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Archivio per Impero Romano

Recensione: “Teodora”, di Giorgio Ravegnani – TRIBUNUS


Su Tribunus la recensione a una monografia di Giorgio Ravegnani sulla figura di Teodora, l’augusta moglie di Giustiniano I, imperatore a Costantinopoli e ultimo e più splendente esempio di imperatore romano. Un estratto:

Il prof. Ravegnani non nasconde, in verità, quanto si difficile affrontare il tema. Capire esattamente quanto ci sia di vero e quanto sia stato inventato nelle fonti antiche è infatti un’impresa, specie per quanto riguarda la celebre “Storia Segreta” di Procopio di Cesarea (una delle fonti principali), che tende a dipingere l’imperatrice come una donna fredda e calcolatrice, vittima dei vizi e della lussuria, oltremodo crudele.

Lo stesso Ravegnani nella premessa al libro scrive:
“Se però è difficile giudicare Giustiniano, ancor più lo è con la moglie Teodora e ciò per due buoni motivi. Il primo è che Teodora imperatrice è assai diversa dalla giovane attrice che aveva condotto una vita sregolata a Costantinopoli, quasi come si trattasse di due persone diverse, anche se la storia annovera altri casi del genere. Il secondo, di ordine tecnico, consiste nel fatto che l’informazione sulla sua attività è piuttosto carente e fortemente contraddittoria. Quella poi che dovrebbe esser la fonte principale, la Storia Segreta di Procopio di Cesarea, sembra per molti storici presentare un quadro distorto della realtà dovuto all’odio viscerale che aveva l’autore per lei. Teodora è in Procopio una donna svergognata in gioventù e quasi demoniaca quando sale al trono, per cui non le viene fatto alcuno sconto sul piano morale e materiale”.
Oltre a Procopio, Ravegnani cerca di ricostruire chi fosse davvero Teodora riportando anche le parole di altri autori contemporanei alla sovrana, e storie sulla sua infanzia narrate dopo la sua morte da scrittori monofisiti, che tentano anche di rivalutarne l’immagine.

Ho trovato questo libro estremamente affascinante e completo, ed era davvero da molto tempo che ero alla ricerca di un’opera monografica riguardo la vita di Teodora. Non poteva capitarmi tra le mani libro migliore. Ovviamente, nella narrazione non mancano aneddoti, vicende, curiosità sulla politica costantinopolitana e la sua corte: l’incontro con Giustiniano, la rivolta di Nika, gli screzi con Giovanni di Cappadocia, e l’intimo rapporto con l’amica Antonina, e molto altro.

COSTANTINO, IMPERATORE CRISTIANO FINO A UN CERTO PUNTO | GiornalePOP


Su GiornalePOP un lungo articolo che esamina il lavoro che Alessandro Barbero ha compiuto con il suo saggio Costantino il Vincitore, in cui ha analizzato l’imperio di Costantino I, personaggio controverso, spartiacque della storia imperiale romana, il cui senso potrebbe essere molto diverso dalla diarchia di significati che spesso gli vengono attribuiti. Un estratto:

La cosa bella di Barbero è il suo continuo uso di fonti primarie. Quando un libro di storia affronta le voci originali è sempre divertente e educativo: la legislazione di Costantino in materia di evasione ed elusione fiscale o in materia di corruzione dei pubblici ufficiali letta oggi insegna molto, soprattutto che in 2.000 anni non è cambiato nulla a parte le pene molto meno cruente del rogo e della crocifissione.

“Costantino il Vincitore” è un libro di ottocento pagine. Sono ottocento pagine che partono appunto dalle fonti primarie, se vi manca il coraggio di affrontare l’analisi testuale delle opere di Eusebio di Cesarea, di Lattanzio o di Zosimo non è il libro per voi. Tenete conto che quella è la parte leggera: ci sono interi capitoli dedicati alle epigrafi dei cippi miliari e su come si possa ricostruire l’attività legislativa di Costantino basandosi sul materiale del Codex Teodosianum o su quello giustinianeo.

Su Costantino ci sono due grandi filoni di pensiero.

Secondo un filone di pensiero Costantino è il primo imperatore cristiano, si è convertito grazie alla famosa visione della croce e della scritta In hoc signo vinces prima della battaglia di Ponte Milvio contro il pagano persecutore Massenzio. Dopo di che, per ringraziare Dio della vittoria, fonda numerose basiliche (a Roma San Pietro e San Giovanni) e promulga l’editto di Milano che dà la libertà di culto ai Cristiani. Infine convoca il concilio di Nicea per affermare la forma ortodossa del cristianesimo e combattere “l’eresia” ariana, cioè un’altra corrente del cristianesimo.
Secondo la seconda corrente di pensiero Costantino era un furbo cinico che non credeva in niente e che ha scelto una nuova religione per unificare un impero traballante, magari modificando il cristianesimo con i dogmi e selezionando i libri sacri.

Barbero, analizzando passo dopo passo le singole fonti, spiega come entrambe le rappresentazioni siano errate e in molti dettagli semplicemente false.

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Le imperatrici nel periodo tardo antico e altomedievale – TRIBUNUS


Su Tribunus un articolo che contribuisce a ridefinire le figure imperiali romane e le implicazioni con tutto il sistema imperiale in vigore dal periodo tardo antico fino al Medioevo; è la volta, dopo il cerimoniale d’inconorazione e gli imperatori, delle mogli dei principi.

Per una donna, le nozze con l’imperatore non comportavano necessariamente la promozione ad imperatrice. Per questo secondo passaggio era prevista una cerimonia apposita distinta dalle nozze, anche se spesso i due riti tendevano a coincidere.

L’incoronazione dell’imperatrice doveva aver luogo separatamente da quella del consorte. L’imperatore aveva anche il diritto di incoronare imperatrice una donna che non fosse sua moglie. È il caso di Leone VI che incoronò, ormai vedovo, la figlia Anna.

L’imperatrice portava lo stesso identico titolo del marito, ma al femminile: nel tardo antico augusta (in greco sebasté), che si mantenne molto più a lungo rispetto al corrispettivo maschile, traslitterato come augousta, e in seguito anche con altri termini greci come basilis, basilissa, autokratorissa. La maggioranza delle imperatrici tardo antiche non sembra siano state figure di rilievo nella vita politica, ma alcune imperatrici andarono spesso ben oltre il loro semplice ruolo istituzionale.

Casi celebri sono quello di Eudossia, moglie di Arcadio, nei primi anni del V secolo, ma soprattutto quello di Teodora, moglie di Giustiniano.
Della sua vita sappiamo molto da Procopio di Cesarea, specie dalla sua celeberrima “Storia segreta”: un testo che sferra un feroce attacco alla figura dell’imperatrice sia a causa del suo passato dissoluto, e in seguito per via della sua sfrenata crudeltà – anche se ciò in parte in contraddizione con altre fonti, e del resto la “Storia Segreta” è un testo da leggere con molta cautela.
Teodora ruppe notevolmente con la tradizione romana, partecipando attivamente alla vita politica, anche ricevendo ambasciatori stranieri, cosa che non si era mai vista in precedenza.

L’imperatore nel periodo tardo antico – TRIBUNUS


Su Tribunus la profilatura della figura imperiale romana nella tarda antichità e nel Medioevo, con le sue differenziazioni tra potere dell’imperio e una sempre più presente dell’investitura divina che, col passare dei secoli, rappresentò formalmente e ideologicamente la posizione dell’imperatore. Un estratto:

Dal III secolo d.C., nell’impero romano si assiste a un progressivo irrigidimento dei costumi e del cerimoniale della corte imperiale. Il sovrano, prima considerato almeno formalmente un primus inter pares, ora assumeva sempre più i caratteri di un monarca assoluto. Ciò era lampante nella sostituzione della salutatio con l’adoratio (o proskynesis), ovvero l’inchino, la prosternazione fisica di fronte all’imperatore.

L’imperatore venne assimilato sempre più a figure divine. Ciò conferiva un’impronta teocratica al suo potere e delineava un’immagine semi-divina dell’imperatore; basti pensare a Diocleziano e Massimiano, i primi due tetrarchi.
Il primo si pose sotto la protezione di Giove Ottimo Massimo, prendendo per se stesso il titolo di Iovius, mentre Massimiano fu posto sotto la protezione di Ercole, con il titolo di Herculius. I due imperatori non erano ovviamente figure divine, ma iniziavano a elevarsi molto al di sopra della normale condizione umana – un processo che continuerà e sarà esasperato nei secoli successivi.
L’imperatore verrà designato con termini quali sacer o divus, a sottolineare la sua natura semi-divina e il suo distacco dal resto della popolazione.

L’imperatore era definito in vari modi tanto in latino (imperator, caesar, augustus, caesar augustus) quanto in greco (basileus, sebastos, autokrator, kaisar), già da ben prima della tarda antichità. Dal VII secolo, col progressivo abbandono della lingua latina a corte, si impose il solo basileus come denominazione ufficiale. Il titolo di augustus tuttavia rimase, anche se solo nelle monete, almeno fino al X secolo.

Il modello che i Romani imitarono era quello ben conosciuto dei grandi regni orientali, nei quali spesso la figura del re incarnava in sé anche quella dello Stato. Data la progressiva importanza che assunse la religione cristiana, questo modello prese dei connotati particolari.

Alla figura dell’Imperatore-Dio o semi-dio, si sostituì quella più accettabile del sovrano investito da Dio. Ne conseguì una sorta di religione imperiale, alla quale si accompagnava la manifestazione del culto e una vera e propria liturgia. La religione, inoltre, venne sfruttata e utilizzata anche a scopo politico, al fine di magnificare sé stessa e le prerogative imperiali.
L’imperatore non poteva più esser divinizzato (anche se la sua effige era portata in processione assieme alle icone dei santi), ma l’alone mistico-sacrale rimase comunque nella figura del sovrano eletto da Dio e oggetto della sua grazia.

Un teorico d’età giustinianea affermava: “La potestà imperiale è data da Dio e presentata agli uomini”.
Ogni forma di potere, quindi, discendeva da Dio. Questo legame tra la figura del sovrano e il divino era talmente forte da far considerare l’imperatore come un tramite tra l’umanità e l’universo divino. La sua autorità era tale che solo lui era in grado d’interpretare la parola di Dio. La sua volontà era definita “divina disposizione”.
Aveva inoltre il compito di proteggere l’impero laddove la religione cristiana veniva professata in maniera corretta.

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L’incoronazione imperiale tra tarda antichità e alto medioevo – TRIBUNUS


Su Tribunus alcuni cenni storici sulle cerimonie d’investitura dei tardo imperatori romani e di quelli cosiddetti bizantini, cerimoniale che parte da basi barbare per sfociare in vere e proprie consacrazioni religiose. Un estratto:

Qualunque fosse il modo in cui otteneva il potere, nel periodo tardo antico e altomedievale il nuovo imperatore veniva proclamato con una solenne cerimonia. L’investitura imperiale attingeva dalla tradizione romana, ma si arricchì nel corso del tempo con l’introduzione di nuovi elementi.
Se in un primo momento conservava pienamente l’aspetto e il carattere militare, a partire dal VII secolo prevalse sempre più l’aspetto religioso.

Nel V e nel VI secolo esistevano due diverse procedure di proclamazione. Se il predecessore era ancora in vita, la cerimonia era molto semplificata e si limitava ad alcuni e pochi atti essenziali.
Nel caso contrario, la proclamazione si articolava in tre passaggi: il rito militare, l’incoronazione e la presentazione ai sudditi.
Il rito militare consisteva nella sollevazione del nuovo sovrano sullo scudo, usanza d’origine germanica, e nella consegna del maniakis, meglio noto come torques, una decorazione portata al collo dai soldati, ma che qui veniva posta sul capo dell’imperatore da un sottufficiale istruttore.

In termini simbolici, il rituale significava la delega dell’autorità di comando all’imperatore, in cui l’esercito riconosceva il proprio comandante. Questo uso è attestato per la prima volta per la proclamazione di Giuliano ad Augusto da parte delle sue truppe nel 363.
Alla sollevazione sullo scudo si accompagnava poi la consegna delle insegne del potere, tra cui la corona, da parte di un alto funzionario. La sollevazione sullo scudo prese man mano l’essenzialità delle origini come rito di legittimazione da parte dell’esercito, ma si conservò come formalità tradizionale, tanto che si trova ancora nel XIV secolo.
In quest’epoca così tarda lo scudo non era sollevato più dai soldati, ma dall’imperatore anziano che aveva associato al trono un collega, oppure dal patriarca, o ancora dai dignitari di corte.

Talismani dall’antichità: falli portafortuna – TRIBUNUS


Su Tribunus alcune nozioni sulla scaramanzia degli antichi Romani, soprattutto legate al fallo – e qui si capisce perché in Italia, ma non solo, tale allegoria ha un tuttora devastante impatto sociale. Un estratto:

l fallo, per i Romani, era portatore di vita ed allontanava spiriti maligni e le cattiverie della gente. Nelle città enormi falli erano eretti o raffigurati sulle pareti delle vie o sulle strade lastricate, specie in punti di pericolo (ad esempio un incrocio), oppure erano posti all’ingresso delle case (tintinnabula) da far risuonare al momento dell’ingresso nell’abitazione.
Spesso, chi possedeva un’attività commerciale ne metteva uno ben in vista per allontanare le invidie della gente.

La fertilità maschile, quindi, era vista come la miglior arma contro gli spiriti maligni. I Romani chiamavano l’organo sessuale maschile fas (da cui la parole “fascino”) o, in maniera molto più volgare, mentula. I Romani erano convinti che il pene eretto, portatore di vita e fertilità, non solo funzionasse come protezione, ma anche come talismano per la prosperità: molti (non solo uomini, ma anche bambini e donne, e poteva essere posto anche sui cavalli) portavano amuleti a forma di piccoli peni eretti – generalmente di bronzo, ma anche d’oro, argento, corallo, osso – appesi a dei braccialetti, o più di rado al collo.
Questi amuleti prendevano il nome di fascinum. Quando ci si trovava in situazioni di pericolo o di sventura, li si toccava per scaramanzia.

Tra i legionari, inoltre, era molto diffuso un ciondolo con un doppio simbolo: un pene eretto unito alla base ad un braccio, che terminava col cosiddetto manus fica, cioè un pugno chiuso col pollice che s’infilava tra l’indice ed il medio, a simboleggiare la penetrazione. Il nome del gesto, traducibile come “il segno o il potere del fico”, ha dato origine a uno dei modi popolari odierni per indicare l’organo riproduttivo femminile: i Romani infatti ritenevano che assomigliasse a un fico dischiuso.

La inumanità del potere


Scendo nei sotterranei di un’antica villa a respirare le angosce e le inumanità del potere, fino a disturbarmi con le trascendenze inumane.

Il fisico, ogni altra energia, ma non la dissimulazione abbandonavano Tiberio. Identica la freddezza interiore; circospetto nelle parole e nell’espressione, mascherava, a tratti, con una cordialità manierata il deperimento pur evidente. Dopo spostamenti più frenetici, si stabilì da ultimo in una villa, vicino al promontorio di Miseno, appartenuta in passato a Lucio Lucullo.
Si trovava là un dottore valente, di nome Caricle, il quale, pur non occupandosi direttamente dello stato di salute del principe, era però solito offrirgli tutta una serie di consigli. Costui, fingendo di accomiatarsi per badare a questioni personali, presagli la mano, come per ossequio, gli tastò il polso. Ma non lo ingannò perché Tiberio, forse risentito e tanto più intenzionato a nascondere l’irritazione, ordinò di riprendere il banchetto e vi si trattenne più del solito, quasi intendesse rispettare la partenza dell’amico.
Ciononostante Caricle confermò a Macrone che Tiberio si stava spegnendo e che non sarebbe durato più di due giorni. Da allora tutto fu un rapido intrecciarsi di colloqui tra i presenti e un susseguirsi di missive ai legati e agli eserciti. Il sedici di marzo Tiberio rimase privo di respiro e si credette concluso il suo corso terreno; arrivò poi la notizia che gli tornava la voce, che aveva riaperto gli occhi e che chiedeva che gli portassero del cibo, per rimettersi dallo sfinimento.
Si diffuse il panico in tutti, e si dispersero gli altri, fingendosi ognuno affranto oppure sorpreso; Macrone, senza perdere la testa, fece soffocare il vetusto sotto un mucchio di coperte e allontanare tutti dalla soglia. Così finì la vita di Tiberio a settantotto anni

L’istruzione nel tardo antico – TRIBUNUS


Su Tribunus un articolo che dettaglia il concetto di Istruzione nel periodo decadente all’interno dell’Impero Romano. Alcune nozioni:

Nel mondo romano tardo antico, l’istruzione era più che altro una questione privata. I bambini più poveri potevano recarsi nelle scuole istituite dai monasteri, in cui si imparava a leggere e scrivere. Nella parte occidentale dell’Impero, queste scuole erano frequentate anche da bambine di ceto aristocratico, dove imparavano le Sacre Scritture e l’economia domestica.

I figli di coloro che venivano dai ceti elevati avevano invece dei precettori privati, che si occupavano dell’educazione e istruzione dei bambini direttamente nelle case, spesso anche facendo delle lezioni in gruppo. Solo questi bambini privilegiati avevano l’opportunità di imparare anche altre materie, oltre le Sacre Scritture, leggere, e scrivere.
Potevano anche leggere testi di autori classici, anche se raramente ciò era concesso anche alle bambine.

L’educazione poteva esser in lingua latina o greca, a seconda della zona dell’impero. Solo presso Costantinopoli l’insegnamento era bilingue, almeno fino al VII secolo. Ancora, solo in alcune province, come Egitto, Siria, e Mesopotamia, l’insegnamento era svolto anche in siriaco e copto. Esistevano anche scuole private vere proprie, spesso aperte da insegnanti che avevano raggiunto un certo prestigio o notorietà.

L’istruzione superiore, invece, poteva equivalere a una moderna università, anche se gli alunni non dovevano sostenere un esame finale, ma solo dimostrare le proprie capacità attraverso una declamazione pubblica. Al termine degli studi, che solitamente duravano tre anni, lo studente riceveva una lettera di presentazione. Questo era un passaggio indispensabile per tutti coloro che avessero voluto accedere al servizio pubblico e questi istituti superiori erano organizzati e mantenuti dallo Stato, o dalle amministrazioni cittadine. Gli studi erano perlopiù incentrati su grammatica e retorica, dette “scienze enciclopediche”.

Esistevano anche corsi specializzati. Per esempio, presso Atene vi era quello di filosofia, ad Alessandria quello di matematica, astronomia, e medicina, mentre a Berito o nelle capitali quello di diritto. La frequenza presso queste scuole era un privilegio solo di coloro che provenivano da un’estrazione sociale medio-alta.

Il nome segreto delle donne romane – TRIBUNUS


Su Tribunus una curiosa consuetudine degli antichi Romani che ha attinenze col mondo magico, e che è legata anche al famigerato nome segreto di Roma: il nome segreto delle donne romane. Un estratto:

Nella Roma antica, trascorsi otto giorni dalla nascita di una bambina, questa doveva essere sottoposta a un rito di purificazione (lustratio). Quello stesso giorno, nel quale i parenti portavano doni, la neonata avrebbe ricevuto anche il suo nome proprio, il praenomen.

Il nome della bambina, anche una volta divenuta una donna adulta, sarebbe dovuto rimanere segreto, e utilizzato solo ed esclusivamente tra le mura domestiche.
Varie sono le interpretazioni di questa consuetudine, quasi certamente di origini remote. In epoca arcaica, il nome proprio aveva un potere magico e una connotazione sacrale – secondo la concezione per la quale dire il nome di qualcosa equivaleva a crearla – ed era considerato una parte vera e propria della persona. In questo senso, se un uomo avesse pronunciato il nome proprio di una donna, sarebbe stato come avere un contatto fisico con lei.
Ancora, forse conoscere e pronunciare il nome di una donna sarebbe equivalso ad avere pieno potere sulla persona.

IL FILO A PIOMBO DELLE SCIENZE: IL MISTERO DEL DODECAEDRO ROMANO


Sul blog di Marco Moretti alcune considerazioni su un oggetto misterioso rinvenuti in molti siti archeologici dell’Europa centrale, appartenenti al periodo storico dell’impero romano: il dodecaedro. Alcuni stralci dell’interessante disquisizione:

Descrizione del tipo di manufatto: dodecaedro (solido con 12 facce pentagonali); in rari casi è un icosaedro (solido con 20 facce triangolari).
Nomi convenzionali del manufatto: dodecaedro romano, dodecaedro gallo-romano.
Materiale: bronzo, più raramente pietra.
Caratteristiche:
i) le facce presentano un foro circolare, più raramente ellittico;
ii) in alcuni casi si hanno facce senza fori, con solo decorazioni;
iii) le dimensioni dei fori possono essere diverse da una faccia all’altra;
iv) ogni vertice presenta uno spuntone arrotondato;
v) alcuni dodecaedri sono privi di spuntoni.
Dimensioni: da 4 a 11 cm.
Epoca: dal I al IV secolo d.C.
Numero di rinvenimenti: più di 100 (116 nel 2013).
Luoghi dei rinvenimenti: Gallia (Celtica, Belgica, Narbonese),
Germania, Elvezia, Britannia, Pannonia.
Luoghi con maggior numero di rinvenimenti: Gallia (Celtica, Belgica), Germania.
Luoghi di rinvenimenti non confermati: Italia orientale, Spagna.
Epicentro della diffusione: Renania
Rinvenimenti atipici: due icosaedri trovati in Egitto.
Rinvenimenti erratici: alcuni dodecaedri d’oro trovati nel Sud-est
asiatico (Tailandia, Birmania).
Anno del primo rinvenimento: 1739 (Fonte: Guggenberger, 2013)
Luogo del primo rinvenimento: Aston, Inghilterra (Fonte: Guggenberger, 2013)
Nome dato dai Romani al manufatto: sconosciuto.
Menzioni nella letteratura antica: assenti.
Raffigurazioni nell’arte antica: assenti.
Funzione del manufatto: sconosciuta.
Tipo di amuleto o strumento magico, connesso con la sfera religiosa. Questa sembra l’unica interpretazione credibile. Approfondiamo nel seguito l’affascinante argomento.
Punti a favore:
i) Le tradizioni religiose e magiche sono spesso locali;
ii) Manufatti di questo genere sono spesso considerati preziosi;
iii) In nome della magia e della religione sono spesso giustificati grandi sforzi, non commisurati all’effettiva utilità materiale;
iv) A Ginevra è stato trovato un dodecaedro anomalo in argento, senza spuntoni, con nucleo di piombo e i nomi dei dodici segni zodiacali incisi sulle facce (Fonte: Kostov, 2014).
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