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Parlare della fine del mondo con William Gibson | RivistaStudio


Su RivistaStudio è disponibile una bella e profonda intervista a William Gibson, uno dei padri del cyberpunk. Come è detto all’inizio della chiacchierata, “pochi scrittori viventi possiedono la stessa aura di cui gode Gibson perché nessun altro come lui ha il potere misterioso di farti percepire la contemporaneità. Non solo perché sa raccontare la complessità del mondo contemporaneo. Ma perché riesce a catturare la contemporaneità degli eventi, il fatto che tutto sembra accadere nello stesso momento. I suoi libri ricreano in forma letteraria lo shock cognitivo in cui siamo costantemente immersi: quel disturbo post-traumatico a cui diamo il nome di presente. Cavalieri elettrici in una foresta di simboli digitali, i suoi eroi sono quelli che sanno leggere meglio il flusso di informazione, trovarci un filo e seguirlo, come rabdomanti, sciamani, «cow-boys dell’interfaccia»”.

Ecco, basterebbe questo a definire Gibson e la sua acutezza del presente camuffato da futuro; ma leggiamo cosa lui dice in alcuni passi (grazie a Giovanni De Matteo per la segnalazione di questa preziosissima intervista):

«Per quanto ne so», mi dice Gibson, «nessuna cultura ha mai immaginato la sua “fine del mondo” come un processo lento e graduale. Nei miei romanzi dura più di un secolo, almeno». Poche settimane prima della pandemia è uscito negli Stati Uniti il suo ultimo romanzo, Agency, non ancora tradotto in italiano. È il seguito di Inverso del 2014 (in italiano per Mondadori. Tutti le opere di Gibson possono essere divise in trilogie). Questi ultimi due sono ambientati in un mondo in cui è accaduto un evento noto come jackpot: una sorta di apocalisse “a rate”, dilazionata nel tempo, una fine del mondo con tante cause diverse, tante motivazioni divergenti: «un processo lento e che è interamente colpa nostra. Mi sembra questa la natura dell’apocalisse con cui dobbiamo fare i conti, che dobbiamo guardare in faccia». C’è una frase molto famosa di Gibson che fa «il futuro è già avvenuto, ma non è ancora arrivato dappertutto». Ecco, si potrebbe applicare anche alla fine del mondo: la fine del mondo è già arrivata, ma a rate. Mi sembra una definizione perfetta per quello che sta avvenendo: cambiamento climatico, guerre a bassa intensità ai confini di Russia e Cina, rivolte popolari, cyberwar, e adesso le pandemie. «Il jackpot lo chiamo così perché è l’inizio del “payoff”, la ricaduta, il risultato di tutto l’insieme di attività tecnologiche umane a partire, diciamo, dall’inizio del XIX secolo».

Quando me lo dice penso che non sia un caso che il suo romanzo del 1990, La macchina della realtà scritto insieme a Bruce Sterling e che ha dato il via allo spin-off del cyberpunk noto come steampunk, fosse ambientato proprio nell’Ottocento. «Il punto è che all’inizio non eravamo consapevoli degli effetti collaterali di queste tecnologie. Non eravamo consapevoli, per esempio, che l’avvento dell’onnipresente uso della plastica avrebbe minacciato la vita negli oceani, o che alcuni insetticidi avrebbero rischiato di provocare l’estinzione delle api, o che l’uso incontrollato e a cuor leggero degli antibiotici, dopo molti decenni, avrebbe portato all’evoluzione di ceppi resistenti ai farmaci di quelle stesse malattie per cui abbiamo usato gli antibiotici all’inizio». È questo il senso dietro a quel «non è ancora arrivato dappertutto»: è la consapevolezza a non essere distribuita in maniera omogenea nel tempo e nello spazio. «Il jackpot, che come l’immagino nei miei romanzi alla fine riduce la popolazione del pianeta dell’80 per cento, è quest’insieme di tutti i risultati inattesi delle tecnologie e della loro onnipresenza. Come quando nelle slot-machine escono tutte ciliegie: un insieme che minaccia la nostra specie anche se già non lo facesse il cambiamento climatico». Gibson fa una pausa, poi riprende: «Quel che è cambiato è che oggi non c’è più spazio per la negazione. Oggi questa catastrofe lenta, multi-causale (sebbene interamente antropogenica, causata dall’uomo), diventa innegabile e ovvia per tutti di noi. Credo che siamo a questo livello, ormai, e che trent’anni fa non lo eravamo». Come si inserisce la pandemia di Covid-19 in tutto questo? «In Inverso e Agency ci sono già dei riferimenti alle pandemie, al plurale. Quella di Covid è la prima pandemia globale del jackpot e non c’è motivo di pensare che sarà l’ultima. Al contrario. Il terzo volume della “trilogia del jackpot” affronterà anche il Covid: ma non posso ancora dire come».

Wired, un numero per ripartire con Tonani, Sterling e Doctorow | Fantascienza.com


Su Fantascienza.com la segnalazione del numero speciale di Wired Italia in edicola, con racconto inedito di Dario Tonani e intervento di Bruce Sterling e Cory Doctorow. Si riparte!

Tre fantascientifici, uno italiano, uno canadese e uno texano-torinese sul numero speciale estivo di Wired, la storica rivista della cultura della rete, intitolato Reset e dedicato alla ripartenza dopo la pandemia.

Si parla naturalmente di tecnologia: quella che ha giocato un ruolo fondamentale nell’alleviare il lockdown da Coronavirus, ma anche quella che promette d’improntare, già a partire da ora, il nostro futuro più prossimo. Qualche esempio? Realtà aumentata (AR), Realtà virtuale (VR), Internet delle Cose (IoT), 5G…

Dario Tonani compare in questo numero con un proprio racconto scritto appositamente, Diario dal bunker, ma anche con un’intervista al vate della rete, dell’innovazione e del cyberpunk, Bruce Sterling, per parlare soprattutto dell'”internet of things”. C’è anche un intervento di Cory Doctorow, ma anche molti altri, tra i quali uno di Gino Roncaglia e un inserto in collaborazione con l’astronauta Paolo Nespoli.

Grande la città grande… guarda là… | ilcantooscuro


Sul blog di Alessio Brugnoli un bel post per riconoscere i meriti di Bruce Sterling sulle previsioni tecnologiche e sugli impatti sociali che le innovazioni hanno poi effettivamente portato. Un estratto:

Il suo rapporto ambiguo con la città: da buon texano, la vede come sprawl, come luogo di perdizione e negazione della libertà umana, ma non può non subirne il loro fascino, di motori del cambiamento, così come evidenzia nella chiusa:

Questo dimostra l’attrattiva delle città. Possono essere strane, sorde, difficili, corrotte, intasate, luride e piene d’ingiustizia sociale, ma rimangono forti. Eccome.

La sua antipatia per l’IoT, visto come strumento con cui le nuove multinazionali del Cyberspazio possono estendere i loro tentacoli e interessi sui tradizionali strumenti di produzione. Il suo monito continuo sul ruolo della tecnologia, non entità neutrale, ma strumento che può essere usato per fini diversi e contrapposti: rafforzamento dello stato totalitario o delle entità neocapitaliste, aumento del gap tra ricchi e poveri e della subordinazione tra capitale e lavoro, oppure possibile arma contro le prevaricazioni del potere

Ora, su queste posizioni si può discutere all’infinito, ma senza dubbio, nel caso specifico, le sue paure sull’IoT possono essere rimesse in discussione: al di là del fatto che il problema della babele di protocolli sarà difficilmente superabile dall’Amazon o dalla Google di turno, in tale ambito la faranno da padrone gli operatori di rete, più che gli Over the Top. Inoltre la loro posizione, per la volatilità del mercato e per la sempre più rapida evoluzione tecnologica, gli OTT rischiano di essere dei giganti d’argilla. Infine, da marxista, ritengo che la tecnologia abbia un ruolo assai più determinante, di quello strumentale, ipotizzato da Sterling: incidendo in profondità sui rapporti di produzione, modifica la struttura, mutando a sua volta la sovrastruttura. E l’entità di tali cambiamenti, non deterministici, a medio termine è difficilmente prevedibile.

Ciò non significa che la riflessione di Sterling sia da buttare via: è un monito, da tenere sempre presente, sui rischi che corriamo e un invito a perseguire l’ottimismo della volontà, nonostante il pessimismo della ragione.

Huawei LiteOs, il sistema operativo da 10 Kb per l’internet delle cose – Repubblica.it


Uno sterminato sistema di controllo sociale, per sapere esattamente cosa fate dove andate come andate con chi andate, assai più raffinato degli smartphone e dei GPS. Certo, l’utilità che ne deriva da un uso di tale tecnologia è enorme, ma pensate proprio che vogliono soltanto farvi stare meglio e vendere colossali quantità di gadget dal prezzo esorbitante? Governi e multinazionali sapranno ogni cosa di voi, in attesa del trapianto di chips per hackerarvi la mente, oltre che il frigo e l’auto…

Da Repubblica.

Cioè, fra le miriadi di usi, a collegare il forno al sensore del box e a scaldare la cena quando il secondo rileva il nostro rientro a casa. Oppure, più avanti, quando il sensore del semaforo a qualche chilometro dall’abitazione segnala il nostro prossimo arrivo. O ancora, a dare un cervelletto al nostro spazzolino da denti per permettergli, tramite l’app dedicata, di suggerirci come modificare lo spazzolamento. Lo scenario è dunque in pieno fermento. Secondo Huawei entro il 2025 avremo qualcosa come 100 miliardi di dispositivi collegati alla rete. Già ora nel mondo vengono attivati e allacciati fra loro e ai vari tipi di reti due milioni di sensori ogni ora: dai semafori ai lampioni, dagli smartwatch alle t-shirt fino a droni, elettrodomestici, veicoli, router, data center. Quasi qualsiasi oggetto potrà quindi farsi “smart” tramite soluzioni come quelle in fase di sviluppo e lancio in questi mesi.  Ogni cosa è infatti destinata a guadagnare una voce e LiteOs punta a dargliene una facile da imparare e replicare, capendosi con gli altri. La guerra di questo nuovo settore ruota insomma tutta intorno agli standard più versatili ed efficaci per connettere prodotti di marchi diversi.

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