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Archivio per Grecia

DARK AWAKE – Nigrum Serpentis


La bellezza si traduce in filosofia e fascino antico.

Dead Can Dance – Persephone (The Gathering Of Flowers) [Remastered]


Il vibrato del tuo canto è un’immensa fucina di emozioni, poi lasci andare la tua essenza e muori fino a domani, sognando l’oltre.

Blakk Harbor – Sacrificium


Iterazioni continue di un malessere psichico.

David Gilmour with Romany Gilmour – Yes, I Have Ghosts (Official Music Video 4K)


Il nuovo brano di David Gilmour mi spiazza, così lontano da quello che ti aspetteresti ma anche pregno di quel senso di poesia che è tutt’altro che alieno al chitarrista dei Floyd che è universalmente conosciuto. E a voi, cosa suscita?

La violenza di genere nel mito – Paveseggiando


Le origini della nostra cultura occidentale sono cruente, le origini della cultura umana sono tutte infarcite di tradizioni barbare, una civiltà che doveva ancora formarsi. Mara Carlesi indaga, su questo post, i primordi della tradizione romana, mettendo in evidenza alcuni punti che ai giorni nostri fanno inorridire, ma che in un passato arcaico erano ritenuti la normalità: parliamo di stupri per assicurare una genia semidivina.

“Nei miti greci gli dèi, per unirsi alle donne mortali, di regola si prendevano almeno il disturbo di rendersi visibili, assumendo qualche forma, umana o animale che fosse. Probabilmente lo faceva anche (o solo) per divertirsi […]. Le divinità romane, invece […] apparivano sotto forma di fallo. […] A Roma, insomma, le storie tra immortali e mortali non sono storie d’amore, sono semplici rapporti sessuali, di tipo assolutamente predatorio.”.
[Gli amori degli altri – Eva Cantarella]

Nel mito greco e romano lo stupro ed il rapimento erano costanti piuttosto comuni e frequenti. Il secondo serviva a facilitare il primo, dove la violenza sessuale era, per gli assalitori, un mezzo non solo di piacere, per il capriccio di essersi invaghiti della vittima, bensì un tramite attraverso il quale garantire una stirpe di origine, per metà, divina.
Lo stupro, perché di questo solo si trattava, veniva elevato ad un’unione divina tra una mortale ed un dio, così che la violenza venisse trattata come un fatto sacro.
Centro di queste violenze, nel mito, il dio, colui che seduce, ma che appare senza colpa, e senza remora alcuna sparisce dopo aver soddisfatto i suoi più bassi istinti.
Ma la donna? La fanciulla violata, privata della sua verginità, che fine fa? E la sua voce?

Il post continua citando altre fonti antiche, il quadro che ne emerge è coerente con quello che oggi ci appare come crudeltà e che in altri tempi era considerata la norma. È questo un argomento di riflessione, che ci spinge sempre più a un afflato di uguaglianza e rispetto, che deve diventare un segno dei tempi che cambiano.

Ecateo e i sacerdoti egizi (Hdt. II 142-144)


Girando per la blogosfera s’incontrano sempre – e dico sempre, a differenza dei social – articoli interessanti. Come questo degli StudiHumanitari, che riporta la saggezza millenaria degli Egiziani a confronto con la rampante protervia greca; parliamo di più di duemila anni fa, ovviamente, ma non vi ravvisate anche voi la stessa situazione attuale, dei saggi che cercano di arginare in qualche modo la rude fame di nulla dell’infinita crescita?

Racconta Erodoto che un giorno lo storico Ecateo, durante una dotta discussione con i sapientissimi sacerdoti egiziani di Tebe, si vantò di discendere da un dio nella persona del suo sedicesimo antenato. I sacerdoti si guardarono l’un l’altro sorridendo: credeva dunque, quel Greco ingenuo e spocchioso, che bastassero cinquecento anni o poco più, perché un essere mutasse radicalmente la propria natura? Con la consueta gentilezza, invitarono allora Ecateo a entrare nel tempio, e gli mostrarono una grande meraviglia, trecentoquarantacinque colossi di legno raffiguranti ognuno un sommo sacerdote, la cui carica era da sempre trasmessa di padre in figlio. Neppure uno di essi, gli spiegarono, era mai stato un dio o un eroe: troppo pochi undicimila anni – lontano, davvero lontano e insondabile il tempo in cui l’essere era passibile di trasformazioni, e la materia del mondo e della vita ancora si muoveva verso forme cangianti.

La Musica Popolare greca (Parte III) | ilcantooscuro


Sul blog di Alessio Brugnoli la terza puntata di una ricerca assai vasta, colta e intrigante sulla musica popolare greca, che ha influenze turche, bizantine e balcaniche e che, a sua volta, ha influenzato la musica popolare di molte zone italiche e non solo (qui e qui la prima e la seconda parte). Un estratto:

Il più famoso è l’hasàpiko, che in origine era la danza identificativa della corporazione dei macellai (kasaplar in turco, hasápides in greco) di Istanbul ai tempi del Sultano, i cui membri, tradizionalmente, erano di origine albanese e non greca.

L’hasàpiko è una danza in 2/4 ed è diviso in ottave: in questa danza si possono riconoscere dei passi principali, di base, e una serie di varianti, le cosiddette “figure” che vengono richiamate dal conduttore. I passi sono quattro al suolo e uno in aria. Di solito viene danzato da due–tre uomini di altezza simile che tendendo le braccia orizzontalmente e appoggiando la mano sulla spalla del proprio vicino, danzano in fila mantenendo un perfetto sincronismo.

Le figure principali prevedono il doppio passo e il raddoppio della velocità del ritmo, oppure il danzare sui tacchi delle scarpe. L’hasàpiko è una delle basi da cui nel 1964 è stata costruito a tavolino, in occasione del film Zorba il greco, il sirtaki dal coreografo Giorgos Provias; i sui passi lenti ,la parte “Argos” o “Varis”, cioe’ pesante, sono tratti da tale danza, mentre quelli veloci, la parte “Grigoros”, sono tratti dall’hassaposerviko (hasàpiko dei serbi) una danza in 4/4 che era invece ballata sia dagli aiduchi, i briganti serbi che infestavano la Tessaglia, sia dagli armatoli, le milizie rumene che il Sultano utilizzava per mantenere l’ordine pubblico nell’Ellade.

Fluirci dentro


L’affanno che provi descrivendo le onde ipnotiche, le cromie surreali, il soffiare psichedelico degli eventi, è come lasciarsi andare al flusso della fine, quando ti accorgi che non puoi più fronteggiare l’energia, che devi solo fluirci dentro.

Omero non era nel Baltico | ilcantooscuro


Sul blog di Alessio Brugnoli una bella considerazione – previa dimostrazione con dati inoppugnabili alla mano – sull’inconsistente tesi di Felice Vinci, il quale sostiene che i racconti fatti da Omero e quindi l’inerente Classicità greca fossero invece nati nei Paesi che si affacciano sul Baltico. Una chiosa insuperabile di Alessio dovrebbe far riflettere quanti s’imbarcano nel razzismo e nelle le sue bislacche teorie, basate su una sedicente superiorità razziale riconducibile all’etnia ariana.

Per cui, perché (quelle teorie di Vinci), pur essendo basate sul nulla, hanno avuto così tanto successo? La cultura storica, anche di persone colte, è incentrata dall’Età del Ferro in poi; la poca conoscenza e interesse per quello che accade prima rende facile la manipolazione delle informazioni.

Specie se la pseudoscienza è basata su un pregiudizio culturale – quello del cosiddetto “modello ariano”, che risale il Romanticismo ed esistente anche per motivi inconsciamente razzisti e per giustificare la prevalenza sociale ed economica della Germania – può avvenire l’espulsione della civiltà greca dal contesto levantino, mediterraneo e aperto alle culture anatoliche, medio-orientali, fenicio-semite ed egizie (il cui debito era invece riconosciuto dai Greci stessi e dagli studiosi precedenti dai romani al ‘700, ex oriente lux) per introdurla in un mitologico mondo nordico (all’epoca assolutamente cavernicolo, tutt’altro che evoluto).

Le donne nel mito, parte quinta: Elettra. – Paveseggiando


Su Paveseggiando un lungo post sulla figura mitologica di Elettra e i suoi riferimenti emozionali e semantici con altre figure della Tragedia Greca. Un estratto:

La giustizia sola può consolare l’essere umano, non più gli dei, i quali si ritrovano addirittura a votare per comprendere se Oreste sia o meno da considerare colpevole del matricidio da lui commesso. Il mondo degli dei è messo in dubbio, lasciando così spazio all’uomo di prendere coscienza della sua libertà, benché non sia ancora in grado di gestire appieno il peso della responsabilità derivante dalle sue azioni.
Al contrario di Eschilo, che ci mostra sia Ifigenia che Elettra come semplici vittime di un infausto destino, incapaci di ribellarsi, completamente nelle mani del ramo maschile della loro famiglia, Euripide ci descrive Ifigenia, in Tauride salvata da Artemide, e un’ Elettra molto distante dal mito.

“[…] E da Atreo nacquero Menelao ed Agamennone, il padre mio. Io sono Ifigenia. Mi fu madre la figlia di Tindaro. […] Agamennone sovrano radunò lo stuolo ellenico di mille navi, lui che per gli Achei voleva cogliere il serto del trionfo sulla città di Troia e trarre vendetta a favore di Menelao delle oltraggiate nozze con Elena fuggiasca. Ma bloccato dall’ assenza di venti, […] cercò soccorso in vittime ardenti sull’ ara e fu questo il responso che gli diede Calcante: ‘ […] mai non sarà che da questa terra tu dia l’ abbrivio alla tua flotta, prima che Artemide si prenda, immolata vittima , tua figlia Ifigenia’ .[…] Così, per le astuzie di Odisseo, mi strapparono alla madre col pretesto di darmi in sposa ad Achille. E invece, come giunsi in Aulide, fui afferrata, sollevata in alto al di sopra della pira e sgozzata con la spada. Però Artemide mi trafugò dall’ ara, sostituendomi con una cerva; poi mi mandò per l’ etere splendente e mi depose qui, perché abitassi questa terra di Tauri.”
[Ifigenia in Tauride, vv 39-51 – Euripide, trad. a cura di F. Ferrari]

Il mito di Ifigenia è assente nei poemi Omerici, ma era ben conosciuto come antefatto della Guerra di Troia. La versione più nota della storia ci giunge attraverso i Canti di Cipro, nei quali è narrato il sacrificio di Ifigenia in Aulide e di come Artemide, mossa a compassione, la salvò portandola, in seguito, nella regione dei Tauri. A questa versione del mito si ricollega Euripide per la sua tragedia, ‘Ifigenia’, dove viene contrapposta la selvaggia terra dei Tauri con la Grecia, che viene descritta come una patria ove il padre è ben felice di sacrificare la figlia per avere venti favorevoli e dove il matricidio è un modo per lavare l’ ira dei figli.
Euripide, quindi, rivisita il mito, andando a scovare delle varianti rare, e donando a queste nuovo significato.

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