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Archivio per Impero Romano

Epoche vive


Sorprese che sembrano lampi infrarossi notturni, sottigliezze che appaiono bizantinismi di un’epoca che non è mai morta.

Giuliano, l’imperatore Apostata | STORIE ROMANE


Su StorieRomane un profilo dell’imperatore Giuliano l’Apostata, chiamato in modo così dispregiativo dai Cristiani che mal tolleravano il ritorno al paganesimo propugnato dal principe. Purtroppo finì male, fu una sorta di restaurazione la sua, ma i tempi erano irrimediabilmente cambiati e nulla si poté fare per arginare l’onda montante di fanatismo, violenza, soprusi di cui i cristiani di quel tempo – e del successivo – si fecero autori.

Giuliano si dimostrò un buon amministratore e comandante, vincendo gli alemanni ad Argentoratum (Strasburgo) nel 357 d.C. venne infine acclamato Augusto e imperatore dai soldati gallici nel 360, scontenti alla notizia di Costanzo II che aveva chiesto quei reparti per la sua campagna persiana. Giuliano tentennò, ma infine accettò: non si venne allo scontro solo perché Costanzo II morì prima, in Cilicia: l’imperatore pagano era rimasto unico imperatore (pare che Costanzo lo avesse adottato in punto di morte).
Dopo la morte di Costanzo, il 3 novembre del 361, Giuliano rimase unico imperatore, senza avere altri oppositori; raggiunse Costantinopoli senza problemi, grazie all’appoggio di Saluzio, che era stato suo quaestor sacri palatii in Gallia e che, allontanato da Costanzo, aveva permesso poi di farlo accogliere pacificamente in oriente. Giuliano promosse innanzitutto il culto pagano a discapito del cristianesimo, nonostante un primo editto di tolleranza del dicembre 361, impedendo poi ai maestri cristiani di insegnare (dicendo che gli insegnamenti, perlopiù pagani, erano in contraddizione con la fede), dall’estate del 362. Anche per questo motivo, e per aver rinnegato gli insegnamenti ricevuti in tenera età, venne chiamato dai cristiani Apostata.

Tuttavia Giuliano non perseguitò mai direttamente i cristiani, cercando invece di favorire in ogni modo i pagani, realizzando una gerarchia sacerdotale analoga, e di combattere la povertà, togliendo dunque due delle basi su cui la fortuna del cristianesimo si basava. Scrisse anche moltissimo, tra cui il Misopogon (Odiatore della barbara), un’operetta satirica contro chi, ad Antiochia, lo prendeva in giro per la barba. Ancora più famoso fu Contro i Galilei, in cui l’imperatore muoveva un durissimo attacco ai cristiani, definendo la religione dei seguaci di Cristo basata essenzialmente sulla superstizione e credenze erronee e prive di fondamento. Ma comunque Giuliano era un filosofo, e fu più che altro un propugnatore del neoplatonismo. In seguito alla sua morte, avvenuta durante la ritirata della campagna persiana, vennero ripristinati gli antichi privilegi ai cristiani, la cui religione diverrà con Teodosio religione di stato.

Recensione: “I Bizantini in Italia”, di Giorgio Ravegnani – TRIBUNUS


Su Tribunus la recensione a I Bizantini in Italia, saggio storico di Giorgio Ravegnani che indaga i secoli in cui i Bizantini – ma sarebbe più corretto dire i Romani d’Oriente, alla fine sempre i Romani – tentarono di riprendere e governare a lungo l’Italia, come parte integrante di un impero che si dichiarava ed era romano a tutti gli effetti. Un estratto:

Per quanto Ravegnani, da buon accademico, userà “Bizantini” per tutto il testo, ci tiene a sottolineare come questo sia un uso che non riflette la realtà delle cose. La sua premessa funge anche da utile introduzione e riassunto al tema. Vediamone uno stralcio.

“I Bizantini in realtà non sono mai esistiti: essi chiamavano se stessi ‘Romani’ e la definizione con cui li indichiamo è un portato della cultura moderna che così li indicò per distinguerli dai Romani dell’epoca classica. E lo facevano a ragion veduta dato che ciò che noi abitualmente definiamo bizantino altro non era che l’evoluzione dell’impero romano di Oriente. […] nel 330 […] iniziarono a differenziarsi due realtà statali, Occidente e Oriente romano […]. La divisione non significò la fine di ogni rapporto: dal punto di vista giuridico lo stato romano continuò a essere considerato unico e, nella pratica, Costantinopoli intervenne in più occasioni, direttamente o indirettamente, nelle fasi cruciali del dissolvimento dell’altra metà dell’impero. Nel secolo successivo poi i Bizantini arrivarono in armi per ricondurre sotto il loro dominio quanto dai barbari era stato sottratto, illegalmente secondo il loro punto di vista. Iniziava così la lunga storia dell’Italia bizantina che, sia pure con vistosi cambiamenti territoriali, si protrasse fino alla seconda metà dell’XI secolo.”

Il prof. Ravegnani, più avanti nel libro, riconosce anche un’accelerazione della trasformazione sotto Eraclio, ma con questa premessa siamo rassicurati sul fatto che i Bizantini di cui leggiamo altro non sono che, ovviamente, i Romani. Inizia così l’avventura nell’Italia bizantina. Come accennavo sopra, un’avventura lunga quasi settecento anni.

Infatti Ravegnani non si limita a partire da Giustiniano (imperatore al quale il professore ha dedicato numerose pubblicazioni, come L’età di Giustiniano, La corte di Giustiniano, Soldati e guerre a Bisanzio, Il secolo di Giustiniano) e dalla riconquista dell’Italia con la guerra gotica, ma parte da più lontano. Il primo capitolo, “Collaborazione e conquista” (il più lungo del libro) prima di lanciarsi nella lunga guerra tra Romani e Ostrogoti, dedica infatti diverse pagine agli interventi dei Romani d’Oriente in Occidente tra IV e V secolo, a partire dalle campagne di Teodosio contro Magno Massimo prima, contro Eugenio e Arbogaste poi.

Nell’antica Roma c’erano anche le “prostitute del cimitero” – Vanilla Magazine


Su VanillaMagazine un bel post che indaga le consuetudine postribolari del mondo romano, in particolare si pone l’accento sulle prostitute che in un modo assai gothic, diremmo così oggi, consolavano i parenti dei defunti all’interno dei cimiteri. Un estratto:

Le bustuariae, chiamate anche nocticulae, esercitavano di notte all’interno dei cimiteri. Incarnavano il lato oscuro della prostituzione, esaltato anche da un certo aspetto fisico che oggi definiremmo dark: incarnato pallido e volto senza espressione, sguardo gelido quasi da defunta e movimenti del corpo lentissimi.

Solitamente il primo approccio con i clienti avveniva durante un funerale, visto che la maggioranza delle bustuariae di giorno lavorava come prefica e piangeva per morti sconosciuti. Secondo il poeta romano Marziale erano i vedovi recenti a essere attratti dalle bustuariae, per quel loro modo lugubre e lamentoso di gemere durante l’amplesso, disposte ad assecondare fantasie macabre, come fingere di essere un cadavere o consumare il rapporto sulla terra appena scavata di una tomba.

Ascesa e caduta: le statue a Costantinopoli – prima parte – Piervittorio Formichetti – EreticaMente


Su Ereticamente un lungo articolo che indaga l’arredo imperiale di Costantinopoli, nell’arco della sua esistenza millenaria. Un estratto:

Le statue nelle città bizantine ebbero un ruolo non certo secondario. Uno dei più importanti edifici antichi era senza dubbio l’ippodromo o circo, adibito alle gare di corsa dei carri tirati da cavalli, che i Romani avevano assimilato durante le conquiste ellenistiche. La sua struttura e la sua forma divennero tipiche del mondo romano: una lunga area di terreno approssimativamente a forma di U, divisa longitudinalmente da un terrapieno o da un muro detto spina, su cui potevano essere poste statue e obelischi. In epoca tardoantica il circo divenne un luogo sempre meno rappresentativo di “pure” gare sportive, e sempre più un luogo di celebrazione dello «spettacolo imperiale»; per esempio, nell’ippodromo di Costantinopoli l’imperatore Teodosio I (379-395) fece collocare un obelisco egizio del 1500 a. C., e lungo la spina, tra le gradinate e sotto le arcate sovrastanti le stalle dei cavalli erano state collocate statue provenienti da diverse parti del mondo greco-romano, da quella dell’imperatore Diocleziano (inizio del IV secolo) fino ad alcune realizzate quasi mille anni prima dal celebre scultore greco Fidia. Gli aurighi erano veri e propri vip, come i calciatori dei nostri giorni; essi gareggiavano per una delle due squadre o fazioni maggiori, gli Azzurri (per i quali probabilmente parteggiava lo stesso imperatore Giustiniano I, regnante dal 527 al 565) e i Verdi, o a una delle due minori, i Bianchi (dalla parte degli Azzurri) e i Rossi (dalla parte dei Verdi). Potevano essere ingaggiati da una o dall’altra fazione per poi eventualmente ritornare alla prima, e in occasione delle loro vittorie più importanti, i demi – cioè i tifosi – facevano erigere statue dei propri campioni. Dunque nell’impero romano d’Oriente esisteva una statuaria privata e “amatoriale” dedicata alle celebrità dell’ippodromo, permessa dallo Stato e mal sopportata dalle autorità della Chiesa cristiana, ma indipendente da entrambi.

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Dal pulvinarium


Le fronde si aprono sulla pianura sottostante come un pulvinarium sulla platea cruenta. La vertigine colpisce profondamente, rimane da inspirare con una forza che non pensavi di avere, tra i brividi.

Roma e Bisanzio: un confronto | Impero Romano d’Oriente 330-1453 la sua storia


Su ImperoBizantino un’interessante comparazione tra Roma e Bisanzio, sulle affinità più che divergenze tra la prima parte storica e la successiva, che hanno donato allo Stato romano un arco di tempo dominante di più di duemila anni, finito da appena cinque secoli. Un corposo estratto:

Roma e Bisanzio: due città, due realtà, due mondi ritenuti per troppo tempo dissimili, inconciliabili, quasi fossero alieni e non già nati e animati da un unico spirito, un’unica matrice, in altre parole l’idea di Impero, entità capace di raccogliere e riunire miriadi di genti diversissime tra loro per razza, cultura e religione.
Per secoli l’Impero Orientale è stato considerato con sufficienza, tanto da meritarsi l’epiteto “bizantino”, quasi con intento denigratorio, rispetto alla denominazione effettiva, ossia quella di Romano d’Oriente. I suoi abitanti, infatti, si chiamavano Romei, o Rhomaioi, e questo sta a testimoniare la continuità della tradizione, rispetto agli indegni epigoni franco-germanici. Cos’ha infatti l’impero di Carlo o di Ottone per dirsi “Romano”? Poco, per non dire nulla. E quello “Bizantino”? Molto, per non dire tutto.
Certo, differenze ve ne furono, ed alcune sostanziali, ma esse non giustificano minimamente il ghetto in cui la realtà bizantina è stata relegata in passato. Definita come una sorta di Gezabele corrotta e sanguinaria, colpevole di aver tradito gli antichi ideali del mondo greco-romano, essa rappresenta invece la rivalsa e la sopravvivenza di Roma nel mondo medievale.
È curioso osservare le affinità di ambedue le città sin dalla loro genesi: entrambe hanno un fondatore eponimo (Romolo e Byzas) dai connotati mitico- leggendari, entrambe sorgono su sette colli ed entrambe occupano una locazione strategica assai notevole. Roma, infatti, è punto d’incontro tra il mondo Etrusco a nord e quello Greco a sud, e si giova di un clima favorevolissimo; Bisanzio è sul Bosforo, chiave per i traffici nel Mar Nero sino alle steppe ucraine, vero granaio europeo. Non a caso sarà lungamente contesa dalle potenze via via egemoni nel corso delle guerre fratricide greche: si può ben dire allora che chi tiene il Bosforo domina l’Egeo, e chi tiene Bisanzio domina il Bosforo. Tali caratteristiche non devono essere considerate oziose o frivole, se si pensa che furono i motivi che animarono Costantino I nella scelta della nuova capitale, giunta alla luce il fatidico giorno del 11 maggio dell’anno 330. Egli agì spinto da presagi e superstizioni (uno su tutti: la costa orientale del Bosforo rammentava troppo il fato funesto di Ilio) ma anche da uno spirito ben più pragmatico : dalla Tracia infatti l’Imperatore riusciva a raggiungere agevolmente le frontiere sarmatiche e persiane, da troppo tempo fonte di gravosi problemi per l’Impero. Da allora in poi la storia futura di Bisanzio si muoverà sui solchi già tracciati da Roma, cercando di emularne la grandezza e la fama. Se i confini geografici di Bisanzio muteranno di volta in volta, quelli ideali saranno sempre rivendicati
.

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Fine o trasformazione dell’impero romano? | STORIE ROMANE


Su StorieRomane un bel post che sviscera alcuni punti che non mi erano chiari sulla fine dell’Impero Romano d’Occidente. Dalla disamina ne consegue che ci fu un lungo periodo, circa mezzo secolo, in cui la giurisdizione imperiale in Italia rimase vaga, inizialmente a intero appannaggio di Costantinopoli ma poi, in qualche modo, legalmente di ritorno in Occidente – salvo che qualcosa non quadrava del tutto nel definire lo Stato imperiale d’Occidente, perché Teodorico aveva sì le insegne imperiali, ma era un barbaro, un re e non un imperatore, e ciò giuridicamente faceva la differenza: Costantinopoli si riconfermava come l’unica Capitale rimasta dell’Impero Romano; questo giustificò quindi la guerra di restaurazione di Giustiniano che volle riprendersi, oltre tutto l’Occidente possibile, anche quello che era stato una sorta di Protettorato italico caduto in disgrazia. Incollo:

L’imperatore d’Oriente Leone pose sul trono d’occidente un suo lontano parente, Giulio Nepote, nel 474, ma non riuscì a fermare la secessione da parte dei barbari di Spagna e Gallia. Alla fine, quando nel 475 venne deposto da Flavio Oreste, suo magister militum, per dare la porpora al figlio Romolo, Leone non riconobbe il nuovo imperatore, ma non fece neanche nulla per Nepote, rivelatosi incapace di gestire la situazione. Il nuovo imperatore aveva all’incirca tredici anni quando assunse la porpora il 31 ottobre del 475 e prese il soprannome ironico di Augustolo (piccolo Augusto). Nel frattempo Giulio Nepote, dopo che il 28 ottobre Oreste era entrato a Ravenna, si rifugiava in Dalmazia, dove suo zio era stato governatore e aveva molti contatti. Sarebbe poi morto lì nel 480.

Di fatto il potere era retto dal padre Oreste, nativo della Pannonia, che che aveva prestato inizialmente servizio sotto Attila. Il Senato tuttavia non riconobbe mai il nuovo imperatore, né lo fece l’imperatore d’oriente Zenone. Fu allora che Odoacre, a capo dei barbari di stanza in Italia, chiese come compenso terre in Italia, secondo il regime romano dell’hospitalitas, che prevedeva di darne un terzo ai barbari. Al rifiuto di Oreste, i due vennero allo scontro: sconfitto e ucciso il padre, Odoacre depose poi anche Romolo, esiliandolo.

Odoacre, acclamato rex gentium (di tutti i popoli), diversamente dai suoi predecessori, decise di non nominare un nuovo imperatore, ma di inviare le insegne imperiali a Costantinopoli, riconoscendo Zenone come unico imperatore romano, chiedendo per se il rango di patricius e magister militum. Zenone rispose freddamente, dicendo che il vero imperatore era Giulio Nepote, in Dalmazia, ma privatamente inviava lettere riconoscendolo patrizio. Quando Giulio Nepote morì nel 480, Odoacre rimase unico padrone del grosso della ex diocesi Italiciana.

Teoderico, che successivamente aveva spodestato Odoacre, si fece subito rimandare indietro le insegne imperiali ed ebbe inizialmente buoni rapporti col Senato. Quest’ultimo allo stesso modo andava d’accordo col sovrano: alcuni senatori chiamarono Teoderico princeps e augustus in un’epigrafe. Una cronaca del tempo, l’anonimo valesiano paragona Teoderico Traiano Valentiniano. Cassiodoro non si fa scrupoli a tratteggiarlo come un princeps. Nel 500, per festeggiare il suo trentesimo anno di regno, Teoderico va a Roma. In tutto e per tutto la festa ricorda i tricennalia di Costantino: il re che marcia in trionfo, fa donazioni di frumento, presiede addirittura i giochi nel Circo Massimo, infine entra in Senato e fa un discorso in cui dice di voler mantenere intatti i privilegi concessi dai suoi predecessori (equiparandosi quindi agli imperatori).

Nonostante la riconquista della Gallia meridionale i rapporti però si guastarono. In seguito a delle dispute teologiche, nel 524, parte del senato cospirò per sostenere un papa diverso da quello voluto da Teoderico. Il re, molto anziano, reagì duramente, credendo in una congiura più ampia contro i Goti. Ne pagò le conseguenze tra gli altri Boezio, che venne condannato a morte. Il regno di Teoderico si inasprì e il re si fece più sospettoso. Nel 526, ormai vecchio, morì l’ultimo re barbaro in grado di sintetizzare le istanze romane e barbare in Italia. A succedergli fu il nipote Atalarico, figlio della figlia Amalasunta, che la madre allevò nel culto della cultura romana, non senza le ire dell’aristocrazia ostrogota.

L’ultima guerra dell’impero romano (1444-1446). Costantino XI e la riconquista della Grecia. – TRIBUNUS


Su Tribunus un primo piano sull’ultima battaglia dell’Impero Romano, combattuta nel 1446 dopo l’ultimo singulto imperiale che aveva ridato vigore alle espansioni romane sulla Grecia. L’ultimo scontro,, prima dell’assedio finale a Costantinopoli, protagonista sempre l’ultimo imperatore, Costantino XI.

La figura di Costantino XI Dragases Paleologo, ultimo imperatore romano, è ormai legata in modo indissolubile alla sua morte eroica durante la difesa di Costantinopoli nel 1453. Tuttavia, Costantino fu un energico difensore della causa imperiale, sia in funzione anti-latina che anti-turca, già da molto prima di ascendere al trono.

Dopo aver partecipato alla campagna contro il duca di Cefalonia Carlo Tocco, culminata nella battaglia delle Echinadi del 1427, Costantino s’impegnò subito dopo nel lungo assedio che portò alla conquista di Patrasso, mentre il fratello minore Tommaso metteva fine al Principato di Acaia, riconquistando quasi totalmente il Peloponneso ai Latini (fatta eccezione per i pochi domini veneziani rimasti nel sud della penisola). Il sogno di Costantino era di riportare l’intera penisola ellenica sotto il controllo romano, strappandola ai Latini e ai Turchi una volta per tutte. Un progetto che era inviso al sultano ottomano, che certo non avrebbe accettato un regno indipendente con aspirazioni espansionistiche in Grecia.

Nonostante fosse stato abbattuto e superato più volte in passato, Costantino considerava l’Hexamilion la sua più importante arma difensiva. Durante la riconquista della Grecia, il muro sull’Istmo era stato la sua principale base operativa, e vi aveva risieduto per la maggior parte del tempo. Doveva essere a Mistrà, quando gli arrivò notizia che il Sultano stava preparando il suo esercito per muovere contro di lui.

Il primo giorno di settembre, gran parte del Despotato venne affidata all’amico Giorgio Sfranze, mentre lui sarebbe partito immediatamente per assicurarsi che il muro fosse sufficientemente difeso e preparato all’assalto turco. Costantino era probabilmente molto fiducioso di poter resistere, poiché allo stesso Sfranze espresse il desiderio di sposarsi nuovamente (il Despota era sfortunatamente rimasto vedovo, e senza eredi, già due volte).

“Ora io viaggerò verso l’Hexamilion e rinforzerò le fortificazioni. Tu dovrai rimanere qui ed esercitare bene il comando. Ti incarico di mettere fine alle numerose istanze di ingiustizia e di ridurre il potere dei numerosi signori locali. Che sia chiaro a tutti che tu qui hai il comando, e che io sono il [loro] signore”. Queste le parole di Costantino a Sfranze, prima di partire per il muro l’8 settembre.

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