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Archivio per Impero Romano

Breve storia della Cartagine romana (I sec. a.C.-VII sec. d.C.) | Tribunus


Su Tribunus un lungo articolo che ripercorre la storia della Cartagine romana, interessante da leggere nel dettaglio perché molti particolari sono poco conosciuti; un estratto:

Dopo la sua distruzione al termine della Terza Guerra Punica nel 146 a.C., la città (definita “gloriosissima” in età romana) è rifondata da Augusto, nel 29 a.C., con il nome di 𝘊𝘰𝘭𝘰𝘯𝘪𝘢 𝘑𝘶𝘭𝘪𝘢 𝘊𝘢𝘳𝘵𝘩𝘢𝘨𝘰, e prende il posto di Utica come centro amministrativo della provincia d’Africa. Un precedente tentativo di rifondazione era stato fatto già nel 122 a.C. da Gaio Gracco, col nome di 𝘊𝘰𝘭𝘰𝘯𝘪𝘢 𝘑𝘶𝘯𝘰𝘯𝘪𝘢 𝘊𝘢𝘳𝘵𝘩𝘢𝘨𝘰, ma senza successo.
La struttura della nuova città si configura proprio in età augustea. Uno schema urbanistico di tipo classico, con impianto ortogonale e isolati rettangolari. Il cuore monumentale della città, la collina di 𝘉𝘺𝘳𝘴𝘢, ospita il Foro, una basilica e alcuni templi.
Col tempo, Cartagine assurge a uno dei centri più importanti dell’impero, con opere monumentali che sfidano quelle delle altre grandi città romane: il circo di Cartagine è il terzo più grande dell’impero, superato solo da quelli di Antiochia e Roma, mentre il suo anfiteatro è il più grande di tutta l’Africa romana.

Alla metà del II secolo vengono edificate le imponenti terme di Antonino, affacciate sul mare, e a partire dal IV secolo la città vede l’edificazione di numerose chiese. I complessi di edifici più importanti sono però quelli legati alla sua natura di città portuale: oltre a un faro, la Cartagine romana ha ben due porti collegati tra loro, uno esterno di forma rettangolare e uno interno, grandioso e circolare, che ospita un isolotto circondato da colonne – il cosiddetto “Isolotto dell’ammiragliato”.
Cartagine diventa presto uno dei centri pulsanti del commercio all’interno del mondo romano, da cui parte e giunge un volume di merci enorme. In particolare, diventa il principale centro di esportazione di derrate alimentari, in particolare grano e olio, dirette verso Roma.
La città è talmente importante che per due volte, tra III e IV secolo, è il trampolino di lancio di due usurpatori, però di breve durata: Gordiano I (il figlio del quale, Gordiano II, muore in battaglia proprio nei pressi di Cartagine) e Lucio Domizio Alessandro, sconfitto da Massenzio tra il 309 e 311.
Nonostante la posizione apparentemente defilata rispetto alle minacce del V secolo, l’imperatore Teodosio II nel 425 ordina la costruzione anche per Cartagine di una cinta muraria, che difendeva un’area di 321 ettari, con una popolazione stimata intorno almeno ai 100.000 abitanti (alcune stime dicono addirittura fino a 300.000). Ma le recenti mura non sono sufficienti a proteggere la capitale della provincia d’Africa dalle nuove minacce. Nel 439 i Vandali riescono a impossessarsi della città, che resterà il centro del loro nuovo regno per circa un secolo.
Nonostante ciò che riferiscono gli autori antichi, il dato archeologico non lascia percepire danni o distruzioni ingenti – pochi edifici recano segni distruttivi, e alcuni sono solamente abbandonati.
Proprio durante la fase vandalica, tra la fine del V e l’inizio del VI secolo, viene abbandonato il porto circolare, il complesso più importante e rappresentativo della città.

I Romani, con la campagna vandalica di Belisario, tornano in possesso della città nel 533, e danno avvio a una risistemazione e rivitalizzazione del centro urbano. Vengono aggiunte delle mura alla collina di 𝘉𝘺𝘳𝘴𝘢, dove ora è il palazzo del governatore, e vengono restaurati monumenti importanti come le terme di Antonino e il porto. Sono inoltre costruite numerose nuove chiese. Dagli anni ’80 del VI secolo, inoltre, Cartagine diventa sede di uno dei due esarcati.
Nel VII secolo, Cartagine rischia addirittura di diventare capitale dell’impero. Con Costantinopoli pressata dai Persiani e la guerra in una fase ben poco propizia, nel 618 Eraclio pensa di fare della natia Cartagine la capitale dell’impero, poiché più lontana dal pericolo – è solo l’intervento del patriarca di Costantinopoli a farlo desistere.

Noricum


Impilati in sequenza geniche, sull’onda delle antiche conquiste.

Quando NON cade l’impero romano? Le cinque date sbagliate della caduta dell’impero – TRIBUNUS


Su Tribunus alcune date di presunta caduta dell’Impero Romano (e quindi del suo imperium) e dell’effettivo giorno che storicamente ha senso; ecco uno stralcio dal bellissimo articolo – con videopodcast in fondo:

Siete sicuri di sapere quando l’impero romano è caduto…e di quando non lo è? Se dico “caduta dell’impero romano”, sono certo che la maggior parte di voi penserà al 476, alle invasioni barbariche, Romolo Augusto e via dicendo…
Tuttavia, non solo questa data è sbagliata…ma non è nemmeno l’unico anno proposto per la fine dell’impero romano! Oggi quindi facciamo un po’ di chiarezza sull’argomento, e vediamo sia la vera data che ben cinque date che sono sbagliate e perché – e le ultime due potrebbero sorprendere molti di voi.
Vediamo prima di tutto qual è il vero anno della fine dell’impero romano – e se la risposta non sarà di vostro gusto, be’ mi spiace ma la Storia dice proprio questo, al di là di ogni stereotipo e visione sbagliata. L’impero romano termina naturalmente nel 1453, con la conquista ottomana di Costantinopoli e la morte in battaglia dell’ultimo imperatore romano, Costantino XI. Certo, poi le ultime sacche romane sono conquistate nel 1460 e 1461, ovvero la Morea, cioè il Peloponneso, e Trebisonda, sulla costa anatolica del Mar Nero, ma l’impero romano di per sé si può dare senz’altro per finito il 29 maggio 1453.

Bene, e ora che abbiamo visto la data giusta…vediamo finalmente le cinque date nelle quali l’impero romano sicuramente non è caduto.
La prima data l’abbiamo accennata prima: il 476. La storia a grandi linee la conosciamo tutti: il comandante Odoacre depone l’ultimo imperatore romano d’occidente, Romolo Augusto, lo confina in Campania e invia all’imperatore romano a Costantinopoli, Zenone, le insegne del potere imperiale, rivendicando per sé unicamente il titolo di patrizio e ponendosi almeno di facciata come suo sottoposto.
Ora, semplificando moltissimo la vicenda, non fa una piega, ma è evidente che l’impero romano non cada: proprio perché c’è ancora l’impero romano e un imperatore che lo governa. Anche nelle fonti dell’epoca non si parla di caduta dell’impero, ma del fatto che i barbari ora dominano le province e, casomai, della morte dell’imperium – che è generalmente tutt’altra cosa rispetto all’impero come lo intendiamo noi. Inoltre, dobbiamo tenere presente che Romolo Augusto non è affatto l’ultimo imperatore romano in occidente: infatti, ha usurpato il trono di qualcun altro…e questo ci porta alla nostra seconda data sbagliata.
La seconda data nella quale l’impero romano non cade è il 480, anno della morte di Giulio Nepote…e chi era costui? È a tutti gli effetti il legittimo imperatore romano in occidente dal 474, ed è costretto ad abbandonare l’Italia nel 475 con la sollevazione militare del patrizio Oreste, che mette sul trono il proprio figlio…cioè Romolo Augusto.
Giulio Nepote si rifugia in Dalmazia. Da qui, formalmente riceve la sottomissione di Odoacre nel 476, come richiesto da Zenone, ma Nepote sa che la realtà dei fatti è che se vuole davvero esercitare il potere, dovrà abbattere Odoacre e conquistare l’Italia. Peccato che muoia, assassinato, nel 480, proprio mentre sta preparando una campagna militare.

Andrea Carandini, l’essenza della vita va ricercata in profondità


Un libro di Andrea Carandini che non conoscevo e che ho scoperto grazie a quest’articolo, contenente paradossalmente nozioni che sono contenute in quest’altro articolo preso da CarmillaOnLine: L’ultimo della classe. Mi riferisco a questi passi del noto archeologo:

“Ho avuto una vita lunga, ho 84 anni e ho sentito il bisogno di capire il senso della mia esistenza e di fare uno scavo in me stesso. Non sapevo che sarebbe stato così lungo e non sapevo com’era la mia vita prima di raccontarla. il nostro scrivere implica ripensare, ordinare. Io stesso rappresento la decadenza della mia famiglia che come tutte le famiglie borghesi non può durare mai più di tre generazioni. Al contrario di quelle aristocratiche, che sopravvivono secoli, perché basate sul privilegio e non sul merito. Io sono l’ultimo della mia classe”.

Cose che in qualche modo completano questo passo di Robert Kurz:

Il sistema sociale che indichiamo comunemente in una prospettiva storica con il nome di modernità o società moderna e in una prospettiva socio-economica come società capitalistica o capitalismo tout court è giunto a fine corsa e minaccia di schiantarsi. Buone notizie per gli oppositori del sistema? Non tanto. Il capitalismo ha già imboccato la strada che porta verso il cimitero dei pachidermi della storia. Il guaio è che a sotterrare il capitalismo non saranno audaci schiere di lavoratori organizzati, o qualunque surrogato sulla piazza, ma le sue stesse contraddizioni, che Kurz condensa nel concetto del “limite interno”. Il corollario di questa concezione è però che non è affatto detto che il capitalismo venga seguito da una nuova società più stabile e giusta, da un nuovo ordine coerente; al momento l’alternativa più probabile è che il capitalismo entri in una nuova “era delle tenebre”, caratterizzata dall’implosione delle istituzioni sociali e delle strutture economiche. Come ha detto altrove il nostro autore, “la prigione è in fiamme ma qualcuno ha serrato le finestre e i prigionieri sono bloccati al suo interno”.

Il Liberismo come forma estrema e finale di un processo storico molto lungo, in cui chi non è nobile ha cercato di accedere agli stessi benefici di radice imperiale (che Carandini conosce benissimo) degli aristocratici, non cambiando il sistema di oppressione ma operando un adeguamento, sempre precario e legittimato dal nulla, che ci ha portati allo sfascio attuale, che non è nemmeno lontanamente il peggio che ci possa capitare.

Cover reveal di Argyroprateia @Impero Connettivo, “Nèfolm e dintorni


Questa è la cover di Ksenja Laginja per la prossima uscita della collana L’orlo dell’Impero, DelosDigital editore: Argyroprateia, seconda puntata della serie “Nèfolm e dintorni”, dedicata alla capitale dell’Impero Connettivo, in cui vengono esplorati alcuni luoghi della metropoli che hanno lo stesso nome dei quartieri di Costantinopoli. L’ebook uscirà nei prossimi giorni, KeepTalking

L’ultima campagna romana in Italia (1155-1156). Manuele Comneno e la guerra in Puglia. – TRIBUNUS


Su Tribunus un lungo articolo che dettaglia quella che poi, dopo pochi secoli, diventerà l’agonia dell’Impero Romano, nella sua declinazione bizantina: la riconquista del Sud Italia – Puglia – nel corso del XII secolo. Sarà l’ultima volta che l’imperium romano metterà piede in Italia.

Durante la sua lunghissima Storia, l’impero romano perde in diversi momenti il controllo sull’Italia, culla stessa dello Stato romano e sede delle prime, importanti conquiste della sua Storia. Dopo averla perduta con la fine dell’imperium in Occidente nel V secolo, e dopo la riconquista giustinianea con la guerra gotica del 535-553, l’Italia viene faticosamente difesa, ma persa pezzo per pezzo.
Mentre il vescovo di Roma acquisisce man mano sempre più autonomia e si stacca dalla sudditanza imperiale, nel 751 i Longobardi conquistano Ravenna, ponendo fine all’Esarcato e alla presenza romana in Italia settentrionale.
A sud, invece, la presenza imperiale riesce a perdurare più a lungo, per quanto con enormi sforzi, ma l’arrivo dei Normanni nell’XI secolo fa infine crollare anche il Catepanato: dopo aver perduto tutto il meridione della Penisola, nel 1071 viene conquistata anche l’ultima roccaforte romana rimasta, Bari.
L’Italia è definitivamente perduta. Ma è tutt’altro che dimenticata: ci vuole qualche decennio, ma quando la situazione imperiale sembra finalmente stabilizzata (il periodo a cavallo tra XI e XII secolo è terribilmente difficile per l’impero, attaccato su tutti i lati e con un esercito da ricostruire), il desiderio di riprendere possesso delle terre perdute si fa sempre più forte nella mente dell’imperatore Manuele Comneno.

Quanto è certo è che, dopo la pace del 1158, nessun altro imperatore romano tenterà mai più una campagna per la riconquista dell’Italia. Dopo il tentativo fallito di Manuele Comneno, nonostante gli iniziali successi, l’Italia sarà per sempre separata dall’impero romano e definitivamente perduta.

Tenebre sull’impero | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di “Tenebre dell’Impero”, romanzo di Giorgio Smojver e Gianmaria Ghetta che indagano tramite la narrativa gli aspetti magici delle battaglie e strategie dell’alto impero di Roma.

Principato di Augusto, l’età dell’oro dell’impero: il mondo è in pace sotto il governo di Roma. Eppure, al confine dell’Italia, dove le Legioni hanno occupato le montagne indomite e misteriose solo da pochi anni, una magia terribile, più antica di Roma stessa, risorge. Solo gli Speculatores, la longa manus dell’imperatore, possono affrontarla.
Principato di Flavio Vespasiano: il dominio di Roma in oriente è scosso dalle guerre esterne e da quelle civili. Un’unità di élite, composta da legionari della Terza Legione Gallica e da cavalieri semibarbari di Pannonia, deve mantenere l’ordine, senza supporto da parte dei governatori romani deboli o corrotti. Scoprirà come, dietro quelle che appaiono semplici rivolte locali, si annidino potenze primordiali e arcaiche, forse di origine non terrestre.

Tre storie di magia, guerra e avventura, sullo sfondo di un’epoca storica straordinaria.

SILICIO #4 | la nuova carne


Silicio è una bella rivista. Arrivata al numero 4, contiene una quantità di argomenti, racconti, editoriali e tendenze che mi ricorda tanto NeXT – e se lo dico io… 🙂
Il magazine è in realtà una eZine, ed è la seconda volta che mi ospita con alcune mie piccole considerazioni; questa volta discetto dell’inumano, diffondendone il Manifesto – in realtà il mio è un contributo molto discorsivo, non ha i punti tipici di un Manifesto d’intenti, però lo è.

“Silicio” è acquistabile a 5€ cliccando qui; fatelo, davvero, ma non per il mio contributo bensì per tutta la rivista, che apre squarci di novità fresca e tremendamente novocarnista, e volge il Fantastico su nuove coordinate. Questi i contenuti:

Iconoclastia soft [editoriale], di Stefano Spataro

PROFONDITÀ
Manifesto programmatico dell’inumano, di Sandro Battisti
Surfing the New Wave – 1966, di Stefano Spataro
Philip Nixon e Tricky K. Dick: paranoia e impero tra pseudomondi e realtà storica, di Marco Tumiatti
Cinema del “diverso”. Non sempre l’alieno proviene da altri mondi, di Niccolò Ratto
Intervista a Salvatore Cuna, di Giorgio Borroni

MEDIA
[Libri] Ann e Jeff Vandermeer (eds.), Le visionarie – Fantascienza, fantasy e femminismo: un’antologia, di Irene L. Visentin
[B-Movies] Yoshihiro Nishimura,Tokyo Gore Police, di Roberto Beccalli

TRAME
Sotto-Satellite, di Charles Cloukey [tr. di Marco Tumiatti]
Cosmoscuro, di Antonio Amodio
Di solito ne sa più di te, di Matt Briar
Memento Mori, di Marco Tumiatti
Prontuario dell’accoppiamento intergalattico [A-E], di Pee Gee Daniel
Il Senzatesta, di Alessandro Montoro
Cyberfreejazz [6, 7, 8], di Stefano Spataro

 

L’Impero restaurato | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com, nell’ambito di Delos 239, l’incipit di L’Impero restaurato, romanzo Premio Urania 2014 uscito nuovamente quest’estate come numero 1 della collana L’orlo dell’Impero, per i tipi DelosDigital. Ve lo riporto qui sotto, ricordandovi che il romanzo è in vendita in ebook sul DelosStore e sugli altri store online al prezzo di 3,99€; copertina di Ksenja Laginja:

Quarta: L’Impero Connettivo è governato da una stirpe di principi semieterni ed estende il suo dominio sullo spazio e sul tempo, fino a intrecciarsi con un antico impero umano, quello di Costantinopoli. Romanzo Premio Urania 2014.
L’Impero attraversa una fase di particolare espansione: mentre cerca di colonizzare nuovi territori spaziotemporali, strane visioni di un tempo proveniente dall’Impero Romano d’Oriente di Giustiniano I si coagulano, trascendendo il piano stesso della realtà. Tra atti di fondazione di metropoli e tangibili comprensioni olistiche, quale sarà il divenire dell’Impero Connettivo? Cosa sperimenteranno l’imperatore nephilim Totka_II e il potente attendente postumano Sillax nello scontro col vorace impero romano?

Nuvole livide si addensavano sull’orizzonte, attaccandosi allo sguardo come colla. Lembi di nubi restavano avvinghiati ai crinali e si avvitavano al suolo in spire di foschia. La potenza del cielo aveva iniziato a scaricarsi sulla terra lungo il fronte in avvicinamento di una tempesta.
– È il momento giusto – disse lo sciamano, rivolto alla piccola folla che attendeva la sua prima mossa. Benché avesse oltrepassato la condizione umana dei suoi avi, indossava paramenti rituali che risalivano all’antichità.
Si diresse verso il recinto e prelevò una pecora scalciante. La sgozzò con sicurezza e indifferenza, mentre il turbine che spazzava la terra si gonfiava e si abbatteva sugli edifici, infrangendosi sulle pareti rinforzate da lastre di metavetro. Il sangue lasciato sul terreno dalla bestia e il suo lugubre lamento, uniti alla tempesta in arrivo, provocarono in lui un moto sinistro.
Il postumano attese gli ultimi spasmi dell’animale, sotto lo sguardo immobile dei presenti, pietrificati dall’orrore del sacrificio. I belati si fecero sempre più tenui. Quando cessarono, lo sciamano incise la carne della vittima immolata, affondando il coltello intarsiato da scene rituali nel fianco ancora caldo.
Dallo squarcio sotto le costole fu estratto il fegato, con cura e mosse sapienti, attente a non danneggiarlo. Le mani imbrattate di sangue lo depositarono su un tavolo di marmo. Un taglio longitudinale lo divise in due parti uguali.
Uno dei presenti si allontanò dal cerchio intorno all’officiante e vomitò. Il vento si stava abbassando, ora che la tempesta si era spostata altrove, verso la campagna, sempre più lontano dal centro abitato.
– Ora possiamo presagire il futuro – disse l’aruspice con voce rituale, lasciando che il silenzio che gravava tra loro li avvolgesse nella solenne colonna sonora del momento. Il catapano dell’Impero Connettivo Claudius, che era prossimo al tavolo, si lasciò andare alla mistica del momento e gli sembrò che ombre melliflue, viscose come ectoplasmi, si stringessero attorno a lui, comunicandogli qualcosa di urgente che non riuscì a interpretare.
– Vedete queste linee, queste cavità? – le parole stentoree dello sciamano si sovrapposero al calare del vento. – Sono precisi segni dell’oltremondo, indicano le volontà delle forze imperscrutabili riguardo al vostro progetto.
Così dicendo fissò Claudius, ancora assorto dalle simbologie arcane che vedeva concretizzarsi, scaturire dalle pozze di sangue sul terreno, quasi fredde. Si scosse dall’impasse e guardò fermo l’aruspice, ritrovando la loquela e scacciando il nugolo d’impressioni occulte che lo stordivano.
– Sei stato interpellato per essere preciso, i miei alti superiori vogliono da te indicazioni dettagliate sul futuro dei nostri atti, delle nostre fondazioni coloniche.
– Guardate il cardo e il decumano, la pars familiaris e la pars hostilis; osservate la pars àntica e quella postica e ponete la vostra attenzione su questa cicatrice…
– Indovino, non abbiamo bisogno di una lezione sull’arte collegata all’augurio. Noi vogliamo da te un responso preciso sui nostri progetti – lo interruppe Claudius, illuminato dalle direttive esplicite che aveva ricevuto dal plenipotenziario Sillax, emanazione postumana dell’imperatore connettivo Totka_II, incontrastato signore di stirpe nephilim dell’Impero Connettivo.

Il volto di Marte e le sue forme. Note su guerra asimmetrica e guerra simmetrica / 6 – Carmilla on line


Infine si arriva all’Ucraina. USA ed Europa, come è ampiamente documentato, hanno foraggiato il fascismo ucraino, politicamente, economicamente e militarmente, al fine di rovesciare il Governo filo russo e portare l’Ucraina all’interno dell’orbita Occidentale. Da qui la “secessione” della Crimea, l’occupazione da parte dell’esercito russo delle basi militari e navali ucraine presenti in Crimea ma non solo. Se la Crimea è stata l’epicentro dell’intervento russo, altre zone dell’Ucraina, giorno dopo giorno, sono finite tra le mani di milizie popolari armate, ampiamente foraggiate da Mosca, che hanno dato vita e forma a nuovi ordinamenti statuali. Ciò le rende, a tutti gli effetti, ben distanti dall’essere ascritti all’ambito dell’impolitico ma, pur a denti stretti, viene riconosciuto loro lo status di hostis. Nei loro confronti non esiste altra relazione se non quella propria della politica.
In poche parole, anche in questo caso, al di là dei balbettii di maniera, i potentati imperialisti Occidentali non sembrano in grado di reggere il colpo. Ma perché? Cosa comporterebbe, nel contesto, l’intervento militare? “Semplicemente” il riaffiorare di un conflitto bellico dove, tra i contendenti, la relazione non può che porsi sul piano della più completa simmetria. Un intervento militare contro la Russia o la Cina, o contro entrambe, non potrebbe essere ricondotto a quella sorta di videogame a cui, andando al sodo, si sono risolti i vari interventi bellici imperialisti compresi tra la Prima Guerra del Golfo e la disarticolazione della Libia. La guerra in Ucraina non potrebbe che assumere forme e tratti di un conflitto “classico” dove, per forza di cose, a essere coinvolti non sono semplicemente gli specialisti bensì le popolazioni. Esattamente dentro la “crisi ucraina” riaffiora prepotentemente il volto interstatuale della guerra. Un volto che, per molti versi, sembrava definitivamente essersi eclissato. Non si tratta di rimettere al centro il carattere simmetrico della guerra bensì di tenere a mente come, nel contesto attuale, simmetria e asimmetria rimandino ai contorni che la forma guerra ha assunto nella fase imperialista globale. Le due forme non si escludono e non è escluso che finiscano con il compenetrarsi. In Ucraina ciò si è già prefigurato.
In questo senso appaiono per lo meno dubbie tutta quella serie di argomentazioni, provenienti per lo più dai vertici militari Occidentali, che considerano del tutto superato e inattuale l’ipotesi della guerra interstatuale e, in conseguenza di ciò, la possibilità del ripetersi di un conflitto avente come protagonisti raggruppamenti politicamente organizzati. A nostro avviso, in tale argomentazione, vi è un errore di fondo poiché si finisce con il ribaltare alla radice la relazione mezzi – fini finendo con lo spostare l’attenzione sulla tecnica e ponendo la dimensione del “politico” fuori dalla scena. In tale ottica, il militare e tutto ciò che lo comprende, avrebbe esautorato il ruolo egemone del “politico” diventando forza autonoma e indipendente e non più “semplice” appendice del “politico”. Paradossalmente, le trasformazioni tecniche, avrebbero finito con il ribaltare la relazione classica tra politica e militare. Non sarebbe più il militare a essere compreso nella politica bensì il contrario. Che cosa avrebbe fatto saltare il paradigma della guerra tra blocchi statuali? La risposta è sin troppo semplice: la presenza dell’arma atomica prima e nucleare poi renderebbe obiettivamente obsoleto il combattimento di tipo tradizionale ma non solo. La presenza di questo armamentario renderebbe, di per sé, impensabile una reiterazione del conflitto nella sua forma “classica”.
Certo, se nella politica prendesse il sopravvento un tratto decisamente irrazionale, il potenziale distruttivo a disposizione delle più diversificate forze militari è tale che, a noi, non resterebbe altro da fare che scrivere un Urania con al centro le vicende dei pochi umani, per di più sotto le sembianze di mutanti, sopravvissuti al post bomba. Scenario possibile, come ipotesi di scuola, ma altamente improbabile e, questo il punto, neppure troppo nuovo. Nel corso della Seconda guerra mondiale le armi di distruzione di massa “non convenzionali” erano equamente suddivise tra tutti i contendenti. A nessuno, neppure ai nazisti, venne minimamente in mente di farvi ricorso. Certamente non per bontà d’animo ma per il semplice motivo che, la reazione, sarebbe stata di pari portata. Hitler avrebbe potuto intossicare Londra ottenendo il solo risultato di vedersi Berlino asfissiata tanto quanto.

Questo è l’incipit, per quanto mi riguarda da incorniciare, di un articolo di Emilio Quadrelli comparso oggi su CarmillaOnLine; e cosa c’è da aggiungere, se non un applauso per la fredda e lucida analisi che Emilio fa?

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