HyperHouse

NeXT Hyper Obscure

Archivio per Infection

Terrifica


L’aspetto che più colpisce è quello che vive in bilico tra l’interiore e l’esteriore, quel territorio di confine in cui ogni evento può avvenire e ogni percezione può sintetizzarsi. Lì, la forma di consapevolezza è più terribile e aliena di ogni altro sensorio, perché rende possibile qualsiasi evento endogeno o esogeno, li sintetizza.

Pink Floyd – Animals 2018 Remix Documentary (Live At Knebworth)


…e come qualcuno già diceva da tempo, esistono un bel po’ di filmati dei concerti di Animals, e la band finalmente si è decisa a tirar fuori qualcosina…

Pensa all’essenziale


Requisito dalle esponenziali categorie della psiche incarnata, il respiro che hai non è cosmico né esteso, ma solo essenziale.

Pink Floyd – Animals 2018 Remix :: Le Recensioni di OndaRock


Su OndaRock la recensione al remix (quasi strutturale, oserei dire, quindi una rece “tecnica”) di Animals, l’album seminale dei Floyd targato anno 1977, l’anno del punk. Un estratto, che la dice lunga:

La rivalutazione continua di “Animals” dei Pink Floyd, iniziata da Roger Waters nei suoi recenti e imperdibili live – dove “Dogs” e Pigs” erano episodi cruciali per comunicare col pubblico (l’emblematico “Trump Is A Pig”) – sembra non conoscere limiti. Questa riscoperta ha dei motivi ben precisi e il principale tra questi è che “Animals” è uno di quegli album che contiene un messaggio universale, che resta e resterà valido in ogni epoca. Comunque la si pensi e qualunque siano le opinioni politiche di ognuno, le società di ogni tempo e di ogni regione geografica sono sempre state divise in maiali, cani e pecore e i tentativi sinceri o ingenui di ribaltare questa oscena suddivisione sembrano sempre destinati a tragici fallimenti.
I testi di “Animals” restano quindi attualissimi, anzi probabilmente lo sono ancora più oggi – epoca in cui i “maiali” possono vincere le elezioni in prima persona senza intermediari – rispetto al 1977. “Animals” è quindi un disco ascoltato da un numero enorme di persone, ma probabilmente mai davvero letto a dovere per poter dire che sia stato compreso sino in fondo. Una denuncia esplicita della società costruita dagli uomini, ma anche una visione pessimistica e disincantata che trova infine una via d’uscita in una triste ma inevitabile fuga da un destino immodificabile per trovare rifugio nel mutuo soccorso tra persone affini.

Questo nuovo remix ha quindi il merito di riproporre alle giovani generazioni un lavoro sempre attuale, ma soprattutto di renderne l’ascolto (non su pc o smartphone, ovviamente) davvero appagante. Tutti gli strumenti hanno un suono più limpido e pulito rispetto alla versione del 1977 di Brian Humphries, che però era figlia della sua epoca, cioè dell’anno della rivoluzione del rock. Il risultato è quindi un remix che porta i suoni più vicini a quelli di “The Dark Side Of The Moon” o “Wish You Were Here”, e in generale l’ascolto potrebbe definirsi superlativo se effettuato su un buon impianto hi-fi, con la tastiera di Rick Wright splendidamente rinata (forse troppo maltrattata nell’originale, visti i cattivi rapporti con Waters), un basso con un suono decisamente più corposo e una chitarra di cui si può ascoltare ogni singolo accordo con assoluta nitidezza.

Shock termico


Lo shock termico di una profonda visione, sottile, resa insostenibile dalla vividezza.

Cauchemar Chemin | A Vision into the Final Exposure


…mentre le antiche mitologie vivono…

Le conseguenze dell’intelligenza artificiale – L’INDISCRETO


Su L’Indiscreto un articolo che prova a sondare gli aspetti intrinseci all’uso delle intelligenze artificiali, in cui è facile trovare criticità che vanno oltre i (pochi) benefici per la nostra civiltà e cultura, nonché per la nostra esistenza.

Tra la fine del 2021 e linizio del 2022 sono usciti due libri molto importanti sullintelligenza artificiale (IA). Conviene leggerli insieme, come due gemelli eterozigoti. Il primo è quello di Kate Crawford, Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro dellIA (versione italiana delloriginale inglese Atlas of AI. Power, Politics, and the Planetary Costs of Artificial Intelligence, Yale University Press, 2021); il secondo è quello di Luciano Floridi, Etica dellintelligenza artificiale. Il primo rappresenta la pars destruens del discorso pubblico sullIA, il secondo, invece, la pars costruens (che io ometto in questo post, perché fondamentalmente lo ritengo inguaribilmente ottimista e fiducioso verso il regime economico mondiale – ndr).

Il libro della Crawford ha il merito di rendere estremamente visibile linfrastruttura planetaria che si nasconde dietro lo sviluppo e la diffusione di sistemi di IA e di rappresentarci questa infrastruttura come la versione contemporanea di precedenti forme di industria estrattiva. La creazione di sistemi di IA è strettamente legata allo sfruttamento delle risorse energetiche e minerarie del pianeta, di manodopera a basso costo e di dati su amplissima scala (p. 22). Crawford ci mostra come lintelligenza artificiale «nasce dai laghi salati della Bolivia e dalle miniere del Congo, ed è costruita a partire da set di dati etichettati da crowdworkers che cercano di classificare azioni, emozioni e identità umane. Viene utilizzata per guidare droni nello Yemen, per guidare la politica migratoria degli Stati Uniti e per definire, in tutto il mondo, le scale di valutazione del valore umano e del rischio» (p. 250).

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Sponsorizzati dal Mercato


L’anteporre il Mercato a qualsiasi altro ordine di idee e necessità indica che l’intero ecosistema terrestre è fottuto, definitivamente fottuto. Però, devo dire in aggiunta, tutto ciò ha semplificato le scelte e mi è parecchio facile essere contro tale sistema di degradi economici.

“Crimes of the Future”: gli spazi desolati della mente – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine una robusta recensione di Paolo Lago a Crimes of the Future, l’opera di David Cronenberg appena uscita nei cinema; un estratto:

Nelle prime inquadrature di Crimes of the Future, il nuovo film di David Cronenberg, vediamo una nave semiaffondata, adagiata su un fianco, che appare come un inquietante mostro dormiente, un’abnorme ferrea carcassa segnata dal disfacimento. È il primo spazio desolato e turpemente squallido che si vede nel film, ambientato in una Grecia segnata da colori languidi e grigi che ricorda certi scorci di Dogtooth (2009) di Yorgos Lanthimos. La macchina da presa poi si sposta e, poco lontano dalla nave, inquadra Brecken, un bambino che probabilmente appartiene a una nuova specie di esseri umani ‘mutanti’, il cui organismo si sta adattando a cibarsi di plastica e scorie tossiche di rifiuti industriali. Il paesaggio è spoglio, triste, desolato: scogli, acqua e una costa segnata da abitazioni che sembrano quasi abbandonate. Le figure umane, spesso, nel film, si stagliano su sfondi di un colore giallo opaco, simili a quelli che circondano i personaggi di Possession (1981) di Andrzej Zulawski, che si muovono in una Berlino segnata dall’oscura presenza di un mostro il quale alberga soprattutto all’interno delle loro coscienze.

Gli spazi di Crimes of the Future sono le camere oscure della mente, le visibili devastazioni di una coscienza che si configura come la misteriosa carnefice del corpo. È un futuro imprecisato quello raccontato dal film, un futuro sotto il quale probabilmente si cela la nostra contemporaneità. Se il corpo appare come il vero protagonista della vicenda – un corpo che, in tale distopico mondo futuro, non sente più dolore e la chirurgia diventa una pratica erotica ed esibizionistica – la mente ne è il devastato doppio. Se i corpi sono feriti, tagliati, aperti da macchinari chirurgici, come nelle esibizioni di Saul Tenser e Caprice, le menti appaiono spente e obnubilate, assuefatte all’orrore di un mondo governato dalle multinazionali della biotecnologia che producono macchinari e computer capaci di una nuova e stupefacente sinergia con i corpi umani. E allora, quegli spazi vuoti e desolati sono gli interstizi eterotopici di una mente contratta negli spasmi di corpi in lenta ma inesorabile mutazione. Sono, come già accennato, interni spogli, intagliati da una greve burocrazia, come gli squallidi uffici del National Organ Registry, in cui fanno bella mostra di sé vecchi schedari e scartoffie cartacee che sembrano appartenere agli anni Cinquanta del Novecento, come nella centrale di polizia di Blade Runner (1982) di Ridley Scott. Qui, l’ufficio del capitano Bryant, dove si reca il cacciatore di androidi Rick Deckard, è saturo di schedari e di pesanti oggetti che sembrano usciti da un gangster movie anni Quaranta. Anche quello di Blade Runner è un futuro già passato, saturo delle escrescenze di un nuovo imbarbarimento diffuso. Così, nel mondo distopico affrescato dall’ultimo film di Cronenberg, non c’è niente del futuro, ma neanche del nostro presente digitalizzato. La microelettronica e gli oggetti digitali non sembrano neanche essere mai esistiti: gli unici schermi che vediamo sono vecchissimi televisori ‘panciuti’ e, al posto degli smartphone, per fare le fotografie e i filmati i personaggi utilizzano vecchie macchine fotografiche e vetuste cineprese.

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Depressive Black Metal (Female Vocals) Part 47 | Amissa Anima


Avvitati in misteri autoesplicativi.

THE PRODIGY OF IDEAS

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Gerarchia di un’ombra

La Poesia è tutto ciò che ti muore dentro e che tu, non sai dove seppellire. ( Isabel De Santis)

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"Scrivete quel che volete scrivere, questo è ciò che conta; e se conti per secoli o per ore, nessuno può dirlo." Faccio mio l'insegnamento di Virginia Woolf rifugiandomi in una "stanza", un posto intimo dove dar libero sfogo - attraverso la scrittura - alle mie suggestioni culturali, riflessioni e libere associazioni.

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