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I dispacci imperiali – raccolta di racconti di Sandro Battisti


Un’altra mia pubblicazione sempre disponibile sui vari store online è I dispacci imperiali, raccolta di racconti edita in ebook da KippleOfficinaLibraria che esplora il mondo dell’Impero Connettivo nei suoi rivoli secondari, che hanno poi determinato il corso di alcuni romanzi imperiali; il cofanetto si estende dalla genesi del ciclo (2004) fino al romanzo L’impero restaurato, Premio Urania 2014. Ne esiste anche una versione cartacea che include però pure racconti non imperiali.

Una raccolta di racconti che indagano minuziosamente il mondo imperiale connettivo, retto dall’alieno Totka_II e dal suo plenipotenziario Sillax che realizzano una diarchia di fatto dove le ampie vedute dell’alieno vengono attuate dal suo funzionario principale, dove si muovono in sottofondo altre figure minori dell’apparato imperiale in cui convergono, come ogni storia minuta e vissuta, personaggi del popolo postumano connettivo consci di vivere un’esperienza indimenticabile, storica, lì dove il Tempo e lo Spazio non hanno significato.

Complessità inani


Risiede nel lungo momento siderale la risposta alle complessità inani che ti poni ogni volta che contempli il nulla liberista della tua vita.

Socializzazione uber alles


Hai lasciato andare il tuo ricordo su onde scoscese che danno su realtà alternative, su mistiche irrefrenabili di orari e sogni che nascondono i desideri dietro cortine di conformismo sciatto; e tu, incredibile a pensarlo, in questo orribile proliferare hai trovato pure il tempo di socializzare con la palta, convinto assertore della socializzazione a tutti i costi…

Nero – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine un breve pamphlet sul colore nero e sul suo uso sociale avuto finora. Un estratto:

Nonostante in tutte le lingue occidentali esistano numerose espressioni che ricorrono al colore nero per alludere a qualcosa di inquietante, funesto o irriducibilmente non omologabile, non di meno rappresenta anche il colore dell’eleganza formale e del potere. Se il nero lo si vede immancabilmente sfilare nelle passerelle di alta moda, altrettanto caratterizza i guardaroba di diverse culture alternative giovanili e se da un lato identifica le frange estreme di ribellione metropolitana, dai vessilli anarchici, agli autonomen, fino ai black bloc, altrettanto distingue l’abbigliamento dei paladini del binomio law & order, dalle divise di alcuni corpi di polizia alle toghe in uso nei tribunali.

Se oggi viene dato per scontato che il nero sia un colore, non sempre è stato così. Nel corso dei primi secoli dell’Età moderna il nero ed il bianco sono stati allontanati dall’universo dei colori, tanto da rappresentarne un’alternativa, ed è soltanto con il Novecento che nell’immaginario collettivo, nelle scelte artistiche e negli studi scientifici, è stata abbandonata la plurisecolare rimozione delle proprietà cromatiche del bianco e del nero.

Nell’ambito delle sue ricerche volte a ricostruire la storia dei colori nelle società europee, la storia del nero è stata attentamente indagata da Michel Pastoureau nel suo Noir. Histoire d’une couleur (2008) – Nero. Storia di un colore (I ed. 2013, Ponte alle Grazie) – mettendola in relazione con la storia di altri colori, in particolare con quella del blu, a lungo considerato dall’immaginario occidentale come un “particolare tipo di nero”.

Jojo Rabbit | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la recensione a Jojo Rabbit, film di Taika Waititi. Lascio alle parole del recensore la meraviglia che penso sia questo film:

Un film umoristico ambientato durante la seconda guerra mondiale, il cui protagonista è un nazista che denigra il popolo ebraico e in cui Hitler è un simpaticone: Jojo Rabbit ha tutti gli ingredienti per essere una commedia a la Per favore non toccate le vecchiette, ma decide di inoltrarsi su un percorso tortuoso che lo eleva in una direzione diversa.

Johannes “Jojo” Betzler (Roman Griffin Davis) ha appena compiuto dieci anni ed è pronto a intraprendere il rito di passaggio che segnerà la fine della sua infanzia: entrare nella gioventù hitleriana. Gracile, di buon cuore e non particolarmente brillante, Jojo è l’antitesi dei valori attribuiti alla “razza ariana” e soffoca le sue insicurezze con una venerazione zelota della mitologia nazista. Il suo indottrinamento è tanto rigido che, nei momenti di debolezza, si confida con un Hitler immaginario (Taika Waititi) che considera il suo migliore amico.

Vittima di un incidente, Jojo rimane confinato in casa per il periodo della convalescenza, incappando fortuitamente in Elsa (Thomasin McKenzie), una ragazza ebrea che si nasconde nelle intercapedini dell’edificio. Incuriosito e disgustato allo stesso tempo, il piccolo nazista inizia a intavolare un progetto etnografico che lo porterà irrimediabilmente a confrontarsi con il diverso, scoprendo in esso molte più affinità di quante i suoi preconcetti gli lasciassero intendere.

Difficilmente Jojo Rabbit entrerà nella storia del cinema: è troppo ridicolo per essere serio ed è troppo serio per essere ridicolo. Al suo interno si possono identificare le scintille di un regista in grado di fare grandi cose, ma che fatica a rinunciare al suo lato ironico anche quando va a demerito del suo lavoro. La pellicola verrà inoltre accusata di aver umanizzato i soldati nazisti, di averli “deresponsabilizzati” dalle loro azioni o per averli rappresentati come vittime di un sistema soverchiante, di aver infranto dei taboo sacri.

Credo che la lettura opportuna sia quella diametralmente opposta. Vedo Jojo Rabbit come una lettera di speranza lanciata contro i nuovi fascismi, contro i sovranismi spietati che aizzano le folle, contro la xenofobia. Taika Waititi si affida alla fondamentale bontà delle persone, suggerendo che l’odio verso l’alterità sia frutto dell’ignoranza, della distanza tra umani e del cieco desiderio di appartenenza. I nazisti non sono brave persone, ma le brave persone possono agire da naziste quando agiscono codardamente.

Sorry, Malony doveva essere gambizzato – Carmilla on line


Su CarmillaOnLine la recensione all’ultimo film di Ken Loach, Sorry we missed you, che racconta – come sempre fa Loach – le brutture fetide del capitalismo/liberismo che imprigiona in catene l’umano. Da non perdere per alcun motivo.

Il regista britannico rosso, originario di Nuneaton nella contea del Warwickshire, prosegue la strada di Io, Daniel Blake dove non c’è scampo, alcuna speranza per chi entra nella macchina tritacarne privatizzata del sistema sanitario inglese, così come racconta molto bene Sorry we missed you nel mondo del lavoro parcellizzato di Amazon e Zara, degli hub della logistica dei tanti lumpen proletariat spacciati per padroncini, in realtà completamente decontrattualizzati e sui quali pendono costi, sanzioni, oneri nei rimpiazzi, rischi scaricati su di loro da un apparato di comando sul lavoro spietato, dove la concorrenza tra autotrasportatori è portata al parossismo.

In Sorry we missed you anche se hai ben presente (mosca rara di questi tempi) cosa siano le vertenze della logistica nostrana, sei portato a dirti: ma no, non è così. E invece è così, proprio così. E questo è il grande merito di Loach, nel prendere per il bavero gli spettatori e di fatto dire loro: hai visto cosa accade quando compri su Amazon con Prime?

Il film procede in un’escalation senza vie d’uscita verso l’ecatombe conclusiva, a loop, ma senza il colpo finale dell’infarto di Daniel Blake. Un girone dantesco dal quale come in un quadro di Escher tutto si ripete e non puoi uscire dal paradosso di una società “libera” che non ti dà nulla: solo debiti, miseria e pisciate nelle bottiglie di plastica per non sforare sui tempi di consegna.

Nell’opera di Ken Loach c’è tutto l’approdo del lungo percorso dagli anni ’80 iniziato con il tatcherismo, con accenni persino espliciti nei dialoghi all’epoca della grande lotta dei minatori, la cui sconfitta (ora lo sappiamo) ha aperto la strada a un’era mondiale di ristrutturazione neoliberale dell’intero sistema capitalistico.

Shaam Larein – Aurora


Che la cerimonia e Iside abbiano inizio.

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