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Archivio per Gotico

Soppesando


Assaporando i filamenti di Storia minuta che non hai mai conosciuto prima, cercando le parole e poi le immagini di un periodo misconosciuto, soppesando le conseguenze fino a oggi…

Il banchetto dei corvi (554-567), ep. 86 – Storia d’Italia


Bellissimo podcast che narra dell’estrema decadenza, della desolazione estrema di una nazione uscita dalla Guerra Gotica del VI sec. d.C. e amministrata dal generale romano Narsete, inviato dall’imperatore di Costantinopoli Giustiniano I.
Lo scenario che ne esce fuori – popolazione italica dimezzata, da 11 milioni a 5 o 6 milioni – unita al disfacimento strutturale di ogni logistica imperiale eredita dai Goti, indica l’inizio vero del Medioevo, di quel periodo secolare in cui la memoria di ogni splendore passato svanì o assunse un’altra luce, profittatrice, cialtrona, violenta o bigotta.

25 anni di “Arcano Incantatore”: conversazione con Pupi Avati – A X I S ✵ m u n d i


Su AxisMundi una bella intervista ed esegesi della sua opera a Pupi Avati, fatta in occasione del venticinquennale di L’arcano incantatore, film da subito pietra miliare del genere weird italiano, o meglio, gotico padano. Un estratto della chiacchierata:

“Fola esoterica dalle nostre campagne”: il cartello che compare nei titoli di testa riassume i due elementi fondanti dell’avatiano “Gotico padano”: il mondo rurale e le sue storie di paura (che furono d’ispirazione, già vent’anni prima, per La casa dalle finestre che ridono). Uno dei due termini è però qui contraddetto: pur idealmente ambientato nelle campagne intorno a Bologna (l’accento d’alcuni caratteristi è eloquente), il film è stato girato tra l’Umbria e il Lazio, per lo più nelle campagne fra Todi e il lago di Corbara: e il fatto che questo lago, all’epoca nella quale il film è ambientato, non esistesse contribuisce allo straniamento dello spettatore – lo stesso nel quale sprofonda Giacomo lungo il corso del film – trasponendo la vicenda in un mondo che non c’è.

Pupi Avati – Mi colpisce che tu abbia trovato Il mattino dei maghi proprio dopo aver partecipato a un mio film, perché per me e per la mia formazione, per il mio panorama e per il mio immaginario, è un testo fondamentale.

Tommaso de Brabant Jung parlerebbe di sincronismo, “coincidenza significativa”.

PA – Proprio così. Tieni da conto quel volume, è introvabile. Il mattino dei maghi fa parte di quella cultura esoterica alla quale ho dedicato tanto interesse, ancora prima che arrivasse Dan Brown col suo “Codice da Vinci” a gettarla in caciara. Ma sono studi che mi interessano ancora, e che mi hanno portato a realizzare L’arcano incantatore. Sono arrivato all’idea per quel film da lunghi studi, da una documentazione che assieme a mio fratello ho curato per anni… ma si è anche trattato di pura ispirazione. Soprattutto dall’ispirazione.

Nonostante Avati si schermisca affermando d’aver seguito l’ispirazione più immediata, i suoi film – e quelli dell’orrore in particolare – dimostrano una cultura vasta e profonda. Proprio L’arcano incantatore, fiaba gotica sospesa tra scorci bellissimi d’un Settecento realistico e sognante al contempo, è forse il suo film più colto. Cultura che traspare dalla bellezza del film e della ricostruzione che offre dell’epoca in cui è ambientato, ma non solo. I riferimenti letterari (e non solo) ci sono: precisi, documentati, accurati. Tutta una cultura sta dietro la crittografia per la quale Monsignore si avvale del suo novello segretario, Giacomo. Ed è uno dei testi capitali di questa cultura a fare da “manuale” per i communiqué che il sospettoso (ma per lo più ignaro) ex seminarista affida a Severina, la conversa (diversamente da lui, consapevolissima) che lo traghetta attraverso il lago: novella Caronte sia per il ruolo di rematrice, che per il mondo infernale al quale pertiene.

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Il signor diavolo di Pupi Avati – LA GIOIA DEL SERPENTE


Sul nuovo blog di Luca Bonatesta, LaGioiaDelSerpente, una recensione (con spoiler) di Gordiano Lupi a Il signor diavolo, recente pellicola del maestro Pupi Avati. Un estratto:

Pupi Avati afferma che per lui è come chiudere un cerchio, perché quando si diventa anziani molte delle cose che ti piacevano da ragazzo tornano a sedurti. In effetti Avati torna su antiche strade – per la precisione nelle Valli di Comacchio – ritrova vecchi attori (Capolicchio, Cavina, Haber) e cerca di capire come faceva a spaventare il pubblico quasi cinquant’anni fa. Una macchina da presa molto agile, una troupe molto leggera, la possibilità di riprendere quel che succedeva in tempo reale, senza le complicazioni di una macchina immensa, confida Avati, contento di tornare a fare cinema dopo anni di televisione, troppo condizionata dalle regole degli ascolti. Quel che è certo è che in televisione una storia truce come Il signor diavolo non si sarebbe potuta raccontare con la libertà narrativa che consente il cinema, dove è ancora possibile parlare del male e raffigurarlo con fattezze oscene e atteggiamenti efferati (la bambina sbranata nella prima orribile sequenza, i denti da cinghiale dell’essere mostruoso). Avati parla del diavolo, del maligno, di una figura rimossa nell’immaginario collettivo, un’entità che proviene dalle campagne della sua infanzia, dai narratori di favole che raccontavano storie solo per il gusto di spaventare.

Black Dog presenta “Racconti italiani gotici e fantastici. Oltremondi” | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione del terzo volume di Racconti italiani gotici e fantastici. Oltremondi, antologia della migliore produzione horror dell’800 italiano, a cura di Dario Pontuale con tavole illustrate da Alex Raso. La quarta:

Una raccolta di storie gotiche, fantastiche e grottesche dove il volto oscuro dell’Ottocento italiano mostra tutta la propria potenza.
Autori del calibro di Luigi Capuana, Ippolito Nievo e Giovanni Verga conducono il lettore in quel territorio crepuscolare in cui non si distingue la realtà dall’incubo. Gli scrittori che tutti incontrano nei testi scolastici stupiscono con queste novelle dal gusto moderno e sorprendente. Filo conduttore dell’antologia sono gli Oltremondi: luoghi oscuri che incutono timore. Meandri della mente umana, nei quali si nascondono le pulsioni più bestiali e inconfessabili. Oppure veri e propri oltremondi, luoghi fuori dal tempo e dallo spazio dove il fantastico esprime tutte le sue potenzialità.

Cut-Up Publishing presenta “Il Corvo e tutte le poesie” di Edgar Allan Poe | HorrorMagazine


Su HorrorMagazine la segnalazione di una nuova pubblicazione per CutUp: Il Corvo e tutte le poesie, di Edgar Allan Poe. Un grimorio dei versi di quest’artista che non smette, a 170 e più anni dalla morte, di essere seminale.

Sono state qui raccolte tutte le opere in versi di Poe, da Tamerlano e Altre Poesie (1827), Al Aaraaf, Tamerlano e Poesie Minori (1829), Poesie (1831) fino a Il Corvo e Altre Poesie (1845), tradotte dal Premio Elgin Award e due volte Premio Bram Stoker Award Alessandro Manzetti.
Non mancano contenuti extra sorprendenti: libere interpretazioni di quattro delle poesie di Poe da parte dei poeti Linda D. Addison (Premio Bram Stoker Award alla Carriera) e Alessandro Manzetti. Il volume è arricchito inoltre da illustrazioni interne tematiche realizzate dal disegnatore Stefano Cardoselli. Un libro magnifico da collezionare e conservare con cura.

DAL GOTICO INGLESE ALL’ITALIANO CARLO H. DE’ MEDICI


Su GiornalePop una bella disamina di Tea C. Blanc sul genere gotico, nella declinazione inglese e italiana. Un estratto:

Quando si entra per la prima volta in un vasto universo narrativo, una delle vie per fornire una mappa orientativa è un piccolo elenco di autori o libri. A chi ne ha già varcato la porta, invece, ogni singolo titolo risveglia il ricordo di mondi diversi che, seppure esistono all’interno di una stessa galassia, si differenziano per stile, obiettivi, sfumature, argomenti, evoluzione e tutto ciò che va a confluire nella creazione di un romanzo.

Per letteratura gotica si intende una corrente narrativa nata tra il 1760 e il 1820, che ha poi visto uno sviluppo e un cambiamento continuativi fino ai nostri giorni. Fu rivoluzionaria, nel senso che si contrappose al pensiero del suo tempo, cioè quello illuminista e razionalista, rivendicando il caos, il barbarico, la violenza, l’arcaico, l’emozione, il pagano, a fronte del coesistente periodo classico ordinato, civilizzato e luminoso che vedeva nel progresso scientifico e nella ragione gli unici portatori della vera conoscenza.

Romantico e orrore sono gli elementi fondamentali di cui è composta, perlomeno all’origine, e trova ambientazione in un’atmosfera arcaica o d’ispirazione medioevale (secondo la prospettiva data nel Settecento al termine “medievale”), come castelli infestati da fantasmi o vecchie magioni abbandonate, dove si aggirano protagonisti stereotipati in una crescente suspense determinata da un notevole uso del soprannaturale. Allo stesso tempo, attingendo al mito e alla tradizione e arrivando a sfociare nel sublime, dove per sublime si intende quel terrore che sfocia in stupore, astonishment, uno stato emotivo di apice in cui ogni altra emozione è stata spazzata via.

Per intenderci, alcuni dei primi grandi scrittori di questo periodo sono il precursore Horace Walpole con Il castello di Otranto, Clara Reeve e Il vecchio barone inglese, Ann Radcliffe e il suo I misteri di Udolpho, Matthew Lewis con Il monaco.

LYCIA – Gray December Desert Day


…i raggi del sole deviati via…

Lankenauta | Il signor Diavolo


Su Lankenauta una recensione a Il signor diavolo, ultima fatica per Pupi Avati che, in questi giorni, viene proiettata nelle sale cinematografiche italiane. È una valutazione che, a priori, mi trova più in linea rispetto a quella apparsa su FantasyMagazine poco tempo fa, ma è qualcosa che ovviamente va valutato in sala, cosa che farò nei prossimi giorni. Intanto…

Dal terrificante incipit all’ambiguo e raggelante epilogo, Il signor Diavolo ha il pregio di non perdere mai, nonostante l’andamento ragionato e quasi meditativo, quell’aura malefica e straniante che lo caratterizza per tutta la sua contenuta durata. Poco meno di un’ora e mezza di rumori sinistri – accattivante anche la colonna sonora che richiama le migliori di genere dei Settanta – di iconografie sacre che assumono valenze terrifiche, di anfratti claustrofobici in cui imprigionare paure e fobie degli spettatori. Una ballata macabra che procede per immagini lasciando alle parole giusto il minimo sindacale. Ed è una scelta azzeccata quella che compie Avati, ovvero non perdersi in prolissità, inutili verbosità e lungaggini, evitando abilmente lo “spiegone” per dare preponderanza ai volti. Quei volti, scelti con accuratezza maniacale, ai quali lui e pochissimi altri registi italiani – in ciò Avati è maestro quanto lo era il compianto Pier Paolo Pasolini – sono riusciti a dare efficace caratterizzazione anche in assenza di parole.

La paura del diavolo è un incubo primordiale buono per tutte le stagioni, ma calato nel contesto di un’Italia democristiana da pochi anni uscita dalla guerra, in un territorio (il Polesine) fortemente ricettivo come quello rurale intriso di dottrina clericale, ignoranza e superstizione, ha sempre la sua efficace suggestione narrativa. In questo senso, pur se ad opposte latitudini geografiche e in un differente quadro temporale, l’opera in questione accosta per più di qualche vaga assonanza contenutistica il mai troppo considerato, eppur rimarchevole nel suo genere, Non si sevizia un paperino (che si svolge nella Lucania degli anni Settanta) del sottovalutato e sovente vituperato (dalla critica più che dal pubblico) Lucio Fulci. Anche nel thriller del defunto regista romano – il suo migliore – le implicazioni legate alla fede, alla superstizione e al contesto politico e sociale sono elementi decisivi per dirimere un rebus inquietante che si dipana in un climax tetro e malsano. L’idea di accentuare visivamente l’aspetto religioso, attraverso un tripudio di croci e di simboli (di croci di Cristo se ne vedono ovunque, dal ministero fino all’ospedale), ben restituisce l’atmosfera del tempo che Avati ci sta raccontando, ma la potente suggestione che riesce a far interiorizzare allo spettatore va ben oltre la radiografia per immagini del periodo, per invece scavare ancora una volta nell’inconscio del sé fanciullo alle prese col dilemma innescato dal mistero della fede, perduto nel limbo delle molteplici questioni che investono gli enigmi della pedagogia cattolica.

E se Avati usa gli stereotipi, come connotare il male di deformità, lo fa in un primo momento per esplicitare senza possibilità di fraintendimento i confini del discorso narrativo. Ma a conti fatti potrebbe essere tutto un inganno – e probabilmente lo è – visto il finale scioccante e denso di punti interrogativi. Il regista bolognese infatti sembra giocare con gli elementi di genere e divertirsi parecchio nel raccontarci questa storia, a dispetto della gravità degli eventi; sembra voler tornare al tempo del suo cinema più ispirato, quello fatto appunto di suggestioni suoni e volti che ci raccontano fiabe da incubo. Un omaggio al gotico puro che fa il verso non soltanto alle sue opere del passato, ma a tutto l’horror d’autore e d’atmosfera, nel confezionare il quale gli artisti italiani furono maestri, ormai fagocitato dall’attuale iperrealismo e dalle visioni cruente che aumentano il disgusto ed edulcorano gli effetti catartici della paura. Nell’immaginare questa sorta di ritorno alle origini sceglie non a caso alcuni protagonisti a lui cari, emblematici del suo cinema dei Settanta, come Gianni Cavina e Lino Capolicchio (nei panni del sacrestano e del parroco), e recupera da qualche soffitta di celluloide il volto un tempo aggraziato di Chiara Caselli, tenebrosa dama in nero in questo suo ultimo film, affidando cammei significativi a due caratteristi d’eccezione, come Alessandro Haber e Andrea Roncato. Ma i veri protagonisti sono Filippo Franchini, che interpreta il giovanissimo omicida, efficace e indecifrabile fino alla fine, e Gabriele Lo Giudice, il funzionario che si perde nel vortice di eventi che lo sovrastano irrimediabilmente. Deforme quanto basta per suscitare repulsione (una dentatura feroce e improbabile), il truccatissimo Lorenzo Salvatori, nei panni del supposto signor Diavolo.

Il signor Diavolo | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione a Il signor diavolo, la pellicola di Pupi Avati che da domani sarà nei cinema; è una recensione non troppo bella, ho riflettuto a lungo se metterla o meno, però il senso di completezza di informazione alla fine ha prevalso, anche se una recensione – va detto – è solo un filtro di un utente che, per quanto qualificato possa essere, vede l’opera d’arte attraverso la propria inclinazione. E per come è successo per Suspiria di Guadagnino, che molti lo hanno visto con gli occhi del disastro ma che, per me, è stata una folgorazione, non è detto che ciò non succeda anche per questo lavoro di Pupi Avati, che stimo alla follia. Ne riparleremo; intanto un breve estratto dalla rece.

Il signor Diavolo condivide molto, moltissimo, con La casa delle finestre che ridono. Non solo è un rappresentante di quello caratteristico “gotico padano” a cui si lega Avati, ma le riprese si sono svolte addirittura nello stesso, riconoscibilissimo, paesino di Comacchio. Un vero e proprio tuffo nel passato che cade a metà tra il nostalgico e il cercare rifugio in una comfort zone sospesa nel tempo.

La lettura malinconica dell’opera si palesa sin dai primi attimi: una scena splatter macchiata di sangue fintissimo, un fermo immagine trattenuto troppo a lungo e titoli di testa con un font vecchio di trent’anni. Viene applicato sin da subito il registro linguistico tipico dell’horror anni ‘70, si aprono le danze preparando il terreno per un’“obsolescenza” stilistica che si ripropone uniformemente anche sulla struttura registica e sulla fotografia.

Che si tratti di una scelta deliberata o un’inabilità cronica ad ammodernarsi (inabilità riscontrata peraltro in molti registi di genere, italiani e stranieri), resta il fatto che la pellicola sia flagellata da piccoli difetti che rendono l’esperienza tanto genuina quanto sciatta. La continuità degli oggetti di scena è inconsistente, il montaggio è goffo, lo slow motion viene ricavato “artificiosamente” rallentando la proiezione dei canonici 25 FPS: l’antitesi del perfezionismo su cui si sono elevati Stanley Kubrick e Werner Herzog.

Gli horror non commerciali sono cristallizzazioni di intimità, squarci momentanei nella psiche di un individuo. Il signor Diavolo è in tal senso un’opera molto personale, una panoramica spontanea e onesta su un approccio al cinema che è stato ormai fagocitato dalla storia. Un film immancabile dai fan dell’orrore-passé che verrà accolto con affetto dai cinefili, ma debole sotto ogni aspetto tecnico.

AERIA VIRTUS

"l'unico uccello che osa beccare un acquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'acquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

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E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

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