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Archivio per IA

Ciò che conta per una macchina | L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto una discreta disquisizione sulle frontiere attuali dell’intelligenza artificiale, dove ci si domanda se la potenza di calcolo è tutto oppure se ci sono altri parametri – tipo la capacità d’imparare – che possano fare, nel futuro, la differenza con l’attuale stato dell’arte. Un estratto:

“D’accordo”, disse Deep Thought. “La Risposta alla Domanda fondamentale…” “Sì…?” “Sulla Vita, l’Universo e Tutto Quanto…”, disse Deep Thought. “Sì…?” “È…”, disse Deep Thought, e fece una pausa. “Sì…?” “È…”. “Sì…???” “Quarantadue,” disse Deep Thought, con infinita calma e solennità. […] “Quarantadue!”, urlò Loonquawl. “È tutto quello che hai da dirci dopo sette milioni e mezzo di anni di lavoro?” “Ho controllato con grande minuziosità”, disse il Computer, “e questa è la risposta veramente definitiva. Credo che, se devo essere franco, il problema stia nel fatto che voi non avete mai realmente saputo quale fosse la domanda”.

Come nelle migliori battute, si cela qualcosa di profondo in questo scambio tra il computer più veloce dell’universo e i suoi creatori, nel libro di Douglas Adams Guida galattica per autostoppisti. Siamo perennemente alla ricerca di risposte senza però peritarci di comprendere davvero le domande, o se siano quelle giuste. Nelle mie conferenze sulla relazione uomo-macchina cito spesso Pablo Picasso, il quale durante un’intervista disse: “I computer sono inutili. Sanno dare soltanto risposte”. Una risposta implica una fine, un punto, e per Picasso non c’era mai una fine, solo nuove domande da scandagliare. I computer sono ottimi strumenti per generare delle risposte, ma non sanno come porgere le domande, almeno non nel senso in cui le fanno gli esseri umani.

Nel 2014 mi fu sollevata un’interessante osservazione allorché feci quest’affermazione. Nemmeno i più forti programmi scacchistici del mondo sono in grado di spiegare la logica delle loro mosse brillanti, a parte le elementari sequenze tecniche. Giocano una mossa forte semplicemente perché hanno valutato che sia la migliore, non perché usano quel tipo di ragionamento applicato che è comprensibile da un essere umano. Ovviamente, è utilissimo avere una macchina molto forte contro cui giocare e con la quale fare le proprie analisi, ma per un non esperto è un po’ come chiedere a un calcolatore di fargli da insegnante di algebra.

Il commento che mi fu fatto arrivò al cuore del problema altrettanto bene della frase di Picasso e del dialogo di Douglas Adams: “I computer – disse – sanno come porre le domande. Però non sanno quali sono quelle importanti”. Adoro questa frase, perché contiene diversi livelli di significato, e ciascuno di essi fornisce utili spunti di riflessione.

Electric Dreams too, IA


Osservando il continuum nella matrice, sviscerando le sue regole…

Se i robot creassero delle opere d’arte, noi umani le capiremmo? | L’INDISCRETO


Su L’indiscreto un articolo che tratteggia la creatività potenzialmente insita nell’intelligenza artificiale; e in fondo, cos’è l’arte, se non un flusso empatico di energia con cui noi ci sincronizziamo? E quell’energia, da dove viene, se non da una forma disincarnata di superiore conoscenza?

Supponiamo che l’emergere della coscienza nelle intelligenze artificiali sia possibile; se quelle menti sentiranno il bisogno di creare arte, saremo in grado di capirla? Per rispondere a questa domanda, dobbiamo considerarne altre due: quando una macchina diventa autore di un’opera d’arte? E come possiamo fare per capire la sua opera?

Si dice che l’empatia sia la forza dietro alla nostra capacità di comprendere l’arte. Basta pensare a cosa succede quando ci si trova di fronte a un’opera. In genere pensiamo che per capirla basta usare la nostra esperienza cosciente e chiederci cosa potrebbe motivarci a realizzare un’opera di quel tipo – in seguito si usa quella prospettiva per cercare di giungere a una spiegazione plausibile. L’interpretazione dell’opera sarà personale e potrebbe differire significativamente dalle ragioni dell’artista, ma se condividiamo sufficienti esperienze e riferimenti culturali, potrebbe essere un’interpretazione plausibile. Per questo motivo possiamo rapportarci in modo diverso a un’opera d’arte dopo aver appreso che si tratta di una contraffazione o di un’imitazione: l’intento dell’artista di ingannare o imitare è molto diverso dal tentativo di esprimere qualcosa di originale. Raccogliere informazioni contestuali prima di saltare a conclusioni sulle azioni altrui – nell’arte, come nella vita – può permetterci di relazionarci meglio alle loro intenzioni.

Ma con l’artista condividiamo qualcosa di molto più importante dei riferimenti culturali: condividiamo anche un corpo simile e, con esso, una prospettiva analoga. La nostra esperienza umana soggettiva deriva, tra le altre cose, dall’essere nati ed essere stati educati all’interno di una società di altri esseri umani, dal combattere l’inevitabilità della morte, dai ricordi che ci sono cari, dalla solitaria curiosità della nostra mente, dall’onnipresenza dei bisogni e delle stranezze del nostro corpo biologico, e dal modo in cui questo corpo detta le scale spaziali e temporali che possiamo cogliere. Ecco, anche se tutte le macchine coscienti avranno delle esperienze, queste saranno in corpi a noi saranno del tutto estranei.

Siamo in grado di empatizzare con i personaggi non umani o con le macchine intelligenti presenti nelle narrazioni create dall’uomo soltanto perché sono tutti concepiti da altri esseri umani dall’unica prospettiva a noi accessibile: “come sarebbe per un essere umano comportarsi come x?”

Delos 207 e l’IA


Su Delos 207 lo speciale dedicato all’intelligenza artificiale. Segnali questi tre link, uno più bello e interessante dell’altro: L’intelligenza artificiale è (già) tra noi, L’intelligenza artificiale: protagonista del nostro futuro e L’immaginario dell’Intelligenza Artificiale: intervista a Giovanni De Matteo. In particolare, l’intervista offre spunti stimolanti perché è il punto di vista di un autore letterario che si misura continuamente con l’immaginario, appunto, del futuro misto a tecnologia e Storia, anche contemporanea. Un estratto della chiacchierata:

Oggi le IA cosiddette deboli sono presenti nei telefoni cellulari o sono gli assistenti vocali delle nostre case. Sempre avendo come orizzonte il futuro, come interagiranno le IA nella nostra vita quotidiana, quella del tempo libero o comunque non legata al tempo del lavoro? 

Difficile prevederlo senza scadere anche qui nel pronostico facile da disattendere, ma personalmente auspico che il maggiore impatto derivi direttamente dall’ottimizzazione del nostro tempo lavorativo: un effetto benefico sull’efficienza ci aiuterebbe a evitare inutili sprechi, consentendoci contemporaneamente di riappropriarci di almeno una parte del nostro tempo “privato”, che è stato sempre più eroso e colonizzato dalle dinamiche del ciclo capitalista di produzione e consumo. Quando non produciamo consumiamo, e viceversa, che è l’assunto da cui parte l’illuminante studio di Davide Mazzocco da poco pubblicato da D Editore: Cronofagia. Mi piacerebbe essere smentito, ma a meno di cambiamenti radicali nel sistema economico su cui si regge la nostra società, gli avanzamenti in questo campo finiranno comunque per renderci consumatori più efficienti, piuttosto che il contrario. In questo scenario, mi accontenterei già di un agente in grado di aggiornare autonomamente in corsa gli impegni della giornata a fronte degli inevitabili cambiamenti di programma che vanificano qualsiasi possibile pianificazione: un’esperienza che sono sicuro condividiamo in molti da alcuni anni a questa parte.

biometric mirror, and if you were perfect? | Neural


[Letto su Neural]

Alla base di ogni studio sullo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale c’è sempre una forte ricerca intorno a chi di artificiale poco ha: l’uomo. L’essere umano e i propri sensi che le IA provano a replicare, l’essere umano e i propri limiti che le IA provano a superare, l’essere umano e le proprie esigenze che le IA provano a soddisfare. La maggior parte delle Intelligenze Artificiali, ad essere cinici, potrebbe essere considerata una manifestazione dell’enorme egocentrismo umano. È forse per questo motivo che l’artista Lucy McRae nella sua Biometric Mirror ci siede davanti ad uno specchio di un futuristico salone di bellezza laddove è il salone stesso a consegnarci una nuova immagine di noi stessi, partorita da un algoritmo. Il progetto nasce qualche tempo addietro quando l’Università di Melbourne ha sviluppato un software di riconoscimento facciale in grado di affidarti un’età, un sesso, una razza ma anche i livelli di attrattività e affidabilità che il tuo aspetto avrebbe prodotto negli altri. Per insegnare al sistema a fare questo, i ricercatori hanno chiesto ad alcuni volontari di giudicare migliaia di foto di volti umani. Da questo flusso di informazioni si è fondata la capacità interpretativa di Biometric Mirror, ma essendo esso basato sulla soggettiva interpretazione dei volontari, anche il software ha mantenuto la stessa umana soggettività. A questa prima capacità si aggiunge l’algoritmo Marquardt Mask che è in grado di creare una versione modificata di noi stessi considerata “perfetta” rispetto ad alcuni diffusi canoni di bellezza. Il risultato? Dal salone di bellezza di Lucy McRae si esce privati della nostra umana unicità, mascherati da un viso devastato da troppa perfezione: un monito nei confronti di tutte le intelligenze artificiali che ci tocca nel vivo dell’immagine più familiare che possiamo avere… quella di noi stessi.

Scuderia Ferrari pubblica We Race Comic! | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la notizia di un fumetto anomalo, che mira a rendere il concetto di auto da corsa del futuro a guida autonoma un progetto connesso tra web, design e tecnologia. We Race Comic è il titolo del concept, eccone una significativa descrizione.

La trasformazione è storia. L’umanità è proiettata verso il futuro. Nella corsa verso il domani, la sfida più grande è trovare il proprio ruolo in un mondo in costante cambiamento. È il 2095. L’introduzione delle auto a guida autonoma ha rivoluzionato il mondo delle corse, ma il debutto di una nuova scuderia sta per mettere a dura prova gli equilibri della stagione. Tracciati impervi, condizioni di gara estreme, vetture fantascientifiche… la Formula Warp è un esperienza indimenticabile, che va oltre i limiti dell’uomo.

Grazie alla collaborazione tra Scuderia Ferrari e Giulio Gualtieri, sceneggiatore ed editor in chief di grandi progetti, nasce We Race Comic, un progetto editoriale a fumetti nato dall’incontro tra la passione per le corse e il mondo del comic. In un futuro forse non troppo lontano, prende forma la storia di una passione che attraversa le epoche, senza conoscere limiti: perché il mondo può cambiare, ma le emozioni restano le stesse.

Lauren, the best possible AI assistant | Neural


[Letto su Neural]

Delegare alle macchine è una pratica crescente nei sistemi sociali occidentali. In tal senso le nuove app e i sistemi autonomi, agendo sul nostro comportamento, sono progressivamente pensati per controllare o gestire gli aspetti non così banali della nostra vita, inclusi I totemici Alexa, Siri, home e Cortana. Questi dispositivi definiscono una zona grigia, una frontiera dell’invasione della privacy che noi stessi concediamo ma senza conoscere veramente i limiti, piuttosto desiderosi di sperimentare I servizi propagandati. Lauren McCarthy mette alla prova i limiti umani nelle sue opere, generalmente con una buona dose di ironia. In “Lauren” agisce come i più sofisticati assistenti dotati di intelligenza artificiale installando una camera e controllando i dispositivi in casa di una persona. Invertendo l’equilibrio tra l’uomo e la macchina, per tre giorni si offre volontaria di tutto, oscurando le luci nel momento giusto per parlare e recitare. È la prova vivente del nostro assurdo che verrà delegato il più possibile. Quanto lontano si potrà spingere? Alla fine potremmo chiedere a Lauren…

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