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Archivio per Impero Romano

Gli Unni di Attila – Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitatis un passaggio particolare su cosa erano davvero i barbari alla fine dell’età classica, e con cosa venivano effettivamente confrontati rispetto alla decadente ma alta civiltà romana; differenze che sono tuttora ravvisabili nel mondo iperfinanziario dell’Occidente. Un estratto:

Per Attila possediamo uno dei testi più interessanti fra tutti quelli che riguardano Roma e i barbari: il resoconto di Prisco di Panion relativo a un’ambasceria fatta presso la corte di Attila nel 449. Se ne è conservato un lungo frammento che nel X secolo l’imperatore Costantino Porfirogenito riportò nel suo libro sulle ambascerie. Prisco fece parte della delegazione guidata dall’ambasciatore Massimino. Il resoconto evoca con grande efficacia la condizione mentale degli ambasciatori, costretti a dipendere da un interprete di cui diffidavano, disorientati dagli intrighi di corte, obbligati ad attendere per giorni prima di poter avere un incontro e costretti a ritornare continuamente sulle discussioni fatte per cercare di comprenderne il reale significato. Prisco descrive i palazzi di legno del regno di Attila, uno dei quali comprendeva un impianto termale in pietra costruito in stile romano da uno schiavo che aveva inutilmente sperato di ottenere in cambio la libertà. Gli stessi segretari di Attila erano Romani e lessero un documento di papiro su cui erano riportati i nomi di tutti i fuoriusciti unni che si trovavano presso i Romani e di cui Attila voleva la restituzione. Addirittura, Attila era talmente furibondo con l’ambasciatore perché i fuggiaschi non erano già stati riconsegnati da dichiarare che lo avrebbe impalato e lasciato in pasto agli uccelli se non fosse stato che, così facendo, avrebbe infranto i diritti degli ambasciatori[5].

Fu in occasione del suo secondo incontro con Attila che qualcuno si rivolse a Prisco porgendogli il saluto in greco. Prisco aveva già incontrato in precedenza tra gli Unni persone che parlavano il greco, ovvero prigionieri che si potevano facilmente riconoscere come tali dalle vesti cenciose e dai capelli luridi. Ma quest’uomo assomigliava a uno Scita ben vestito e dall’acconciatura curata. Disse di essere un mercante greco di una città sul Danubio; era stato fatto schiavo dagli Unni ma, avendo combattuto per loro, aveva riacquistato la propria libertà; adesso aveva una moglie barbara e dei figli e sosteneva di condurre una vita migliore rispetto a quella di prima. Poi, dato che Prisco ribatté a questo atteggiamento antipatriottico, il suo interlocutore pianse e dichiarò che le leggi romane erano giuste e gli ordinamenti buoni, ma i governanti li stavano corrompendo perché non se ne preoccupavano più così come avevano fatto gli antichi[6]. Dal testo si deduce che Prisco ebbe la meglio nella discussione, ma poco tempo dopo un’argomentazione analoga fu riproposta a Prisco da uno degli uomini di Attila, un Unno che gli ribadì, appunto, il concetto di fondo espresso dall’anonimo greco, sostenendo che essere schiavi di Attila fosse preferibile all’essere ricchi tra i Romani[7]. Prisco e Massimino fecero infine ritorno in patria, ma non senza essere stati prima testimoni di alcuni esempi pratici delle severe leggi di Attila: una spia impalata e alcuni schiavi arrestati per aver ammazzato in battaglia i loro padroni. Nessun’altra fonte di quell’epoca ci offre altrettanti dettagli (e, con ogni probabilità, piuttosto attendibili) sui meccanismi delle ambascerie presso i barbari, sulla vita in mezzo a loro e sulla natura complessa e sfaccettata dei rapporti tra Romani e barbari.

Il nuovo disordine mondiale/16: Il mondo con i confini di prima non esiste già più – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine considerazioni di Sandro Moiso sullo stato del caos internazionale ucraino, semplifichiamolo così, in cui in realtà si rispecchiano le politiche mondiali tutte, in un crogiolo pericoloso e vomitevole. Un estratto:

Parafrasando la gelida portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, in un’intervista a Sky News Arabia, in cui ha affermato che «L’Ucraina che conoscevamo, all’interno di quei confini, non c’è più. Quei confini non ci sono più», si può affermare che il mondo uscito sia dal secondo conflitto mondiale che dalla fine della Guerra Fredda è definitivamente tramontato. E così pure quei confini che si era dato sotto l’egida imperiale occidentale e americana. Non solo, ma anche lo stesso strumento che quest’ultima si era data per violarli ovunque almeno a livello commerciale e finanziario, ovvero la globalizzazione, sta definitivamente tramontando. Prova di ciò non sono soltanto i 120 e passa giorni di guerra in cui, proclamando fin troppo facili vittorie militari e sanzionatorie sulla Russia oppure rovistando tra le feci di Putin per individuare i segni di malattie oncologiche o d’altra natura che ne indicassero una prossima fine, i rappresentanti politici e mediatici dell’Occidente si sono comportati esattamente come i buoi borghesi di cui parlava Marx a Kugelmann nel 1871, ma anche l’andamento dei combattimenti, con la lenta ma progressiva avanzata delle forze russe sul fronte del Donbass1, e quanto si è visto ed udito al 25° Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF).
Forum a cui, dopo gli iniziali sbeffeggiamenti della stampa italiana mainstream che tendeva a definirlo come la “Davos degli sfigati”, hanno partecipato i rappresentanti economici e politici di circa 140 paesi e svariati rappresentanti delle maggiori imprese francesi, canadesi, americane e altre ancora dello schieramento occidentale “anti-putiniano” e “filo-ucraino” (tra cui Unicredit e Confindustria italiana). Come a sottolineare che se le Olimpiadi invernali di Sochi si erano potute boicottare, altrettanto non si poteva fare con il Forum tenutosi sulle rive del Baltico.
Approfittando di tale contraddittoria situazione, il 17 giugno, lo stesso Vladimir Putin è così intervenuto esponendo un visione strategica degli interessi russi, ma non soltanto, che, al di là delle chiare ragioni propagandistiche, conteneva numerosi motivi di interesse. Infatti, proprio nei giorni in cui iniziavano a chiudersi i rubinetti di Gazprom verso l’Europa, nonostante la minaccia delle temute sanzioni prospettate da quest’ultima nei confronti dell’economia russa, il presidente della Federazione Russa ha potuto affermare:

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L’incipit delle “Radici dell’orrore” @InnsMouth, Delos Digital


In esclusiva, ecco l’incipit del mio racconto lungo Radici dell’orrore, pubblicato pochi giorni fa nella collana weird “InnsMouth, per i tipi di Delos Digital; buona lettura!

Era comparso all’improvviso, come se svoltando l’angolo ci si ritrovasse davanti il suo viso affilato, il respiro del male come una zaffata di alitosi. Ma non c’erano angoli visibili, , non c’era nessuno spigolo di un qualche fabbricato o d’incroci stradali. Davanti a me c’era la via aperta, dritta, il giorno era pieno e nessuno mi era intorno; eppure lui era improvvisamente sbucato dal nulla, guardando aquilino alla mia sinistra: nemmeno mi aveva visto, né sembrava interessato a me.
I suoi baffetti erano inequivocabili, ma il suo vestiario e il cappello verde militare erano sobri e borghesi, come quello indossato dalla gente comune negli anni ’30; il colorito del volto era terreo e nemmeno il suo sorriso più solare avrebbe reso lieve il momento. Hitler era spuntato fisicamente da una sacca del reale che non potevo definire in nessun altro modo che quantica, e si dirigeva verso il centro del paese sopra Trento, dove mi trovavo per lavoro. Lui doveva essere morto da cent’anni almeno, calcolai, ma il viso che vedevo era quello di un uomo che si approssima alla mezz’età; la vertigine del reale mi toglieva il respiro, però la falcata della sua camminata era caratteristica e altrettanto reale: cosa stava succedendo?
— Ehi! — gridai. I passanti dell’altro marciapiede si voltarono bruschi verso di me, chiedendosi cosa volessi. — No, guardate, non dicevo a voi… — proferii a mo’ di scusa — è che…
“È che cosa?” mi dissi, prima di finire la frase. Cosa potevo dir loro, che “Dal nulla è sbucato fuori Adolf Hitler”?

L’ebook è acquistabile qui a 1.99€, mentre la quarta suona così:

In un borgo a nord di Trento, nel prossimo futuro, potrà davvero capitare di veder camminare un giovane Hitler, appena scampato alla Grande Guerra, diretto verso la birreria dove pronuncerà il suo primo discorso politico?
In un vortice di rimandi e ricordi, di populismi e di teorie indimostrabili sul passato arcaico terrestre, la storia di due antiche città romane riemerge dall’oblio e narra dell’energia mai sopita di due suoi anonimi abitanti, legati dal colore verde e perpetuati nel tempo dal gorgo occulto che governa l’economia postmoderna: il loro ruolo sarà davvero il collante di una speranza capace di bucare le illusioni dello spaziotempo?

 

 

Teodora. Dal circo alla porpora. – TRIBUNUS


Su Tribunus un dettaglio storico che riguarda Teodora, la moglie di Giustiniano I, in qualche modo l’archetipo più potente e strisciante del potere femminile a Costantinopoli e, direi, in tutto l’Impero Romano. Un estratto:

La Storia Segreta di Procopio di Cesarea è forse la fonte più completa sulla giovinezza di Teodora, e come sappiamo lo storico non va molto per il sottile nel descrivere aspetti scabrosi (veri o fittizi che siano) della gioventù dell’imperatrice.
Da una parte però è ragionevole, dato che l’opera, destinata a restare inedita, era rivolta agli oppositori della coppia imperiale, e il passato burrascoso di Teodora ben si prestava a un tale scopo diffamatorio. Anche i suoi contemporanei a lei favorevoli, non si facevano scrupoli a definirla come l’imperatrice “venuta dal bordello”, senza però sminuire il suo operato, o la sua moralità, che non fece alcun scandalo per ben venti anni di regno. Fonti tarde siriache parlano della donna come originaria di un villaggio in Siria, e figlia di un sacerdote da cui sarebbe stata cresciuta nelle fede monofisita. La fama della sua bellezza sarebbe poi giunta a Costantinopoli e Giustiniano, desideroso di incontrarla, si recò in Siria dove si sarebbe innamorato di lei a tal punto da chiederla in moglie. Teodora avrebbe accettato chiedendo però di non abiurare il proprio credo, ma anzi di essere aiutata a difenderla.

La realtà tuttavia è ben diversa: Teodora nacque con molta probabilità attorno al 500 a Costantinopoli, figlia di un certo Acacio, guardiano di orsi all’ippodromo per conto della fazione dei Verdi, e di una donna, di cui non conosciamo nemmeno il nome, ma sicuramente legata all’ambiente del circo.
Acacio morì di malattia durante il regno di Anastasio I, lasciando tre figlie: Comitò, Teodora, e Anastasia. La vedova di Acacio, caduta in miseria, si risposò con un uomo dello stesso ambiente, ma che non aveva lo stesso status del defunto marito. Così, la donna un giorno, che l’ippodromo era gremito, si presentò in pubblico con le figlie. Alla loro vista, la fazione degli Azzurri, per far un dispetto ai rivali, diede lavoro al marito. Nulla si sa più di quest’uomo, ma sulla scena restò la madre, che una alla volta, introdusse le figlie al mondo del teatro. Teodora, dunque, una volta adolescente, divenne attrice, una professione legata all’ippodromo e considerata infamante. Attrice e prostituta allo stesso tempo, ma di bassa lega, priva di grandi doti artistiche e dotata di infinita bellezza (le fonti la descrivono come una donna minuta con un bel viso, la carnagione chiara e lo sguardo severo). Si dedicò all’arte dei mimi, molto in voga a Bisanzio nel VI secolo.

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Irene d’Atene: Imperatrice assassina venerata come santa – Vanilla Magazine


Su VanillaMagazine la storia di Irene d’Atene, l’imperatrice romana che nella fine della seconda metà dell’VIII d.C. avrebbe potuto riavvicinare il mondo romano a quello barbaro, dando la possibilità all’Impero Romano di sopravvivere in modo diverso e forse più coerente. Un estratto:

L’imperatore Irene, Basileus Irene, regnò per 5 lunghi anni sull’Impero Bizantino, un periodo di tempo considerevole se pensiamo che si tratta di una donna in un’epoca di uomini, ma soprattutto di complotti. Aveva sbaragliato tutti. Il marito, i cognati e infine il figlio. Chissà che persona si sentiva, con la morale di oggi ci è assolutamente impossibile non solo giudicarla, ma anche comprendere cosa tutto questo possa aver significato per lei come persona. Il suo governo non dev’essere stato facile, ma Irene capì che per regnare doveva accontentare il popolo. Abbassò considerevolmente il carico fiscale, soprattutto a Costantinopoli; favorì in ogni modo il clero e ridusse i dazi doganali sui commerci. Tentò di accontentare tutti per mantenere il suo potere, ma da Occidente arrivavano venti di burrasca.
È in quel periodo che in Europa opera Carlo Magno, Re dei Franchi, che non si accontenta più del titolo Re dei Franchi (pensiamo alla parola franco come legata a una tribù barbara per i latini) e vuole essere incoronato come Imperatore dei Romani. Il papa è Leone III, eletto nel 795, che considera il trono di “Imperatore dei Romani” vacante perché a Costantinopoli l’unico sovrano è una donna. Leone è spinto a incoronare Carlo Magno perché questi lo ha fatto proteggere durante un complotto e ne ha legittimato la carica di Papa di fronte al popolo. Fatto sta che Carlo Magno, nella notte di Natale dell’800, viene incoronato Imperatore dei Romani con il rito praticato a Costantinopoli, quindi legittimato come erede dei fasti di Roma e principe della cristianità. E Irene non la prende benissimo. Ovviamente non riconosce Carlo come imperatore, ma non ha i mezzi per attaccare militarmente i Franchi in Italia, inguaiata com’è dalla sua troppo generosa politica fiscale, e tenta di risolvere la cosa per vie diplomatiche. Non può lasciare che “l’Imperatore dei Romani” sia a Occidente mentre lei è il “Basileus-Imperatore” d’Oriente, e chiama a sé degli ambasciatori franchi per risolvere la questione.

Ora con i se e con i ma la storia non si fa, ma pensiamo allo scenario. Irene imperatrice dell’Impero Romano d’Oriente, Carlo Imperatore d’Occidente, sposati. Uniti da un matrimonio che riunifica l’Impero più ricco dell’Antichità, dopo che nel 395 l’Imperatore Teodosio l’aveva definitivamente diviso in due. 405 anni dopo Roma e Costantinopoli sarebbero tornate egemoni su buona parte dell’Europa e la parte all’epoca più ricca dell’Asia. Uno scenario quantomeno affascinante, e invece. Invece Irene fallisce l’ultimo appuntamento della sua vita con la vittoria, quella che sicuramente sarebbe stata la più leggendaria.

Nell’802 gli ambasciatori franchi arrivano a Costantinopoli, ma Irene aveva scelto, fra i suoi fedelissimi, qualcuno che aveva sete di potere almeno quanto lei. Niceforo I il Logoteta, nominato da lei sovrintendente alle finanze (da qui proprio il soprannome “logoteta”) nell’802 riesce a ordire un complotto e a farla detronizzare, proprio mentre i franchi erano in città. Niceforo approfitta dell’assenza di Irene dal Palazzo Imperiale, fa arrivare la (falsa) notizia che lei lo ha nominato coimperatore per aiutarla nel conflitto contro Ezio, un eunuco che era stato consigliere dell’Imperatrice, e si insedia come nuovo imperatore. La notizia arriva subito alla popolazione che è a favore di Irene, ma lei decide di non riprendersi il trono con la forza, chissà poi per quale motivo. Forse Niceforo le promette che le restituirà il trono, forse vuole evitare una guerra civile devastante. Oggi è difficile immaginare le ragioni della sua ritrosia.

Radici dell’orrore @ InnsMouth, Delos Digital


Reitero la segnalazione di Radici dell’orrore, mio racconto lungo uscito nell’ambito della collana weird di DelosDigital, InnsMouth, diretta da Luigi Pachì. Questa è la quarta:

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Radici dell’orrore | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di Radici dell’orrore, mio racconto lungo uscito nell’ambito della collana weird di DelosDigital, InnsMouth, diretta da Luigi Pachì. Questa è la quarta:

In un borgo a nord di Trento, nel prossimo futuro, potrà davvero capitare di veder camminare un giovane Hitler, appena scampato alla Grande Guerra, diretto verso la birreria dove pronuncerà il suo primo discorso politico?
In un vortice di rimandi e ricordi, di populismi e di teorie indimostrabili sul passato arcaico terrestre, la storia di due antiche città romane riemerge dall’oblio e narra dell’energia mai sopita di due suoi anonimi abitanti, legati dal colore verde e perpetuati nel tempo dal gorgo occulto che governa l’economia postmoderna: il loro ruolo sarà davvero il collante di una speranza capace di bucare le illusioni dello spaziotempo?

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Gli ultimi eserciti romani (XIII-XV sec.). Dalla Quarta Crociata alla fine dell’impero – TRIBUNUS


Su Tribunus un interessante articolo che narra l’evoluzione finale dell’esercito imperiale romano, fino alla caduta di Costantinopoli del 1453. Un estratto:

Spesso si dice che la Storia di Roma sia la Storia del suo esercito. E indubbiamente ciò contiene un buon nucleo di verità.
Anche considerando quanto è conosciuta e presa in considerazione. In genere, infatti, se per esempio la Storia e l’esercito del Principato sono grosso modo molto noti, ciò non è altrettanto vero per gli altri periodi. E questo è particolarmente ben visibile per quanto riguarda la parte finale della Storia dello Stato romano.
Dalla Quarta Crociata alla caduta di Costantinopoli, infatti, almeno a livello divulgativo sembra esserci un grande buco (quando non vero e proprio disinteresse) per la Storia dell’impero e, di pari passo, per il suo esercito.

Seppure bisogna affrontare il fatto che spesso le fonti degli ultimi due secoli e mezzo dell’impero non sono affatto chiare – e questo in particolare dopo il XIII secolo – queste ci permettono tuttavia di tracciare un quadro di chi fossero i soldati a difesa dell’impero romano nell’ultimo periodo della sua Storia e del sistema militare dietro di essi. Per parlare di loro, tuttavia, bisogna prima fare un breve passo indietro all’XI secolo, quando furono poste le basi che portarono alla definizione degli eserciti dell’ultimo periodo imperiale.

Fino alla metà dell’XI secolo, l’esercito imperiale è organizzato per temi (themata) e tagma (pl. tagmata): i primi sono le circoscrizioni territoriali (che potremmo definire “province”) dalle quali venivano tratti i soldati dell’esercito regolare. I themi, che prima definivano l’esercito vero e proprio e solo col tempo vanno a indicare il territorio, nel tempo si moltiplicano, spezzano e modificano fino ad arrivare, già nel X secolo, a circa una trentina. Questo cambia radicalmente nel corso del periodo tra il 1025 (morte di Basilio II) e il 1081 (ascesa di Alessio Comneno al trono), quando il governo di Costantinopoli è rappresentato dall’aristocrazia cittadina, in aperta opposizione a quella rurale, costituita da grandi magnati e possidenti terrieri – nonché esponenti di una vera e propria “aristocrazia militare”.
Per limitare la forza di quest’ultima, che si avvia del resto sempre di più a inglobare lotti di terra appartenenti ai piccoli proprietari e può diventare una minaccia per l’autorità centrale, il governo dell’aristocrazia cittadina e “burocratica” nel corso del tempo non solo limita gli effettivi dell’esercito tematico (affidandosi sempre di più ai tagma e a forze mercenarie), ma permette anche di sostituire il servizio militare con un’apposita tassa.

In poco tempo l’esercito tematico, di fatto, cessa di esistere. Questo viene fatto anche nella convinzione che l’impero possa stare al sicuro grazie ai risultati lasciati da Basilio II, che hanno fatto dell’impero romano nuovamente (e per l’ultima volta) una potenza militare mediterranea al vertice, di tutto rispetto. Ma è una pia illusione, anche perché tali cambiamenti arrivano nel momento più sbagliato: proprio nel corso dell’XI secolo, nuovi e potenti nemici si affacciano sullo scacchiere internazionale (in particolare i Normanni e i Selgiuchidi), e una volta sotto attacco l’impero ora non ha la forza per fermarli o per creare un’efficace difesa in profondità – cosa che l’esercito tematico avrebbe permesso.

La crisi del III secolo: la paura di vivere e l’anarchia militare – Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitatis cenni elaborati della società romana del III d. C., quando il potere era nelle mani dell’esercito che designava, a suo piacere, imperatori che garantivano i maggiori donativi; il tutto in un contesto di decadenza, pandemie, rivoluzioni sociali.

Gli storici sono concordi nel ritenere che il III secolo si sia profilato come un’incredibile concatenazione di eventi, accompagnata da una profonda trasformazione non solo nella psicologia delle persone e nell’estetica dell’arte, ma anche nel modo di vivere e di comunicare nel quotidiano, e pure nella maniera di rappresentare, il rapporto tra coloro che detenevano il potere e i subordinati. Fu dunque un periodo in cui le contraddizioni, i contrasti e i precari equilibri mai del tutto risolti della prima età imperiale conflagrarono per poi trovare una nuova, originale composizione. Cercare di spiegare i motivi e le dinamiche di questa crisi non è semplice, dal momento che essa investì gli strati profondi della compagine imperiale e ragioni diverse si intersecarono fra di loro in un groviglio quasi inestricabile.

Per quello che riguarda la storia politica, l’eliminazione di Severo Alessandro a Mogontiacum da parte dei soldati in tumulto nel 235 pose fine alla dinastia tradizionalmente definitiva «monarchia militare dei Severi», che nel complesso aveva rappresentato un periodo di stabilità per l’Impero. La definizione di «monarchia militare» allude al fatto che l’elemento militare era stato promotore del potere stesso e, insieme, al fatto che gli esponenti di tale dinastia si erano appoggiati con donativi e premi proprio agli eserciti. L’ammutinamento di Mogontiacum pose fine unilateralmente all’accordo tra soldati e imperatore: per tutta quanta la storia precedente, mai i soldati avevano pensato neppure un attimo di mettere in discussione l’istituto del principato e la sua autorità; la loro indispensabilità, riconosciuta dai fatti, li aveva spinti e li avrebbe spinti a proporre un proprio capax imperii, ponendo sempre più in ombra l’importanza del Senato.
Il III secolo, e segnatamente il periodo tra il 235 e il 285, è altresì definito come «anarchia militare», definizione che sottolinea la preminenza dell’elemento militare nell’elezione imperiale. Si trattò del periodo più confuso della storia di Roma, tanto pernicioso nei suoi effetti da mettere a serio rischio la sopravvivenza stessa dell’Impero come entità politica. L’importanza, dunque, assunta dalle armi, garanti dell’integrità dello Stato, fu densa di conseguenze. La scelta del vertice era ormai saldamente nelle mani dei militari: gli stessi aspiranti alla porpora erano spesso esponenti della truppa, nemmeno ufficiali di alto rango e ancor più spesso di oscuri natali, se non addirittura di origine straniera. Molti di coloro che si succedettero nel giro di un cinquantennio rimasero in carica soltanto per pochi mesi, se non per pochi giorni; e, contrapponendosi l’uno all’altro, diedero vita a governi effimeri e ad ancor più effimeri progetti politici. Fu questa la stagione dei Soldatenkaiser.

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Gordiano III, un principe troppo giovane – Studia Humanitatis – παιδεία


Su StudiaHumanitatis una ricerca sulle condizioni socioeconomiche del III secolo d.C. nell’Impero Romano, tra la fine del principato di Massimino il Trace e l’avvento dei Gordiani. Un estratto:

La crisi economica del III secolo non investì allo stesso modo tutte le regioni dell’Impero romano. A soffrirne maggiormente furono le province occidentali e in particolar modo le aree di confine, più esposte agli attacchi dei razziatori alamanni, franchi e burgundi. Spesso i coloni abbandonavano le proprie terre per trovare rifugio in città o all’interno delle fortezze e, di conseguenza, diminuivano drasticamente le eccedenze alimentari da importare a Roma. Nonostante i ripetuti tentativi da parte del governo centrale di creare nuovi insediamenti agricoli e di incentivare il reperimento di manodopera anche fra i prigionieri di guerra, vastissimi territori e non solo nelle zone di frontiera furono definitivamente abbandonati. Questo stato di cose non tardò a far sentire forti ripercussioni, con esiti ancor più drastici, anche nei comparti dell’artigianato e del commercio. Se, infatti, i contadini erano facilmente rimpiazzabili, trovare un buon fabbro o un esperto scalpellino divenne sempre più difficile. Nelle Galliae e nelle regioni lungo i grandi fiumi di confine a poco a poco scomparvero le secolari tradizioni artigianali e pare che i commerci abbiano subito un improvviso arresto: nessuno si arrischiava a percorrere grandi distanze se non in ambito strettamente locale.
La situazione si fece tanto seria che i funzionari imperiali per sopperire agli equipaggiamenti militari dovettero improvvisare dal nulla fabricae tessili e d’armi, obbligando talvolta con la forza gli artigiani locali a collaborare. Diversamente, le province orientali e quelle africane, meno esposte agli attacchi delle popolazioni esterne, riuscirono a conservare ancora per un po’ un certo grado di prosperità. Ciononostante, nel 237, il terzo anno di principato di Massimino il Trace, proprio in Africa proconsularis si verificò un’importante sollevazione. Il procurator fisci inviato in quella provincia, un uomo rapace e di pochi scrupoli, conscio del fatto che il sistema delle confische avrebbe rimpinguato enormemente le casse imperiali, impose un’onerosa ammenda ad alcuni giovani esponenti dell’aristocrazia locale, privandoli di gran parte del loro patrimonio. Il provvedimento innescò una violenta reazione: nei tre giorni di dilazione concessi dal funzionario, i fautori della rivolta misero in piedi un piccolo esercito di servi e contadini, armati di scuri e bastoni, e, approfittando di un’udienza ufficiale, gli insorti eliminarono fisicamente il procuratore e occuparono Thysdrus (od. El-Jem), considerata la «capitale dell’olio» nel commercio mediterraneo (SHA Max. 14, 1).

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