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J.R.R. Tolkien e la caduta di Artù – A X I S m u n d i


Su AxisMundi un trattato su J.R.R. Tolkien e la sua poetica incompiuta, in questo imperniata su Artù, un altro tassello – dopo quello inserito da Kipple – che sviscera gli aspetti poco conosciuti del grande romanziere inglese, creatori di mondi unici.

Probabilmente mai come in questo periodo, in Italia, si era parlato di John Ronald Reuel Tolkien. Dalla nuova traduzione prevista per Il Signore degli Anelli, all’uscita del film biografico sulla figura del professore, fino alla serie tv targata Amazon dal budget stellare ma ancora in fase embrionale, la figura di Tolkien occupa un ruolo centrale nel panorama odierno.

Eppure, ci sono ancora molte sue opere che non hanno raggiunto il grande pubblico, rimanendo di dominio di pochi. Una di queste è sicuramente La caduta di Artù, poema allitterativo rimasto incompiuto e pubblicato postumo nel 2013 dalla HarperCollins. Come di consueto, l’edizione è curata dal figlio maggiore di J.R.R., Christopher, il quale ha messo assieme il materiale del padre (comprese le bozze), arricchendolo con contributi notevolmente interessanti. Nel corso di questa trattazione faremo spesso riferimento a questo apparato critico, al fine di inquadrare l’opera tolkieniana nello spazio e nel tempo.

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La Ragazza con la Pistola – Girl with a Gun – 1968 Trailer


Commistioni di oscurità, sitar, psichedelia e “The Family”; suoni seminali e occulti per i successivi due decenni. Dall’ennesimo capolavoro di Mario Monicelli, La ragazza con la pistola, l’impatto del vecchio mondo col nuovo, e le premonizioni su cosa sarebbe accaduto nel futuro successivo; la colonna sonora di Peppino De Luca è un capolavoro totale.

IL FILO A PIOMBO DELLE SCIENZE > L’INGLESE E’ E RESTA UNA LINGUA GERMANICA


Un bel post di Marco Moretti sulla lingua inglese e sulle sue derivazioni, inclinazioni e storpiature che quel linguaggio ha subito col passare dei secoli, e delle dominazioni. Demolizioni che, almeno questo, la nostra lingua non ha passato.

La natura germanica della lingua inglese moderna dovrebbe essere chiara a tutti. Eppure non è così. Il vocabolario derivato dall’anglosassone sembra esiguo rispetto all’immensa mole dei prestiti di origine romanza, latina e greca, così sono state avanzate proposte di classificare l’idioma di Shakespeare come una lingua germano-romanza. Per lo stesso motivo l’uomo della strada, che ignora la filologia germanica, è incline a ritenere l’inglese un bizzarro tipo di lingua romanza. In Italia questa opinione è diffusissima, complice un sistema scolastico tradizionalmente ostile a tutto ciò che non ha in Roma la sua radice.

La battaglia di Hastings (1066) ha cambiato per sempre il destino dell’Inghilterra. A causa del dominio dei Normanni, la lingua inglese è stata colpita da una sciagura gravissima, un trauma irreparabile a cui possiamo dare il nome di integrazione anglo-romanza. Gli esiti di questo processo spaventoso e caotico sono sotto gli occhi di tutti. Si stima che circa l’85% del lessico anglosassone originale sia andato perduto. Circa 10.000 vocaboli sono entrati nel medio inglese a partire dalla lingua d’oïl parlata dai Normanni. Di questi prestiti, il 75% è tuttora vivo. Come se non bastasse, innumerevoli parole dotte sono state prese a prestito dal latino e dal greco nella fase dell’inglese moderno. Questo processo, che tra le altre cose ha permesso la formazione della lingua scientifica, è tuttora in corso e non accenna a diminuire. Potremmo quasi parlare di integrazione anglo-latina e di integrazione anglo-greca. Esistono moltissimi lavori che parlano di questi argomenti, sia nel Web che cartacei.

Come conseguenza della sua storia molto travagliata, l’inglese è una lingua fortemente dissociativa. Questo significa che forma parole derivate a partire da radici prese dal francese, dal latino o dal greco, che non hanno alcuna attinenza con la radice germanica usata per esprimere il concetto di base. Questo è in netto contrasto con la lingua di Beowulf, che era fortemente associativa, dal momento che formava le parole derivate utilizzando la radice delle parole semplici e opponendosi a ogni opacità etimologica.

Re Artù. La vera storia | FantasyMagazine


Su FantasyMagazine la segnalazione di Re Artù. La vera storia, ricerca storica di Graham Phillips che verte sul mondo che ci appare fatato di Artù, Lancillotto, Merlino, Ginevra. Qui sotto la sinossi, che vuole dimostrare come la leggenda sia soprattutto un narrare enfatizzato di forti realtà storiche.

Figura tra le più enigmatiche nella storia del Medioevo, re Artù è protagonista di innumerevoli racconti fantastici, costellati di potenti maghi, cavalieri indomiti, dame misteriose, fenomeni soprannaturali e luoghi incantati. Ma, al di là della leggenda resa popolare nel XII secolo dal chierico gallese Goffredo di Monmouth, esistono prove sufficienti per affermare che Artù sia stato un uomo in carne e ossa, un personaggio storico realmente vissuto? Graham Phillips, che a questa ricerca ha dedicato venticinque anni di studi, ne è assolutamente sicuro. Prendendo le mosse da antichi manoscritti conservati nella British Library di Londra, Phillips illustra il lungo e tortuoso cammino che lo ha portato a reperire fonti sempre più numerose e precise sull’esistenza di un capo riconosciuto che, nella Britannia ormai non più provincia romana e travagliata da lotte intestine, seppe costruire un regno abbastanza potente da garantire una pace duratura. Un capo che, con il procedere delle ricerche, sembra poter incarnare perfino nei dettagli il mito di Artù. Anche Camelot, l’epica fortezza da lui scelta come capitale, sarebbe un luogo fisico ben identificabile, dove l’autore si è recato di persona verificando sul campo le straordinarie coincidenze fra storia e leggenda. E altrettanto reale sarebbe Excalibur, la spada che Artù avrebbe estratto dalla roccia e che ora sarebbe celata nelle profondità di un lago un tempo considerato sacro, mentre Merlino potrebbe benissimo essere il coraggioso guerriero di origine italiana Myrddin. Ma il culmine dell’appassionante indagine di Phillips è rappresentato dalla scoperta nelle brumose campagne dello Shropshire, nell’Inghilterra centrale, della mitica Avalon, un’antica isola-santuario sufficientemente appartata, silenziosa e inquietante per poter ospitare in gran segreto da millecinquecento anni le spoglie mortali del leggendario re dei britanni.

Attenti a quei due! | SherlockMagazine


Su Sherlock Magazine la segnalazione di una nuova messa in onda di una vecchia serie TV che tanto mi piacque – e piace tuttora – in un’epoca che mi vedeva bimbo: Attenti a quei due.

La nota serie televisiva britannica venne prodotta da Robert Sidney Baker fra il 1970 e il 1971 e ruota attorno alle avventure del milionario statunitense Danny Wilde e del raffinato inglese Lord Brett Sinclair, interpretati rispettivamente da Tony Curtis e Roger Moore. A intrigare lo spettatore non sono solo le avventurose indagini dei due protagonisti: particolarmente coinvolgente è soprattutto il buffo rapporto di eterni amici-nemici che viene a crearsi fra Sinclair e Wilde, sempre impegnati in una continua presa in giro reciproca. Il primo, moderato in ogni sua azione e ricercatamente elegante fin nei più piccoli dettagli, non può che rappresentare lo stile di vita della “vecchia” Europa, e dell’Inghilterra in particolare, mentre il secondo è lo stereotipo dell’arricchito e un po’ rozzo americano, il “nuovo” continente. Forse fu proprio l’ironia con cui venne raffigurata la cultura americana ciò che rese la serie poco apprezzata negli Stati Uniti, aspetto considerato da molti come uno dei possibili motivi per cui le riprese vennero precipitosamente interrotte dopo il ventiquattresimo episodio, senza giungere a una vera e propria conclusione della storia.

Il tema musicale mi ha sempre intrigato, l’umorismo e l’ambientazione so british mi è sempre piaciuta, quell’Europa ormai scomparsa e che si esaltava per quello stile albionico mi piace tuttora e, che dire, mi rivedo ogni volta con piacere anche una singola scena. E voi?

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