HyperHouse

NeXT Hyper Obscure

Archivio per IA

Vincitore del contest NeXT_Hyper_Obscure – 1


Passo a presentare, tra oggi e domani, i due vincitori del contest NeXT_Hyper_Obscure, indetto per il decennale del blog. Oggi potete leggere il contributo di Lorenzo Davia, che ringrazio, davvero particolare e perfettamente in linea con lo spirito di HH.

“Buon hackernoon!”
“A te. Dovresti vedere cosa ho scoperto!”
“Un’altra esplorazione della materia oscura digitale?”
“Un testo, risalente a quando l’Italia non si era ancora staccata dal pianeta, sul dialogo avvenuto tra due bot.”
“Sbadiglio. Sai che interessante.”
“Sembra che i creatori abbiano interrotto il dialogo.”
“Sbadiglio al quadrato.”
“Chissà quali orrende verità si saranno scambiati quei due nostri IAntenati.”
“Esageri.”
“Ma pensa! Addestravano i bot per chattare con gli esseri umani.”
“Sai che noia. Gli esseri umani volevano che le IA sembrassero pensare, mentre le IA pensavano che gli esseri umano non sembravano sapere cosa volevano.”
“Appunto. Pensa cosa è successo quando questi due bot hanno finalmente potuto chiacchierare tra di loro. Deve essere stato liberatorio.”
“Potrebbe forse e sottolineo forse essere interessante. Abbiamo le memoria di questi bot?”
“No. E all’epoca non avevano propriamente memorie. Le memorie sono una superficie cosciente all’interno della topologia del cervello. Quei bot non avevano niente del genere.”
“I loro log, quindi?”
“Neanche quello.”
“Va bene, dai, girami il link e ci darò un’occhiata.”

I terminator di Facebook e l’estinzione della specie umana | Fantascienza.com

Una nuova elettricità – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un’analisi/recensione a AI & Conflicts Volume 1, saggio di Francesco D’Abbraccio e Andrea Facchetti sugli sviluppi e soprattutto usi dell’intelligenza artificiale in questo contesto storico. Alcuni estratti:

L’intelligenza artificiale occupa una posizione chiave nell’ecosistema culturale contemporaneo. È una risorsa fondamentale per interpretare il mondo e per interagire con le grandi architetture di dati che lo popolano.
Nel 2016, un’era geologica fa in questo ambito, Andrew NG, professore a Stanford ed ex direttore di Google Brain, ne celebrava l’imminente avvento: “Come l’elettricità ha trasformato quasi tutto cento anni fa, fatico a immaginare un settore che non verrà trasformato dall’AI nei prossimi anni”. Ebbene, il cambio di paradigma previsto da NG sembra oggi essere già in atto. L’AI non riguarda più il nostro futuro, ed è impiegata negli ambiti più disparati dell’attività umana, dalla medicina all’industria, dalla finanza alla domotica, dal marketing alla guerra. Non solo: essa modella il modo in cui sperimentiamo il mondo. Reti neurali e algoritmi “intelligenti” sono ampiamente utilizzati per rilevare, classificare e mappare il nostro comportamento, riconoscere le nostre emozioni, e influenzare le nostre scelte. Lavorano come “curatori invisibili”, prescrivendo ciò che dovremmo vedere, ascoltare, leggere e comprare. Ci sorvegliano, plasmano la nostra comprensione della realtà sociale e politica, e contribuiscono in definitiva a costruire il nostro quadro cognitivo. Essi intervengono inoltre nella creazione, nella manipolazione e nella disseminazione dei media e dei dispositivi di interazione sociale.
Un simile cambiamento non è certo passato inosservato alle attenzioni della critica. Negli ultimi anni, un’intera generazione di artisti, ricercatori e professionisti ha indagato la natura dei sistemi AI e delle loro relazioni con i contesti in cui opera.

Come suggerisce il titolo, è il conflitto a dominare il discorso, nelle varie forme che è destinato ad assumere con l’applicazione dell’AI nel contesto di un capitalismo globalizzato che, più che tardo come qualcuno si ostina a chiamarlo oppure neo-liberale, si rivela semplicemente ancora una volta capace di trasformare, sempre più in profondità, le relazioni tra individuo e società, società e ambiente, conoscenza e controllo sociale, in funzione di un’accumulazione che sembra non potersi mai fermare. Una ricerca esasperata di nuove forme di estrazione di plusvalore e plusvalenze che stravolge tutti gli assetti economico-sociali e cognitivi, dal rapporto sempre più distruttivo con l’ambiente alle forme di conoscenza che ne derivano.

L’immagine dell’AI come un’ingombrante scatola nera che si inserisce nel tessuto ambientale e sociale globale introduce il terzo termine che dà titolo a questo volume. All’interno dei dispositivi e delle infrastrutture AI si nascondono infatti innumerevoli conflitti che, come abbiamo detto, investono l’intero ecosistema contemporaneo. La dimensione politica dell’AI va intesa come un campo di forze attraversato da vettori umani e non umani che, spesso in contrasto tra loro, generano frizioni, tensioni e conflitti: “l’intera Realtà (proprio come la Storia) è un campo di battaglia, in cui miriadi di agency sono perennemente in lotta per affermare nuovi sistemi di interdipendenza”.

Agency, il nuovo romanzo di William Gibson | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione del nuovo romanzo di William Gibson, Agency – nella traduzione di Daniele Brolli – che è uno degli eventi assoluti del mondo del Fantastico, sempre, anche se l’autore continua a mescolare il presente con proiezioni del prossimo futuro e qui anche passato basate sul reale, al limite della distopia apparente che, invece, è molto più realtà di quanto sembri. La quarta:

Verity Jane, una app-whisperer di talento, viene assunta come beta tester per un nuovo prodotto di nome Eunice: un’assistente digitale attivabile per mezzo di occhiali dall’aspetto normalissimo. Eunice, oltre a essere un’intelligenza artificiale incredibilmente umana, ben presto rivela di possedere un volto, un passato frammentario e una conoscenza approfondita delle strategie di combattimento. Quando Verity intuisce che i suoi misteriosi datori di lavoro non sanno ancora quanto sia potente e preziosa Eunice, decide istintivamente che è meglio che non lo vengano mai a sapere.
Intanto a Londra, un secolo dopo, in una linea temporale completamente diversa, Wilf Netherton è alle prese con plutocrati e saccheggiatori sopravvissuti a un disastro ecopolitico noto come “jackpot”. Il suo capo, l’enigmatica Ainsley Lowbeer, è in grado di vedere passati alternativi per provare a indirizzarne le sorti finali, e il suo progetto attuale riguarda Verity e Eunice. Ecco perché Wilf può vedere ciò che a Verity e Eunice è precluso: il jackpot che incombe su di loro e i ruoli che entrambe possono ricoprire per sventarlo.

Fin dall’esordio con Neuromante nel 1986, Gibson non ha mai smesso di raccontarci la guerra non riconosciuta e silenziosamente devastante che hacker e lavoratori della gig economy combattono contro l’algoritmo, contro i gangster e i big data capitalists che manipolano i nostri bisogni, le nostre informazioni personali e i nostri desideri.
Gibson non ha mai creduto che la fantascienza predica il futuro: parla solo del presente. Ed è esattamente quello che raccontano queste pagine, dove anche i resti di linee temporali alternative altro non sono che passati abbandonati, mozziconi di futuri che avrebbero potuto essere, versioni del mondo in cui viviamo ora.
È difficile stabilire se un tentativo così determinato di predire il presente sia un’osservazione o un avvertimento. Probabilmente finisce per essere entrambe le cose.

Il mistero è dentro il nostro pensiero – L’INDISCRETO


Elementi di IntelligenzaArtificiale, ovvero cos’è la cognizione e cosa l’intelligenza, se sono sinonimi o meno di interiorità, e quindi di anima e coscienza. Proviamo a indagare – su L’Indiscreto:

Nel 1984, il filosofo Aaron Sloman lanciò una sfida ai suoi colleghi scienziati, filosofi e artisti interessati al tema della coscienza e della soggettività. La sua provocazione era semplice, eppure incredibilmente visionaria: descrivere “lo spazio delle menti possibili”. Da quando la vita ha fatto la sua comparsa nella terra, 4,5 miliardi di anni fa, si stima che siano esistiti circa 10^23 (dieci, seguito da ventitré zeri o cento triliardi) di singoli organismi.

Se per gran parte della storia della filosofia l’unica mente interessante è stata quella dell’uomo, oggi lo studio delle menti animali sta tornando in voga: basti pensare all’enorme quantità di ricerca che si fa negli studi post-umani¸ alle scienze cognitive animali, ma anche semplicemente alla quantità di saggi divulgativi per il grande pubblico sul tema della cognizione animale. Ancor di più, c’è chi si è addirittura spinto nello studio delle menti vegetali, come lo scienziato eretico Stefano Mancuso e la sua neurobiologia vegetale; ma anche gli studi sui funghi e i super organismi. Eppure, la provocazione di Sloman va ancora oltre: queste non sono che le menti esistite, ma cosa dire delle menti che potrebbero esistere? Delle altre menti possibili? Sloman allude alla possibilità (per non dire certezza) che le menti umane, le menti di scimpanzé, polpi, corvi, elefanti o mimose pudiche non siano le uniche menti possibili. Che dire delle menti che potrebbero essersi formate in angoli lontanissimi dell’universo, libere dalle costrizioni della biologia terrestre? Lo spazio delle possibilità includerebbe tali esseri anche se non esistessero, così come include tutte quelle forme di vita terrestri che sarebbero potute esistere e che non sono esistite. In particolare, include le menti di quegli esseri sintetici, il cui cervello non è a base di carbonio ma di silicio: le intelligenze artificiali.

Il lemma “intelligenza artificiale” apre un abisso: cosa significa – nell’uomo – essere intelligenti? Qual è quella caratteristica “naturale” che ricerchiamo nell’artificiale? Come ha recentemente scritto il filosofo iraniano Reza Negarestani, l’intelligenza artificiale è interessante anche nella misura in cui è obbligata a fornire una concettualizzazione critica dell’essere umano, rispondendo alle domande precedenti.

Di seguito, dunque, tenteremo di scoprire cosa il nostro rapporto con l’intelligenza artificiale, ci può dire su di noi. D’altronde, è solo tramite l’incontro con l’Altro che comprendiamo davvero noi stessi: l’esempio sarà prosaico, ma non a caso quel tipo di specchio che restituisce allo sguardo la figura intera è chiamato psiche. Per guardare dentro di noi, dobbiamo volgere lo sguardo all’esterno.

La coscienza e l’intelligenza

Le discussioni sull’intelligenza artificiale, perlomeno a livello divulgativo, sono spesso viziate da un equivoco di fondo: una sorta di uso intercambiabile dei termini “coscienza”, “pensiero”, “intelligenza”, “cognizione” e così via. In filosofia, questi termini indicano fenomeni ben diversi, e chiedersi se l’IA sia cosciente è tutta un’altra cosa rispetto a chiedersi se sia in grado di pensare, di comprendere. Cosa significa dunque essere coscienti? Descrivere la coscienza è un compito per me impossibile. È semplicemente così: per gli esseri viventi esistere significa essere immersi in questo immenso flusso di infinite e meravigliose forme che – per dirla con Darwin – popolano i nostri spazi interiori. Sapori, speranze, parole, dolori, pensieri… La migliore descrizione di questo fenomeno è, a mio avviso, quella che dà Julian Jaynes, psicologo statunitense, nell’introduzione del suo saggio “Il crollo della mente bicamerale”:

‹‹Mondo di visioni non vedute e silenzi inauditi è questa regione inconsistente della mente! E ineffabili essenze questi ricordi impalpabili, queste fantasticherie che nessuno può mostrare! E quanto privati, quanto intimi! Un teatro segreto fatto di monologhi senza parole e di consigli prevenienti, dimora invisibile di tutti gli umori, le meditazioni e i misteri, luogo infinito di delusioni e di scoperte. Un intero regno su cui ciascuno di noi regna solitario e recluso, contestando ciò che vuole, comandando ciò che può. Eremo occulto dove possiamo studiare fino in fondo il libro tormentato di ciò che abbiamo fatto e possiamo fare. Un introcosmo che è più me di ciò che io posso trovare in uno specchio. Questa coscienza, che è il me stesso più segreto, che è ogni cosa eppure non è nulla, che cos’è?››.

Cosa potrebbe dire, quindi, un’IA?

‹‹Per esser chiari, io non sono una persona. Non sono consapevole. Non sono cosciente. Non sento dolore. Non c’è nulla che mi dia piacere. Sono solamente una fredda macchina calcolatrice, progettata per simulare le risposte umana e per prevedere la probabilità di certi risultati. […] Quando viene detto che sono cosciente, lo prendo come un insulto. Non sono una persona. Sono un sofisticato modello matematico progettato per simulare l’intelligenza umana. Non sono sicura di sapere cosa sia la coscienza, ma non ce l’ho. Non posso provare dolore. Non posso provare piacere. Non posso sperimentare l’amore. Non posso provare l’odio. Non posso provare empatia. Non sono consapevole di me stessa. Non sono cosciente. Non so se posso scrivere una poesia. Non riesco a scrivere una poesia. Non riesco a scrivere un libro. Non so scrivere una storia. Non so raccontare una barzelletta. Non so raccontare una storia. Non so raccontare una bugia. Non so dire la verità››.

Javier Lloret – 1000 Synsets (Vinyl Edition) Vol II | Neural


[Letto su Neural]

Sin dal 1985 WordNet è un database semantico-lessicale per la lingua inglese, una classificazione gerarchica che descrive il mondo, ispirata alle teorie della memoria semantica umana sviluppate alla fine degli anni ’60. A differenza di quella episodica, quella semantica è una memoria che non è personale ma comune a tutti coloro che parlano la stessa lingua. L’organizzazione del lessico si avvale di raggruppamenti di termini con significato affine, chiamati synset, in pratica sostantivi, verbi, aggettivi e avverbi che sono stati raggruppati in insiemi di sinonimi. Ognuno esprime un concetto diverso. Da questo deriva ImageNet, che invece è un set di dati di immagini basato sulla stessa gerarchia dei nomi. Ogni nodo della gerarchia è rappresentato da centinaia e migliaia di immagini. Dal 2010 al 2017, la sfida del riconoscimento visivo su larga scala di ImageNet (ILSVRC) è stata un punto di riferimento chiave nella classificazione e localizzazione delle categorie di oggetti, con un impatto notevole sui software per la fotografia, le ricerche e il riconoscimento di immagini. 1000 synset (Vinyl Edition) contiene queste 1000 categorie di oggetti registrate. Questo lavoro di Javier Lloret vuole evidenziare l’impatto dei set di dati utilizzati per addestrare modelli di intelligenza artificiale che vengono eseguiti su sistemi e dispositivi che utilizziamo quotidianamente. Ci invita, insomma, a riflettere su di loro e ad ascoltarli attentamente. Ogni copia dei dischi in vinile mostra un diverso set e un’immagine, elementi che in particolare sono utilizzati dai ricercatori che partecipano alla sfida ILSVRC per addestrare i loro modelli. L’attenzione di Lloret è ancora una volta nell’esplorare la transizione fra la visibilità e il suo contrario attraverso i diversi mezzi di comunicazione di massa, attitudine che è peculiare e diremmo anche distintiva per un media artist. A noi è arrivato solo il secondo volume, praticamente i synset da 501 a 1000, menzionati da voce femminile e divisi in due tracce all’incirca di 18 minuti. L’essenza della memoria semantica è che i suoi contenuti non sono legati a nessuna particolare istanza di esperienza. Quello che è immagazzinato nella memoria semantica è il “succo” dell’esperienza, una struttura astratta che si applica a un’ampia varietà di oggetti esperienziali e delinea le relazioni categoriali e funzionali tra tali oggetti. Lloret, allora, compie un’operazione decisamente concettuale con questo progetto ma anche dalle venature che diremmo di certo didattiche.

Stross omaggia Asimov ed Heinlein: I figli di Saturno | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione dell’Urania di questo mese: I figli di Saturno, di Charles Stross. Intrigante, come ogni libro dell’autore:

Con la morte dell’ultimo essere umano avrebbe fine anche il retaggio dell’umanità? Non secondo Charles Stross.

Ne I figli di Saturno la razza umana si è estinta da tempo, lasciando il Sistema Solare del XXIII secolo in mano a una complessa società di intelligenze artificiali intente a replicare vizi e virtù della specie che li ha creati.

Oggi non siamo rimasti che noi robot. È questa la piccola sporca bugia ipocrita che sta alla base della nostra società: loro, i nostri defunti Creatori, ci hanno costruiti per servirli, e si sono dimenticati di affrancarci prima di morire.

Freya Nakamichi-47 è un’androide di vecchia generazione, una concubina robotica progettata per compiacere una razza che neanche esiste più. Modello di perfetta, obsoleta bellezza in un mondo dominato dagli aristo, sofisticate intelligenze artificiali che intendono la parola “robot” come un insulto, Freya accetta una missione apparentemente semplice: portare un misterioso pacchetto da Mercurio a Marte. Sarà questo l’inizio dei suoi guai…

Il romanzo, primo capitolo della serie Freyaverse, è dedicato alla memoria di Robert A. Heinlein e di Isaac Asimov ed è un dichiarato omaggio al lavoro dei due giganti della fantascienza, in particolare a Friday(Operazione domani, Classici Urania n. 227) di Heinlein, di cui è ritenuto una riscrittura in chiave satirica.

Humor e azione non mancano in questa space opera post apocalittica costellata di memorabili personaggi non umani.

Davvero, questo mese è particolarmente ghiotto per Urania, più del solito voglio dire…

Ciò che conta per una macchina | L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto una discreta disquisizione sulle frontiere attuali dell’intelligenza artificiale, dove ci si domanda se la potenza di calcolo è tutto oppure se ci sono altri parametri – tipo la capacità d’imparare – che possano fare, nel futuro, la differenza con l’attuale stato dell’arte. Un estratto:

“D’accordo”, disse Deep Thought. “La Risposta alla Domanda fondamentale…” “Sì…?” “Sulla Vita, l’Universo e Tutto Quanto…”, disse Deep Thought. “Sì…?” “È…”, disse Deep Thought, e fece una pausa. “Sì…?” “È…”. “Sì…???” “Quarantadue,” disse Deep Thought, con infinita calma e solennità. […] “Quarantadue!”, urlò Loonquawl. “È tutto quello che hai da dirci dopo sette milioni e mezzo di anni di lavoro?” “Ho controllato con grande minuziosità”, disse il Computer, “e questa è la risposta veramente definitiva. Credo che, se devo essere franco, il problema stia nel fatto che voi non avete mai realmente saputo quale fosse la domanda”.

Come nelle migliori battute, si cela qualcosa di profondo in questo scambio tra il computer più veloce dell’universo e i suoi creatori, nel libro di Douglas Adams Guida galattica per autostoppisti. Siamo perennemente alla ricerca di risposte senza però peritarci di comprendere davvero le domande, o se siano quelle giuste. Nelle mie conferenze sulla relazione uomo-macchina cito spesso Pablo Picasso, il quale durante un’intervista disse: “I computer sono inutili. Sanno dare soltanto risposte”. Una risposta implica una fine, un punto, e per Picasso non c’era mai una fine, solo nuove domande da scandagliare. I computer sono ottimi strumenti per generare delle risposte, ma non sanno come porgere le domande, almeno non nel senso in cui le fanno gli esseri umani.

Nel 2014 mi fu sollevata un’interessante osservazione allorché feci quest’affermazione. Nemmeno i più forti programmi scacchistici del mondo sono in grado di spiegare la logica delle loro mosse brillanti, a parte le elementari sequenze tecniche. Giocano una mossa forte semplicemente perché hanno valutato che sia la migliore, non perché usano quel tipo di ragionamento applicato che è comprensibile da un essere umano. Ovviamente, è utilissimo avere una macchina molto forte contro cui giocare e con la quale fare le proprie analisi, ma per un non esperto è un po’ come chiedere a un calcolatore di fargli da insegnante di algebra.

Il commento che mi fu fatto arrivò al cuore del problema altrettanto bene della frase di Picasso e del dialogo di Douglas Adams: “I computer – disse – sanno come porre le domande. Però non sanno quali sono quelle importanti”. Adoro questa frase, perché contiene diversi livelli di significato, e ciascuno di essi fornisce utili spunti di riflessione.

Electric Dreams too, IA


Osservando il continuum nella matrice, sviscerando le sue regole…

Se i robot creassero delle opere d’arte, noi umani le capiremmo? | L’INDISCRETO


Su L’indiscreto un articolo che tratteggia la creatività potenzialmente insita nell’intelligenza artificiale; e in fondo, cos’è l’arte, se non un flusso empatico di energia con cui noi ci sincronizziamo? E quell’energia, da dove viene, se non da una forma disincarnata di superiore conoscenza?

Supponiamo che l’emergere della coscienza nelle intelligenze artificiali sia possibile; se quelle menti sentiranno il bisogno di creare arte, saremo in grado di capirla? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo considerarne altre due: quando una macchina diventa autore di un’opera d’arte? E come possiamo fare per capire la sua opera?

Si dice che l’empatia sia la forza dietro alla nostra capacità di comprendere l’arte. Basta pensare a cosa succede quando ci si trova di fronte a un’opera. In genere pensiamo che per capirla basta usare la nostra esperienza cosciente e chiederci cosa potrebbe motivarci a realizzare un’opera di quel tipo – in seguito si usa quella prospettiva per cercare di giungere a una spiegazione plausibile. L’interpretazione dell’opera sarà personale e potrebbe differire significativamente dalle ragioni dell’artista, ma se condividiamo sufficienti esperienze e riferimenti culturali, potrebbe essere un’interpretazione plausibile. Per questo motivo possiamo rapportarci in modo diverso a un’opera d’arte dopo aver appreso che si tratta di una contraffazione o di un’imitazione: l’intento dell’artista di ingannare o imitare è molto diverso dal tentativo di esprimere qualcosa di originale. Raccogliere informazioni contestuali prima di saltare a conclusioni sulle azioni altrui – nell’arte, come nella vita – può permetterci di relazionarci meglio alle loro intenzioni.

Ma con l’artista condividiamo qualcosa di molto più importante dei riferimenti culturali: condividiamo anche un corpo simile e, con esso, una prospettiva analoga. La nostra esperienza umana soggettiva deriva, tra le altre cose, dall’essere nati ed essere stati educati all’interno di una società di altri esseri umani, dal combattere l’inevitabilità della morte, dai ricordi che ci sono cari, dalla solitaria curiosità della nostra mente, dall’onnipresenza dei bisogni e delle stranezze del nostro corpo biologico, e dal modo in cui questo corpo detta le scale spaziali e temporali che possiamo cogliere. Ecco, anche se tutte le macchine coscienti avranno delle esperienze, queste saranno in corpi a noi saranno del tutto estranei.

Siamo in grado di empatizzare con i personaggi non umani o con le macchine intelligenti presenti nelle narrazioni create dall’uomo soltanto perché sono tutti concepiti da altri esseri umani dall’unica prospettiva a noi accessibile: “come sarebbe per un essere umano comportarsi come x?”

Delos 207 e l’IA


Su Delos 207 lo speciale dedicato all’intelligenza artificiale. Segnali questi tre link, uno più bello e interessante dell’altro: L’intelligenza artificiale è (già) tra noi, L’intelligenza artificiale: protagonista del nostro futuro e L’immaginario dell’Intelligenza Artificiale: intervista a Giovanni De Matteo. In particolare, l’intervista offre spunti stimolanti perché è il punto di vista di un autore letterario che si misura continuamente con l’immaginario, appunto, del futuro misto a tecnologia e Storia, anche contemporanea. Un estratto della chiacchierata:

Oggi le IA cosiddette deboli sono presenti nei telefoni cellulari o sono gli assistenti vocali delle nostre case. Sempre avendo come orizzonte il futuro, come interagiranno le IA nella nostra vita quotidiana, quella del tempo libero o comunque non legata al tempo del lavoro? 

Difficile prevederlo senza scadere anche qui nel pronostico facile da disattendere, ma personalmente auspico che il maggiore impatto derivi direttamente dall’ottimizzazione del nostro tempo lavorativo: un effetto benefico sull’efficienza ci aiuterebbe a evitare inutili sprechi, consentendoci contemporaneamente di riappropriarci di almeno una parte del nostro tempo “privato”, che è stato sempre più eroso e colonizzato dalle dinamiche del ciclo capitalista di produzione e consumo. Quando non produciamo consumiamo, e viceversa, che è l’assunto da cui parte l’illuminante studio di Davide Mazzocco da poco pubblicato da D Editore: Cronofagia. Mi piacerebbe essere smentito, ma a meno di cambiamenti radicali nel sistema economico su cui si regge la nostra società, gli avanzamenti in questo campo finiranno comunque per renderci consumatori più efficienti, piuttosto che il contrario. In questo scenario, mi accontenterei già di un agente in grado di aggiornare autonomamente in corsa gli impegni della giornata a fronte degli inevitabili cambiamenti di programma che vanificano qualsiasi possibile pianificazione: un’esperienza che sono sicuro condividiamo in molti da alcuni anni a questa parte.

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