenti forniscono gratuitamente i propri dati personali, ma anche suggerimenti e impressioni d’uso dei servizi; gli sviluppatori collaborano all’affermazione degli strumenti “aperti” messi a disposizione per diffondere gli standard di Google, che rimangono sotto il vigile controllo di Mountain View; i dipendenti di Googleplex e degli altri datacenter si riconoscono pienamente nella filosofia aziendale dell’eccellenza. La profilazione dell’immaginario non è che l’ultima tappa del processo di colonizzazione capitalistica delle Reti che abbiamo chiamato onanismo tecnologico. La mentalità del profilo si ammanta di dichiarazioni a favore della “libera espressione degli individui”, salvo poi sfruttare quelle “espressioni” per vendere luccicanti e inutili prodotti personalizzati» (pp. 174-175).

Certo, ricorda il collettivo Ippolita, i social network hanno avuto un ruolo importante anche in alcune sollevazioni nordafricane, arabe, asiatiche e in fenomeni come Occupy Wall Street ma, nonostante le mitizzazioni che individuavano nei social network incredibili potenzialità democratiche capaci di produrre e sedimentare confronti orizzontali, occorre constatare che, oltre all’indubbio ruolo avuto nel chiamare a raccolta nelle piazze, le piattaforme sociali commerciali, in tutti questi casi, non sembrano aver sedimentato dibattito e attivismo duraturi.

Se insomma il mondo di Google – e dintorni – appare come un’abile macchina di profitto basata su abilità comunicative e tecnologiche (spesso derivate dalle ricerche open source), per invasività nulla è forse paragonabile a Facebook, tanto da meritare da parte di Ippolita l’appellativo di «fuoriclasse del controllo sociale». A tutto ciò il gruppo Ippolita non risponde invocando azioni di boicottaggio nei confronti di Google o dei vari social network presenti sulla rete, ma proponendo percorsi di autoformazione per un uso critico delle fonti e delle tecnologie imperanti in internet; la consapevolezza come prerequisito utile a sottrarsi dal dominio tecnocratico.

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Una nota di Emmanuele Pilia


Questo è un intervento del caro amico Emmanuele Pilia, a capo di D Editore e apprezzato transumanista, transarchitetto, e soprattutto una persona speciale. Io quoto in pieno tutto quello che ha scritto, siamo in un periodo storico dove non ci si può più celare dietro nulla, ogni oggetto è connesso a una miriadi di altri, un’enorme ragnatela cognitiva ci circonda; ciò non sarebbe male, se non fosse che a tessere i fili di questa tela c’è un’oligarchia iperliberista di entità disincarnate il cui unico scopo è il profitto, il proliferare di numeri iperbolici, fuori dal nostro mondo, a costituire così un paradigma di matematica surreale dalle forme indefinibili, occulte, inumane.

“Ma io non ho nulla da nascondere”. Questa è una replica che ricevo spesso parlando con gli amici al riguardo di Datacrazia. Be’, il fatto è che non è proprio così, sia per “te”, sia per chi ti circonda.
Ognuno di noi ha la possibilità di celare le proprie informazioni, offrendo false credenziali (un nickname e un lavoro inventato, per esempio); ma il punto è che gli algoritmi comunque ci conoscono: sanno come ci muoviamo, ascoltano le nostre telefonate, leggono le nostre chat e mail. Avete mai fatto caso che le pubblicità sono spesso coerenti col vostro lavoro? A me arrivano spesso pubblicità, nella barra alta di Gmail, riguardanti tipografi, materiali per l’edilizia, articoli legati alla tecnologia. Certo, a me non interessa se un algoritmo legga le parole chiave delle mie mail per poi dirmi che la Schuco ha messo in commercio dei nuovi profilati metallici che superano le prestazioni delle vecchie finestre. Ma il punto, di cui non ci rendiamo conto, è che siamo continuamente sorvegliati: la nostra posizione è costantemente monitorata dal GPS e dalle famose “celle”, le nostre conversazioni sono monitorate (non so se viene tenuta traccia di ciò che diciamo, ma chi chiamiamo e quando, quello sì) e anche i nostri dati sanitari sono oggetto di attenzione (l’Italia ha venduto tutti i nostri dati medici ad alcune aziende private).
Nel privato, questo vuole significare che niente di ciò che diciamo, pensiamo o progettiamo è al sicuro. Sì, anche quello che progettiamo, perché l’aspetto più inquietante è che attraverso la somma di una mole di dati apparentemente insignificanti (se presi singolarmente), si può tracciare un profilo incredibilmente accurato di ogni essere umano. Bastano pochissime informazioni incrociate tra di loro, per capire chi sei. Con un centinaio di “like” o simili (ripeto: su questioni insignificanti, come “quale guerriera Sailor sei?” o “Quale Jedi ami di più?”, persino su questo post) un algoritmo sofisticatissimo creerà un profilo talmente accurato da poter effettivamente prevedere alcune delle tue reazioni. E qui arrivano i problemi nel pubblico, perché la somma di questi profili ha sostanzialmente generato la campagna elettorale di Trump, della Brexit, del Front National e forse anche di Salvini (sì, anche l’Italia è nel giro delle consulenze di Cambridge Analytica).
Ieri, uno degli uomini più potenti della terra ha dovuto rispondere al Senato della nazione (ancora) più potente della Terra e ha dovuto chinare il capo e chiedere scusa, quasi in lacrime: è una cosa enorme.
Uscire da Facebook non è una soluzione, perché non è solo Facebook a usare i nostri dati come fosse il petrolio del nuovo millennio, e soprattutto perché esso fa parte del lavoro di troppi di noi. Ma qualcosa la possiamo fare: aiutiamo chi non ha i mezzi, o chi non ha le conoscenze, ad approcciare in modo il più consapevole possibile questi strumenti. Ne va della tenuta della stessa democrazia.

E della nostra salute psichica, aggiungerei io, infine… Buona connessione a tutti.

Glaciers, autocompleting poetry | Neural


[Letto su Neural.it]

Google Poetics, o l’arte “autocomplete” è diventato un genere, come si può osservare in opere come “Autocompleteme” di Jérôme Saint Clair e Benjamin Gaulon, o “Google Poems” di Sampsa Nuotio. Parte della loro forza è nell’uso del motore Google AutoComplete, che non è una tecnologia statica, ma che evolve attraverso nuovi elaborati meccanismi software e il sofisticato ed esteso insieme di dati al quale attinge. Così, “Glacier” di Zach Gage è un lavoro che cerca concettualmente di capitalizzare queste caratteristiche, opera composta da un hardware personalizzato e software e parti in legno, come una cornice generativa eterna. Le sue poesie uniche sono generate tramite i primi tre risultati di una richiesta specifica di completamento automatico di Google, che viene rinfrescata una volta al giorno (ed eventualmente cambia anche il titolo). Questa letteratura generata in continua evoluzione è strettamente collegata ad una linea multinazionale ed alla sua politica, ma Gage sembra concentrarsi maggiormente sull’impatto letterario piuttosto che sulla sua eredità digitale.

Google | Lenti a contatto Smart | Brevetto


Su GadgetBlog la notizia di uno strano brevetto, molto cyberpunk devo dire… I dettagli:

Tra le varie società che si muovono nel mercato della tecnologia da consumo ce ne sono diverse interessate, almeno un po’, al campo delle biotecnologie. Google è sicuramente tra i più grandi innovatori e, a giudicare dalle varie proposte, sembra avere una particolare predilezione per ciò che concerne la vista.

Secondo quanto riportato da Forbes, un brevetto appartenente alla compagnia di Mountain View scovato di recente, illustra un particolare tipo di lenti a contatto smart da inserire direttamente nell’occhio. Il sistema prevede l’iniezione di un fluido che andrebbe a sostituire il cristallino all’interno dell’occhio dopo la sua rimozione.

All’interno del materiale si troverebbero varie componenti tra cui modulo radio, batteria, spazio di archiviazione e, appunto, una lente elettronica. Niente paura: non è previsto alcun connettore USB da infilarsi nell’occhio per la ricarica bensì un’antenna in grado di raccogliere energia di cui però non si conoscono i dettagli. In aggiunta sarebbe presente anche un dispositivo esterno, in grado di comunicare con le lenti-smart, dotato del processore per effettuare i necessari calcoli.

Il cristallino sostituito da un piccolo blocco artificiale bioingegneristico? Cyberpunk a gogo…

A Quiet Desert Failure, be patient, the desert is coming | Neural


[Letto su Neural.it]

Sii paziente, il deserto sta arrivando. Ogni anno l’umanità perde circa sette milioni di ettari di terreno fertile grazie all’avanzamento delle aree desertiche del mondo, fenomeno noto come desertificazione. Le maggiori cause, oltre ai cambiamenti climatici, vanno sicuramente individuate nei comportamenti antropici quali pascoli eccessivi, tecniche agricole inadatte, disboscamento, inquinamento… Il Sahara, con i suoi oltre 9 milioni di chilometri quadrati di estensione, è il deserto caldo più grande del mondo e l’artista Guido Segni (ennesimo nome d’arte dell’italiano Clemente Pestelli) ha deciso di mapparlo tutto. Ovviamente non è lui a fare “il lavoro sporco”, ma un instancabile bot che ogni 30 minuti, oramai da qualche tempo, posta su una pagina Tumblr un’immagine del deserto proveniente dai database di Google Maps. La performance, che collezionerà un milione di campionature del deserto del Sahara, è incentrata sul meccanismo di produzione e riempimento dei luoghi di riferimento fisici di internet (i data center) con informazioni apparentemente inutili e avrà una durata di circa 50 anni, un tempo decisamente esteso per un’opera d’arte digitale. Nessuno può sapere se il server di Google, l’archivio Tumblr, la stessa rete Internet o gli spettatori vivranno abbastanza per vederne la fine. Si può sfruttare l’attesa notando un per nulla velato binomio “abuso della tecnologia”/“desertificazione” che suona come una forte, terribile, già risolta accusa. Un fallimento, appunto. Il deserto.

Contingent Cartographies, Fluid Identities, breaking a visual spell | Neural


[Letto su Neural.it]

Google Street View è lentamente cresciuta nel corso degli anni verso il suo ambizioso obiettivo di diventare “l’occhio di Dio” disponibile su qualsiasi schermo connesso. La pura illusione di vedere (e quindi per i nostri sensi primari di essere) in tutto il mondo, accedendo a qualsiasi spazio pubblico è stata programmaticamente espansa. Ma più che utilizziamo queste simulazioni, saltando in uno spazio urbano sconosciuto, tanto più gloriosamente ci sfugge il contesto fisico locale. Nel suo progetto “Contingent Cartographies, Fluid Identities” Alice Dalgalarrondo combatte contro questo falso lucido nomadismo, fornendo al contesto di scuotere la media dei “viaggiatori da tastiera”. L’artista new media si concentra sul disperato distretto di Cracolândia a San Paolo, popolato da tossicodipendenti, spacciatori di crack e cocaina. Il rasoio affilato dell’analisi visiva della rappresentazione Google di Cracolândia è realizzato infine per mezzo d’una voce in bilico tra il sintetico e naturale, rompendo il nitido incantesimo visivo e restituendo alla realtà quello che si merita.

Digital Map of the Roman Empire


L’equivalente delle mappe Google per l’antica roma. Qui. Da perderci la testa…Impero Romano

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