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Archivio per Impero Romano

TEMPIO DI ERCOLE SULL’APPIA ANTICA | RomanoImpero


Su RomanoImpero un piccolo trattato archeologico riguardante una delle migliaia di rovine e meraviglie che circondano Roma, reperti lasciati all’aria aperta, senza protezioni, senza che ci sia una valorizzazione che all’estero, per esempio, riguarda sassi e oggetti senza valore passati per mirabilie senza paragoni.
Sull’Appia Antica, nei pressi di Ciampino è possibile ammirare un tempio di Ercole le cui rovine intrigano e lasciano trasparire vibrazioni; un estratto dall’articolo dove si riportano passi dell’archeologo Marco Bellitto:

Nello studio riguardo alcuni monumenti della via Appia nel nostro territorio dei Colli Albani, ricordo che uno dei rompicapo era stato quello di essermi imbattuto nel racconto del rinvenimento delle gambe dell’Ercole Farnese nei pressi di Frattocchie nel 1560, come ricordava il Condivi nelle note alla “Vita di Michelangelo”. Non riuscivo a collegare questa storia con tutto quello che riguardava Frattocchie e la sua storia legata alle vicende dell’antica Bovillae. Un suggerimento insperato mi venne da una confidenza del mio amico Armando che mi ricordò come Marziale nei suoi Epigrammi, descrivesse la statua dell’imperatore Domiziano nelle vesti di Ercole e di un tempio presso I’VIII miglio della via Appia dedicato allo stesso imperatore:
“Herculis in magni vultus descendere Caesar dignatus Latiae dat nova templa viae: qua triviae nemorosa petit dum regna viator, octavum domina marmor ab urbe legit”, trad. “Cesare degnatosi di abbassarsi all’aspetto del grande Ercole, dona nuovi templi alla via del Lazio (Appia) ove il viaggiatore mentre si incammina verso i regni boscosi della dea Diana legge l’ottava pietra miliare dalla città sovrana” (Marziale Epigramm Libro ‘X, epig_ LXV).

II fatto poi che nel secolo scorso sia la tenuta sia la stazione di Frattocchie coincidessero con l’attuale territorio di Ciampino nei pressi dell’aeroporto, rendeva ancor più concreta la mia ricerca. Fu cosi che un sabato mattina con un gruppo di amici decidemmo di cercare qualche indizio visto che anche alcuni recenti studi e articoli, riguardo al tempio di Ercole all’Vlll miglio, smentivano l’attestazione di tale sito sino allora considerato come dimostrano le foto Alinari o gli studi e le mappe topografiche realizzati a riguardo in passato, proponendolo invece come un sorta di grande mercato nei pressi del monumento conosciuto come ‘Berretta del prete”.
Ripercorrendo a piedi la via Appia dal miglio attestato presso la Stazione di Santa Maria delle Mole in direzione verso Roma, nel ricalcolare le distanze con l’ausilio di un apparato GPS, notavamo che l’VIII miglio poteva ricadere prima dell’incrocio con via dl Fioranello e avevamo tutti la percezione che fossimo sulla strada giusta per una scoperta che si sarebbe rivelata straordinaria.

La zona conosciuta in passato come Tenuta del Palombaro o Tenuta Maruffi e ora in parte di proprietà del principe Boncompagni-Ludovisi, già resa famosa nei secoli passati dal rinvenimento dl numerose statue che oggi si trovano nei musei più famosi al mondo, si presentava come un luogo selvaggio e abbandonato; con la tomba di Gallieno circondata dai ponteggi di restauro e una Pineta mal frequentata. Nelle stesse vicinanze un’antica cava abbandonata meta di scalatori appassionati del moderno climbing: una cava di basalto originatosi circa 290 000 anni fa dall’ultima colata del Vulcano Laziale, detta di “capo di Bove” dal fatto che il flusso del magma si era arrestato nei pressi del Mausoleo di Cecilia Metella, prendendo cosi il nome dai “bucrani”, ossia quelle teste dl crani del buoi scolpite nei fregi dello stesso mausoleo.
La scoperta più Importante avvenne proprio all’ingresso di un viale che conduce a una nota azienda, la Riserva della Cascina, un’azienda vitivinicola a conduzione familiare che produce dei vini eccellenti, rispettando le tradizioni di quei contadini che per la qualità dei prodotti hanno fatto la storia del nostro territorio.
A ridosso delle macerie che costeggiano l’antico tracciato della più famosa via romana, in quel tratto ci trovammo di fronte a delle enormi cornici scolpite nel marmo lunense di tali dimensioni e dalle modanature cosi decorate da non lasciar alcun dubbio sul Sito ritrovato, quello del tempio di Ercole edificato da Domiziano all’Vlll miglio della Regina Viarum che potrebbe riservarci molte belle sorprese e forse ancora restituirci il braccio e la mano sinistra originaria mancante alla statua di Domiziano, oggi Ercole Farnese, che possiamo ammirare nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

SPK – In Flagrante Delicto


Momenti di dedizione mistica in odor di politica totalitaria.

I Romani e il culto di Iside


Su Tribunus una trattazione sul culto di Iside e sulla sua diffusione nel mondo antico – e infine, perché no, anche moderno. Un estratto:

Il culto di Iside venne assimilato dal mondo greco ed ellenistico dopo la conquista dell’Egitto da parte di Alessandro Magno, nel 332 a.C.
Ciò è ben dimostrato dalle innumerevoli nozioni teologiche, che i Greci ci hanno lasciato riguardo questa divinità, nonché dalle raffinate produzioni artistiche, come quelle visibili nel Serapeum (tempio di Iside e Serapide) ad Alessandria d’Egitto. In età ellenistica, la Iside venne assimilata a varie divinità del pantheon greco, diffondendosi poi in tutto il Mediterraneo, fino a Roma, dove il Senato tuttavia ne osteggiò il culto già a partire dal 59 a.C., ben prima della conquista dell’Egitto da parte di Augusto.

Dopo la riduzione dell’Egitto a provincia romana, tracce di culti isiaci si riscontrano anche nelle regioni estreme dell’Occidente romano (Gallia, Germania, Britannia).
Particolare rilevanza hanno i culti misterici legati a Iside, praticati soprattutto dalle donne. A Roma, nel 38 d.C., l’imperatore Caligola fece erigere un tempio alla dea – al contrario di Augusto, che tentò invece di abbattere le porte di un altro tempio isiaco a colpi d’ascia.

La particolarità di Iside sta nel fatto di incarnare in sé varie caratteristiche, che nella mentalità greco-romana ne permettevano anche l’associazione con altre divinità femminili già esistenti, in particolare Diana, Artemide, e Venere. Un’iscrizione, del resto, ricorda Iside come la “dea dai molti nomi” (myrionymos).

Iside ricordava la dea Diana/Artemide, come ben testimoniato da opere di pregio dell’arte greca e romana, come le rappresentazioni dell’“Artemide di Efeso” (uno degli esemplari più belli è conservato presso Villa Albani a Roma). La divinità è raffigurata con molti seni, avente in capo un faro e a volte una falce di Luna crescente, attorniata da vari animali tra cui gatti, capre, e leoni. In queste sculture si nota il sincretismo e l’utilizzo di più simboli associati sia all’una che all’altra dea.

Così Apuleio:

“Finalmente sfilarono le schiere degli iniziati ai sacri misteri, uomini e donne di ogni condizione e di tutte le età, sfolgoranti nelle loro vesti immacolate di candido lino, le donne coi capelli profumati e coperti da un velo trasparente, gli uomini con il cranio lustro, completamente rasato, a indicare che erano gli astri terreni di quella grande religione; inoltre dai sistri di bronzo, d’argento e perfino d’oro, traevano un acuto tintinnio.
Seguivano poi i ministri del culto, i sommi sacerdoti, nelle loro bianche, attillate tuniche di lino, strette alla vita e lunghe fino ai piedi, recanti gli augusti simboli della onnipotente divinità. Il primo di loro reggeva una lucerna che faceva una luce chiarissima, però non di quelle che usiamo noi, la sera, sulle nostre mense, ma a forma di barca, e tutta d’oro, dal cui largo foro si sprigionava una fiamma ben più grande.
Il secondo era vestito allo stesso modo ma reggeva con tutte e due le mani degli altarini, i cosiddetti ‘soccorsi’, a indicare la provvidenza soccorritrice della grande dea; il terzo portava un ramo di palma finemente lavorato in oro e il caduceo di Mercurio, il quarto mostrava il simbolo della giustizia: una mano sinistra aperta. Questa, infatti, lenta per natura, priva di particolari attitudini e di agilità, pareva più adatta della destra a raffigurare l’equità. Costui, inoltre, portava anche un vaso d’oro, rotondo come una mammella, dal quale libava latte, un quinto recava un setaccio d’oro colmo di rametti anch’essi d’oro e un altro un’anfora.”

A tavola con i Romani d’Oriente | Tribunus


Su Tribunus l’evoluzione dei costumi alimentari all’interno dell’Impero Romano d’Oriente, dal Tardo antico al Medioevo. L’intero articolo:

La cucina costantinopolitana tra tarda antichità e medioevo si inserisce nella tradizione greco-romana, senza esserne tuttavia una sua mera imitazione. Il pane era sicuramente l’alimento fondamentale, con un consumo pro capite giornaliero di 325/600 grammi.

La farina, a partire dal VII secolo, si ricavava dal tricinum durum (il grano duro), più facile da trebbiare rispetto al triticum aestivum (grano tenero) d’età precedente. Al pane poteva esser accompagnata una sorta di zuppa di cereali con farro, frumento, ed orzo.

Il riso era già noto da tempo, ma non era coltivato. Ciononostante ebbe un grande diffusione, specie sotto forma di base per i dolci.
Sappiamo, per esempio, che l’imperatore Costantino VII era goloso di budino di riso.

La frutta cotta con miele e spezie accompagnava i piatti a base di carne, ma era anche molto apprezzata la frutta secca.

Nell’alimentazione costantinopolitana non mancavano legumi come lenticchie, piselli e fave. Era consumato inoltre un gran numero di verdure. Latte e latticini erano molto apprezzati. Dalle province settentrionali provenivano il burro e la panna.
Era noto anche lo yogurt, che proveniva dalle steppe euro-asiatiche.

La carne più diffusa era di sicuro quella di pollo. Altri volatili, come fagiani e pavoni, erano riservati ai nobili. Della gallina si mangiavano anche le uova, che a volte potevano servire per preparare una specie di omelette, detta sponghata. Altre carni erano quelle di suino, ovino, e bovino, ma queste erano consumate in quantità minori. Molto diffuso era il consumo di pesce, fresco o in salamoia.

Il mare intorno a Costantinopoli costituiva una grande risorsa ittica, e spesso il pesce sostituiva la carne nei piatti, particolarmente di quelli dei ceti più bassi. Anche il vino era un alimento importantissimo, ed era addirittura previsto nelle razioni destinate agli schiavi. A colazione e cena (due dei tre pasti della giornata) si beveva vino allungato con acqua.

Quanto guadagnavano i soldati romani? – TRIBUNUS


Su Tribunus un ottimo post sullo stipendio che i soldati romani hanno ricevuto nell’arco della storia romana, Costantinopoli compresa, fino all’anno 1000. Un estratto:

Essere un soldato, per i Romani, non è sempre stato un mestiere per il quale viene corrisposta una paga. Per lungo tempo, fare il soldato non fu è impegno a tempo pieno, e anche quando ciò avviene, le prospettive di accumulare denaro sono molto basse, legate specialmente al buon successo delle campagne militari.
Nel corso dei secoli questa situazione cambia parecchio, particolarmente verso la fine della tarda antichità, quando la volontà degli imperatori di tagliare lo stipendio dei soldati (nel frattempo fattosi piuttosto alto rispetto al passato) è causa di ammutinamenti e ribellioni.
Sia l’ammontare della paga dei soldati, che la sola concezione che si ha di essa, muta moltissimo nel corso dei secoli, anche se non esattamente di pari passo con i mutamenti della macchina bellica romana.

L’alimentazione del soldato romano tardo antico (IV-VII sec.) – TRIBUNUS


Su Tribunus un articolo che descrive l’alimentazione del soldato romano dell’epoca tardo-antica, un menu un po’ diverso da quello dell’epoca repubblicana e alto-imperiale. Un estratto della disquisizione:

L’alimentazione del miles romano tardo antico era costituita solitamente da pane, vino, olio e carne (castrato o maiale salato). Al 560 d.C. risale un papiro egiziano che illustra come le truppe dovessero ricevere ogni giorno quattro libbre di pane (ca. 1,3 kg), una di carne, circa un litro di vino e dell’olio.

Il quantitativo di pane descritto dal papiro corrisponde al choenix di pane menzionato da Procopio di Cesarea nelle sue Guerre, e in genere tutti gli alimenti descritti nel papiro sono in linea con disposizioni dei due secoli precedenti in materia.
Il codice teodosiano, emanato dall’imperatore Teodosio II nel 438, riporta che:”buccellatum ac panem, vinum quoque atque acetum, sed et laridum, carnem verbecinam“, ossia che ogni soldato avrebbe dovuto ricevere “il bucellatum e il pane, vino ed aceto, ma anche lardo e carne di castrato”.
Questa disposizione inserita nel codice teodosiano del resto era una legge già emanata nel 360 da Costanzo II, facendo dunque intuire la stabilità e la longevità di questo sistema.

La stessa disposizione prevedeva con precisione anche in che giorni e con che cicli i soldati avrebbero dovuto mangiare determinati alimenti, particolarmente quando impegnati in una campagna militare: due giorni di bucellatum e uno di pane, il vino a giorni alterni con l’acetum, due giorni di carne di castrato seguito da un giorno di lardo. Quando l’esercito si trovava in guerra il pane era generalmente alternato al buccellatum, una galletta militare composta da acqua, farina, olio, e sale. Questa doveva risultare alquanto dura e veniva cotta due volte a basse temperature per molto tempo.

Il bucellatum poteva esser mangiato secco o inzuppato nella posca, una bevanda molto dissetante. Quest’ultima si otteneva mescolando acqua e aceto di vino, ai quali a volte potevano essere aggiunti miele o spezie per migliorarne il sapore. L’acido acetico eliminava gran parte dei microorganismi responsabili dei disturbi gastrici, riducendo così il rischio di dissenteria.
Quanto al vino, una disposizione del 398 che si ritrova già nel codice teodosiano e incorporata nel codice giustinianeo indica come dovesse essere fornito vino di stagione, probabilmente novello, a partire da novembre, e non vino vecchio. Quest’ultimo avrebbe avuto infatti un costo eccessivo.

La chiesa di Sant’Urbano alla Caffarella | ilcantooscuro


Sul blog di Alessio Brugnoli un post che riguarda la storia di Roma, un piccolo angolo, un episodio marginale che contiene, però, aspetti politici che si risolvono in una sorta di religione, qualcosa che per acquisire prestigio si trasforma in una forma messianica, lo stesso passaggio che utilizzano ora le multinazionali attraverso lo strumento dell’epica aziendale, così da acquisire un incedere mistico, inattaccabile, illuminato.

Nell’epoca tetrarchica (dell’Impero Romano, ndr) i palazzi assolvono sempre più il compito di celebrare la sacra persona dell’imperatore e preparare il suo culto post mortem e, in maniera simile a quanto avvenuto due secoli prima sul Palatino a Roma, le residenze si dotano di peculiari complessi architettonici, che ricorrono analoghi di Capitale in Capitale, diventando strumenti di affermazione e autocelebrazione: il circo costituisce il luogo dove preferenzialmente l’imperatore, ottenendo applausi e consensi, si rapporta al popolo, mentre nell’aula palatina riceve l’omaggio-adorazione della sua corte (proscinesi). Infine l’unione di palazzo e mausoleo nell’ambito di complessi residenziali imperiali testimonia la nuova condizione del princeps, ormai divenuto dominus et deus: il mausoleo ha funzione di anticipare e preannunciare la prossima divinizzazione di chi l’ha costruito e assicura al divus la prosecuzione degli stessi onori a lui riservati, in vita, nel circo.

Cammei


L’immagine di un cammeo imperiale sovrasta ogni ridefinizione personale, creativa, del senso di mancanza.

Vividezza quantica


Riscrivo ogni istante dell’immaginazione seguendo un blando sentiero, evanescente, in cui le caselle prendono vividezza con vibrazioni quantiche.

Soppesando


Assaporando i filamenti di Storia minuta che non hai mai conosciuto prima, cercando le parole e poi le immagini di un periodo misconosciuto, soppesando le conseguenze fino a oggi…

The Nefilim

Fields Of The Nephilim

AppartenendoMI

Ero roba Tua

AERIA VIRTUS

"L'unico uccello che osa beccare un'aquila è il corvo. Si siede sulla schiena e ne morde il collo. Tuttavia l'aquila non risponde, nè lotta con il corvo, non spreca tempo nè energia. Semplicemente apre le sue ali e inizia ad alzarsi piu'in alto nei cieli. Piu' alto è il volo, piu' è difficile respirare per il corvo che cade per mancanza di ossigeno".

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Sanguinarie Principesse

E del viaggio nulla mi resta se non quella nostalgia. (N. Hikmet)

Cavallette neanche tanto Criptiche

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CARTESENSIBILI

Colui che non riesce a trovare spazio per gli altri manca di comprensione, e a chi manca di comprensione tutti risultano estranei.- Zhuāngzǐ

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"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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